L’alluvione e la pillola di MATRIX


In questi giorni ho perso le parole: le prenderei a prestito da un’amico blogger, che non avrebbe potuto esprimere meglio il mio pensiero.

Grazie Gianluca, a buon rendere.

Avatar di anemmuinbiciazenaAnemmu in bici a Zena!

Di nuovo, oggi dopo tre anni, si ripete una dinamica simile di eventi meteorologici, e si presenta NEO a riproporci la pillola ROSSA per  vedere la verità di MATRIX, o quella BLU per tornare all’oblio della mediocrità, dell’illusione e del mugugno libero. Tocca a noi scegliere.

Questa non è una semplice scena di un film, e nemmeno un banale dialogo tra due attori. Questa è Arte, l’arte di trasmettere consapevolezza e di risvegliare le coscienze. Il Risveglio, inteso da un punto di vista spirituale, è  il termine adatto per descrivere la trasmutazione della coscienza, l’atto principale di un’elevazione animica. Non a caso sempre nel film Matrix, Morpheus si rivolge a Neo dicendogli: “Hai mai fatto un sogno così reale da sembrarti vero? E se da quel sogno non dovessi mai più risvegliarti, come distingueresti il mondo dei sogni da quello della realtà?”. tratto dal…

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L’aumento di stipendio


Quest’anno hai lavorato bene, sei stato produttivo: il tuo superiore ti ha convocato per comunicarti che ti verrà dato un aumento di stipendio.

Gioisci, non vedi l’ora di tornare a casa per dirlo a tua moglie: finalmente potrete permettervi quella casa in collina che avete sempre sognato. Oggi per te è un gran giorno, ti prepari a festeggiare e non sospetti nemmeno lontanamente di essere stato imbrogliato!

Ti ho appena gettato addosso una secchiata d’acqua gelata? Mi spiace, ma così stanno le cose. Riflettiamo assieme.

aumento

Quest’anno hai lavorato bene, giusto? Quindi il tuo tempo vale di più, perché in un’ora hai dimostrato di fare più cose, o di farle meglio. In ogni caso, ha un maggior prezzo, e lo testimonia il fatto che vieni appunto pagato di più.

Ma c’era un’altra strada per premiarti: mantenere inalterato lo stipendio totale e farti lavorare di meno, in proporzione.

Questa seconda alternativa è notevolmente migliore per te, perché incrementa il tempo a tua disposizione che, forse non lo hai ancora metabolizzato appieno, è limitato. Potrai poi decidere se impiegarlo nel tuo hobby preferito oppure nuovamente nel lavoro, perché in fondo quello che fai in ufficio ti piace (ricadendo nel caso precedente ma, differenza fondamentale, come risultato di una tua libera scelta).

Questo sarebbe il vero premio per aver lavorato bene, ma la soluzione è così scomoda che si cerca di tenerla nascosta il più possibile, e ci si riesce così bene che quello che sto adesso scrivendo ti sembrerà a dir poco delirante (questo è il posto giusto per farlo d’altra parte).

L’aumento di stipendio ha sostanzialmente aggiunto una nuova sbarra alla cella in cui sei prigioniero. Già, perché con quei soldi in più che ti ritroverai sul conto si attiverà quello che in economia si chiama effetto reddito: aumenteranno i tuoi consumi. E andrai a fare il mutuo per comprare la casa in collina, di fatto rendendo indispensabili quei cinque euro aggiuntivi: non potrai più farne a meno, e siccome ti sentirai in obbligo per il riconoscimento ricevuto, che percepirai come un invito a fare ancora meglio in futuro, lavorerai ancora di più. La prigione mentale in cui ti ritrovi sarà più forte, le barriere all’uscita saranno aumentate: avrai più da perdere di prima, quindi sarai meno libero.

