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I veri amici si vedono nel momento della felicità


Veramente il detto reciterebbe diversamente… ma secondo me è relativamente facile sentirsi vicini a chi è in difficoltà, e questo spesso nasconde anche una sorta di tornaconto, perché aiutare il prossimo ci fa sentire persone migliori e ci mette a posto con la coscienza.

Già, perché se talvolta lo facciamo di cuore, talaltra ci sentiamo moralmente obbligati a supportare chi ha problemi; e comunque, lo so che suona cinico ma a mio avviso è assai realistico, a prescindere dal fatto che si intervenga, quando qualcuno soffre una semplice operazione di comparazione mentale ci fa capire che non siamo messi poi così malaccio, arrivando forse a tranquillizzarci: grazie al cielo non è capitato a me, in fondo sono proprio fortunato!

Ma quando a una persona che conosci capita qualcosa di piacevole tutto cambia: la solita mente che ama fare confronti per prima cosa ti metterà di fronte al fatto del lui sì e tu no; in secondo luogo ti sentirai in posizione creditoria (allora paghi da bere: questa la frase che vedi emergere prontamente dallo sfondo dei tuoi pensieri).

Gioire per la felicità altrui è davvero un gesto a fondo perduto, un donarsi, un compenetrarsi nell’altro e capire che è parte di noi stessi; perché è un atto di cui l’altro non ha bisogno, visto che ha già risorse in eccesso di cui godere; in questo frangente, la morale comune intima soltanto un blando ma credibile congratularsi, nulla di più, mentre una vicinanza genuina ti rende consapevole del fatto che il suo bene è in qualche modo anche il tuo.

Certo, mi rendo conto che sto proiettando i miei schemi mentali sul mondo esterno, e non potrebbe essere diversamente: non ho la più pallida idea di ciò che passa per la testa a chi mi sta intorno quando sono in difficoltà o quando ho successo.

Però ti invito a riflettere: dopotutto queste considerazioni, in tutto il loro cinismo, mi sembra abbiano un certo grado di plausibilità, non credi?

Nel frattempo, farò il possibile per avere molte occasioni di verificare le mie amicizie.

La cultura dell’infelicità


Durante la mia infanzia, quando un evento divertente portava un’esplosione di risate fra i membri della famiglia, non era raro che mia madre gettasse secchi di acqua gelida sulla mia ilarità ricordando il monito che era solito farle la sua, di madre: “se oggi ridiamo, domani piangeremo!”

Io prendevo per buona questa affermazione che sanciva il principio universale dell’equilibrio di bilancio cosmico fra felicità e infelicità, evidentemente preparandomi ai miei futuri studi da ragioniere, non accorgendomi di quanto fosse curiosamente unidirezionale la spinta del monito: già, perché stando così le cose, la felicità era da rifuggire in quanto foriera di infelicità futura, mentre l’infelicità era da accogliere in quanto preludio di un domani, se non proprio roseo, quantomeno accettabile.

Quanto fosse contraddittorio e assurdo questo modo di ragionare mi pare ora evidente, ma quando sei fanciullo tendi sempre a prendere incondizionatamente per buone le affermazioni degli adulti di riferimento.

Visto con gli occhi di adesso tutto ciò mi fa sorridere, eppure non posso fare a meno di notare con estrema amarezza quanto tale modo di vedere sia estremamente diffuso nella nostra cultura.

Già, perché se vuoi essere accettato, devi essere infelice; la felicità è malvista dalla società odierna: nella migliore delle ipotesi attira sospetti o invidie. E comunque, una sorta di timore verso un qualche sadico contrappasso cosmico ti frena sempre, prima di manifestare la tua felicità; come a dire: non diciamolo troppo forte che poi qualcuno se ne accorge e prende provvedimenti.

Se sei infelice, invece, non ci sono problemi: la solidarietà del mondo sarà tutta per te, e se anche non dovesse essere così, tutto sommato ancora meglio: avrai la conferma che sì, sei proprio un infelice, e per giunta incompreso!

Dopotutto, appena nato il bambino cosa fa affinché i suoi bisogni vengano soddisfatti? Piange! Poi cresce, diventa adulto e cambia i modi, ma la sostanza rimane quella: per soddisfare i propri bisogni continua a piangere, anche se in maniera più evoluta.

Ti invito a fare un’osservazione: ascolta i discorsi della gente, e suddividi gli argomenti fra positivi e negativi, quindi fai un confronto: quanti sono gli argomenti positivi, e quanti quelli negativi? Non voglio vincere facile, quindi non ti chiederò di accendere la TV e fare altrettanto con le notizie del telegiornale.

Ma sei davvero convinto che il mondo sia così malvagio? Che tutto vada così male? O siamo noi che lo dipingiamo così?

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La verità è che le brutte notizie fanno presto a diffondersi, mentre quelle buone rimangono confinate.

E poiché la negatività è così contagiosa, mi riprometto di stare alla larga da persone e situazioni che ne sono intrise; il che non significa ignorare il dolore, perché quando c’è va vissuto e accolto, non si può evitare e credo sia perfino necessario.

