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Gli insegnamenti di Spritz


Ti presento il mio bel gattone, si chiama Spritz.

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Al pari delle mie galline Spritz è un gran maestro di vita, e l’altro giorno mi ha reso consapevole di una mia dinamica, che immagino sia comune un po’ ad ognuno, su cui ti invito a riflettere.

Spritz è un gran giocherellone, ha il morso facile e sguaina con facilità le unghie; ma in fondo ha un animo gentile: vuole solo essere lasciato in pace.

Quando capiti nelle sue grinfie, devi avere ben chiara in mente una precisa strategia di sopravvivenza: se la tua mano finisce fra i suoi minacciosi canini, mai e poi mai tentare di ritrarla. Brandelli di carne lacera giacerebbero sanguinolenti al suolo.

Analogamente, se ti artiglia il malcapitato arto, mai e poi mai tirarlo via per sottrarlo all’incombente pericolo: rosse, colanti righe solcherebbero presto la tua pelle.

Quando ti trovi in questi terebranti frangenti, hai una sola valida strategia di sopravvivenza: andare incontro al pericolo.

Il pollice è finito fra le sue fauci? Spingilo verso l’interno della bocca: la sensazione di fastidio lo convincerà immediatamente a mollare la presa. Ti ha artigliato la mano? Spingila verso di lui, o quantomeno lasciala ferma, ma evita assolutamente di tirarla via. In fondo il più delle volte non ti vuole far male, ma solo darti un avvertimento, o giocare senza intenzione di ferire.

Fin da piccolo ho a che fare coi gatti, e ho imparato queste preziose regole a mie spese.

A questo punto l’insight felino: gran parte della sofferenza che ho provato o provo nelle esperienze di vita è dovuta proprio a questa mia tendenza a ‘tirar via la mano’, che aggrava pesantemente situazioni di dolore solo potenziale.

Insomma, non c’è nulla là fuori voglia davvero farmi del male, sono io stesso a causarmelo con questo mio continuo volermi sottrarre a un pericolo il più delle volte solo immaginato. La mente razionale vuole proteggermi, e per farlo il consiglio è spesso lo stesso: fuga. Invece devo cercare di agire con lucidità, come ho imparato a fare coi gatti, e muovermi nella direzione contraria. Ribadisco: con lucidità, non si tratta di applicare ciecamente una regola in controtendenza.

Tornando a Spritz, non posso negare di avere qualche graffio sulla pelle, ma si tratta solo di ‘superficiali incidenti di percorso’, nulla di grave. Insomma, vale la pena di continuare a giocare con quel bel micione, una volta capito come gestire questo movimentato rapporto.

Non siamo salmoni


Nelle mie letture mi sono spesso imbattuto in un dilemma relativo alle avversità della vita: combattere o rassegnarsi?

Da più parti si suggerisce che accettare la realtà così com’è sia il segreto di una vita serena e libera da frustrazioni; e su questo sono pienamente d’accordo, anche se ancora distante dal metterlo in pratica.

Tuttavia, mi domando: questo significa forse rassegnazione e fatalismo? Dovrei dunque smettere di combattere per ciò in cui credo? Smettere di avere obiettivi? Smettere di sognare?

Non credo proprio che sia questa la chiave di lettura corretta, eppure da tempo mi scervello per capire da dove nasca questa apparente contraddizione.

Provo allora ad avanzare un’ipotesi usando una metafora: immagino di essere un fuscello in mezzo ad un torrente, trascinato dalla corrente della vita.

Ebbene, potrei forse decidere di risalirne il flusso? Per qualche metro forse, al prezzo di sforzi immani. Frustrazione. Solo ai salmoni è concesso di violare la regole, e lo pagano con la vita.

salmoni

Meglio accettare dunque di essere trasportati, senza ribellarsi; ma, a ben vedere, ci sono altre direzioni ammissibili, oltre a quella retrograda. Posso muovermi a destra e sinistra. Posso cavalcare l’onda.

Posso decidere di evitare l’impatto con un grosso masso che mi si para davanti spostandomi un po’ più in là, pur nel turbinio generalizzato che la corrente genera. Posso decidere di approfittare della spinta per raggiungere una posizione favorevole laggiù, più a valle.

Tutto sommato, dunque, non c’è contraddizione. L’unica vera difficoltà è distinguere con chiarezza i movimenti laterali o progressisti da quelli controcorrente. E soprattutto prendere atto che la direzione generale del torrente è quella e non può essere cambiata.

Il costume di Superman


Riporto di seguito una frase tratta dal film Kill Bill volume 2 di Quentin Tarantino.

