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La ragioneria ha torto


Fin dai tempi della scuola superiore mi è stato insegnato che i conti devono tornare, e da bravo ragioniere primo della classe (di fantozziana memoria) ho impresso a fuoco nella mente che il DARE è sempre uguale all’AVERE.

Sul piano filosofico questo si è tradotto in una visione del mondo che descrive la vita come gioco a somma zero: se qualcuno vince, qualcun altro deve per forza perdere. Se io sto bene, qualcun altro starà male; oppure: se oggi sto bene, domani starò male. La felicità è una torta, si tratta di decidere come affettarla, nello spazio e nel tempo.

Poi mi sono imbattuto nelle divulgazioni scientifiche del fisico Emilio Del Giudice che, se ho ben compreso da profano quale sono, dimostrerebbero l’esatto opposto: l’Universo è una riserva infinita di risorse, si tratta solo di trovare il giusto modo per attingervi, impresa nella quale gli organismi biologici riescono egregiamente!

Provo ora a spiegare ciò che ho assimilato, che è per me l’ennesima conferma dell’enorme quantità di falsità a cui sono stato esposto nei tanti anni passati sui banchi di scuola.

I processi biologici di ossidoriduzione (reazione in cui si ha trasferimento di elettroni da una sostanza riducente a una ossidante, base del funzionamento della vita sul nostro pianeta) necessitano di una grande quantità di elettroni allo stato libero, ma negli organismi viventi, costituiti al 99% da molecole di acqua, questi non sarebbero disponibili, in quanto l’acqua può cedere elettroni solo avendo a disposizione un’elevata quantità di energia, a differenza dei metalli che invece li cedono con estrema facilità (infatti sono ottimi conduttori elettrici), ma sono presenti in percentuali molto piccole negli organismi; e allora, da dove arrivano tutti gli elettroni liberi che oggettivamente rendono possibili i processi metabolici, donandoci al contempo una buona conducibilità elettrica ed esponendoci impietosamente al rischio di prendere la scossa?

Questa imbarazzante domanda è stata a lungo ignorata dalla comunità scientifica, che dava il fatto per scontato; la risposta più plausibile è che gli elettroni arrivino dall’acqua, ma come abbiamo già detto gli studi fatti su molecole isolate dimostrano che affinché ciò accada occorrono quantità di energia molto grandi.

Tuttavia, se un insieme di molecole d’acqua presenta un elevato grado di coerenza ‘vibrazionale’, allora diventa possibile ‘prendere a prestito’ dal vuoto l’energia occorrente per liberare elettroni, ed è proprio ciò che sembra accadere negli organismi viventi, perché in essi l’acqua è per lo più presente in prossimità di membrane (acqua interfacciale), e questo le conferisce proprietà diverse dall’acqua allo stato libero; per spiegare questa differenza, Del Giudice ricorre al metaforico paragone fra un corpo di ballo e la folla in una piazza.

Questa dunque la possibile spiegazione del mistero: per il principio di indeterminazione di Heisemberg, dal vuoto quantistico appaiono per brevissimi istanti dei fotoni; può accadere che uno di questi venga ‘catturato’ da una molecola d’acqua, che si eccita a causa dell’energia assorbita rendendosi momentaneamente disponibile a cedere elettroni, rilasciandolo subito dopo; ma poiché in prossimità di quella molecola se ne trovano altre in stato di coerenza, il fotone viene nuovamente catturato e rimane di fatto intrappolato rimbalzando qua e là come la pallina in un flipper; come lui, tanti altri suoi compagni apparsi dal nulla mantengono le molecole d’acqua in un costante stato di eccitazione: ecco da dove arriverebbe l’energia occorrente ai processi metabolici.

Questa descrizione ha l’accuratezza scientifica di un gossip al bar, tuttavia penso che possa rendere l’idea di un meccanismo che trovo decisamente affascinante e romantico: la vita vista come espressione di coerenza vibrazionale in grado di estrarre energia dal nulla!

