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L’accettazione di Silvio


Nel lontano dicembre 2013 ero agli inizi di un percorso di crescita personale che, dopo una profonda e dolorosa fase di auto osservazione e introspezione, mi ha portato a pubblicare l’articolo La distruzione di Silvio.

Silvio rappresentava una parte scomoda della mia personalità,  limitante e foriera di problemi, e quell’articolo era una formale dichiarazione di guerra nei suoi confronti: per evolvere dovevo assolutamente liberarmene, dovevo farla fuori.

Sono passati un po’ di anni da allora, e posso dire con orgoglio di essere cresciuto, almeno un poco.

Ti starai forse domandando se sono finalmente riuscito a liberarmi di Silvio.

Nemmeno un po’, è tuttora presente e più che mai bisognoso di attenzioni. La mia crescita non sta in questo, ma nel fatto che mi sono accorto di non pensarla più come allora.

Sono profondamente convinto che cambiare opinione sia l’indice più genuino di crescita personale, pertanto non vivo questo cambio di rotta come una sconfitta ma come un successo.

E non mi sento nemmeno di affermare che allora stessi sbagliando, per nulla. Perché data la situazione di vita in cui mi trovavo sette anni fa (sette: per certe tradizioni esoteriche questo numero ha significati ben precisi), date le informazioni a mia disposizione, data tutta una serie di variabili al contorno, quello era il miglior atteggiamento che mi potessi permettere. Come d’altronde quello proposto nel presente articolo è il migliore per il contesto di vita attuale, e mi auguro proprio che non sia definitivo, di poterlo trascendere in futuro (trascendere, non disconoscere!) per evolvere ulteriormente.

Cosa penso dunque di Silvio oggi?

Penso che sia un bambino che ha sofferto tanto e che si comporta così solo perché vuole attenzioni, quelle attenzioni che nessuno gli ha mai dato; vuole il riconoscimento di cui ha bisogno. Io sono l’unico che può accoglierlo, perché solo io lo conosco così bene. Tentare di allontanarlo non può che sortire l’effetto contrario: farlo urlare ancor più forte, perché lui ha bisogno di essere visto.

abbraccio

E poi, a pensarci bene, Silvio è stato un mio valido alleato per molti anni: è nato per proteggermi dal mondo di allora, e se bene o male oggi sono qui è anche grazie a lui.

No, Silvio non deve essere fatto fuori! Va coccolato, ringraziato, ascoltato quando serve: perché bisogna riconoscere che  può ancora rivelarsi un valido alleato.

Credo proprio che io e Silvio diventeremo buoni amici.

La caffettiera e il tostapane


Se ne stava in disparte, in un angolo della cucina, tutta sola. Un sottilissimo e appena visibile filo di ragnatela univa l’estremità del manico al suo corpo metallico dalla vita stretta.

Lui si avvicinò a lei con circospezione, e con tutta la delicatezza di cui era capace le chiese: “Perché non ti unisci a noi? La colazione non è la stessa senza di te, mi hanno detto che sei tu quella che dà la carica!”

Lo guardò lasciandosi andare ad un sospiro; le faceva un immenso piacere quell’invito, che sapeva però di non dover accettare: non voleva fare ancora del male.

“Mi spiace, non posso. Tu sei nuovo e non puoi sapere, ma non succedono cose piacevoli quando mi scaldo.”

“Davvero? E che succede mai? E dai, una colazione senza caffè è triste, priva di energia! C’è bisogno di te per iniziare la giornata con grinta!”

Aveva difficoltà a ritornare a quei momenti di dolore, ma chissà perché quell’incontro fece leva sulla sua voglia di parlare, di aprirsi. Aveva però bisogno ancora di una spintarella, che provò a invitare.

“Mi piacerebbe molto stare con voi, ma l’ultima volta che ho partecipato sono successi fatti molto spiacevoli. Dentro di me ci sono brutte cose, cose che è meglio non vedere. Cose che possono fare del male. Faresti meglio a starmi lontano.”