Come sai, io sono un grande appassionato di fumetti, soprattutto di quelli sui supereroi. Trovo che tutta la filosofia che circonda i supereroi sia affascinante. Prendi il mio supereroe preferito: Superman. Non un grandissimo fumetto, la sua grafica è mediocre. Ma la filosofia, la filosofia non è soltanto eccelsa, è unica! […] Dunque, l’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana. (Bill)

Questa teoria sulla filosofia dei supereroi mi ha fatto riflettere: in fondo è vero, l’essere umano è debole, non crede in sé stesso ed è vigliacco.

Ma questa è l’interpretazione fuori dal solco che voglio offrirti: ciascuno di noi nasce Superman, coi propri poteri che lo rendono speciale ed unico.

Mano a mano che diventiamo adulti però ci assale una voglia di omologazione, di sentirci uguali agli altri, forse per paura di non essere accettati dal branco, perché alla fine l’uomo è un animale sociale.

La società (partendo dai genitori, passando per la scuola e risalendo fino ai mass media e, perché no, alle istituzioni) ci abitua inoltre ad essere tutti uguali, a pensare allo stesso modo, a comprare gli stessi prodotti e vedere gli stessi spettacoli.

Se non lo fai sei uno sfigato: sei out.

superman

Sotto questa spinta tutti quanti finiscono col sembrare più o meno simili. Ognuno si sente ovviamente diverso, ma temendo di essere emarginato si sforza di apparire come gli altri, che fanno altrettanto a sua insaputa.

Alla fine tutti questi supereroi si ritrovano travestiti da Clark Kent, inibendo le loro potenzialità in nome di un appiattimento generalizzato che però li fa sentire parte del tutto. Una sorta di livellamento verso il basso.

Bisogna invece trovare il coraggio di esaltare l’individualità, mettendo in mostra le proprie peculiarità che devono essere viste come punti di forza, non di debolezza.

Sentiamoci uguali agli altri nella nostra diversità, se proprio vogliamo soddisfare questa esigenza di appartenenza al gruppo: spogliamoci degli abiti che ci siamo cuciti addosso e facciamogli vedere chi siamo, a Lex Luthor!

Io non appartengo più


Oggi è il mio ultimo giorno da lavoratore dipendente.

Non appartengo più ad un’azienda che in tredici anni mi ha dato tanto, creata da un uomo con pregi e difetti, ma che è sicuramente fuori dal solco, grazie al quale ho vissuto momenti di crescita, scoramento, entusiasmo, incazzatura, gratificazione. E’ anche grazie a lui se ho imparato ad essere pragmatico, a copiare con creatività l’esistente reinventandolo in modo innovativo, e soprattutto il fatto che la realtà può essere bella o brutta, dipende da come la sai descrivere e comunicare agli altri: una minaccia o un’opportunità.

Non appartengo più ad un ruolo che mi ha permesso di fare esperienze degne di rispetto, portandomi in svariate parti d’Italia nonché all’estero: Danimarca, Irlanda, Bulgaria…

Non appartengo più ad una cerchia di colleghi ai quali puoi voltare la schiena senza temere sorprese, persone semplici, affidabili, giocose, vicine. Parti di me. Con loro gli ormai tradizionali barbecue di primavera e cene di Natale bootleg sono diventati un modo per uscire dagli schemi del formalismo aziendale, momenti di relazione fra persone, dove la parola collega, a ben vedere, è decisamente fuori posto. A questa cerchia di amici mi piacerebbe continuare ad appartenere, se lo vorranno.

Perché dunque abbandonare un ambiente così gradevole? Intendiamoci, non vorrei sembrare troppo mieloso: va comunque tenuto presente che il ricordo stempera i momenti negativi, livella l’esperienza eliminando le code della gaussiana. Se avessi scritto le mie considerazioni in particolari momenti della mia carriera aziendale avresti trovato questo articolo molto più colorito. Ma non è questo il punto.

Il punto è che non appartengo più ad un modo di pensare il lavoro che ritengo ormai vecchio, fatto di orari, attenzione ai mezzi e non al risultato, apparente sicurezza; nel quale si pensa che quest’ultima scaturisca magicamente da un contratto formale, dall’ala protettiva di un sindacato. Come se un pezzo di carta potesse impedire alla democratica falce della vita di operare indiscriminatamente.

In questi anni ho maturato la convinzione che la vera Sicurezza derivi dalla crescita personale, dall’evoluzione della propria essenza, che ci rende più forti ed in grado di affrontare le difficoltà, imprevedibili, che la vita ci riserva. Una crescita che deve passare obbligatoriamente per la fatica. Non sentirti sicuro quando hai previsto tutto, ma quando sei in grado di gestire l’imprevisto.

