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Ispirazioni aspirando


Sto passando l’aspirapolvere.

Le mie deviazioni maniacali esigono che ogni centimetro quadrato del pavimento sia stato visitato dallo strumento pulente: decido di assecondarle, perché la mia mente sentenzia che ogni tipo di lavoro, anche il più insignificante, va fatto per bene.

Ok, mente, ti presto ascolto.

Lei è molto brava nell’affrontare problemi di questo tipo, ha subito trovato un valido criterio per non trascurare nemmeno un angolo di mattonella: suddivide il pavimento in aree più piccole; il rettangolo delimitato da tre muri laterali e dalla linea immaginaria che dal bordo del letto arriva allo spigolo della porta, quello individuato dalla nicchia della porta finestra, il piccolo corridoio fra il letto e il muro, e così via.

Mi risulta così facile aggredire l’enorme vastità dei quaranta metri quadri del pavimento di casa mia: divide et impera! E’ più agevole controllare zone di piccola dimensione, per poi passarle in rassegna nella loro totalità.

Mi rendo conto che ogni volta lo schema di suddivisione si ripete uguale a sé stesso, potrei addirittura attribuire delle etichette ad ogni area: la Zona Lato Finestra, la Zona Lato Armadio, l’Accesso al Bagno, e via di seguito.

Cosa hanno di reale queste zone? Nulla. Sono solo suddivisioni di comodo, funzionali ad una più agevole applicazione del trattamento igienizzante; di fatto esiste una sola, unica, indivisa superficie ricoperta di mattonelle.

Eppure, via via che me ne servo, queste suddivisioni acquisiscono realtà per me, e alla fine mi comporto come se avessero un’esistenza autonoma. Difficilmente i miei automatismi operativi acconsentiranno a procedere secondo frazionamenti alternativi, altrettanto arbitrari.

Da questa considerazione muovo il passo generalizzante successivo: la mia mente non si comporta così solo per questo tipo di frivola parcellizzazione, ma lo fa in continuazione, lo fa per tutto.

Ogni separazione è arbitraria, tanto quanto quella operata sul pavimento. Serve solo alla mia mente per muoversi, per trovare dei criteri di gestione dell’ambiente circostante; diversamente, non saprei in che direzione andare.

Un libro, una tazza, una sedia, un tavolo: sono solo classificazioni di comodo nella mia mente. Ho lavato la tazza e poi l’ho messa sopra il tavolo. Wow, fico, che efficacia!

Nulla di reale esiste, al di fuori di ciò che decido io con le mie suddivisioni arbitrarie quanto illusorie.

Un metodo potente ed efficace, lo devo ammettere. Ma molto, molto pericoloso, se non ne sono cosciente.

La pista cifrata


Quando vieni al mondo sei tempestato da migliaia di stimoli, un vero casino! La realtà che ti trovi di fronte è grosso modo questa.

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In quella marea di punti non ti riesci proprio a muovere: è necessario mettere ordine, trovare un significato, altrimenti non sai che fare. Occorrono dei criteri che ti permettano di individuare il comportamento più adeguato per poter sopravvivere.

Ecco allora che la mente, tuo principale strumento di sopravvivenza, inizia a proporti i primi collegamenti. Piano piano inizi ad individuare delle regolarità negli stimoli che ricevi e, come nel celebre gioco della settimana enigmistica, alcune figure emergono dallo sfondo; presumibilmente le prime a venire a galla sono quelle di mamma e papà.

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Poi, lentamente, capisci che in quella confusione di dati ci sei pure tu; la tua interpretazione del mondo si va completando.

E colleghi i puntini, nuovamente. Ma via via che procedi a tirar giù righe, i gradi di libertà diminuiscono.

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Si tratta solo di un caso, o hai collegato i “tuoi” puntini in modo da creare una forma che grosso modo si adatti a una delle altre?

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Il tempo passa, tu cresci, e la porzione di mondo con cui entri in contatto si va via via ampliando: nuovi puntini da collegare, nuove esperienze da catalogare.