Traslato sul piano sociale, mi domando: che succederebbe se ogni essere umano vivesse in coerenza e armonia con i propri simili, così come fanno le molecole d’acqua negli organismi viventi?

Pentemina


Ringrazio la vita per ciò che mi ha donato, e per i posti meravigliosi che Madre Natura mi offre.

Uno di questi è la Pentemina, acqua limpida che origina ai piedi dell’abitato rurale di Pentema e scava la selvaggia, omonima valle che la ospita, fino a generare il torrente Scrivia nell’abitato di Montoggio dopo essersi unita al suo compagno, il torrente Laccio.

Questa canzone che ho scritto è dedicata alla vita, alla mia valle.

Grazie.

Lam             Mi         Lam                   
Tu che vivi del pianto del cielo  
               Sol      Do
lava via tutto questo dolore  
Rem                  Do
bagna le mie stanche membra
    Mi               Lam
e regalami un po’ di calore
Rem                    Do
voglio spegnere i miei pensieri
       Mi                  Lam    
e riscaldarmi guardando un fiore

Mi

          Lam      Mi     Lam                   
Che è sbocciato sulla tua sponda
               Sol   Do
fra le rocce inospitali 
          Rem             Do
per buona sorte a sua insaputa,
            Mi            Lam
e il suo profumo non ha rivali
            Rem         Do
perché è cresciuto noncurante
       Mi         Lam
di principi ed ideali

        Sol               Do
Nel tuo scorrere sento la vita
          Sol              Do 
così disarmante nel suo fluire
           Rem               Do
che quando penso di averla capita
             Mi                 Lam
torna a scrollarmi, destare, stupire
       Rem              Do
finché mi accorgo che è cominciata
                Mi                 Lam
il giorno che accetto che dovrò morire

Mi

Lam             Mi         Lam                   
Io ti lascio le lacrime in dono
                  Sol         Do
gocce che faranno crescere il mare 
            Rem           Do
lavo il mio viso, e piano piano
         Mi                 Lam
sento la forza tornare a cantare
        Rem           Do
nel tuo sangue cristallino
          Mi                  Lam
che mi sussurra di lasciare andare

Mi

         Lam     Mi        Lam                   
Lascio andare le mie convinzioni
               Sol      Do
nel riverbero delle tue acque
         Rem             Do
sensi di colpa, preoccupazioni
           Mi                Lam
morali, trofei, medaglie e patacche
     Rem               Do
abbandono le interpretazioni
               Mi                   Lam
e ascolto i consigli del saggio che tacque


       Sol                Do
La tua linfa mi mostra la strada
        Sol                   Do 
fluente luce che irrora il cammino
           Rem             Do
fiera, indomabile, ovunque vada
        Mi                      Lam
muta di forma abbracciando il destino
        Rem               Do
non è possibile tenerla a bada
           Mi                       Lam
sfugge o distrugge, scompiglia ogni piano


          Sol               Do
Nel tuo scorrere c’è la mia vita
      Sol            Do 
illuminata dall’imbrunire
          Rem                Do
quando vorrei fosse già terminata
          Mi                Lam
torna a saziarmi di nuovo vigore, 
          Rem                   Do
la mia missione non è ancora compiuta
               Mi                 Lam
ascolta i miei versi, io voglio restare! 

Resurrezione


Nell’articolo Overlook Hotel ho riportato ciò che ricordavo di un sogno fatto poco tempo fa, di cui ora credo di comprendere meglio il significato.

Quel sogno mi ha messo di fronte al mio bisogno di essere riconosciuto, di avere la conferma di esistere; bisogno che ritrovo in ogni mia interazione con le persone, e mi riporta ai primi tempi della scuola elementare, quando fuori in cortile si giocava a guardie e ladri, e da ladro ero fiero di me perché nessuno mi prendeva… finché ho realizzato che nessuno mi stava inseguendo, non mi consideravano proprio!