Ma ho anche capito che parlare non basta: bisogna mettere in pratica. E con la decisione di non appartenere più, voglio provare a farlo. Non senza paure, certo. Il Silvio che è in me ha cercato più volte di ribellarsi (fra l’altro ho la vaga sensazione che stia introducendo forme autocelebrative in ciò che sto ora scrivendo). Ma come ti dicevo, ho deciso di non ascoltarlo più.

Preferisco provare e sbagliare, che non provare affatto. Se non sarò all’altezza del cambiamento, tornerò alla – rispettabile e dignitosa! – vita del lavoratore dipendente.

Sobrietà o austerità?


Riporto le recenti parole di José Mujica Cordano, presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay.

«La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere

Questo significa essere fuori dal solco. Non mi sento degno di aggiungere altro.

La quarta gallina


Ho già avuto modo di raccontare come le mie galline siano maestre di vita: ebbene, l’altro giorno ne ho avuto l’ennesima conferma; ecco in breve cosa è accaduto.

Dopo che ho aperto la porta del pollaio perché uscissero a razzolare nell’aia, tre di esse si sono prontamente proiettate fuori mentre una quarta, la più distratta, è rimasta a beccheggiare sulla ciotola del mangime; dopo pochi secondi si è però accorta dell’occasione di libertà, avendo visto le colleghe fuori dal recinto, ed ha provato ad unirsi a loro.

Tuttavia, come puoi vedere dal disegno, volendo raggiungere le compagne al di là della griglia, ha cercato di farlo passando per la via diretta, insistendo a proseguire in una direzione che non l’avrebbe portata molto lontano.

polli alla riscossa

La quarta gallina era troppo tesa sull’obiettivo, così tesa da non capire che perseguendolo in un modo così diretto e ossessivo non sarebbe mai stata in grado di raggiungerlo. E più le compagne si allontanavano, più questa si schiacciava contro l’angolo del pollaio e minori possibilità aveva di capire quale fosse la corretta via di fuga.

Se avesse utilizzato la giusta dose di pensiero laterale avrebbe capito che per raggiungere le compagne bisognava prima allontanarsene, così da raggiungere l’uscita che avrebbe poi permesso la successiva ricongiunzione.

E qui scatta l’insegnamento avicolo: quante volte ci troviamo nella stessa posizione? Quanto spesso, per l’affanno di raggiungere un obiettivo a cui teniamo tanto, finiamo in una situazione di stallo e ci troviamo bloccati a pochi passi da quest’ultimo senza riuscire mai a raggiungerlo?

A me è capitato e capita in continuazione: a scuola, sul lavoro, nelle situazioni sentimentali, sempre e ovunque.

Se sei troppo calato nel problema che devi risolvere, finisci col non vederne al soluzione che hai a portata di mano.

Se temi di perdere l’affetto di una persona cara e ti lasci andare ad atteggiamenti possessivi, finisci con l’allontanarla.

Se vuoi dimostrare al tuo superiore quanto sei bravo e ti prodighi in dimostrazioni di bravura, finisci col fare una figura patetica.

Se vuoi essere simpatico ad ogni costo con gli amici, finisci col diventare pesante.

Se vuoi essere un genitore perfetto, produci dei figli frustrati.

Potrei continuare ad oltranza ma, proprio in virtù di quanto vado dicendo, mi allontanerei dall’obiettivo. E allora la cosa giusta è terminare l’articolo, che può ben essere così sintetizzato: nella vita talvolta occorre essere contraddittori, uscire dalla direzione palese, logica e razionale, per seguire le indicazioni del cuore (o, detta in altri termini, le indicazioni dell’emisfero cerebrale destro, che troppo spesso vive relegato in un ruolo da comprimario); solo così avremo qualche possibilità di raggiungere i nostri amici pennuti.

Le debolezze del sesso forte


Ciao, oggi ti voglio raccontare quanto è accaduto ieri durante un’escursione in mountain bike con gli amici; si tratta di un fatto banale di per sé ma che offre buoni spunti di riflessione: se sei una donna potresti leggere divertita ciò che scrivo; se sei un uomo, avrai l’occasione per individuare alcuni punti deboli della categoria, sui quali a mio avviso c’è parecchio da lavorare; anche per te comunque è il caso di leggere con un sorriso quanto segue.

I fatti si sono svolti più o meno così.

Una domenica mattina un gruppo di 14 ardimentosi bikers si arrampica lungo i verdi pendii della Val d’Ayas; uno del gruppo fa da guida, gli altri non conoscono il posto e seguono; uniche informazioni a disposizione quelle fornite dal primo la settimana antecedente la partenza sulla pagina degli appuntamenti del loro sito Internet, una sintetica descrizione del percorso che riporto fedelmente qui di seguito.