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Ma ormai hai trovato il metodo: non hai alcuna difficoltà ad attribuire un significato alla nuova realtà allargata in cui ti sei venuto a trovare.

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Ma non sempre si tratta di una realtà a cui riesci ad adeguarti, non sempre ti senti adatto; hai compreso il mondo, ma non ti piace affatto, lo senti molto diverso da te. Inizi a soffrire, a pensare di essere sbagliato. La vita da adulto è un vero disagio, quanto rimpiangi l’infanzia!

Questo stato di sofferenza e rifiuto del mondo può protrarsi indefinitamente, a meno che…

A meno che non succeda qualcosa, uno shock esterno o interno a te, che ti faccia rimettere tutto in discussione, e comprendere la verità: i puntini sono reali, ma le linee che li uniscono sono solo tue! Quanta dogmatica fede hai da sempre riposto in esse, e quanto ti sono state utili per muoverti in quel mondo confuso.

Eppure è tutto arbitrario, è tutto posticcio. Perfino l’idea che hai di te è falsata, è solo una delle infinite interpretazioni che potevi dare. E questa è la parte più dolorosa: mettere in discussione chi sei. Annullare quell’io che ti accompagna dall’infanzia per tornare al set di confusi puntini.

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Per farlo devi distruggere l’immagine precedente e questo fa male, perché è un po’ come morire; ma ti permette di rimettere a nudo la tua vera essenza per poi creare uno schema nuovo, sempre arbitrario, certo, ma più funzionale al nuovo contesto.

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E finalmente comprendi: tu non sei quelle linee, tu sei i puntini!

La vita è un fatto di interpretazione, tutto sta a trovare quella che ci fa stare meglio, con la consapevolezza che si tratta solo di questo, di una interpretazione appunto, e pronti a cambiarla quando le circostanze lo richiedano.

Ora sei sereno, ora non hai più resistenze, ora non c’è più sofferenza. Qualche volta provi dolore, quello è inevitabile… ma con la sofferenza hai finalmente chiuso.

Facciamo finta


Riprendo sotto diversa angolazione la tematica introdotta in questo articolo, e torno a frustrare il tuo ego con una metafora destabilizzante: siamo tutti quanti individui fortemente miopi ed astigmatici che osservano l’interno di una stanza dal buco della serratura, con l’arrogante e ferma convinzione di conoscere la casa a menadito.

Se ti sembra esagerato, rifletti su quanto segue.

Siamo in grado di percepire una frazione molto limitata delle onde elettromagnetiche che raggiungono il nostro occhio,  come illustra l’immagine seguente.

spettroE lapalissianamente (ma non troppo), quelle che non raggiungono l’occhio sono per definizione invisibili: se ci trovassimo in una stanza piena di luce ma i cui fotoni viaggiano avanti e indietro, ordinatamente come in un laser, perpendicolarmente alla linea della nostra visuale, noi ci sentiremmo immersi nel buio più totale, perché nessuno di essi raggiungerebbe la nostra retina.

Lo stesso dicasi per le onde sonore: non siamo in grado di percepire gli ultrasuoni o gli infrasuoni, cosa che invece molti animali, pur sempre con notevoli limiti, sono in grado di fare.

Idem come sopra per gli odori: vogliamo forse metterci a competere con l’olfatto di un cane?

Le casistiche che potrei elencare sono molteplici; tutte quelle finora presentate sono relative alla limitazione dello strumento di percezione: ma andiamo oltre, perché il segnale grezzo rilevato, ad esempio il fotone che l’occhio cattura, va poi elaborato, trasformato in informazione, interpretato.

E qui entra in campo il cervello, o più in generale la coscienza: gli studi delle neuroscienze hanno evidenziato come, delle migliaia di stimoli per secondo che arrivano al cervello, per ragioni di economia solo poche unità (meno di una decina), vengono selezionate; le altre sono scartate. I criteri di selezione sono peculiari e cambiano da individuo ad individuo, in base all’esperienza accumulata e agli obiettivi perseguiti.