Lui era molto giovane, impregnato di quell’ardore e curiosità che rendono talvolta spavaldi e incoscienti.

“E che sarà mai! Vuoi raccontarmi l’accaduto? Sono curioso di conoscere ciò che hai dentro!”

“Io…”

Era in bilico fra il dire e non dire; fra la voglia di farlo e il giudizio sull’inopportunità di svelarsi così ad uno sconosciuto. Vinse la prima.

“C’è una forza mostruosa dentro me, una forza dirompente. Finché non mi scaldo, tutto è tranquillo. Ma quando mi scaldo questa forza cresce a dismisura, e per quanto io cerchi di trattenerla ad un certo punto non ce la faccio più. E allora esplodo in un boato terrificante, la mia parte superiore si stacca volando contro il soffitto e il mio calore si propaga con violenza tutto attorno, e faccio del male, molto male! Faccio del male a chi mi sta vicino! Per questo sarebbe meglio se tu stessi alla larga.”

“Wow! Sei potente! Anche io mi scaldo ma non sono capace di nulla del genere. E quante volte è successo?”

Si sentì spiazzata da quella domanda inattesa.

“Quante… quante volte? Beh… una volta.”

“Una sola volta? E prima di quella volta che succedeva?”

“Prima ero meno forte, non riuscivo a trattenere e così… ciò che avevo dentro fluiva fuori, un orribile liquido nero, bollente, accompagnato da un borbottio fastidioso.”

“Ma tu sai che sei proprio una sciocca?”

“Perché?”

“Senti, io sono giovane e inesperto e non so nulla di te, non conosco nulla del mondo. Ma posso dirti ciò che sento, ora: sento che ciò che hai dentro non è né bello né brutto, e non può fare del male. A meno che tu non decida di trattenerlo: allora sì, che diventa dannoso!

Ma questo non accade solo a te, accade a tutti: nasciamo perfetti, sai? Sono i giudizi, l’educazione, la morale a convincerci di non esserlo. E allora tratteniamo, sopprimiamo delle parti di noi, le teniamo nascoste perché abbiamo paura di non essere accettati, di non andare bene. E queste parti represse, che invece esistono e vogliono attenzione, ad un certo punto iniziano a gridare. Solo allora diventano dannose.

Ma la loro dannosità non è intrinseca, non credi? Se fossero lasciate libere di esprimersi, potrebbero donare la loro utilità al mondo. Dammi retta, siamo proprio sciocchi a comportarci così.

Datti un’altra possibilità, lasciati andare, non trattenere: vedrai che non farai del male a nessuno, e anzi l’energia che hai dentro aiuterà qualcuno ad affrontare meglio la giornata!”

Non pareva molto convinta, ma qualcosa si era mosso. Aveva trovato qualcuno che la accettava per quello che era e non aveva paura di lei. Forse era questa la via? Forse tutto il male che sentiva di avere dentro era per davvero solo causato dall’oppressione e dal giudizio?

Di una cosa era certa: aveva trovato un nuovo significato, del tutto inatteso e fino ad allora sconosciuto, per la parola amore.

Sono un bravo bambino perché non rompo le palle


Da piccolo ero proprio un bravo bambino: ubbidiente, educato, non facevo quasi mai i capricci, a scuola ero il primo della classe. Un figlio che ogni genitore vorrebbe avere, di quelli che da grandi diventano uomini da sposare.

Mia madre mi elogiava spesso per questo, soprattutto di fronte agli estranei; nel tempo mi sono convinto che queste qualità fossero mie, che fossero un tutt’uno con la mia essenza: io ero quello lì! Tanto che, qualora mi fossi permesso di deviare da quel comportamento, non avrei più capito chi sono, mi sarei perso; certo, di questo non ero consapevole allora, l’ho capito col senno di poi.

E il senno di poi mi ha posto di fronte a nuove domande: cosa faceva di me un bravo bambino? Un insieme di qualità intrinseche, che mi rendevano in assoluto migliore di altri? No, nulla di tutto questo. Ero un bravo bambino perché non creavo problemi.

