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Al presidente del consiglio


Accogliere il dolore altrui può essere molto difficile, soprattutto se si tratta di una persona cara; la tentazione è allora quella di aiutare, alleggerire il fardello, mettere a disposizione la nostra esperienza per indirizzare, dimenticando che ognuno è il solo responsabile della propria vita.

Non abbiamo mezzi per sentire direttamente ciò che l’altro sente, possiamo al più proiettare su di lui il nostro mondo interiore.

Allora la domanda sorge spontanea: nel momento in cui intervengo aiutando, consolando, consigliando una persona, quale sofferenza sto cercando di alleviare, la sua o la mia?

Albero


Quanto ho da imparare, da te!

Hai una corteccia,
e non è cerebrale.

Hai radici,
e non ti ostacolano,
ti nutrono.

Sei fermo,
e in continua evoluzione.

Ti pieghi al vento, alle intemperie,
e ti risollevi.

Non sei mai solo,
accogli cinguettanti uccellini.

E in fondo non ti importa nulla,
di tutto questo.

Comunque vada, sarà successo


Saltuariamente tengo lezioni di mountain bike ad un allievo dotato di molta determinazione, si impegna con costanza per riuscire.

Talvolta lo filmo affinché possa rivedersi mentre compie il gesto tecnico, troviamo sia funzionale all’apprendimento.

Talvolta pubblico le sue gesta sui social, per gratificare un poco il mio e suo ego, farmi conoscere in quanto insegnante, e anche diffondere la passione per questo sport che amo.

Capita un giorno che ci imbattiamo in un esercizio di tecnica, su fondo bagnato e fangoso, che risulta particolarmente difficoltoso: per quanto si impegni, non riesce ad eseguirlo correttamente. La frustrazione è alle stelle.

Capita che, molto umilmente, il mio discente decida di lasciar comunque filmare e pubblicare l’apparente sconfitta, perché è utile mostrare anche quelle, oltre alle vittorie.

Capita che qualcun altro veda il filmato e trovi il coraggio di mettersi in gioco, cimentandosi in un’attività che lo spaventava da tempo proprio per lo spauracchio dell’insuccesso. Alla fine, visto da fuori, non riuscire in un’attività non gli sembra più così drammatico, c’è addirittura chi non teme di mostrarlo in pubblica piazza!

Allora mi chiedo: in base a cosa valutiamo i nostri successi? Quanto è stato utile non riuscire in quell’esercizio e comunicarlo al mondo?

Nel caso specifico l’apparente fallimento ha avuto una valenza di portata ben più ampia di quella che avrebbe avuto un’esecuzione impeccabile, e sorprendentemente inattesa!

La mente non ha strumenti adeguati per definire il successo, questa è la verità.

Lasciamo dunque che succeda quel che deve succedere, se vogliamo che sia successo.

E tu, cosa metti in bacheca?

Lasciare andare


Cosa fai quando devi cambiare l’arredamento di una stanza? Stipi i nuovi mobili accanto ai vecchi, nella speranza che il nuovo spinga via il vecchio, oppure prima liberi il locale per creare spazio?

Non so tu, ma io trovo assai meno faticoso fare prima il vuoto per poi riempirlo, anche se quando la stanza è sgombra rimango con uno sgradevole senso di disagio: l’eco dei miei passi al suo interno mi porta in un mondo surreale che non conosco, la percezione delle effettive dimensioni di quel luogo mi provoca stupore e disorientamento.

Nel complesso non la trovo una sensazione gradevole, è pregna di smarrimento e talvolta di angoscia, e tuttavia è necessaria affinché si possano igienizzare quei muri rimasti nascosti da tempo e che finalmente potranno accogliere i mobili appena comprati.

Come fuori, così dentro: non possiamo trasformare alcunché della nostra vita se non abbiamo spazi liberi a disposizione, e accade spesso che la mente sia invasa a tal punto da preconcetti e convinzioni da impedire ogni possibile forma di adattamento ai cambiamenti dell’ambiente circostante.