Così funziona il sistema che ci tiene incatenati: sfrutta i nostri bisogni, la maggior parte dei quali fittizi e irreali, per tenerci inchiodati, saldi al nostro posto. Compito del marketing è quello di creare nuovi bisogni, convincerti che al giorno d’oggi una macchina per affilare il burro è indispensabile. Milioni di burattini che vanno a lavorare per pagare le rate del SUV che serve loro per andare a lavorare.

manipulation

Poi forse un giorno aprirai gli occhi, forse quando sarà troppo tardi ed il tuo tempo sarà agli sgoccioli, e allora ti renderai conto che non eri tu a volere la casa in collina, ma era lei a volere te. Che non sei stato tu ad acquistarla, ma lei che si è impossessata di te. Che la vera ricchezza non si raggiunge aumentando la capacità di acquisto, ma eliminando i falsi bisogni. Ma a quel punto la campana suonerà, e tu non avrai più tempo per porre rimedio.

Non aspettare quel momento, fallo ora!

Il punto fermo


Sono appena tornato da un giro in bici, è il momento di un po’ di stretching; in posizione eretta, piego la gamba destra e afferro il piede dietro la schiena con entrambe le mani. Sono un po’ affaticato, ho qualche difficoltà a stare in equilibrio, poi ricordo il suggerimento che qualcuno mi ha dato in passato: fissa un punto fermo di fronte a te e ancorati ad esso con lo sguardo.

Funziona! L’equilibrio migliora, riesco a stare nella posizione per almeno i 30 secondi canonici dell’allungamento, ma potrei benissimo andare oltre. Cambio gamba e applico la stessa tecnica, funziona anche con la sinistra.

Nel fare questo rifletto: è ovvio, il cervello per mandare gli impulsi ai muscoli e contrastare la forza di gravità ha bisogno di indicazioni affidabili; ogni minimo e impercettibile scostamento dal punto di riferimento è sufficiente ad inviare le correzioni della posizione. Se però il riferimento non è fisso, i segnali al cervello non sono coerenti ed esso fatica ad organizzare le indicazioni da inviare ai muscoli, perché gli si cambiano in continuazione le carte in tavola.

v299equilibrio

Poi mi accorgo che questo principio ha validità generale: anche nella vita abbiamo bisogno di punti di riferimento, se vogliamo condurla in modo equilibrato. Se questi cambiano in continuazione, noi ci adeguiamo ad essi in modo scoordinato e produciamo una marmellata di comportamenti privi di filo conduttore.

Senza riferimenti fissi ogni nostra scelta, la nostra morale, la stessa distinzione fra bene e male, perdono di significato. E allora ho capito che forse è il caso di provare ad individuarlo, questo punto fermo, per gettare finalmente l’ancora ed abbandonare questa navigazione a vista.

Se sei nella mia stessa situazione, vuoi provarci con me?

Mi considerano, ergo sum…


Voglio qui riassumere e sistematizzare un po’ di spunti che ho raccolto negli ultimi tempi in tema pedagogico.

Questo articolo ha due chiavi di lettura:

  • da genitore, come indicazione per evitare alcuni errori che invece io ho fatto a più riprese e sui quali sto attualmente lavorando;
  • da figlio, per capire il perché di certi tuoi atteggiamenti nei confronti della vita, posto che anche tu potresti essere vittima degli stessi errori. Io ho la certezza di esserlo.

Partiamo da una considerazione: cosa ti fa capire che esisti? Detto diversamente: quali sono le informazioni che ti permettono di pensare a te stesso come persona, come individuo?

Poiché l’uomo è un animale sociale, la stragrande maggioranza di questo patrimonio informativo è costituito da stimoli provenienti da altri esseri umani; nell’infanzia in particolare da genitori ed educatori. Di fatto, ti rendi conto di esistere quando ricevi dei feedback da qualcuno. Non solo, dalla tipologia di questi feedback capisci anche che genere di persona sei.

Immagina ora un bambino che riceva solo feedback di tipo negativo: questo è sbagliato, così non si fa, vieni via da lì, stai attento, adesso basta, finiscila, eccetera eccetera; che immagine di sé pensi possa costruire? Quale autostima svilupperà? Quale sarà la sua attitudine ad affrontare le difficoltà della vita?