Adesso ho compreso che cercare la conferma della mia esistenza negli altri è un’illusione, così come cercare di essere ben voluto: nessuno mi vede veramente per ciò che sono, perché tengo nascosti molti miei aspetti per paura di non essere accettato e amato, col risultato di convogliare l’amore altrui verso un avatar virtuale, distogliendolo da me.

Che valore può avere la benevolenza di chi mi circonda, quando nel mio intimo so che regge su una finzione? Il vero amore nasce dall’accettazione incondizionata dell’altro, soprattutto degli aspetti spiacevoli; trovare il coraggio di essere me stesso ha il vantaggio di filtrare chi davvero mi ama, la paura che non resti nessuno è ciò che continua a tenermi nella recita.

Ma tutti questi sono solo giochetti della mente: alla fine esiste una sola, inoppugnabile conferma della mia esistenza: le mie sensazioni, le mie emozioni mi dicono costantemente che io ci sono, che sono vivo.

Cercavo prove nel posto sbagliato. La dissoluzione delle persone del sogno, la mia solitudine, la mia morte, rappresentavano solo la fine dell’ego.

Io sono altro. Chiudo gli occhi e sento che ci sono.

Non c’è bisogno di ulteriori conferme.

Gratitudine


Sono stufo di viaggiare col freno a mano tirato, di sentirmi in colpa per ciò che ho fatto, di sentirmi a debito per ciò che ho avuto, di lasciarmi guidare dalla paura della carestia.

L’universo è infinito. Posso godere di tutto ciò che voglio, e tutta la bellezza che mi circonda è per ME.

Sono grato di questo, e non voglio più sentirmi debitore. Mostrare gratitudine significa godere dei doni ricevuti, non dare qualcosa in cambio per tornare in pari.

E ora voglio di più, perché sono un essere umano, perché sono un essere immenso.

Grumi


La materia che ci circonda, e di cui noi stessi siamo costituiti, è tale solo perché siamo in presenza di bassi livelli di energia; si teorizza che all’epoca del Big Bang esistesse un turbolento plasma di quark nel quale non si trovavano particelle di materia (protoni, neutroni elettroni o addirittura atomi) per via delle alte energie.

è un po’ come dire, metaforicamente, che ovunque era vapore, non c’era acqua né tantomeno ghiaccio a causa delle alte temperature; il tutto traslato alle particelle subatomiche.

La separazione è dunque un fatto di energia; basse energie portano ad aggregazione di grumi in posti ben localizzati, grumi che difendono a spada tratta la loro individualità, alte energie conducono a dissoluzione e diffusione nell’ovunque.

Mi viene spontaneo applicare questa immagine a quella particolare forma di aggregazione che sono i concetti, gli schemi mentali: idee che si raggruppano attorno a centri di gravità.

Siamo forse così aggrappati alle nostre convinzioni solo perché abbiamo bassi livelli di energia mentale?

Che ne sarebbe del nostro concetto di famiglia, patria, sicurezza economica, salute… se la nostra temperatura psichica aumentasse?

Che ne sarebbe dell’immagine cha abbiamo di noi?

Dissoluzione e confusione nell’ambiente indistinto circostante, ritorno al plasma primordiale.

Non è forse questo la morte?

Calore


Adoro sentire il calore della stufa, in inverno, seduto su uno sgabello, con la schiena rivolta al vetro dello sportello, attraverso il quale irraggia l’avvolgente energia della fiamma danzante.

Adoro ancora di più la sensazione dei raggi del sole sulla pelle, in una frizzante giornata di gennaio, che mi portano a dimenticare la rigida temperatura circostante facendo vibrare all’unisono ogni cellula del mio corpo con le loro ondate di energia.

Come dice una nota canzone, il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino.

Ma in questa personale classifica esiste una terza forma di calore che è di gran lunga la mia preferita: è quella che sento nascere dentro, durante un’uscita in bici o una corsa in una rigida giornata invernale, dopo la prima mezz’ora di riscaldamento.

