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Il qui e ora di una salita in bicicletta


Il sole è alto sull’orizzonte, fa caldo e la salita che sto affrontando è piuttosto lunga, non sono neanche a metà.

Ho già parecchi chilometri alle spalle e inizia a farsi sentire un lieve fastidio al ginocchio; il piede sinistro duole già da un po’: accidenti, dovevo prendere le scarpe più grandi di un numero… col caldo e lo sforzo i piedi gonfiano e poi fanno male.

Almeno non ci fosse quest’afa… e ora ci si mettono pure i tafani, vogliono banchettare con me.

La mente vaga, mi ripropone le numerose letture in cui si suggerisce di stare nel qui ed ora, perché nel qui ed ora non puoi avere problemi, i problemi ci sono solo quando ti proietti nel futuro o ti ancori al passato.

Non posso fare a meno di pensare: caro amico che scrivi queste belle cose, vorrei che adesso fossi qui al mio posto, poi vediamo che dici; per me, stare nel presente in questo frangente non fa che aumentare il disagio; meglio fuggire con la mente altrove, distrarsi, anestetizzarsi immaginando la bella birra fresca che mi aspetta nel frigo al mio rientro.

Improvvisamente una nuova visione della realtà spazza via tutto: non ho capito affatto cosa significhi vivere nel qui e ora, per questo sto soffrendo la salita.

“Fa caldo”, “la salita è ancora lunga”, “sento un lieve fastidio al ginocchio”, “il piede sinistro duole”, “quest’afa è insopportabile”, “i tafani mi stanno divorando”. Etichette. Giudizi. Proiezioni dal passato. Mi sto lamentando, non sto affatto vivendo nel qui e ora.

Il qui e ora è fatto di sensazioni, e le sensazioni precedono ogni etichetta che la mente può attribuire; nel momento in cui dico “ho caldo” sono già nel giudizio, sono già sul piano mentale, ho perso il contatto con la sensazione, sono nel passato e non più nel presente.

Nel presente c’è solo la sensazione pura, priva di connotazioni o catalogazioni; per catalogarla devo recuperare dall’archivio delle esperienze passate il fascicolo contenente qualcosa di analogo a ciò che sto vivendo, leggere l’etichetta che vi avevo apposto e quindi attribuirla anche all’esperienza attuale, che a questo punto scivola via dal presente, perdendo tutta la sua unicità, per piombare nel passato, indistintamente, assieme alle altre cose già viste, ammantandosi di un opaco alone di preconcetti.

Dopo questo insight, provo non senza difficoltà a cambiare approccio: ascolto solo ciò che sento, senza giudicarlo, senza catalogarlo. Mi immergo nel mare degli input percettivi, mi lascio trasportare dalle sue onde impetuose. Non c’è più fatica, non c’è più caldo, non c’è più dolore.

Solo questa magnifica esperienza.

(Ancora giudizi! La mente ci prova sempre!)

Solo questa esperienza.

Grazie, vita.

Poligoni e circonferenza


La realtà in cui sono immerso è come una circonferenza.

La mia mente razionale non è in grado di comprendere quella forma, ragiona in modo lineare, per poligoni; quanto più riesco a raffinare i processi di pensiero, tanto maggiore è il numero dei lati che approssimano la circonferenza e tanto migliore è di conseguenza l’approssimazione.

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Ma sempre di approssimazione si tratta.

Le parole sono etichette appiccicate sopra ad ogni lato del poligono; quante più parole riesco a padroneggiare, tanto più vasta è la realtà che posso cogliere a livello cognitivo.

La realtà è continua, la mia mente la vede discreta. La realtà è analogica, la mia mente la semplifica con un processo di digitalizzazione.

Non riuscirò mai a percepire la realtà nella sua globalità, a meno che non metta da parte il pensiero razionale, e con esso le parole, e mi abbandoni alle sensazioni, senza alcuna pretesa di catalogare o etichettare.

A meno che non smetta di pensare.

Gli insegnamenti di madre Ayahuasca


Ho fatto questa esperienza per comprendere ciò che la mia spiccata razionalità mi precludeva. Per ridare significato ad una vita che il mio intelletto non riusciva più a giustificare. Per la curiosità di vedere la realtà che mi circonda, quella vera.

Ho preso la pillola rossa di Matrix.

E molte risposte sono arrivate: punto di partenza per farsi raggiungere da altre, ora che sento di avere la fiducia per abbandonarmi all’immensità che si trova dentro di me.

Ho sentito che la realtà è fatta di sensazioni e non di pensiero.

Ma prima di entrare in pieno contatto con le proprie sensazioni è necessario essere pronti, per non venirne travolti. Ho sentito la loro potenza, ad un certo punto avrei voluto urlare basta, smettete, è bellissimo ma non lo posso sopportare.

Ecco da cosa mi protegge il pensiero.

Il pensiero mi ha salvato, è la mia crema solare più potente.

Quante scottature ho preso da giovane per essermi esposto indiscriminatamente ai raggi del sole estivo! Non ci si può abbandonare di colpo a tutta quell’energia, l’ho provato letteralmente sulla mia pelle. Va fatto con gradualità, poco per volta, e bisogna mettere un filtro solare. Al corpo serve il tempo di abituarsi, di rafforzarsi.

Ecco l’importante funzione della mia mente: mi protegge da me stesso. Filtra, nasconde, altera. Mette ordine, assegna priorità. Diversamente sarei una barchetta in balia delle onde emotive.

Ma là dietro, oltre questa barriera, c’è la realtà, ed è bellissima!

Ho viaggiato fra le mie paure, i miei fantasmi, i miei mostri. Ero sempre io? Ho viaggiato fra immagini cangianti, sensazioni contrastanti. Ho provato un profondo senso di inaffidabilità, non c’erano più solide basi su cui poggiare i piedi, anche fuori di metafora: tutto mutava. Ciò che vedevo e udivo là fuori sfumava e si mescolava alle immagini che avevo dentro. Cos’era davvero reale?

Ma qualcosa, in quel vibrante caleidoscopio, è sempre rimasto presente, una solida ancora a cui aggrapparsi: il mio respiro. Nella gioia, nella paura, nel terrore, nella travolgente sovra saturazione delle scariche adrenaliniche, il mio respiro era sempre lì, pronto a darmi conforto.

Così ho sentito chi sono.

Posso chiudere gli occhi, mettere tappi alle orecchie, anestetizzare le membra: ma il respiro, la sensazione di esserci, resta: questo sono io, e null’altro. Ogni altra forma di identificazione è illusoria e fallace: ruoli sociali, corpo fisico, idee, convinzioni; ma non l’identificazione col respiro, che è poi un tutt’uno col battito del cuore, l’energia vitale che pervade ogni mia cellula e mi fa sentire che ci sono al di là dei cinque sensi ordinari.

Perderò ogni bene, ogni certezza, ogni convinzione, ogni fede, ma finché campo mi resterà sempre la gioia di sentirmi vivo.

Posso dirti una cosa da bambino???
Esci di casa! Sorridi!!! Respira forte!!!
Sei vivo!!!…Cretino…