La vita è un flusso e noi siamo i condotti che la canalizzano: come per le nostre arterie, il passaggio deve rimanere libero, pena la paralisi.

Per questo occorre fare spazio, mettere da parte la mente con tutti i suoi solchi, e lasciare andare.

Per ogni tipo di viaggio meglio avere un bagaglio leggero

Niccolò Fabi

Relazioni


Le relazioni, di qualunque natura esse siano, possono completarci, ma a mio avviso non nel modo in cui siamo stati abituati a pensare; ogni persona che incontriamo è uno specchio che mette in evidenza una parte di noi stessi: se ci irrita, significa che abbiamo nodi irrisolti che rifiutiamo di vedere, se ci fa stare bene significa che attiva la parte di noi con la quale ci sentiamo maggiormente a nostro agio; non si tratta di illazioni metafisiche o New Age, né delle ultimissime scoperte della neuroscienza, ma di puro buon senso, e per dimostrartelo ti invito a riflettere sulla seguente considerazione.

Un amico afferma che un certo cibo da lui assaggiato è nauseante perché troppo dolce, e tu comprendi in qualche modo ciò che prova in relazione ad esso; come è avvenuta questa comprensione?

Da qualche parte nel tuo database informativo devono per forza esistere i concetti associati alle etichette ‘dolce’ e ‘nausea’, insieme ai molti altri necessari a decodificare le parole dell’amico; in realtà tu non stai affatto provando la sua esperienza, non puoi avere la minima idea di come si sente, dal momento che non sei lui; puoi solo attingere alle informazioni relative al tuo passato e ‘ricordare’ la sensazione di ‘troppo dolce’ e di ‘nausea’; insomma, stai proiettando sull’esperienza dell’amico una simulazione della tua: difficilmente saranno identiche, ma tanto basta per convincerti di aver capito cosa intende dire.

Il punto cruciale è che per capire la nausea del tuo amico devi averne fatto esperienza tu per primo, altrimenti avresti la stessa comprensione di un cieco a cui vengono descritte le meraviglie di un quadro.

Adesso cambiamo contesto: dici di non sopportare il tuo vicino perché è un presuntuoso pieno di sé; ma un momento: tu del vicino vedi solo il comportamento esteriore, quello è il solo dato oggettivo a tua disposizione; come fai a sapere che è dettato da quella che chiami presunzione?

Come per il senso del dolce e della nausea, devi averlo esperito in prima persona, altrimenti non potresti comprendere né, tanto meno, essere emotivamente coinvolto in ciò che fa quella persona. Detto più chiaramente: dev’esserci stato almeno un episodio, in passato, in cui hai osservato qualcuno comportarsi così, o magari l’hai fatto tu stesso, e hai maturato l’associazione fra quell’atteggiamento e l’etichetta ‘presunzione’, ad esempio perché è stata usata da un osservatore esterno, supponiamo un genitore o un insegnante, che a sua volta stava inconsapevolmente proiettando sugli altri il proprio mondo interiore.

Quindi, se puoi attribuire a qualcuno l’etichetta di presuntuoso vuol dire che esiste una parte di te che ne ha fatto esperienza, con tanto di strascichi emotivi parassiti che ora tornano a farti visita dal passato: il vicino non c’entra nulla, è solo uno specchio che attiva i solchi mentali della tua mappa mnesica.

Le persone con le quali ci relazioniamo ci completano dunque nel senso che ci danno l’opportunità di conoscere noi stessi, i nostri meccanismi reattivi ma anche le nostre potenzialità; una volta che la conoscenza è stata acquisita e accettata, la relazione ha esaurito la sua funzione; dal punto di vista psicologico dunque la nostra dipendenza dall’altro è puramente illusoria, e viene meno nel momento in cui comprendiamo che ciò che stiamo attingendo dall’esterno è in realtà già dentro noi.

