Archivi tag: comunicazione

Umorismo fuori dal solco


Ti sei mai chiesto cos’è l’umorismo? Che cosa, in una battuta o barzelletta, provoca in te il sorriso?

La risposta è semplice: uscire dal solco! Se rifletti sulle situazioni divertenti ti renderai conto come ognuna di esse poggi su associazioni inusuali fra concetti apparentemente distanti, oppure su interpretazioni non previste di un fatto che ne ribaltano completamente il significato. Questo cambio di prospettiva genera ilarità.

Facciamo un esempio.

La maestra chiede a Pierino: – io studio, tu studi, egli studia. Che tempo è Pierino?

La domanda produce nel lettore un’aspettativa sulla risposta di Pierino basata su una particolare interpretazione della parola ‘tempo’.

Pierino risponde: – tempo perso, maestra!

La risposta crea uno cambiamento di prospettiva, un’interpretazione nuova e inaspettata della domanda. Alla parola ‘tempo’ viene attribuito un significato inatteso per quel particolare contesto. Questo repentino spostamento semantico è alla radice della situazione divertente.

Ancora:

Il suo cuore, signora, funziona molto meglio. Evitare le scale per un mese come le ho prescritto ha portato notevoli benefici!

Interpretazione attesa: la signora, anziana ed acciaccata, per un mese è stata a riposo senza affaticarsi.

Molto bene dottore. Posso smettere la cura allora? Sa, è piuttosto faticoso ogni giorno salire al terzo piano su per la grondaia!

Interpretazione fuori dal solco: la signora è arzilla e agile, non è stata affatto a riposo, l’immagine contrastante e un po’ surreale di una vecchietta che si arrampica su per la grondaia provoca un sorriso.

Passa in rassegna le barzellette che conosci e prova ad interpretarle sotto questa nuova luce: ti accorgerai che sono divertenti perché escono dal solco.

Un altro buon motivo per farlo, dunque!

Tu hai paura?


Ieri ho ricevuto una newsletter dal sito ilmeteo.it dal seguente oggetto:

ALLARME ROSSO: NEVE tra pochi secondi, SEGNALA ADESSO

peraltro in linea con una collaudata strategia di allarmismo a cui questo portale non è nuovo.

Sia ben chiaro, consulto quotidianamente quel sito, le cui previsioni ritengo affidabili, e credo che ognuno debba perseguire i propri fini usando i mezzi ritenuti più opportuni, purché confinati nella liceità; questo fatto mi ha però stimolato una riflessione.

In cosa consiste esattamente questo disegno – diciamo – di marketing? Quante volte viene utilizzato nel mondo della comunicazione in cui ci troviamo immersi?

Ebbene, se ci rifletti, viene utilizzato molto più spesso di quanto non si creda; ti è mai capitato di leggere i giornali o ascoltare il telegiornale e osservare che si danno solo cattive notizie? Quanto spesso sul posto di lavoro viene fatto allarmismo ingiustificato circa stringenti scadenze da rispettare o concorrenti che ci stanno mettendo all’angolo? Quante volte si parla di perdite di posti di lavoro, di rincari della benzina, di aumento delle tasse?

Lo sai perché accade questo? Perché vogliono spaventarti.

le-mie-paure-oggi-m-palazzo

La paura di per sé è un’emozione utile, ci aiuta a tirarci fuori dalle situazioni di emergenza, quindi non va demonizzata né ci si deve vergognare di essa. Si tratta di un meccanismo utile che tuttavia può essere strumentalizzato: quando hai paura tendi a perdere il controllo delle tue azioni, tendi a non riflettere, tendi ad aggrapparti alla prima mano che ti presta soccorso. Ma se la prima mano fosse quella sbagliata?

L’invito che ti faccio è quindi ancora una volta quello di riflettere, ragionare con la tua testa, prendere coscienza di questo inganno sottile; dopotutto, come si dice, il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.

Il diavolo. Come non averci pensato prima? Ti rendi conto che anche in questo caso ci troviamo di fronte allo stesso stratagemma? “Attenzione a quello che fai, segui i precetti che ti insegniamo, se non vuoi passare l’eternità fra mille tormenti!”…

Come vedi, da millenni questo meccanismo dimostra di funzionare.

Sei veramente convinto di non esserne schiavo?

Parole parole parole…


Voglio proporti un esperimento mentale.

Immagina di essere figlio di un ricco industriale, hai circa 5 anni, i tuoi genitori dicono che questo week-end andrete a fare una gita con la nuova barca appena comprata. Non avevi mai visto una barca prima d’ora, ma l’esperienza è decisamente entusiasmante: com’è bello correre avanti e indietro sul ponte col vento fra i capelli, magari qualche onda più alta ti fa sembrare di essere sulla giostra. Passano gli anni, cresci, ti capita sovente di passare del tempo sulla barca di papà; adesso sei adolescente, porti gli amici in vacanza con te; quando vuoi farti bello con le ragazze, con facilità ti giochi la carta della gita in barca.