La tendenza del genitore è spesso quella di intervenire a correzione di comportamenti che non vanno, piuttosto che a corroborare comportamenti virtuosi; se il bambino gioca a palla in un prato non viene considerato granché, se si sposta a fare l’equilibrista su un muretto viene ripreso con vigore. Alla fine si crea un meccanismo che va a filtrare i soli feedback di tipo negativo, posto che quelli di tipo positivo sono ritenuti superflui.

Piano piano si andrà a consolidare la tendenza a costruire un’immagine di sé distorta, sbilanciata a favore del giudizio negativo di sé: ‘tutto quello che faccio è sbagliato!” e quindi: ‘IO sono sbagliato’.

Capisci come, date queste premesse, la tua attitudine ad affrontare imprese ardimentose possa essere bassa? Bada bene, ‘ardimentose’ a giudizio tuo, probabilmente ‘ordinarie’ ad un giudizio obiettivo.

L’educazione tende, in totale buona fede, a soffocare le nostre potenzialità, piuttosto che ad incoraggiarle. Ma c’è di peggio.

educazione-bambino

Al bambino piace l’idea di esistere come individuo, ogni conferma della sua esistenza è gratificante. E siccome esiste quando riceve l’attenzione in particolare di mamma e papà, farà qualsiasi cosa gli permetta di ricevere questa attenzione.

Che succede quindi se mamma e papà lo considerano solo quando fa qualcosa che non va? Farà proprio quella cosa, ovvio!

Io so che i capricci per mangiare non si fanno, però se mangio tutto da bravo bambino la mamma non mi considera granché, mentre se mi lamento e dico che il pranzo non mi piace mi regala un sacco di attenzioni; cosa pensi che farò?

Qui molti genitori avranno da ridire: non è vero, quando mio figlio si comporta bene glielo faccio sempre notare. Certo. Ma vuoi per un attimo paragonare la carica di energia che metti nell’elargire un ‘bravo’ con quella che ti permette di fiondarti sul figlio che sta a tuo avviso per cascare dai due metri del muretto?

Dedica qualche tempo ad osservare queste dinamiche, ne vale la pena.

Cosa succede poi se il figlio cade e, preso dallo spavento, si mette a piangere? Forse in prima battuta lo sgridi, più probabilmente lo prendi in braccio e lo consoli, in ogni caso gli dedichi tutta la tua persona, anche se in definitiva non si è fatto nulla.

Adesso proietta quel figlio nell’età adulta: la caduta dal muretto si traduce in ‘licenziamento’. Pensi che il bambino si rialzerà per cercare una nuova occupazione, oppure si metterà a piangere andando a cercare la mamma dai sindacati?

E se l’uso del congiuntivo è sbagliato?


Capita spesso di sentire commettere errori nell’utilizzo del congiuntivo. La prima reazione è quella di pensare altezzosi: “ma senti come parla quest’ignorante”. Personalmente mi ritrovo costantemente a correggere i miei figli, che adorano avvalersi della licenza poetica di non utilizzarlo.

Dopo anni vissuti con la convinzione che parlare correttamente la propria lingua è una cosa importante, recentemente ho preso il coraggio a due mani, ho guardato in faccia la realtà e mi è sorto un tremendo sospetto: e se il congiuntivo è sbagliato?

Mi spiego meglio. La lingua madre viene appresa ‘per osmosi’: nessuno ti spiega le sue regole, tu ascolti ed il tuo cervello piano piano imita, poi trova inconsapevolmente dei modelli da applicare per gestire le situazioni sconosciute.

Tu quindi impari un certo modo di costruire la frase, ed ecco che non hai bisogno di sentire tutte le possibili frasi dello stesso tipo per poterle utilizzare: applicando il modello vai a ‘colmare i buchi’ della tua conoscenza. Più tardi ti troverai a studiare la grammatica, ma si tratta solo di una formalizzazione e presa di coscienza dell’esistenza di regole che il tuo cervello già ha individuato e assimilato autonomamente.