Il video seguente è particolarmente interessante sotto questo profilo.

Le informazioni selezionate dalla coscienza vanno poi a far parte di sistemi e modelli di più alto livello, entriamo nel campo delle idee, dei concetti, delle opinioni. E qui opera un ulteriore livello di semplificazione che produce risultati arbitrari: quello che ad esempio lui interpreta come un atto gentile (portare dei fiori) lei lo vede come gesto sospetto (cosa vorrà farsi perdonare?).

Ebbene, dopo questa carrellata per nulla esaustiva, sei ancora dell’idea che la tua visione del mondo sia affidabile?

Non ti pare evidente che hai a disposizione solo una versione ultra semplificata di quella che chiami realtà, perché è solo questo che le limitazioni dei tuoi sensi e della tua mente ti possono offrire?

Muovendo da questa considerazione, come puoi pretendere di comprendere la realtà per questa via, la via tipica del pensiero scientifico e razionale?

E se pensi che sia solo una questione di affinare la tecnica, sappi che la fisica quantistica ci ha pure precluso la possibilità di eseguire misurazioni di precisione assoluta, negandola in linea di principio, a prescindere dalla potenza dello strumento utilizzato. 

Intendiamoci, non ho detto granché di nuovo, questo non è che il mito della caverna di Platone rivisto in chiave moderna.

Comunque, per ritornare alla metafora dei terrapiattisti, quello che hai a disposizione è solo una mappa, un mezzo che ti permette di vivere nel quotidiano, affidabile solo localmente; se pretendi che la mappa ti dica come è fatto l’intero pianeta, andrai incontro agli inevitabili problemi di approssimazione e alle distorsioni dovute alla rappresentazione in piano di una superficie sferica; la mappa non è fatta per conoscere il mondo, ma per orientarsi nel boschetto dietro casa.

Se invece vuoi conoscere il mondo, sarà il caso che tu inizi a cercare altre strade; e dovrai trovare da solo la tua, nessuno te la può indicare.

Personalmente ho un’idea sul da farsi, e questo ovviamente non può che valere per me; fermo restando che mi conviene tenermi ben stretta la mappa che mi sono fin qui costruito, pena l’impossibilità di sopravvivere nel quotidiano, provo a concedermi talvolta la possibilità di metterla da parte. Questo significa abbandonare ogni convinzione, ogni certezza, ogni regola, ogni forma di identificazione.

Insomma, fare il vuoto. Il vuoto fertile. Il vuoto quantistico.

Questa è la mia risposta, questa la mia strada; ora che l’ho trovata, non mi resta che imboccarla.

E per farlo, devo abbandonarla.

È che l’umano ha bisogno sempre di fare finta
è un animale imperfetto ha bisogno del falso per vivere a quello che c’è
Limitare lo sguardo a qualcosa che sembra reale
mentre invece è soltanto illusione è un trompe l’oeil

Siamo tutti terrapiattisti


Ti senti superiore quando ascolti le stravaganti tesi dei terrapiattisti, vero? Beh, forse dovresti ricrederti.

Immagina di avere fra le mani la piantina di Roma, una piantina che hai disegnato tu stesso dopo aver girato in lungo e in largo per la città; sei riuscito a riprodurre in scala, ma in modo piuttosto fedele, la posizione di ogni monumento o casa.

Il tuo amico Adam, che abita a Londra e come te è piuttosto meticoloso, ha fatto altrettanto per la città in cui vive.

Sfortunatamente prendete una decisione di comune accordo che porterà al burrascoso scioglimento dell’amicizia: convenite di ampliare, con un lavoro immane e molto faticoso, le due piantine, includendo via via i territori limitrofi fino a mettere in comune i lavori, per creare una gigantesca mappa che inglobi gran parte dell’Europa!