Sul piano pratico non c’è dubbio che la collaborazione fra individui resti fondamentale, così come il completamento che nasce dall’unione dei due sessi non sarebbe raggiungibile diversamente, ma per quanto riguarda la sufficienza psicologica possiamo ben dire di essere ermafroditi, solo che allo stadio immaturo ancora non lo sappiamo; possiamo scoprirlo attraverso le relazioni.

Questo è particolarmente vero per quanto riguarda le relazioni affettive; un’immatura concezione dell’amore porta ad avvicinarlo molto allo stato di bisogno: «senza di te non posso vivere!», «quanto mi manchi!», «non riesco a stare senza te!», caricando l’altro di una responsabilità che non può e non gli compete gestire.

Capita di rimanere travolti dal dolore quando il partner ci lascia, perché viviamo l’illusione di quanto ‘ci faceva stare bene’; in realtà non faceva alcunché, se non darci l’occasione di fare esperienza delle piacevoli sensazioni che il nostro organismo sa provare: non era lui/lei a farci stare bene, eravamo noi ad esserne capaci! Uno spostamento di responsabilità, e di leve di comando, mica da poco. Ora che se ne è andato, posso affliggermi e piangere su me stesso, oppure prendere atto che sono, in potenza, in grado di provare quello stato di benessere: se opto per la seconda scelta, non sarà difficile ricreare le condizioni per ritrovarlo (accettazione), se oppongo resistenza a ciò che è, continuerò a maledire il giorno in cui l’ho incontrato/a, invece di benedirlo.

Nessuno può farsi carico della felicità altrui, l’individuo maturo sa prendersi le sue responsabilità, e fra queste vi è anche quella di decidere della propria felicità; usare capri espiatori per manlevarsi dalle proprie mancanze è comodo e liberatorio, ma non risolve il problema.

Per usare una similitudine, la relazione immatura è come la lettera A, nella quale due segmenti obliqui legati dal trattino orizzontale si appoggiano uno sull’altro, reggendosi vicendevolmente; la relazione matura è ben rappresentata invece dalla lettera H, in cui i due segmenti verticali sono in grado di rimanere in piedi singolarmente, a prescindere dall’esistenza dell’altro e di un legame.

La persona matura che decide di relazionarsi non lo fa per bisogno psicologico, visto che da quel punto di vista è autosufficiente, ma per sovrabbondanza di risorse: lo fa per donare qualcosa, e non per avere qualcosa in cambio; una relazione profonda è un lusso e non nasce da uno stato di indigenza; se accade, i problemi non tarderanno a manifestarsi, e il peso della aspettative a diventare insopportabile.

Altra cosa, come già detto, è la collaborazione e lo scambio sul piano pratico, ma anche in questo caso, se lo stato di bisogno porta a una situazione di dipendenza la relazione diventa patologica: caso emblematico è il rapporto di lavoro subordinato, nel quale si arriva ad usare l’altrettanto ripugnante termine ‘lavoratore dipendente’; in una società sana non esiste alcun vincolo di subordinazione o di dipendenza, ma solo un libero scambio: io ti offro la mia mano d’opera, tu mi paghi; se qualcosa non funziona, ciascuno può rivolgersi altrove e amici come prima.

L’ego, nei rapporti amorosi come in quelli lavorativi, tende invece a blindare la relazione, aggiungendo vincoli a garanzia del mantenimento del rapporto, e facilitando così il suo deterioramento, perché trasferisce il collante (o l’attenzione su di esso) dal mondo della sostanza a quello della forma.

Io sono Francesco


Il mondo cambia ad una tale velocità che nozioni imparate oggi non saranno più valide fra qualche anno; più che i concetti è importante allenare la flessibilità, la capacità di adattamento, la creatività, l’intuizione: sono queste le caratteristiche che ci impediranno un domani di essere sostituiti dalle macchine, sul posto di lavoro come in ogni altro ambito dell’esistenza.

