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Sono un bravo bambino perché non rompo le palle


Da piccolo ero proprio un bravo bambino: ubbidiente, educato, non facevo quasi mai i capricci, a scuola ero il primo della classe. Un figlio che ogni genitore vorrebbe avere, di quelli che da grandi diventano uomini da sposare.

Mia madre mi elogiava spesso per questo, soprattutto di fronte agli estranei; nel tempo mi sono convinto che queste qualità fossero mie, che fossero un tutt’uno con la mia essenza: io ero quello lì! Tanto che, qualora mi fossi permesso di deviare da quel comportamento, non avrei più capito chi sono, mi sarei perso; certo, di questo non ero consapevole allora, l’ho capito col senno di poi.

E il senno di poi mi ha posto di fronte a nuove domande: cosa faceva di me un bravo bambino? Un insieme di qualità intrinseche, che mi rendevano in assoluto migliore di altri? No, nulla di tutto questo. Ero un bravo bambino perché non creavo problemi.

Il mio essere bravo non dipendeva tanto da me, ma da chi mi stava attorno, i genitori in primis, gli insegnanti poi, e via di seguito.

Io non creavo problemi: studiavo in autonomia, se mi chiedevi di fare una cosa ubbidivo senza protestare; di me si diceva che era come non avermi, e l’intento era ovviamente complimentoso. Rileggendo quanto ho scritto finora mi viene invece da pensare: un’ameba! Che mi sta pure un po’ sulle scatole!

Sono dovuto arrivare al tramonto della decade dei quaranta per avere chiaro tutto questo, anche se una qualche parte di me l’ha sempre sospettato: sono una brava persona nella misura in cui mi adeguo agli altri.

Finché riesco a soddisfare le altrui aspettative il mio copione di vita è rispettato, e la mia immagine è integra. Ma in tutto questo non c’è alcun merito, se non quello di essere abile nel trasformismo e nella sopportazione.

Essere accettati perché ci si conforma in base all’altrui giudizio significa giocare facile, quasi barare. Visto da una nuova prospettiva potrebbe perfino definirsi ipocrita, concorrenza sleale, una svendita sottocosto per sbaragliare i competitori con un generale danneggiamento collettivo.

Il risultato è stato una rinuncia alla vita, dove per vita intendo: essere sé stessi; adesso cerco con fatica di riappropriarmi del tempo perduto, alla luce di questa nuova presa di coscienza.

Per arrivare a questo ho dovuto superare una tardivamente adolescenziale fase di ribellione, in cui cantavo con Guccini:

Non me ne frega niente
se anche io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere
io amo essere odiato

Poi ho capito che questo atteggiamento era solo un cambiare segno alla mia tendenza: passare dall’adeguarsi all’andare contro mi legava comunque alle aspettative altrui.

Adesso cerco di liberarmi da tutta questa spazzatura ed essere me stesso, ma non è facile, perché senza quei riferimenti esterni che mi davano sicurezza ho veramente grosse difficoltà a sapere chi sono.

E suppongo che questo stia diventando il mio nuovo obiettivo di vita.

Parangelia, il parassita ti manovra nascosto nelle pieghe della mente


libro

Finalmente ce l’ho fatta!

Il lento cammino iniziato a gennaio 2014, ormai più di cinque anni fa, è giunto al termine, e l’agognata meta è stata raggiunta: il mio libro è in vendita.

Si è trattato di un lavoro catartico che mi ha permesso di sfogare la rabbia rimasta troppo a lungo repressa, un disagio causato da una società opprimente e giudicante che ha fatto di tutto, e lo sta facendo tuttora spesso in totale buona fede, per impedirmi di essere me stesso.

Ma se il ricongiungimento con la mia reale essenza è ancora lontano, ho voluto in qualche modo accelerare i tempi, immaginando una realtà parallela in cui questo è già accaduto.