Succede poi di imbattersi in eccezioni (e nella lingua italiana ce ne sono parecchie): in questo caso, l’unica alternativa è quella di imparare queste ultime a memoria; è il caso ad esempio dei verbi irregolari, la cui coniugazione non segue quella che la norma vorrebbe.

Il nostro cervello è in ogni caso piuttosto abile nell’inferire le regole sottostanti al linguaggio, tant’è che un bambino di due anni utilizza praticamente tutte quelle a disposizione. Eppure, ognuno di noi trova particolarmente ostico l’utilizzo del congiuntivo. Questo, nel caso dei bambini, mi fa riflettere: lasciamo stare il cervello di un adulto, contaminato da anni di educazione ed esperienze e quindi non sufficientemente ‘puro’, perché magari è stato a lungo immerso in un ambiente in cui questo modo verbale non veniva utilizzato; ma quello di un bambino parte da zero, quindi dovrebbe applicare in modo innocente e non polarizzato gli strumenti che madre natura gli ha fornito.

E lo fa egregiamente, ma si inceppa sul congiuntivo: non gli viene naturale usarlo. Anche se chi lo circonda lo utilizza alla perfezione, come nel caso dei miei figli: modestamente, non è mai capitato che io o mia moglie lo sbagliavamo, eppure non ne azzeccano uno; e noi giù a sottolineare e correggere l’errore.

congiuntivo

E se invece hanno ragione loro? Se l’uso del congiuntivo è una complicazione inutile? Dopotutto il contesto della frase è sufficiente per capire il significato che si vuole dare, quel particolare modo verbale non aggiunge alcun contenuto informativo. Gli inglesi sono particolarmente essenziali in questo, eppure la loro lingua non mi pare penalizzata, è fra le più utilizzate al mondo. Il congiuntivo è pura forma, è eleganza lessicale.

La lingua deve servire prima di tutto per comunicare, poi se mai per farsi belli agli occhi altrui. Dopotutto a chi giova parlare forbito usando un linguaggio difficile da formulare e comprendere? Certo, sentire un congiuntivo sbagliato stride all’orecchio, ma questo accade perché ci siamo abituati, col tempo, alla sua presenza, non perché è intrinsecamente fondamentale. Pur impegnandomi, non riesco a trovare una vera ragione per doverlo usare. La nostra voglia di congiuntivo è solo un mero solco.

Non dimentichiamo poi che la nostra, a differenza del latino, è una lingua viva, pertanto soggetta al divenire dell’evoluzione, come ogni essere vivente. E alle necessità di adattamento all’ambiente: già è stata pesantemente contaminata dall’inglese.

Da tutte queste considerazioni, la terribile conclusione: il congiuntivo è destinato a morire. Si, perché scomodo da usare e di fatto inutile.

Proviamo a riparlarne fra due-trecento anni: vedrai che ti troverai costretto a darmi ragione.

L’enneagramma


Voglio ore condividere con te la conoscenza di una figura geometrica che ho scoperto da poco e che mi incuriosisce ed affascina al tempo stesso; il mio vuole essere uno spunto per stimolare eventuali approfondimenti.

Partiamo dal cerchio, per molte culture e tradizioni simbolo di perfezione, unità, infinito, assoluto, e suddividiamolo in nove parti uguali, numerandole come in figura.

 

enneagramma1

Il numero 9 ha molte proprietà matematiche interessanti; ad esempio, prendiamo la sua tabellina: la somma di ogni cifra che la compone fa sempre 9

  • 90: 9+0 = 9;
  • 81: 8+1 = 9;
  • 72: 7+2 = 9;
  • ecc…

Le stesse cifre della tabellina riesci a disporle sulla figura tracciata sopra, partendo dal 9 e muovendoti nelle due direzioni lungo la circonferenza, a desta e sinistra:

enneagramma2

Adesso prendiamo il numero 7. Esso ricopre ruoli importanti in molte culture; cito alcuni esempi:

  • i 7 giorni della settimana;
  • le 7 note musicali;
  • i 7 chakra (centri energetici del corpo umano);
  • i 7 sacramenti
  • le 7 virtù (teologali + cardinali)
  • i 7 peccati capitali
  • il numero buddhista della completezza.
  • i 7 nani di Biancaneve (ooops, scusa, sto banalizzando).