Da ragazzino adoravo disegnare storie a fumetti; ricordo il giorno che la maestra, dopo che ebbi consegnato un compito insoddisfacente, mi disse: «invece di perdere tempo con tutti quei fumetti sarebbe meglio che studiassi di più».

Ecco come uno sprone maldestro può diventare la pietra tombale della creatività: non è un caso se proprio ora, mentre scrivo queste parole, mi sforzo con fatica di ignorare una voce di sottofondo che sussurra che dovrei dedicarmi a qualcosa di più utile.

Non è cambiato molto da allora: la scuola odierna è, salvo rare eccezioni, un chiaro esempio di come la rigidità mentale possa portare a confondere lo strumento con l’obiettivo: dal punto di vista dell’insegnante l’importante è trasmettere una nozione, si è perso di vista lo scopo per cui questa sarà un domani utile al ragazzo; si è perso di vista il fatto che la nozione è uno strumento, e la si è trasformata in un fine.

Dal punto di vista del discente, l’importante è posizionarsi al di sopra della sufficienza o, per i più ambiziosi, ottenere voti alti; si è totalmente perso di vista il fatto che il voto è uno strumento per misurare l’apprendimento: il voto è diventato il fine, e l’apprendimento il mezzo per ‘avere una buona media’.

La scuola attuale è una fabbrica di valutazioni, la fucina del giudizio, quell’invalidante abitudine che ci si segnerà e limiterà per tutta la vita.

Auspico che i ragazzi abbiano sufficiente apertura mentale per non lasciarsi imbrigliare da questi meccanismi, e trarre quanto di buono gli insegnanti possono ancora offrire loro; l’invito mi arriva dal profondo: ragazzi, non lasciatevi sintetizzare da un numero, non potete impedire che lo facciano, ma potete smettere di credere che sia reale.

Il senso della vita


Guaimas partì per affrontare il deserto.

Da mesi sentiva di voler dare una svolta alla propria vita, che fino ad allora gli era parsa sterile e priva di scopo, e questa sembrava essere finalmente l’occasione giusta.

Aveva molta paura, temeva per la sua stessa esistenza, temeva di soffrire, ma più di tutto temeva il fallimento: trovare il Simbolo dell’Anima era una missione tentata da molti, compiuta da nessuno.

Non aveva dubbi: preferiva la morte in quel deserto arido, piuttosto che trovarsi nuovamente di fronte al punto interrogativo di un’esistenza priva di direzioni.

L’albero secco dai nodosi rami attorcigliati, che aveva scelto come porto di imbarco per il suo viaggio di ricerca, si faceva sempre più piccolo alle sue spalle, mentre lui avanzava determinato, rimuovendo senza posa le pesanti pietre scure che trovava numerose lungo il cammino, quasi che il simbolo cercato si trovasse sotto una di queste.

Il sogno ricorrente che lo aveva condotto lì era chiaro: era giunto su questa terra per riportare alla luce il Simbolo dell’Anima, da lasciare in eredità per secoli alle generazioni future.

Non sapeva esattamente come, ma dentro di lui sentiva che ‘portare alla luce’ in qualche modo significava liberare il proprio cammino da tutti quei pesanti massi scuri: forse davvero, sotto uno di essi si celava ciò che stava cercando.

Non aveva una direzione precisa: talvolta procedeva in modo rettilineo, talvolta svoltava bruscamente, come guidato da una forza invisibile che non sapeva dominare.

La gola era secca, la polvere si impastava col sudore della fronte, rendeva difficoltoso il respiro, faceva lacrimare sciupando così altre preziose gocce di liquido corporeo.

Durante la notte si accampava nel nulla, aspettando il gelido buio che con dirompente vacuità spazzava via ogni ricordo dell’afa diurna, facendogli presto rimpiangere quel sole impietoso che l’aveva oppresso fino a poche ore prima.

Vagava da giorni, continuando ininterrottamente a cercare sotto i massi roventi, spostandoli di lato, incespicando, avanzando sempre più tremolante.