“Partenza ORE 9 nei pressi di Busson, quota 1300 m, prima parte salita asfaltata, poi ripida sterrata ma tutta ciclabile fino all’ampio rifugio Arp, a quota 2440 m, dove si mangia; si salirà poi ancora un brevissimo tratto fino alla splendida conca dei laghi Palasinaz a quota 2480. Per chi volesse gustare ancora meglio il panorama, da li breve e facoltativa salita a spinta fino al colle Brenguez, quota 2692, da cui e’ possibile ammirare altri 2 meravigliosi ed imperdibili laghi alpini e ridiscendere giù con breve tratto bello tecnico.”

La prima parte dell’escursione avviene senza intoppi e raggiungono per pranzo il rifugio Arp, dove gustano una deliziosa polenta e si prendono il dovuto riposo. Dopo aver pranzato, un po’ appesantiti si apprestano ad affrontare la seconda parte dell’escursione; inizia a piovigginare, qualche tuono si sente in lontananza.

Raggiungono con crescente fatica (complice la polenta e la minore ciclabilità del sentiero) la conca dei laghi Palasinaz, e qui sono di fronte ad una scelta: proseguire a spinta aggiungendo un tratto facoltativo (e faticoso), oppure ridiscendere a valle; a questo punto la guida prova a coinvolgerli con argomentazioni degne di un Bossi d’annata: ‘Adesso chi ce l’ha duro prosegue a spinta fino a quella conca lassù, gli altri possono aspettare qui il nostro ritorno’.

Se tocchi un uomo nell’orgoglio con argomentazioni di questo genere, stai pur sicuro che lo condurrai dove vuoi. Qualcuno ha ovviamente provato a mantenere il gruppo compatto ed evitare a tutti la sfacchinata con argomentazioni legate all’appesantimento post prandiale, al temporale in avvicinamento, eccetera eccetera; ma sono state sufficienti poche adesioni pro risalita, ed ecco che tutti eccetto uno (lascio a te immaginare chi) hanno iniziato a spingere il proprio mezzo lungo lo scosceso sentiero; la strategia che a suo tempo aveva contribuito a garantire a Bossi una marea di voti ha funzionato anche stavolta.

Verrebbe comunque da concludere che tutti eccetto uno siano degnamente dotati, ma ecco che la fatica della risalita inizia a far perdere pazienza e controllo: inizia il mugugno, le lamentele, le battute ironiche, tutto ovviamente all’indirizzo della guida reo di aver costretto il gruppo in quell’assurda sfacchinata. Qualcuno gli fa anche notare che quando si conduce un gruppo si è responsabili (quantomeno moralmente) di ciò che può accadere.

bikers

Alla fatica di quella lunga mezz’ora da sherpa si aggiunge dunque il fastidio di un clima negativo pregno di lamenti e talvolta insulti. Ovviamente, quando si raggiunge la vetta l’ironia dilaga: ‘bello il posto, ne valeva proprio la pena’, ‘perché non saliamo anche su quel crinale lassù?’ e così via.

Per fortuna la discesa che segue subito dopo appaga la sete di emozioni e placa gli animi, per cui tutto rientra nei binari di una allegra gita fra amici; resta il ricordo di quella piccola parentesi negativa caratterizzata da momenti di frizione.

coraggio

La mia riflessione in proposito è questa: ma non era chiaro da principio ciò a cui si andava incontro? Non era chiaro il fatto che quel tratto in più era facoltativo? A partire dalla descrizione scritta del percorso, in cui si spiega bene la quota da raggiungere ed il fatto che si deve spingere, arrivando alla presa visione, sul campo, del punto da raggiungere e del tragitto da percorrere, un essere umano in età adulta non è in grado di decidere per sé ciò che è meglio fare? Perché rimettersi alle decisioni di altri o peggio dar loro la colpa per decisioni che non si è avuto il coraggio di prendere? Questo vuol dunque dire ‘avere gli attributi’?

A mio avviso non avere il coraggio di sottrarsi pubblicamente a pseudo prove è certo una debolezza (superiore a quella di non riuscire ad affrontare la prova stessa, non ho dubbi), ma sbandierare il proprio disappunto puntando il dito indice quando tutto questo ci conduce in cattive acque è decisamente imperdonabile, nella migliore delle ipotesi poco dignitoso.

Nella fattispecie, la paura di sfigurare quando si tratta di ‘mostrare i muscoli’ è un fenomeno prevalentemente maschile, ma poggia su basi di portata più generale, ossia la difesa dell’ego personale dall’attacco dei giudizi altrui. Ti invito considerare quanto sia liberatorio svincolarsi da simili legacci, e mi accingo a concludere. Non prima di aver sgomberato il campo da equivoci, però.

Magari potresti essere portato a pensare che sia io l’unico che non ha temuto di rimanere ad attendere a valle… beh, no, non è così, io sono salito fino in cima, e senza batter ciglio.

Pensavi forse che non avessi le palle per farlo?