Una sensazione di vitalità che spinge verso l’esterno, contrastando il freddo circostante che spinge verso l’interno, fino a raggiungere un perfetto equilibrio sulla superficie della mia pelle, come un palloncino gonfio che contrasta la pressione dell’acqua in cui è stato immerso.

è il mio calore. Questo sono io, e sono vivo.

Da produttore a consumatore


Sono quasi le diciotto; è da stamattina che cerco di portare a termine un’attività per l’ufficio, lavoro da casa e la connessione internet recalcitra.

L’upload di dati che sto tentando di fare si interrompe ripetutamente; dopo varie difficoltà decido di gettare la spugna, oggi non va. Mi alzo dalla scrivania, metto i pantaloncini ed esco a fare una corsetta, tanto per dare un senso alla giornata.

Mentre corro sento la frustrazione che dilaga, oggi è stato un giorno buttato, non ho combinato nulla di buono.

Improvvisamente mi chiedo: è così che mi sono ridotto? Davvero sono convinto che il valore della mia vita dipenda da quello che faccio? Davvero sto correndo solo per dare un senso alla mia giornata?

Ma come sono arrivato a ragionare in questo modo? Mi sono lasciato convincere di valere solo se faccio qualcosa di utile! Utile secondo chi poi, e in base a quale criterio?

Un insight davvero prezioso: non è così che funziona, io valgo perché sono, punto. La mia vita vale per il solo, semplice fatto che respiro: non serve altro per darle un senso.

Valgo quando scrivo un software figo, valgo quando dormo, valgo quando giro in bici, valgo quando corro, valgo quando mi abbandono all’ozio. Valgo quando combino un disastro. La mia vita è preziosa a prescindere, indipendentemente da come decido di usarla.

Il concetto di capitale umano, tanto caro agli economisti, è la più grande balla a cui siamo stati più o meno esplicitamente educati, al pari forse del PIL come indicatore di benessere di una collettività.

Questo è l’insight: la vita va vissuta con atteggiamento da consumatore, va assaporata, in ogni sua forma, anche quelle che giudichiamo disdicevoli. La vita è un dono, un dono prezioso che va consumato, anche mentre si sta lavorando.

La contraddizione è solo apparente: sto parlando di un atteggiamento, non di un comportamento. Un atteggiamento che impreziosisce ogni gesto, lo rende più efficace, più potente. Ma vuoi mettere la gioia di lavorare con l’intento di godersi dei momenti preziosi, senza timore di essere giudicati, senza essere tesi su alcun obiettivo se non quello di fare ciò che si sta facendo nel momento presente?

Dopo una vita di lavaggio del cervello sarà dura cambiare modo di ragionare, ma ora che ho compreso, non ho più motivo di continuare sulla vecchia strada.

Il qui e ora di una salita in bicicletta


Il sole è alto sull’orizzonte, fa caldo e la salita che sto affrontando è piuttosto lunga, non sono neanche a metà.

Ho già parecchi chilometri alle spalle e inizia a farsi sentire un lieve fastidio al ginocchio; il piede sinistro duole già da un po’: accidenti, dovevo prendere le scarpe più grandi di un numero… col caldo e lo sforzo i piedi gonfiano e poi fanno male.

Almeno non ci fosse quest’afa… e ora ci si mettono pure i tafani, vogliono banchettare con me.

La mente vaga, mi ripropone le numerose letture in cui si suggerisce di stare nel qui ed ora, perché nel qui ed ora non puoi avere problemi, i problemi ci sono solo quando ti proietti nel futuro o ti ancori al passato.

Non posso fare a meno di pensare: caro amico che scrivi queste belle cose, vorrei che adesso fossi qui al mio posto, poi vediamo che dici; per me, stare nel presente in questo frangente non fa che aumentare il disagio; meglio fuggire con la mente altrove, distrarsi, anestetizzarsi immaginando la bella birra fresca che mi aspetta nel frigo al mio rientro.

Improvvisamente una nuova visione della realtà spazza via tutto: non ho capito affatto cosa significhi vivere nel qui e ora, per questo sto soffrendo la salita.