Le riserve di acqua e cibo iniziavano a scarseggiare e delle fonti che, a quanto si diceva, dovevano trovarsi lungo il cammino, non aveva trovato alcuna traccia.

Il materializzarsi del rischio concreto sfumava lentamente l’angoscia in paura, mentre quel continuare a spostare sassi che celavano il nulla mutava l’incertezza in frustrazione.

All’alba del quinto giorno si rimise in cammino dopo una notte popolata di incubi; sapeva che quel giorno sarebbe stato l’ultimo: era stremato, ormai non gli importava più di conoscere in che modo sarebbe finita, desiderava solo che cessasse tutta quella sofferenza.

Non dovette attendere molto: la monotonia dell’orizzonte infuocato fu presto interrotta da una sagoma in lontananza, che gli pareva familiare.

Non seppe più distinguere le sensazioni e le emozioni che alla rinfusa presero possesso di lui: sollievo, delusione, rabbia, incredulità, forse anche gioia.

Era salvo! Era tornato al punto di partenza, l’albero nodoso che aveva lasciato alle sue spalle ora era laggiù, accogliente, che lo aspettava.

Aveva fallito.

Lo raggiunse scorato, si inginocchiò davanti ad esso e iniziò a singhiozzare, dando così fondo alle ultime riserve idriche del suo corpo.

Poi il rumore alle sue spalle, come di un possente battito d’ali che repentino si avvicinava dall’alto.

Poi il ritmico spostamento d’aria che lo costrinse a voltarsi.

L’enorme uccello gli sfiorò il capo e si posò sull’albero.

“Bravo Guaimas!” disse la calda voce proveniente dal petto dell’animale.

Guaimas non ebbe la forza di chiedersi se ciò che stava sentendo fosse frutto della sua immaginazione, e sibilò un timido: “Chi sei?”

“I nomi allontanano dal vero, Guaimas! Sono qui per dirti che sei stato valoroso, hai concluso la tua missione, hai finalmente dato un senso alla tua vita.”

Udendo quelle parole restò incredulo: come poteva aver portato a termine la missione, se non aveva fatto altro che vagare in circolo senza una meta, tornando esattamente al punto di partenza? E fu proprio questo che chiese al misterioso Spirito Alato, il quale per tutta risposta fece un balzo di fronte a lui, voltandosi.

“Salta sulla mia schiena e reggiti forte, Guaimas!”

Guaimas obbedì, nonostante la paura; si strinse al collo del volatile, che si alzò in volo leggiadro guadagnando rapidamente quota.

E fu così che comprese. Comprese che la sua piccola mente non avrebbe mai potuto contenere la grandiosità della sua ricerca, e tanto meno indicargli dove cercare.

Vide dall’alto l’enorme colibrì che il suo percorso aveva tracciato sull’arido terreno dell’altopiano di Nazca: vide il Simbolo dell’Anima.

Trascendere


Immagina di essere il macchinista di un treno che si muove lungo binari che si chiudono in circolo su loro stessi: puoi spostarti in avanti o indietro, ma comunque vada alla fine ti ritroverai sempre al punto di partenza; se il binario è sufficientemente lungo l’illusione di non essere prigioniero di un circuito potrà anche durare parecchio, ma prima o poi il sentore che qualcosa non va si fa avanti, il disagio inizia ad emergere.

Eppure apparentemente non c’è scampo: si può andare solo avanti o indietro, mentre destra e sinistra sono spostamenti preclusi.

La frustrazione di incontrare in continuazione luoghi già visti diventa insopportabile e ad un certo punto ti porta ad avere un’intuizione: finché resti sul treno non c’è verso di cambiare le cose, ma nulla ti impedisce di scendere, anzi di tra…scendere.

Ed è così che trascendi i binari della tua vita e li vedi finalmente dall’esterno: era davvero un circuito chiuso, adesso che non sei più dentro al treno è molto evidente.

