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I vantaggi delle regole


Sono innegabili i vantaggi che un mondo pieno di regole assicura all’individuo: oltre a creare un ambiente di comfort, magari non proprio piacevole ma sicuro, le regole hanno un altro effetto piuttosto subdolo: deresponsabilizzano.

Nel momento in cui qualcosa deve essere fatto, non mi devo porre più l’interrogativo sull’opportunità della scelta, perché qualcun altro l’ha già compiuta per me; quindi, oltre a non sopportare la fatica della decisione, posso anche non sentirmi responsabile per le conseguenze delle mie azioni, anzi, sono a posto con la coscienza comunque vada, proprio perché ho seguito le regole.

Lo so che sto estremizzando, ma i genocidi avvenuti ai tempi di fascismo, nazismo, stalinismo e altre simpatiche dittature sono stati resi possibili proprio da questo atteggiamento della massa: seguire le regole, il fine giustifica i mezzi, il rispetto delle norme prima di tutto.

Caro lettore, non entro nel merito delle tue scelte, che rispetto quali che siano, ma ti invito ad essere sincero. Nel momento in cui ti trovi a pensare: “mi comporto così perché si deve fare“, prova a girare la frase in quest’altro modo: “scelgo di comportarmi così perché voglio evitare conseguenze spiacevoli per me” .

Sarai più onesto con te stesso, la vita è una responsabilità interamente – ribadisco, interamente – nelle tue mani.

La vetta: OK, target panic!


La vedo, è lassù, illuminata e riscaldata dal sole; dalla cengia umida e ombrosa in cui mi trovo riesco a scorgere piuttosto chiaramente il cammino che porterebbe a riscaldarmi le ossa e l’anima; so benissimo che è alla mia portata e che dipende esclusivamente da me, e tuttavia resto qui, a contemplare dalla distanza.

E so anche perché.

Perché, tutto sommato, chi sono mai io per meritare questo? Perché arrogarmi in prima persona i benefici di quel posto al sole? Perché sottrarlo a qualcun altro più meritevole di me?

Prendere l’iniziativa sposta su di me il peso psicologico dell’esito delle mie azioni; molto meglio reagire ai casi della vita, potrò sempre raccontare agli altri e a me stesso che mi ci sono trovato costretto.

E poi… dove mi trovo è freddo e umido, certo, ma si tratta di un posto che gode di una notevole stabilità, da qui non posso certo cadere. Mentre, se salissi lassù… eh, che diamine, da lassù le possibilità di caduta sono molteplici. Come mi sentirei se arrivassi in vetta, godessi appieno di quel bel sole, e poi con uno scivolone improvviso ruzzolassi di nuovo giù, per piombare dolorante nel luogo di partenza o, peggio, ancora più sotto? Il dolore alle ossa sarebbe nulla in confronto a quello che proverei al cuore al ricordo dell’agio ottenuto e poi perduto, per sempre.

C’è inoltre da considerare che a questo mondo se sei felice non sei mica tanto ben visto. Chissà perché, sembra sempre che il tuo star bene in qualche modo implichi lo star male di qualcun altro. Ed in effetti, se vado ad occupare quel posto nessun altro potrà goderne. Ma a prescindere da questo: che brutta persona sarei ad essere felice quando attorno a me c’è pieno di gente triste? Quanto mi farebbe sentire in colpa starmene lassù al caldo a guardare dall’alto la sofferenza altrui?

No, meglio rimanere qui. Non è affatto confortevole, ma almeno so cosa aspettarmi, so che ho poco da temere. E poi, ostentare la propria sofferenza ha il suo bel perché, il fatto di portare una croce è sempre ben spendibile in società.

Ma devo essere onesto; questa strategia di vita è per molti versi comprensibile, e tuttavia in cuor mio so di non avere il diritto di fare una cosa: recitare il ruolo della vittima. Perché la situazione che sto vivendo nasce da una scelta tutta mia, e sarebbe davvero ipocrita dare la colpa al destino, al mondo, agli altri.

Fare la vittima significherebbe rifiutarsi di guardare in faccia la realtà, perché alla fine anche la non azione è una scelta ben precisa che si compie, anche se molto più facile da lasciar passare inosservata.

E mentre faccio queste considerazioni e ammiro la vetta tuttora libera, alcuni dubbi provenienti dal cuore si insinuano striscianti nella mia mente.

Non sarà forse che, a sommare tutti questi periodi di sofferenza, latente ma sopportabile, lungo l’arco di una vita, alla fine incassare qualche saltuario ruzzolone sia il male minore? Nell’economia generale dei profitti e delle perdite, non converrà forse rischiare?

Soprattutto: e se quel bel posto lassù, che al momento è vacante, mi fosse stato riservato da una qualche sorta di equilibrio cosmico? Passami per comodità un linguaggio religioso, d’altra parte finora sono stato moralista a mio svantaggio: e se fosse un posto che  Dio ha creato proprio per me, nella sua infinita benevolenza? Parlo dei famosi talenti della parabola, con riferimento ai quali abbiamo un ben preciso compito: quello di farli fruttare e non tenerli nascosti al sicuro in cassaforte.

Che arrogante, supponente, presuntuoso e irriconoscente sarei in questo caso, a rifiutare una simile opportunità!

Il diapason


L’altro giorno con alcuni amici si discuteva del fatto che siamo gli unici responsabili della nostra felicità; l’obiezione di una di loro è stata degna di attenzione, perché secondo me ha centrato un punto cruciale.

Per farci notare quanto sia difficile convincersi che le cose stiano davvero così, l’amica in questione ha raccontato un episodio che le era accaduto giorni addietro, quando andando a lavoro con lo scooter ha fatto una manovra che un automobilista ha giudicato azzardata, ed è stata pertanto pesantemente insultata con conseguente inizio della giornata in uno stato d’animo pessimo.

A questa obiezione mi viene da rispondere pensando al diapason.

Il diapason produce normalmente il LA e viene utilizzato per accordare gli strumenti musicali, ma a seconda della lunghezza dei suoi rebbi può produrre svariate tonalità; lo tiro in ballo perché ci permette di osservare un fenomeno parecchio interessante: quando due diapason che producono la stessa nota sono vicini, se percuotiamo il primo facendolo entrare in vibrazione, la nota emessa produrrà la stessa oscillazione anche nel secondo, che entra in risonanza.

In pratica il primo vibra, fa vibrare l’aria attorno a sé e l’aria, a sua volta, fa vibrare il secondo, che emette la stessa nota.

Ma se il secondo, invece di produrre il LA, fosse stato strutturato per produrre ad esempio un SOL, allora sarebbe rimasto immobile, indipendentemente da quanto forte avessimo percosso il primo.

Il diapason si lascia influenzare per risonanza da un altro solo quando viaggia sulla stessa lunghezza d’onda.

Intuisci dove voglio arrivare? E’ certamente vero che non posso trascurare le influenze del mondo esterno sui miei stati d’animo, ma è altrettanto vero che questo non mi deresponsabilizza affatto: se un insulto ha il potere di destabilizzarmi, significa che viaggio su frequenze troppo basse, ed è su questo che devo lavorare, iniziando intanto ad osservare il fenomeno in modo neutro, senza giudizio.

Ti ricordo che siamo fatti di energia, in ultima analisi di onde elettromagnetiche, e che l’attività cerebrale si misura appunto in base alla frequenza di queste ultime.

Ti sembra dunque così azzardato pensare che siamo dei complessi diapason soggetti a fenomeni di risonanza?