Ma un conto è accogliere il dolore necessario, un altro è volerlo vedere ovunque, andando alla ricerca del male come fanno i medici, tanto per riesumare un altro modo di dire tipico di mia madre, nel paradossale e puerile tentativo di evitarlo; ottenendo invece il risultato opposto: creandone dove non ce n’è.

Se oggi sei felice, vivi fino in fondo la tua felicità: di doman non c’è certezza!

La felicità


Qualche giorno fa qualcuno mi ha chiesto che cos’è secondo me la felicità.

Se poni questa domanda in giro, sentirai che per alcuni è vincere una grossa somma in denaro, per altri trovare l’amore della vita, per altri il posto di lavoro da tempo agognato, per altri ancora la nascita di un figlio… e chi più ne ha più ne metta.

Queste che ho elencato sono indubbiamente cause di felicità, variabili da persona a persona; esiste però una definizione di felicità sufficientemente generale che accomuni tutte queste cause sotto uno stesso ombrello? Perché ci capita così di frequente di cercare con ogni forza di raggiungere un obiettivo, convinti che questo ci renda felici, per poi scoprire con amarezza che non è così, una volta raggiunto?

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Non sono così presuntuoso da arrivare a parlare di un tema così personale estendendolo all’essere umano nel suo genere; proverò quindi a cimentarmi nel già di per sé arduo compito di parlare di me.

Credo in ogni caso di avere le idee abbastanza chiare in proposito: io sono felice ogniqualvolta vivo una situazione tale da non desiderare altro oltre all’esperienza di quel momento.

Sembra di per sé banale e forse tautologico, ma lasciami spiegare meglio: ciò che intendo dire è che per me la felicità non è legata ad alcunché di particolare relativo al mondo circostante, ma è invece associata ad uno stato mentale caratterizzato da assenza di tensioni interne.

E’ questo stato di centratura, di uniformità di intenti, che io identifico con la felicità.

Accade ad esempio quando mi trovo di fronte ad un panorama mozzafiato, che cattura ogni mia attenzione; magari non dura a lungo, ma in quei brevi istanti la mente cessa di pensare ad altro, ciò che sto facendo è perfettamente adeguato e non sento l’esigenza né mi sento in dovere di essere altrove, o di fare altro.

Viceversa, succede ahimé più di frequente il contrario: sfalcio il prato ma penso che forse dovrei riordinare la cantina; sono in ufficio, ma penso che il mio tempo sarebbe speso meglio se fossi a girare in bici; sono davanti ad una birra con gli amici, ma i sensi di colpa mi fanno pensare che sarebbe più giusto se fossi a casa con la famiglia.

Tutte queste tensioni, che ho qui esemplificato come esercitate da due poli attrattivi ma che nella realtà ne hanno molteplici, provocano uno stiramento della volontà, come una miriade di cavalli che tirano lo stesso carro in direzioni differenti lasciandolo per lo più nell’immobilità, eppure soggetto a tensioni enormi.

Vista da questa prospettiva, raggiungere la felicità non sarebbe, per me, nulla di trascendentale o particolarmente difficoltoso: si tratterebbe semplicemente di riuscire a trovare il giusto stato di centratura che mi permetta, in ogni istante della vita, di sentirmi al posto giusto, di sentire che sto facendo la cosa più appropriata, in quel momento.

Detto in altri termini, di essere sempre presente a me stesso.

Una ricetta relativamente semplice, ma stranamente difficile da mettere in pratica.

La favola di Yamir Youssef


Ecco un altro articolo che brilla di luce riflessa: desidero riportare qui di seguito una favoletta, ascoltata recentemente ad un concerto di Roberto Vecchioni.

Yamir Youssef viveva al Il Cairo, e tutte le notti faceva lo stesso sogno: sognava un uomo, tutto bagnato, che si toglieva una moneta di bocca e gli diceva: – Yamir, la tua fortuna è a Teheran. Tu devi partire, e andare a Teheran.

Una settimana, un mese, un anno, sempre lo stesso sogno: finalmente Yamir prese il fagottino e partì.

Arrivò a Teheran sull’imbrunire, nello stesso momento in cui nella piazza dove si trovava arrivavano dei briganti.
I briganti rapinarono tutti, lasciarono tre o quattro morti in giro e scapparono.

Quando giunse la polizia c’era solo Yamir, come un fesso, in mezzo alla piazza.

La polizia lo arrestò, lo prese a legnate per tre giorni, gli fece perdere 18 kg, e dopo una settimana arrivò il capitano per interrogarlo. Yamir gli raccontò:  “è colpa del sogno”.

Il capitano lo guardò ridendo e gli disse: “Yamir! Ma tu non devi credere ai sogni: i sogni sono delle falsità, delle bugie… pensa che io è un anno che sogno un giardino con una meridiana, e dietro la meridiana un pozzo, e dietro il pozzo un cespuglio, e dietro il cespuglio un immenso tesoro. Se avessi creduto a quel sogno sarei partito a cercarlo, invece no: è una gran puttanata, non devi pensarci. Ti vedo molto male: adesso ti faccio curare e poi ritorni a casa”.