Hai così aggiunto una nuova dimensione, non sei più su una linea, ma su una superficie; adesso puoi muoverti a bordo del tuo fuoristrada anfibio avanti, indietro, a destra, a sinistra, e in tutte le possibili combinazioni in queste due dimensioni.

Ma non finisce qui, perché alla fine la sensazione di déjà vu si rifà viva; per quanto esplori in lungo e in largo il territorio ti ritrovi sempre in posti in cui sei già stato!

Ci risiamo, intuisci che devi essere ancora prigioniero di sbarre che non stai vedendo, e che puoi trascendere anche stavolta, aggiungendo un’altra dimensione.

Sali su un elicottero, ti alzi in volo e capisci che eri sulla superficie di una sfera, con un grado di libertà in più rispetto a quando eri sul treno, ma sempre prigioniero: solo ora che hai questa nuova visuale dall’alto lo comprendi, adesso puoi spostarti avanti, indietro, a destra, a sinistra, in alto, in basso.

È già accaduto due volte, perché escludere una terza? Fino a qui il tuo cervello animale ti ha aiutato nella comprensione, ma trascendere ulteriormente diventa difficile da visualizzare: d’altronde lo era anche quando eri sul treno, o sul tuo mezzo anfibio; si tratta solo di attendere la giusta intuizione per comprendere che, pur nella vastità degli spostamenti che puoi compiere, resti ancora prigioniero, e che prima o poi dovrai trascendere nuovamente, in un gioco di espansione della coscienza che forse non avrà mai fine.

Resurrezione


Nell’articolo Overlook Hotel ho riportato ciò che ricordavo di un sogno fatto poco tempo fa, di cui ora credo di comprendere meglio il significato.

Quel sogno mi ha messo di fronte al mio bisogno di essere riconosciuto, di avere la conferma di esistere; bisogno che ritrovo in ogni mia interazione con le persone, e mi riporta ai primi tempi della scuola elementare, quando fuori in cortile si giocava a guardie e ladri, e da ladro ero fiero di me perché nessuno mi prendeva… finché ho realizzato che nessuno mi stava inseguendo, non mi consideravano proprio!

Adesso ho compreso che cercare la conferma della mia esistenza negli altri è un’illusione, così come cercare di essere ben voluto: nessuno mi vede veramente per ciò che sono, perché tengo nascosti molti miei aspetti per paura di non essere accettato e amato, col risultato di convogliare l’amore altrui verso un avatar virtuale, distogliendolo da me.

Che valore può avere la benevolenza di chi mi circonda, quando nel mio intimo so che regge su una finzione? Il vero amore nasce dall’accettazione incondizionata dell’altro, soprattutto degli aspetti spiacevoli; trovare il coraggio di essere me stesso ha il vantaggio di filtrare chi davvero mi ama, la paura che non resti nessuno è ciò che continua a tenermi nella recita.

Ma tutti questi sono solo giochetti della mente: alla fine esiste una sola, inoppugnabile conferma della mia esistenza: le mie sensazioni, le mie emozioni mi dicono costantemente che io ci sono, che sono vivo.

Cercavo prove nel posto sbagliato. La dissoluzione delle persone del sogno, la mia solitudine, la mia morte, rappresentavano solo la fine dell’ego.

Io sono altro. Chiudo gli occhi e sento che ci sono.

Non c’è bisogno di ulteriori conferme.

Disordine e coscienza: bottiglie piene o moglie ubriaca?


Porto una bottiglia vuota in cantina e penso con fastidio: accidenti che disordine! Quando ho travasato il vino le avevo poste per bene in fila sullo scaffale, allo scopo di prenderle con facilità, e riproponendomi di mettere poi quelle vuote nel ripiano sottostante, e invece guarda qua: dopo poco meno di un anno, il caos regna sovrano: barattoli di marmellata si sono intrufolati, alcune bottiglie vuote sono finite davanti alle poche piene rimaste rendendone difficile l’accesso, e c’è pure una bottiglia di limoncello regalata da chissà chi. è proprio vero, l’Universo tende spontaneamente al disordine.