Fai una ricerca in rete e vedrai quanti altri significati riuscirai ad associare a questo numero. Bene, adesso vediamo che succede se dividiamo un intero in sette parti:

1 : 7 = 0,142857142857142857…

Come vedi abbiamo ottenuto un numero periodico, ossia la sua parte decimale è un infinito susseguirsi delle cifre 142857.

La cosa divertente dal punto di vista matematico è che se sommiamo fra loro queste ‘fette’ di intero, otteniamo altri numeri periodici la cui parte decimale contiene le stesse cifre (nello stesso ordine ma in posizioni differenti):

2 : 7 = 0,285714285714285714…

3 : 7 = 0,428571428571428571…

4 : 7 = 0,571428571428571428…

5 : 7 = 0,714285714285714285…

6 : 7 = 0,857142857142857142…

Adesso individua ogni cifra della parte decimale e collega, sulla circonferenza, quelle adiacenti; ad esempio, in:

0,285714285714285714…

l’8 è adiacente al 2 e al 5, quindi traccio un segmento da 8 a 2 e uno da 8 a 5.

enneagramma3

Ripeti l’operazione per ogni cifra, ed otterrai la seguente figura:

enneagramma4

Restano fuori i punti 3, 6 e 9, che costituiscono i vertici di un triangolo equilatero. E qui troviamo il numero 3, il numero perfetto, anch’esso pregno dei più svariati significati. Uniamo i suddetti punti.

enneagramma5La figura che abbiamo ottenuto prende il nome di enneagramma, simbolo ampiamente utilizzato in ambito psicologico ed esoterico; dai più è ad oggi conosciuto come schema che rappresenta i nove tipi di personalità di base: ogni tipo psicologico può essere approssimato con una delle nove categorie che lo schema individua. In realtà lo schema è nato in ambito esoterico come schematizzazione utile per lo studio dei processi evolutivi: ogni fenomeno dinamico (uomo compreso) sarebbe accomunato da un unico modello di sviluppo, rappresentato appunto dai nove punti dell’enneagramma.

Non voglio qui addentrarmi nei vari significati che possono essere associati a questo simbolo (né ho le conoscenze per farlo), il mio scopo era solo quello di stimolare la tua curiosità; se ci sono riuscito almeno in parte posso ritenermi soddisfatto. La curiosità aiuta ad uscire dal solco.

Riferimenti bibliografici:

Piotr D. Ouspensky –Frammenti di un insegnamento sconosciuto

Il libretto di istruzioni


Mi è capitato in passato di tenere colloqui di lavoro con candidati da assumere in azienda, per lo più colloqui tecnici per valutare le conoscenze della persona da collocare nel mio team di lavoro (mi occupo di sviluppo software); si è trattato di esperienze molto formative per me, una di queste è stata particolarmente significativa e la voglio ora utilizzare come punto di partenza per questo articolo.

La persona che avevamo di fronte (in quell’occasione mi trovavo con altri due colleghi inquisitori), che chiamerò amorevolmente Chef Developer,  aveva dimostrato conoscenze tecniche molto superiori alla norma, rispondeva alle domande con estrema disinvoltura e padronanza della materia. Rispetto agli altri candidati dimostrava di avere una marcia in più, inutile dire che fu messo in testa alla graduatoria. Alla fine assumemmo più di una persona, ed ovviamente Chef Developer era considerato il migliore di tutti. Altri si erano dimostrati bravi sì, ma un po’ tiepidini: non avevano la carica dirompente di conoscenze dimostrata dal primo, non erano sicuri di loro stessi e si percepiva.