Via via che vi avvicinate ad una zona comune, confrontando i lavori, cominciate a capire che qualcosa non torna… uno dei due deve aver sbagliato le misure, perché le distanze, gli angoli e le posizioni reciproche degli elementi non corrispondono!

Inizia un confronto dapprima pacato, poi sempre più animato che porta al fallimento del progetto comune e alla fine di una lunga amicizia.

Entrambi siete convinti di essere nel giusto, avete verificato più e più volte le misure, tutto è corretto… eppure i due lavori messi a confronto non combaciano, sono discordanti!

Per forza, la superficie della terra è curva! Le vostre piantine iniziali descrivevano una zona limitata, approssimando con un piano quello che in realtà è la superficie di una sfera. Dal punto di vista pratico questa approssimazione è più che accettabile, sarebbe molto complicato tenere in considerazione l’infinitesima curvatura a quella scala, oltre che inutile, perché l’errore che ne deriva è molto inferiore al fisiologico ed ineliminabile errore di misurazione.

I mezzi che avete a disposizione sono limitati per descrivere il territorio nella sua interezza, ma molto efficaci per descriverne una piccola porzione; il problema nasce quando perdete di vista il fatto che si tratta di un’approssimazione e cadete dell’arroganza di attribuire connotazione di realtà globale a ciò che invece è solo una mappa locale: le vostre visioni cessano di essere concordanti e nasce il conflitto.

Questo è esattamente ciò che accade nei nostri rapporti quotidiani!

L’immagine che ci facciamo della realtà non è che una rappresentazione mentale, una semplificazione, un’interpretazione priva di qualsivoglia assolutezza, e alquanto dipendente dalla posizione in cui ci troviamo.

I nostri sensi ci permettono di registrare solo una piccola parte del tutto: per esempio l’occhio percepisce solo una minima frazione dello spettro elettromagnetico.

Il nostro intelletto non è in grado di processare tutte le informazioni che riceve,  dei milioni di stimoli ricevuti ne trattiene solo un’infinitesima parte, mettendo a fuoco solo ciò che reputa rilevante per la sopravvivenza: è quella che viene chiamata attenzione selettiva.

In definitiva, ciò che a noi sembra il territorio, non è che una mappa. Una schematizzazione, un’approssimazione dovuta ai nostri limiti fisici e psichici.

E ogni individuo ha la propria, spesso accompagnata dall’arrogante presunzione di essere l’unica.

Finché non prenderemo coscienza di questo stato di cose non potremo costruire una cartina geografica comune e resteremo nell’isolamento, ciascuno confinato nella propria confortevole quanto illusoria Flatland.

Nati per correre


La giornata era limpida e fredda; il sole che faceva capolino da dietro le montagne dissolveva lentamente la nebbiolina del primo mattino.

Io osservavo quella meraviglia dalla finestra della camera, e dentro di me sentivo la vocina che sussurrava maliarda: “prenderai un sacco di freddo, la temperatura è sicuramente sotto zero là fuori, resta in casa al calduccio, chi te lo fa fare?”

Conoscevo bene quella voce, mi aveva spesso dissuaso dal cogliere numerose occasioni di vita, in passato, e mi forzai a fatica di non darle ascolto: sarei stato parte integrante ed attiva di quel bel paesaggio là fuori.

Indossai la termica, la fascia per le orecchie, i guanti, ed uscii.

Il freddo pungente offendeva le mie guance, lo sentivo insinuarsi lungo la gola fin giù nei polmoni; ogni mia espirazione produceva bianche nuvolette che si disperdevano pigramente sopra la mia testa.

Iniziai ad avanzare timide falcate lungo il sentiero dietro casa, che divenne presto ripida salita in mezzo ai castagni spogli.

Il fiato era corto, le gambe dure e affaticate; sentivo il crepitio delle foglie secche irrigidite dal gelo infrangersi sotto i miei piedi.