“Fa caldo”, “la salita è ancora lunga”, “sento un lieve fastidio al ginocchio”, “il piede sinistro duole”, “quest’afa è insopportabile”, “i tafani mi stanno divorando”. Etichette. Giudizi. Proiezioni dal passato. Mi sto lamentando, non sto affatto vivendo nel qui e ora.

Il qui e ora è fatto di sensazioni, e le sensazioni precedono ogni etichetta che la mente può attribuire; nel momento in cui dico “ho caldo” sono già nel giudizio, sono già sul piano mentale, ho perso il contatto con la sensazione, sono nel passato e non più nel presente.

Nel presente c’è solo la sensazione pura, priva di connotazioni o catalogazioni; per catalogarla devo recuperare dall’archivio delle esperienze passate il fascicolo contenente qualcosa di analogo a ciò che sto vivendo, leggere l’etichetta che vi avevo apposto e quindi attribuirla anche all’esperienza attuale, che a questo punto scivola via dal presente, perdendo tutta la sua unicità, per piombare nel passato, indistintamente, assieme alle altre cose già viste, ammantandosi di un opaco alone di preconcetti.

Dopo questo insight, provo non senza difficoltà a cambiare approccio: ascolto solo ciò che sento, senza giudicarlo, senza catalogarlo. Mi immergo nel mare degli input percettivi, mi lascio trasportare dalle sue onde impetuose. Non c’è più fatica, non c’è più caldo, non c’è più dolore.

Solo questa magnifica esperienza.

(Ancora giudizi! La mente ci prova sempre!)

Solo questa esperienza.

Grazie, vita.

Gli insegnamenti di madre Ayahuasca


Ho fatto questa esperienza per comprendere ciò che la mia spiccata razionalità mi precludeva. Per ridare significato ad una vita che il mio intelletto non riusciva più a giustificare. Per la curiosità di vedere la realtà che mi circonda, quella vera.

Ho preso la pillola rossa di Matrix.

E molte risposte sono arrivate: punto di partenza per farsi raggiungere da altre, ora che sento di avere la fiducia per abbandonarmi all’immensità che si trova dentro di me.

Ho sentito che la realtà è fatta di sensazioni e non di pensiero.

Ma prima di entrare in pieno contatto con le proprie sensazioni è necessario essere pronti, per non venirne travolti. Ho sentito la loro potenza, ad un certo punto avrei voluto urlare basta, smettete, è bellissimo ma non lo posso sopportare.

Ecco da cosa mi protegge il pensiero.

Il pensiero mi ha salvato, è la mia crema solare più potente.

Quante scottature ho preso da giovane per essermi esposto indiscriminatamente ai raggi del sole estivo! Non ci si può abbandonare di colpo a tutta quell’energia, l’ho provato letteralmente sulla mia pelle. Va fatto con gradualità, poco per volta, e bisogna mettere un filtro solare. Al corpo serve il tempo di abituarsi, di rafforzarsi.

Ecco l’importante funzione della mia mente: mi protegge da me stesso. Filtra, nasconde, altera. Mette ordine, assegna priorità. Diversamente sarei una barchetta in balia delle onde emotive.

Ma là dietro, oltre questa barriera, c’è la realtà, ed è bellissima!

Ho viaggiato fra le mie paure, i miei fantasmi, i miei mostri. Ero sempre io? Ho viaggiato fra immagini cangianti, sensazioni contrastanti. Ho provato un profondo senso di inaffidabilità, non c’erano più solide basi su cui poggiare i piedi, anche fuori di metafora: tutto mutava. Ciò che vedevo e udivo là fuori sfumava e si mescolava alle immagini che avevo dentro. Cos’era davvero reale?

Ma qualcosa, in quel vibrante caleidoscopio, è sempre rimasto presente, una solida ancora a cui aggrapparsi: il mio respiro. Nella gioia, nella paura, nel terrore, nella travolgente sovra saturazione delle scariche adrenaliniche, il mio respiro era sempre lì, pronto a darmi conforto.