In fisica questo fenomeno è descritto dal secondo principio della termodinamica, e il disordine prende il nome di entropia.

L’entropia è destinata ad aumentare costantemente: forme di energia ordinate si trasformano in forme meno ordinate fino a giungere a quella terminale, la più disordinata di tutte: il calore; mischiando acqua calda e acqua fredda otteniamo acqua tiepida ed è impossibile tornare indietro alla situazione di partenza. Le stelle bruciano e il loro calore si dissipa nel cosmo, e si ipotizza che fra miliardi di anni tutto avrà temperatura uniforme senza possibilità di ritorno: è la morte termica!

Questo sarebbe fra l’altro alla base della nostra percezione dello scorrere del tempo, fenomeno non presente in alcuna equazione fisica ma riconducibile ad un mero fatto di esperienza soggettiva. Basta osservare il filmato di un uovo che si rompe, prima proiettato in avanti e poi all’indietro, per rendersi conto che una delle due proiezioni va a rovescio ed è irreale, sebbene nessuna delle due stia violando alcuna legge fisica.

Ma torniamo per un attimo alla mia cantina; è facile immaginare, osservando una foto delle bottiglie in ordine (e piene) e una delle bottiglie in disordine (e vuote), la sequenza temporale dei due scatti; ma la domanda cruciale è: cos’è, in definitiva, l’ordine? E perché è più facile produrre disordine?

Ebbene, se ci rifletti uno stato ordinato deriva semplicemente da una valutazione della mente: di tutte le configurazioni possibili, ce ne sono alcune (poche) che sono preferite. Io preferisco le bottiglie piene. Non c’è nulla di intrinsecamente ordinato e disordinato nel mio scaffale in cantina, è solo un fatto legato al mio giudizio. Insomma, non è un problema dello scaffale, è un problema mio. E siccome di tutte le configurazioni possibili io ne prediligo solo poche, la probabilità di osservare uno stato che interpreto come disordinato è più elevata. Tutto qua.

Se mischio un mazzo di carte, le troverò in disordine. Questo per molti significa che i semi sono mischiati, e la sequenza che va dall’asso al re non è rispettata. E chi l’ha detto che quella configurazione sia da preferire? Solo una convenzione arbitraria. Ma quella convenzione ha stabilito che, delle 40x39x38x…x3x2x1 combinazioni possibili (fai tu la moltiplicazione), solo una è da considerarsi ordinata! è questa stessa convenzione che stabilisce che l’ordine si muta in disordine, e non un principio fisico.

L’uovo che si rompe riflette allo stesso modo un mio desiderio di integrità, che viene da me preferita allo sfascio totale. Tranne quando sono affamato.

Vista in questi termini, affermare che l’Universo si muove da uno stato ordinato ad uno disordinato significa semplicemente dire che lo preferivamo com’era prima: è una nostra interpretazione, l’Universo semplicemente cambia, e siamo noi che creiamo un significato laddove non c’è.

Cosa ha a che fare tutto questo con la coscienza?

Le idee e convinzioni sono semplicemente uno stato ‘ordinato’ della nostra struttura mnesica: comprendere un concetto è un po’ come mettere ordine nello scaffale.

Più la mia mente è ordinata, maggiori sono le idee che mi guidano, e meno sono cosciente, perché le convinzioni mi fanno perdere il contatto con la realtà circostante, che se ne infischia di accordarsi ai miei preconcetti su come dovrebbe essere.

Uscire dal solco significa dunque abbandonarsi al disordine, e incrementare così, contrariamente a quanto potrebbe sembrare in prima battuta, il proprio livello di coscienza.

Ma la vera domanda è: perché mai uno dovrebbe volere una moglie ubriaca?!? Io quel proverbio mica l’ho mai capito.