La vocina tornava a più riprese alla carica mettendomi di fronte alla folle inutilità di quella corsa nel bosco gelato: diceva che il fisico non avrebbe retto, che sarebbe stato saggio tornare indietro; ma io mi conoscevo bene, sapevo che sarebbe stato sufficiente resistere ancora un pochino, e poi la piacevole sensazione del corpo pervaso dall’energia che entra in circolo avrebbe cambiato completamente le carte in tavola.

Raggiunsi il punto di svolta: è quello in cui credi di essere arrivato al limite delle tue potenzialità; è proprio allora che bisogna sforzarsi di non credere alle illusioni della mente, che per un eccesso di zelo protettivo traccia i confini del possibile molto, molto prima di quelli effettivi.

Così feci: continuai a correre. E d’improvviso, come per magia, la fatica svanì, per lasciar posto alla piacevole sensazione di calore che abbracciava ogni cellula del corpo, contrastando in perfetto equilibrio termodinamico la pressione del freddo pungente dell’ambiente circostante.

Ero entrato a regime, la mente aveva interrotto il suo petulante chiacchiericcio, e potevo finalmente dare ascolto solo le mie sensazioni; gli alberi sfrecciavano rapidi al mio fianco, per poi diradarsi gradatamente e lasciare spazio all’ampio dosso erboso ricoperto di brina che individuava la vetta.

Mi fermai, il fiato che continuava a condensarsi in sinuose nuvolette evanescenti, a contemplare l’incantevole panorama che si poteva godere da lassù. Il sole con tutto il suo carico di energia dissolveva rapidamente il ghiaccio dai miei pensieri.

Ero vivo. Ero felice e libero.

L’ennesima, inconfutabile conferma di quanto valga la pena sforzarsi di ignorare i freddi precetti protettivi della mente, per lasciare spazio al corpo e al cuore.

Gridai ‘GRAZIE’ al vento che spazzava la vetta e ripresi la corsa, in discesa verso casa.

Analogico o digitale? Ovvero: olismo o riduzionismo?


Questo articolo vorrebbe declinare in parole un pensiero che ho nella testa, ma il contenuto stesso di quanto desidero trasmetterti mette in discussione la possibilità che io riesca a farlo… insomma mi trovo di fronte ad un paradosso, ad ogni modo ci provo.

Qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza al festival della scienza nella quale si raccontava degli strumenti matematici, e dei rispettivi scopritori, di cui Einstein si è avvalso per dimostrare la sua teoria della relatività; al termine, al consueto giro di domande da parte del pubblico, una mi è sorta spontanea: perché mai il linguaggio matematico si presta così bene a descrivere i fenomeni fisici? In altri termini: perché la natura comunica con noi attraverso il linguaggio della matematica?

Le risposte dei relatori mi hanno convinto della affidabilità di questo strumento, ma non hanno dato ragione del perché, né mi aspettavo che fosse possibile farlo: in effetti la domanda sconfina molto nel campo delle speculazioni filosofiche più che della scienza.

Argomento archiviato; senonché stamattina, parlando di tutt’altro con mia moglie, è venuta fuori questa considerazione: secondo i recenti studi di fisica quantistica, che hanno poi riscoperto in forma nuova tradizioni e conoscenze millenarie, il mondo sarebbe un sistema unitario, olistico, di cui noi facciamo parte; la nostra sofferenza discenderebbe quindi unicamente dal fatto che noi ci sentiamo separati da esso, e non parte integrante.

nubi sole

 

Secondo questa visione percepiamo il mondo come noi da un lato, gli altri dall’altro; il tutto viene scomposto in parti, ma è solo un’operazione di comodo, la realtà è ben diversa.

E perché mai abbiamo bisogno di questa suddivisione? In altri termini: perché abbiamo l’esigenza di introdurre una separazione dove non esiste al fine di lasciar emergere la comprensione nel nostro campo di consapevolezza?