Adesso riavvolgi il nastro: hai sempre 5 anni, ma sei il figlio di un pescatore. Papà si sveglia presto al mattino, quando è ancora buio, per andare al lavoro. Ha sudato parecchio per racimolare i soldi che gli hanno permesso di acquistare a rate la barca con cui lavora; qualche volta ti ha portato con sé, è stato divertente, anche se con tutte quelle reti, i remi, il salvagente, di spazio per muoversi a bordo non ne avevi poi molto, dovevi stare attento a non fare movimenti bruschi per non cadere in acqua. Però conservi ancora il ricordo della prima volta che sei salito sulla barca, e del giorno successivo quando lo hai raccontato a tutti i tuoi amici, com’eri felice! Sei cresciuto, adesso qualche volta esci al mattino presto con papà per aiutarlo, rubando qualche ora allo studio. E’ faticoso, ma ti dà un senso di serenità e lo fai volentieri.

Ti sei immedesimato? Bene. Adesso considera la parola ‘barca’ e dimmi: quando viene pronunciata ai due individui immaginari, pensi che i concetti che essa richiama alla memoria siano identici nei due casi? Facciamo un esempio: supponiamo che in età adulta si ritrovino ad affrontare problematiche che coinvolgono la dimensione di una barca (progettazione di un motore nautico, gestione della logistica per il trasporto di imbarcazioni, ecc.): le problematiche che di primo acchito tenteranno di affrontare saranno simili o divergeranno?

La domanda è ovviamente retorica: sicuramente, pur rimanendo costante il vocabolo, le aree mentali ad esso associate saranno molto differenti. Al primo richiamerà concetti come ‘grandi dimensioni’, ‘equipaggio’, ‘feste a bordo’, ‘vacanze’; il secondo penserà a ‘notte’, ‘lampare’, ‘verniciare’, ‘silenzio’.

E quello che accade in questo esempio un po’ estremo e romanzato non è l’eccezione, ma la regola della vita quotidiana: le parole non hanno un valore assoluto, ma sono inestricabilmente legate alla cultura e alle esperienze di ciascuno di noi. Peccato però che siano (ritenute) lo strumento principe per comunicare: io dico ‘appuntamento stasera all’angolo della strada vicino al fiume’ e tu capisci esattamente questo, ne sei sicuro, quando stasera mi chiamerai sul telefonino dall’angolo opposto a quello che intendevo mi ripeterai esattamente le stesse parole, per dimostrarmi che avevi capito, e io te le ripeterò nuovamente per dimostrarti che invece no, in base alle mie indicazioni non ti dovresti trovare lì, ma il dato di fatto è che la comunicazione è fallita.

Se pensiamo al nostro cervello come ad una superficie sulla quale si formano delle aggregazioni di concetti (un po’ come il piano di un tavolo sul quale cadono goccioline di pioggia che, quando sono vicine, si uniscono a formarne una più grande), allora la parola è un punto che si erge al di sopra del piano, e sintetizza (semplificandola) l’entità complessa sottostante. Prima nasce il concetto, poi lo si etichetta: ma l’etichetta deve per forza eliminare dettagli, un po’ come la mappa semplifica il territorio.

Immagine mentale

Appena uso l’etichetta, mi viene attivata un’area cerebrale, e la stessa cosa succede a te, ma non è detto che le due aree attivate corrispondano…

Si tratta di un problema? Be’, sicuramente è un problema non rendersi conto di questa dinamica: non risalire alle intenzioni di chi parla per capire quello che effettivamente sta dicendo, ma fermarsi alla superficie, alla lettera del comunicato (ed è già tanto se lasciamo finire di parlare il nostro interlocutore, perché spesso abbiamo già capito tutto prima ancora che finisca la frase).

Chi lavora in un’azienda come me non avrà difficoltà a notare fenomeni di questo tipo: riunioni fiume in cui si parla di tutto e di niente, si esce spesso dal filone principale, si alza la voce, terminando poi con un salomonico accordo fra i partecipanti, salvo poi, da un dialogo estemporaneo alla macchinetta del caffè, ribaltare le conclusioni a cui si era giunti pochi minuti prima… e riconvocare una riunione chiarificatrice…

La diversità delle nostre mappe mentali non va però visto come un problema, anzi secondo me è una ricchezza, ma non va ignorata: pensiamoci… e teniamo sempre bene in mente che la parola è uno strumento, non va idolatrata come fine a sé stessa; non caricare di assolutismo la tua definizione di un concetto, se ti vuoi concedere il lusso di interagire col mondo.

Le parole hanno poi un altro effetto temibile: rappresentano degli insiemi, individuano delle categorie, ti collocano da una parte o dall’altra del confine: e gli effetti perniciosi di un uso in mala fede di questo meccanismo vanno ben oltre la mancata comunicazione, ma di questo parlerò in un articolo successivo…