Passato un anno dalle assunzioni, iniziammo a tirare le prime somme. Ebbene, Chef Developer, che avrebbe dovuto spaccare il mondo, si stava invece dimostrando un fallimento, mentre altri che non erano risultati così convincenti stavano invece ottenendo ottimi risultati. Il primo continuava ad infarcire i propri referenti di chiacchere, buoni propositi, suggerimenti ed opinioni sulle soluzioni da adottare, ma quando si trattava poi di andare a verificare quanto avesse messo in pratica, poco (e male) era stato fatto.

Dove avevamo sbagliato? Non c’era dubbio che si fosse trattato di una cantonata madornale.

colloquio

Con gli anni ho avuto poi modo di verificare quanto questo scollamento fra saperesaper fare sia comune. Ad oggi ho formato la mia opinione in proposito (spero suscettibile di miglioramenti futuri) e voglio qui proportela.

Il fatto è che la conoscenza, in senso lato, va metabolizzata su più livelli. Esiste un livello intellettuale, che è quello sul quale si concentra la nostra scuola, al quale è associato il piano verbale. Esistono però almeno altri due livelli, uno motorio e l’altro emozionale, che giocano un ruolo importante, direi fondamentale, e la conoscenza va estesa anche ad essi. Cosa che normalmente non accade. Questi altri due livelli sono difficilmente verbalizzabili; chiedi ad un camionista di spiegarti come fare la retromarcia con un rimorchio: il più delle volte ti dirà: ‘si fa così’, ed inizierà a farti vedere come fa (livello motorio). Lui sa fare la manovra, ma non saprebbe metterla efficacemente nero su bianco, a prescindere dal livello scolastico.

Immagina di dover comprare un prodotto, ma di non essere sicuro della sua validità. Chiedi allora consiglio ad un amico che lo ha acquistato qualche mese fa, il quale dice che sì, è un ottimo prodotto, anche se finora non ha avuto occasione di usarlo; ha però letto più volte il libretto di istruzioni e ne è entusiasta.

Date le premesse ti fideresti del consiglio dell’amico, o cercheresti qualcuno che lo abbia usato effettivamente?

La domanda è ovviamente retorica, e vuole sottolineare questo aspetto: non puoi dire di conoscere qualcosa se prima concretamente non ne fai esperienza; soprattutto, finché questo non accade non sei in grado di sapere quali emozioni ne possano derivare (come fai a dire che non ti piace se non hai mai provato?). E sono le emozioni che guidano i nostri comportamenti, non le argomentazioni razionali. Gli esperti di marketing lo sanno bene.

Questa per me, che ho sempre ricercato nei libri tutte le risposte, è una lezione fondamentale: i libri sono utili, ma se non li completi con delle esperienze, rimangono lettera morta. A tavolino non puoi formarti delle opinioni, non puoi sviluppare conoscenza.

Chi sa, fa. Chi non sa, parla.

Umorismo fuori dal solco


Ti sei mai chiesto cos’è l’umorismo? Che cosa, in una battuta o barzelletta, provoca in te il sorriso?

La risposta è semplice: uscire dal solco! Se rifletti sulle situazioni divertenti ti renderai conto come ognuna di esse poggi su associazioni inusuali fra concetti apparentemente distanti, oppure su interpretazioni non previste di un fatto che ne ribaltano completamente il significato. Questo cambio di prospettiva genera ilarità.

Facciamo un esempio.

La maestra chiede a Pierino: – io studio, tu studi, egli studia. Che tempo è Pierino?

La domanda produce nel lettore un’aspettativa sulla risposta di Pierino basata su una particolare interpretazione della parola ‘tempo’.

Pierino risponde: – tempo perso, maestra!

La risposta crea uno cambiamento di prospettiva, un’interpretazione nuova e inaspettata della domanda. Alla parola ‘tempo’ viene attribuito un significato inatteso per quel particolare contesto. Questo repentino spostamento semantico è alla radice della situazione divertente.