Detto diversamente: la realtà è analogica, un tutto unico, e noi dobbiamo vederla come digitale per poterla comprendere; lo stesso linguaggio verbale che usiamo per descriverla viene definito digitale, proprio perché scompone in pacchetti la realtà creando degli scomparti (di comodo, artificiali) e appiccicandovi sopra delle etichette (‘libro’, ‘sedia’, ‘fame’, e così via), a differenza di un disegno che invece descrive la realtà per analogia.

Insomma, la realtà è un fenomeno continuo che noi approssimiamo con un modello discreto.

Sembrerebbe che per poter interpretare il mondo, e comunicarlo ad altri, una parte del nostro cervello (l’emisfero sinistro) abbia bisogno di questa operazione di digitalizzazione, un po’ come un’immagine viene scomposta ed impacchettata in sequenze di bit e byte per poter essere trasferita attraverso l’etere da un cellulare all’altro.

Improvvisamente, con mia grande sorpresa ho notato come questa osservazione fosse di fatto la stessa, anche se vista da un’altra angolazione, che feci giorni addietro alla conferenza: la matematica non è altro che un processo di digitalizzazione della realtà di cui ci serviamo per poterla interpretare e, per qualche strana ragione, noi non saremmo in grado di comprendere il mondo senza questa preliminare operazione di ‘scomposizione in fattori’.

O meglio: è la nostra mente razionale, quella che ci fornisce la consapevolezza di esistere, ad averne bisogno; il nostro senso del sé necessita di approssimare la realtà analogica con un modello digitale, artificioso, al fine di interagire con esso. Ma è solo un artificio, in ultima analisi un’illusione!

Questa considerazione mi affascina non poco, e mi chiedo se possa esistere una strada per arrivare a comprendere senza usare questa finzione: sento in cuor mio che la risposta è affermativa, e che la strada in questione porta ad una sorta di illuminazione liberatoria e catartica, ma so che nel momento in cui la trovassi, per sua stessa natura, mi troverei nell’impossibilità di descriverla utilizzando gli strumenti digitali di questo blog: ti invito perciò a trovare la tua personalissima via per capire come è fatta la realtà che ti circonda, al di là della matrix.

Ma io, chi sono?


Nel precedente articolo ho cercato di smontare un po’ di convinzioni sulla tua identità, generando con ogni probabilità un senso di vuoto e smarrimento, perlomeno se hai avuto la pazienza di seguirmi fino in fondo; provo ora, sperando di riuscire ad usare la giusta dose umiltà, a formulare un inizio di ragionamento per rassicurarti che quel vuoto è colmabile.

Non prima di aver scavato ancora un poco.

Ti avevo lasciato dopo aver demolito l’ultima delle tue convinzioni, e cioè che tu sei il tuo corpo fisico; qualora non ti avessi ancora persuaso, aggiungo questa informazione: lo sai che un corpo umano adulto si rinnova per intero in media ogni sette anni? Questo significa che dentro di te non c’è più una sola delle molecole che contenevi sette anni fa! Come puoi allora sostenere che tu sei il tuo corpo fisico, se questo cambia in continuazione? Aveva ragione Pirandello: quelli che chiamiamo personaggi di fantasia nelle commedie o nei romanzi sono dotati di maggior realtà di noi esseri umani, perché loro rimangono immutabili, fedeli a loro stessi nel tempo, mentre noi cambiamo in continuazione!

Ti rimane un appiglio, e da informatico (bada, lo faccio, non lo sono!) è l’ultimo baluardo a cui sono rimasto aggrappato fino a poco tempo fa: tu sei struttura informativa, software. Tu sei le tue idee, ed il progetto che mette in relazione atomi, molecole, cellule, organi che costituiscono il tuo corpo, in una complessa piramide organizzativa.