Purtroppo c’è un prezzo da pagare: la società pretende la standardizzazione degli individui, chi non sta al gioco è scomodo e pericoloso, e la sentenza per chi non rientra nei canoni dalla normalità è inappellabile: pazzia!

Proprio questo accade al personaggio del mio libro, che rappresenta una sorta di estremizzazione di ciò che sono stato, sono e soprattutto vorrei diventare.

E lo diventerò solo quando avrò il coraggio di vivere per davvero una vita fuori dal solco, accettando e perdonando gli inevitabili giudizi di follia ed il conseguente allontanamento da parte di questa società a cui già da tempo sento di non appartenere più.

Giudizio e constatazione


In questo articolo voglio stimolare una riflessione sulla distinzione fra queste due parole, e parlare di come la prima rappresenti una distorsione della seconda, ponendosi rispetto ad essa, per dirla in termini musicali, su di un’ottava inferiore.

Supponiamo io dica: “il tuo maglione è rosso”. Constatazione. Sto osservando uno stato di cose, dal mio punto di vista beninteso: stanti gli strumenti di percezione a mia disposizione, posso constatare che il maglione ha quel colore.

Adesso invece dico: “hai fatto un buon lavoro, sei stato bravo”. Giudizio. Qui non solo constato un fatto, ma mi spingo oltre: mi sbilancio esprimendo la mia opinione sul fatto osservato, ed in qualche modo mi schiero, prendo posizione.

Nell’esempio riportato la differenza è piuttosto evidente; sembra addirittura che le due parole non siano neppure lontanamente imparentate.

Eppure accade spesso che le cose non stiano così, ed i due livelli si mischino portando a conseguenze non sempre vantaggiose. Tornando all’esempio precedente, potrei dire: “ma il tuo maglione è rosso!”, utilizzando un tono che, accompagnato dal contesto, sottintende: “siamo ad un funerale, non potevi vestirti in modo più sobrio? Sei decisamente irriverente!”

Per sgomberare il campo da equivoci, ti dico subito che a mio avviso il giudizio è di per sé negativo (ooops… giudizio! Scusa, volevo dire: poco utile); direttamente o indirettamente presuppone una morale, e la morale è sempre troppo soggettiva e legata a contesti socio temporali per aiutare a capire la realtà.

Non a caso, le moderne tecniche di problem solving si avvalgono proprio della sospensione del giudizio al fine di non farsi trarre in inganno dai preconcetti. Ma questa è un’altra storia.

Ciò che voglio sottolineare è come troppo spesso, nelle relazioni interpersonali ma non solo, giudichiamo invece di constatare. Siamo proprio sicuri di essere nella posizione di arrogarci tale diritto?

Ma l’aspetto peggiore è il duale della questione: poiché siamo così abituati a comportarci in tal modo, tendiamo ad osservare negli altri un atteggiamento analogo, ed ecco che ravvisiamo giudizi anche laddove non ve ne sono, e ci sentiamo in continuazione giudicati; oppure temiamo di esserlo, e per questo evitiamo di metterci in gioco.

giudice-crocifisso

Questo mi porta ad una sottile interpretazione del passo biblico:

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. (Matteo 7,1-2)

che, a ben vedere, non necessariamente deve essere considerato come un mero meccanismo di premi e punizioni messo in atto da una qualche divinità trascendente.

Non ci sono entità giudicanti esterne, ma sei tu stesso che, a causa della propensione al giudizio, finisci col sentirti a tua volta valutato dagli altri, a prescindere dal fatto che lo facciano realmente. Come ha giustamente osservato Salvatore Brizzi, Gesù è stato un fine psicologo.

Alla luce di ciò, lo sforzo che mi propongo da ora in avanti è pertanto quello di limitarmi ai fatti, ogniqualvolta mi trovi a fare delle valutazioni, senza andare oltre il discernimento di ciò che è utile da ciò che non lo è.

E su quest’ultimo punto direi che c’è materiale sufficiente per almeno un altro articolo.