Ancora:

Il suo cuore, signora, funziona molto meglio. Evitare le scale per un mese come le ho prescritto ha portato notevoli benefici!

Interpretazione attesa: la signora, anziana ed acciaccata, per un mese è stata a riposo senza affaticarsi.

Molto bene dottore. Posso smettere la cura allora? Sa, è piuttosto faticoso ogni giorno salire al terzo piano su per la grondaia!

Interpretazione fuori dal solco: la signora è arzilla e agile, non è stata affatto a riposo, l’immagine contrastante e un po’ surreale di una vecchietta che si arrampica su per la grondaia provoca un sorriso.

Passa in rassegna le barzellette che conosci e prova ad interpretarle sotto questa nuova luce: ti accorgerai che sono divertenti perché escono dal solco.

Un altro buon motivo per farlo, dunque!

La signora imbizzarrita


Ieri era una bella giornata di sole, sono uscito in mountain bike con gli amici; siamo andati sul monte Lavagnola, lungo l’Alta Via dei Monti Liguri. Si tratta di un sentiero relativamente trafficato, quando è bel tempo incontri escursionisti, gente a cavallo, motociclisti (anche se è vietato).

Giunti in vetta, mentre ci godiamo il meritato riposo, arriva un cavaliere; poco prima di raggiungerci l’animale mostra segni di inquietudine, chi sta sopra di lui rischia di essere disarcionato ma mantiene il controllo. Dice che si tratta di un puledro inesperto e suggerisce di continuare a parlare fra di noi con naturalezza, mentre tenta di invertire ripetuti dietrofront del recalcitrante mezzo di trasporto.

Alla fine ci nascondiamo dietro ad un cippo commemorativo e l’animale si convince che non siamo troppo pericolosi; raggiunge la vetta e si lascia accarezzare mansueto.

Tutto è bene quel che finisce bene, anche se per un attimo ho visto quel signore rischiare di volare giù per il ripido sentiero.

Lavagnola

Dopo qualche minuto cominciamo a scendere; finalmente, dopo tanto pedalare: è una discesa piuttosto divertente, che invita a lasciar andare i freni.

Ad un certo punto incontriamo due escursionisti a piedi, presumibilmente marito e moglie, sulla sessantina. La donna, che ci vede arrivare un po’ disinvolti, si spaventa e si inerpica a bordo del sentiero molto prima del nostro sopraggiungere nelle sue vicinanze; noi rallentiamo e quella inizia a mugugnarci contro in tono polemico che i sentieri sono fatti per andare a piedi e che non dovremmo essere lì, e bla… bla… bla.

Il marito ironizza imbarazzato cercando di stemperare l’atmosfera, le suggerisce di metterci in castigo.

Il compagno che sta di fronte a me inizia a rispondere a tono: i sentieri sono di tutti, e poi noi oltre a percorrerli ne puliamo e manuteniamo anche parecchi, e bla… bla… bla.

Il diverbio finisce quasi subito lì, noi proseguiamo il nostro giro e poco dopo incontriamo dei trialisti che risalgono il sentiero. Rimarrò per sempre con la curiosità di sapere quel che è successo quando hanno raggiunto quei due.

Ma l’osservazione che voglio condividere con te è: perché siamo stati tanto comprensivi con il cavallo, e così poco con la signora? Se ci rifletti, si è trattato della stessa reazione ad una situazione di spavento. Se il cavallo fosse stato dotato di parola, probabilmente non lo avremmo accarezzato così amorevolmente. So per certo che non abbiamo accarezzato la signora.

Nel fare questo parallelo non voglio essere indelicato né con l’uno né con l’altra, cerco soltanto di ribadire che è fuorviante continuare a dare così per scontata la discriminante della coscienza nel decidere i nostri atteggiamenti verso l’esterno. La meccanicità delle dure reazioni istintive in questo caso è stata identica.