Questa posizione è più difficile da demolire; eppure… mi sono persuaso che anche in questo caso ci si discosti dalla verità, o che, quantomeno, sia rischioso identificarsi con tutto ciò. Perché, dopotutto, quando il tuo corpo non ci sarà più, quando l’hardware sarà dismesso… chi garantirà l’esecuzione del software? Software che peraltro si modifica e cambia in continuazione (mutazioni genetiche, cambi di opinione, salde convinzioni ritrattate a distanza di pochi anni). L’ipotetica fotografia dell’assetto delle mie idee oggi sarebbe completamente diversa da quella che si sarebbe potuta scattare solo un anno fa. Significa forse che l’io di oggi non è più l’io di un anno fa? Dove va a finire allora il concetto di identità?

Ma al di là della questione teorica, rimane la questione pratica: identificarsi con le proprie idee è rischioso e foriero di infelicità, perché quando queste vengono messe in discussione tu ti arrocchi in loro difesa, giuste o sbagliate che siano, con la convinzione di difendere te stesso. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione. Cambiare opinione non mina alla base il tuo essere, ed è talvolta l’unica via di salvezza.

non sono io

In tutto questo mutevole divenire, come possiamo dunque parlare di identità?

E qui entra in gioco il concetto di primo piano e sfondo; già… perché finora ti sei sforzato di trovare te stesso cercando fra le figure in primo piano. E se invece il posto giusto dove cercare fosse lo sfondo?

Per spiegarmi meglio, ti propongo la seguente immagine.

triangolo

Ti sembra di vedere un triangolo bianco in primo piano, vero? Ebbene, questa illusione ottica è analoga a quella mentale che ti ha accompagnato fin qui, mentre avanzavi ipotesi sulla tua identità. Non esiste alcun triangolo bianco, è solo una proprietà emergente che la tua mente individua a causa degli elementi presenti sullo sfondo.

Questa è l’importante presa di coscienza che ho maturato recentemente: ho sempre cercato nel posto sbagliato.

Mi sono sempre concentrato sul primo piano… mentre forse avrei dovuto guardare lo sfondo per capire chi sono… perché tutto ciò che immaginavo di essere non è altro che una serie di proprietà emergenti, congiunturali, occasionali, talvolta fortuite ma in ogni caso per nulla strutturali di un qualcosa di più fondamentale, che pervade lo sfondo.

Di che natura sia questo sfondo, sarà argomento del prossimo articolo…

Uscire dal problema


Oggi ti propongo uno dei giochini che mi è sempre piaciuto per la sua capacità di smascherare i falsi limiti che la mente ci pone; data la disposizione di nove punti sotto riportata:

puntini

occorre unirli con quattro tratti rettilinei, senza mai staccare la penna dal foglio.

Chi provi ad affrontarlo per la prima volta, tenderà a provare soluzioni di questo tipo

puntini_wrong

ma per quanto si sforzi di proseguire lungo la strada imboccata, non arriverà mai alla soluzione. Per raggiungerla, occorre cambiare approccio e rompere gli schemi.

Quali schemi? Quelli in cui la mente ci ha calato attingendo dalle esperienze pregresse. Una di queste suggerisce che i puntini sono disposti a quadrato, ed inconsapevolmente consideriamo tale quadrato come ‘campo di gioco’. Ecco il limite che nessuno ha mai posto, se non la mente. Chi l’ha detto che abbiamo a che fare con un quadrato?  Ma anche volendo ammettere questo, chi l’ha detto che non dobbiamo uscirne?

Vincoli illusori, ma con effetti reali. Quelli di non riuscire a risolvere il problema.

Quando smetti di pensare al quadrato, e cerchi di utilizzare anche lo spazio del foglio al di fuori di esso, ecco l’illuminazione:

puntini_right

e subito dopo realizzi quanto sei stato cieco a non vedere una soluzione così banale o, se il tuo ego è piuttosto ingombrante, gridi all’imbroglio, oppure ancora ti giustifichi con frasi che iniziano con “ma io davo per scontato…”

Mettila come vuoi, ma il succo del discorso è che ti sei autolimitato, per questo non hai trovato la risposta.