Così ho sentito chi sono.

Posso chiudere gli occhi, mettere tappi alle orecchie, anestetizzare le membra: ma il respiro, la sensazione di esserci, resta: questo sono io, e null’altro. Ogni altra forma di identificazione è illusoria e fallace: ruoli sociali, corpo fisico, idee, convinzioni; ma non l’identificazione col respiro, che è poi un tutt’uno col battito del cuore, l’energia vitale che pervade ogni mia cellula e mi fa sentire che ci sono al di là dei cinque sensi ordinari.

Perderò ogni bene, ogni certezza, ogni convinzione, ogni fede, ma finché campo mi resterà sempre la gioia di sentirmi vivo.

Posso dirti una cosa da bambino???
Esci di casa! Sorridi!!! Respira forte!!!
Sei vivo!!!…Cretino…

Gli scrutini


Finalmente i quadri erano usciti.

Laura si fece largo nel capannello di studenti che concitati si avvicendavano davanti alla lunga sequenza di stampati appesi al muro dell’aula magna della Life University.

Come di consueto un filo d’ansia la teneva sospesa sull’esito della prova, anche se sapeva di avere tutto sommato la coscienza a posto: si era comportata a suo avviso in modo irreprensibile.

Quando finalmente raggiunse la prima linea e si lasciò alle spalle gli ultimi istanti necessari per scorrere l’elenco e trovare il proprio nome, un sobbalzo le fece palpitare il cuore, un misto di sorpresa, incredulità, delusione.

Respinta, prova da ripetere. Mondo di rinvio: Terra. Coordinate spazio temporali secondo lo schema di riferimento ivi vigente: Ansley, Nebraska, Stati Uniti, 15 giugno 1746.

Bocciata! Non era possibile, ci doveva essere senz’altro un errore!

Decise di avvalersi dello strumento di contestazione, e prese un appuntamento con la commissione di esame per discutere il suo caso, per avere delucidazioni, chiarimenti, spiegazioni.

Il presidente della commissione aveva uno sguardo bonario, accogliente. La invitò ad esporre le sue ragioni.

“Prego, signorina, mi dica qual è il suo problema.”

“Ecco, vede… io non capisco perché sono stata respinta.”

“Dunque… vediamo…” disse l’uomo scorrendo velocemente il fascicolo della studentessa che teneva sotto mano.

“Signorina, la prova prevedeva come di consueto lo sviluppo della capacità di donarsi, e lei è stata piuttosto carente in questo, ne conviene?”

“Beh, veramente non sono d’accordo… ho speso un’intera vita a donarmi agli altri. Mi sono occupata di volontariato, ho passato gran parte dei miei pranzi di Natale presso le comunità, mi sono spesso prestata come intrattenitrice nel pensionato per anziani sotto casa… ho organizzato parecchie raccolte fondi per gli indigenti, e comunque, al di là dell’impegno sociale, nella vita quotidiana mi sono sempre prodigata per rispettare il prossimo, sono sempre stata accondiscendente e benevola, non ho mai dato fastidio a qualcuno. Se adesso voi mi dite che avrei dovuto fare di più, non posso che demoralizzarmi… non saprei proprio che cosa fare, più di questo.”

 “Signorina, credo che abbia frainteso la prova. Non le chiediamo affatto di più. Ha fatto bene a consultarci, così evitiamo di rimanere nel malinteso.”

“Frainteso? Come, frainteso?”

“Dunque, vediamo, come posso spiegare… le faccio una domanda: le è mai capitato di piangere di fronte a qualcuno?”

“Beh, sì… da bambina, quando mi sbucciavo un ginocchio, ad esempio.”

“No no, intendo da adulta. Ha mai mostrato una sua debolezza a qualcuno?”

“Beh… non ricordo bene ma… direi raramente: ho sempre cercato di dare sicurezza alle persone che mi stavano attorno. Era anche questo un modo di donarmi.”

“Ha mai condiviso le sue paure?”

“Quasi mai…”

“Perché?”