Dobbiamo convincercene. Anche se, nella peggiore delle ipotesi, questo dovesse significare mettersi a litigare pure con il cavallo.

L’inevitabile atto di volontà


Voglio adesso tirare un po’ le fila di un discorso abbozzato in articoli precedenti, in particolare quelli in cui parlavo di abitudini (L’inversione dello strumento e L’esperimento della radio) e incazzature dovute a comportamenti altrui (Perché ce l’hanno con me?).

Sembrano argomenti apparentemente scollegati, in realtà sono unificati dal filone portante di questo blog, la presenza di solchi mentali. Ti chiedo la cortesia di farti un po’ di violenza psicologica nel leggere queste righe, perché ho intenzione di turbare, per l’ennesima volta, il tuo amor proprio.

Partiamo dall’ultimo articolo citato: in quell’occasione ho rilevato come, dato un evento esterno che ci danneggia, il nostro livello di rabbia sia molto più elevato se la causa scatenante è umana e non accidentale. Dico ‘accidentale’ proprio per rimarcare la differenza: intendo la totale mancanza di una qualche forma di volontà che causi, direttamente o indirettamente, il danno.

Già, perché se dall’altra parte c’è un evento fortuito, da un lato non ho modo di intravedere una qualche forma di persecuzione nei miei confronti (o, al meglio, colposa mancanza di riguardo), dall’altro non c’è nessuno con cui prendersela, viene meno la liberatoria soddisfazione di attribuire la colpa (anche se molti, affetti da manie di persecuzione, tendono a sottoporre a straordinari la propria fantasia pur di trovare il modo di riuscirci, arrivando persino a catalizzare una temporanea entità divina).

Alla base di tutto sta però un assunto: che ci sia differenza fra l’atto umano e l’evento accidentale. Il primo è causato da una volontà, e pertanto è evitabile, il secondo no: pur se apparentemente casuale, andando ad analizzarne a posteriori la meccanicità riusciamo a consolarci intravedendone l’ineluttabilità; pazienza, era destino! Tutt’altra cosa per quello stronzo del mio vicino che non si è preoccupato di tenere a bada le sue dannatissime capre, che hanno divorato la mia insalata.

Ma sei sicuro che le cose stiano così? Rispolveriamo adesso il discorso delle abitudini. Se ci fai caso, noterai quando queste siano preponderanti nel guidare i tuoi gesti quotidiani, molto più di quanto tu possa immaginare a prima vista. E più avanzi negli anni, più i solchi scavati le consolidano. E cosa sono le abitudini, se non meccanicità? Inevitabilità?

cellulare

Ora, se solo per un momento provi a pensare al tuo vicino come ad un agente permeato da abitudini, da meccanicità, non ti riesce forse più facile annoverarlo fra le cause accidentali? Se la risposta è no, probabilmente è dovuta al fatto che non riesci veramente ad inquadrarlo in quest’ottica.

Non ti chiedo (per ora) lo sforzo di considerare te stesso come un automa per lo più caratterizzato da mancanza di volontà, anche se dalla cosa trarresti enorme beneficio, ma di farlo con chi ti sta attorno. Prova ad osservarli, a notare quante cose fanno in un certo modo perché non possono fare diversamente. Se riesci a vederli in quest’ottica, allora riuscirai forse a giustificarli.

Non è un invito all’impunità, se qualcuno infila la mano nella pentola in ebollizione è normale che si ustioni, anche se lo ha fatto meccanicamente; è certamente opportuno che ciascuno subisca le conseguenze delle proprie azioni, ma questo non significa che non sia meritevole di un minimo di comprensione. Non fosse altro che per evitarci inutili, dispendiosi rancori.

Non ti convince quanto dico? Sii galileiano allora, sperimenta: scegli una delle tue abitudini, una ben radicata, e prova per una settimana a non lasciarti manipolare da essa, a sottrarti. Vedrai quanto sarà difficile, vedrai quanto ti sentirai meccanico.

E ricorda che le abitudini non guidano solo i comportamenti, ma anche le opinioni.