Infatti, dopo una settimana Yamir, un po’ ritemprato, tornò a casa.

Andò subito nel suo giardino, e passò la meridiana, passò il pozzo, passò il cespuglio e trovò il tesoro.

Mi sembra pregna di significati: mi piace perché insegna in modo molto leggero l’importanza di credere nei sogni, e che il più delle volte la felicità si trova proprio accanto a noi, anche se talvolta può rendersi necessario allontanarsi da ciò che abbiamo per arrivare a comprenderlo.

Sabato pomeriggio


Ero triste, in preda alla depressione più nera. Sai quando ti senti arrivato al capolinea, e non vedi sbocchi? Fine della pista, tutto è già stato visto, nulla per cui valga più la pena di combattere.

La neve scendeva lieve dietro i vetri appannati; ormai neppure più quell’evento, un tempo così dirompente nella vita di un allora giovane ragazzino, riusciva a dare gioia a chi ormai da molto aveva rinchiuso il fanciullino dietro a spessi muri di convenzioni sociali.

Sgomberai il tavolo dalle stoviglie della colazione, e buttai le briciole fuori dalla finestra.

Il gesto non passò inosservato ad un pettirosso affamato, che coraggiosamente si posò sul davanzale per pascersi degli abbondanti avanzi del primo pasto della mia giornata.

E fu allora che accadde.

Emise un canto soave, così dolce che sembrava provenire da un’altra dimensione, ovattato nel candore del manto nevoso eppure così pervasivo. Fu come risvegliarsi d’improvviso da un profondo torpore, e trovare tutto il senso e la bellezza della vita in un piccolo angolo di mondo.

Volò via dopo pochi minuti, il tempo sufficiente per farmi iniziare la giornata all’insegna di una rinnovata energia.

Tornò a farmi visita anche il mattino successivo, e quello dopo. E così per giorni. Imparai a lasciare volutamente delle briciole sul davanzale, un po’ in segno di ricompensa, un po’ per rafforzare quel legame che aveva saputo infondermi tanta serenità.

Arrivò la primavera col suo carico di colori, ed io avevo ritrovato definitivamente la gioia di vivere; senza un vero motivo, almeno a valutare da un punto di vista razionale.

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Un giorno di aprile la consueta visita mattutina tardò ad arrivare; lì per lì non diedi peso alla cosa, ma lentamente un velo di preoccupazione iniziò a frapporsi fra i miei pensieri e il mondo; sentivo la mancanza di quel canto che sapeva così abilmente allontanare le nubi dal mio cuore.

Poi ecco presentarsi il ritardatario, e con lui ritornare la gioia; ma il tarlo aveva iniziato a lavorare dentro di me: e se quei ritardi fossero destinati a diventare più frequenti? Se la turbolenza degli stimoli primaverili avesse portato lontano gli interessi del mio amico?

Col passare dei giorni, il tarlo mi rendeva sempre più possessivo: non potevo permettere che il nostro legame si sciogliesse. Ne andava della mia felicità.

Altri ritardi nei giorni successivi corroborarono le mie paure: di lì a poco avrei perso la fonte della mia serenità. Fu così che presi la decisione.

Una piccola trappola sul davanzale; costruita con perizia, per non fare del male alla creatura amata. E, se tutto fosse andato per il meglio, il legame fra noi sarebbe diventato finalmente indissolubile, con indiscutibili vantaggi da ambo le parti. Perché avrei trattato quella piccola creatura con tutto l’amore di cui ero capace, gli avrei dato una casa e cibo sicuri, lo avrei tenuto al riparo dai pericoli del mondo.

E così accadde. La trappola funzionò, e la convivenza ebbe inizio.

Ma le cose non proseguirono come atteso. Il canto, che tanto aveva saputo allietare le mie giornate pur se ascoltato per pochi minuti, smise di inondare lo spazio attorno a me.

Il mio male era tornato, e si era impossessato anche del mio amico. La tristezza aveva imprigionato il suo spirito, così come io avevo fatto col suo corpo. Avevo assorbito, come un vampiro, ogni sua energia vitale. E fu solo allora che capii l’origine del mio male.

L’attaccamento, il voler ancorare la felicità ad una qualche fonte esterna; il voler rinchiudere in cassaforte le gioie, per paura di perderle; capii che così non poteva funzionare. Capii che, se volevo esser felice, dovevo sviluppare quella sensibilità che permette di vedere il bello in ogni cosa, di fare di ogni attimo un momento di festa.  Dovevo sviluppare la capacità di lasciare andare.

Capii che la ricetta era semplice, ma che per metterla in pratica avrei avuto molta strada da compiere, tutta in salita.

Aprii la gabbia al piccolo prigioniero, che mi ringraziò per un’ultima volta col suo dolce cinguettio e volò via per sempre.