“Dovevo apparire forte agli occhi del mondo, per essere credibile… come avrei potuto essere di aiuto altrimenti?”

“Come fa ad essere così sicura che mostrare le proprie debolezze non possa essere di una qualche utilità?”

“Beh, mi sembra così evidente… la gente ha bisogno di sostegno, non di pesi aggiuntivi.”

“Non stiamo parlando di far gravare sugli altri le proprie debolezze, o almeno quelle che crediamo tali, ma solo di mostrarle, di essere genuini. E le sue passioni? Ha mai fatto conoscere al mondo le sue passioni?”

“Non vedo cosa c’entrino le mie passioni… comunque non sapevo fare nulla di utile; mi dilettavo a suonare la chitarra, ma per piacere mio. Al mondo serve aiuto concreto, non strimpellatori, ed è questo che io ho dato.”

“Leggo qui, nel suo incartamento, che ha anche scritto della canzoni. Le ha mai fatte conoscere a qualcuno?”

“No, come le dicevo era per mio diletto, chi poteva mai essere interessato alle mie canzoni?”

“Che sarebbe successo se le avesse fatte ascoltare?”

“Boh… sicuramente mi avrebbero preso per una sciocca.”

“E’ dunque per questo che ha sempre tenuto i suoi talenti nel cassetto? Per timore di essere mal giudicata?”

“Forse… forse sì. Non era solo timore, era una certezza!”

“Signorina, vede, proprio in questo sta la sua incapacità di donarsi, ed è per questo che non ha passato la prova. La paura di mettersi in gioco, del giudizio altrui, l’ha sempre tenuta chiusa al sicuro dentro a una cassaforte. Era troppo concentrata su sé stessa per riuscire a donarsi davvero al prossimo.”

Laura cadde dalle nuvole. Lei, proprio lei, troppo concentrata su sé stessa? Le suonava davvero incredibile. Il commissario esaminatore proseguì impietoso.

“Ha fatto molte cose per gli altri, ha sempre tenuto un comportamento irreprensibile ed altruista. Ma se ci riflette, sempre in nome della sua immagine. Non è questo il motivo per cui è stata mandata sulla terra.

Lei è stata mandata con un bagaglio di qualità che la rendevano unica, ed era quello che doveva condividere con gli altri. Ha fatto molte cose utili, ma che erano teoricamente alla portata di ogni persona di buona volontà, quando le veniva richiesto di mettere a disposizione del mondo le sue vere qualità, che sono solo sue, preziose nella loro unicità.

Il fatto poi che le giudichi di scarso rilievo ha aggravato la sua posizione, in quanto imperdonabile atto di presunzione. Si è arrogata il diritto di mettere in discussione gli strumenti di cui l’abbiamo dotata, dimenticando che lei deve imparare, non giudicare.

Sono queste le motivazioni che hanno portato alla sua bocciatura. La invitiamo a ripensare a questi errori e, per la prossima prova, a concedersi la possibilità di sbagliare: la sua smania di perfezione l’ha tradita.”

“Credo di avere compreso il mio errore, adesso capisco di avere sprecato la mia vita!” disse sommessamente Laura.

“Non dica così, nulla è sprecato. Questo errore le ha portato un insegnamento prezioso che non avrebbe potuto raggiungere altrimenti, è stato evidentemente un passaggio necessario e le siamo grati di averci interpellato per avere chiarimenti e poterlo così mettere a frutto.

Adesso è finalmente pronta a donarsi al mondo, libera da giudizi e condizionamenti. Faccia buon uso delle qualità di cui disporrà quando arriverà nel Nebraska, cerchi di comprenderle a fondo e sia finalmente sé stessa.”

E mentre Laura si allontanava, in parte rassicurata dal nuovo livello di consapevolezza che aveva raggiunto, il commissario le rimandò un ultimo, prezioso consiglio.

“Ah, dimenticavo: cerchi di divertirsi, la smetta di vivere la vita come se fosse un esame, è stato proprio questo a fregarla!”