Il mio essere bravo non dipendeva tanto da me, ma da chi mi stava attorno, i genitori in primis, gli insegnanti poi, e via di seguito.

Io non creavo problemi: studiavo in autonomia, se mi chiedevi di fare una cosa ubbidivo senza protestare; di me si diceva che era come non avermi, e l’intento era ovviamente complimentoso. Rileggendo quanto ho scritto finora mi viene invece da pensare: un’ameba! Che mi sta pure un po’ sulle scatole!

Sono dovuto arrivare al tramonto della decade dei quaranta per avere chiaro tutto questo, anche se una qualche parte di me l’ha sempre sospettato: sono una brava persona nella misura in cui mi adeguo agli altri.

Finché riesco a soddisfare le altrui aspettative il mio copione di vita è rispettato, e la mia immagine è integra. Ma in tutto questo non c’è alcun merito, se non quello di essere abile nel trasformismo e nella sopportazione.

Essere accettati perché ci si conforma in base all’altrui giudizio significa giocare facile, quasi barare. Visto da una nuova prospettiva potrebbe perfino definirsi ipocrita, concorrenza sleale, una svendita sottocosto per sbaragliare i competitori con un generale danneggiamento collettivo.

Il risultato è stato una rinuncia alla vita, dove per vita intendo: essere sé stessi; adesso cerco con fatica di riappropriarmi del tempo perduto, alla luce di questa nuova presa di coscienza.

Per arrivare a questo ho dovuto superare una tardivamente adolescenziale fase di ribellione, in cui cantavo con Guccini:

Non me ne frega niente
se anche io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere
io amo essere odiato

Poi ho capito che questo atteggiamento era solo un cambiare segno alla mia tendenza: passare dall’adeguarsi all’andare contro mi legava comunque alle aspettative altrui.

Adesso cerco di liberarmi da tutta questa spazzatura ed essere me stesso, ma non è facile, perché senza quei riferimenti esterni che mi davano sicurezza ho veramente grosse difficoltà a sapere chi sono.

E suppongo che questo stia diventando il mio nuovo obiettivo di vita.

Tutto più chiaro che qui


Lo so, lo fai in buona fede, per alleviare il malessere che leggi nei miei occhi. Immagino che visto da fuori sia tutto più chiaro, e la soluzione ai miei problemi così evidente che ti domandi com’è possibile che non riesca a tirarmi fuori da questa situazione con pochi semplici passi.

Lo so, probabilmente se mi comportassi come tu suggerisci potrei levarmi d’impiccio.

Lo so.

Eppure, vedi, i tuoi consigli mi sono tutt’altro che di aiuto.

Perché quello che non sai è che il mio malessere non deriva dal problema in sé, ma da come io mi sento in relazione ad esso. E, allora, il grosso nodo da sciogliere non è il primo, ma il secondo.

Vorrei che capissi quanto mi sento inadeguato, sbagliato, impotente; vorrei comprendessi che tutti quei sassolini mi appaiono enormi massi; e vorrei che lo accettassi; vorrei che mi accettassi così come sono, in questo mio essere sbagliato, fragile, indifeso, e mi dicessi: “ehi, lo so che ti senti inadeguato, ma va bene così, non ti crucciare, vedrai che presto troverai le forze per venirne fuori, per ora hai fatto tutto quanto era nelle tue possibilità; ehi, va tutto bene così, adesso riposa un poco, ok?”

Perché da troppo tempo sento la mancanza dell’affettuosa comprensione di un genitore.

In questo modo mi sentirei meno solo, meno incompreso. Meno sbagliato.

Come posso compiere una qualsiasi azione, pur piccola, se mi sento inadeguato? Dove posso trovare l’energia necessaria per muovere anche un solo passo nella giusta direzione, se dentro di me c’è la profonda convinzione che il vero problema sia io?

E’ questo che non comprendi, è questa la mia vera difficoltà. Ed i tuoi consigli, perdonami, non fanno che accentuarla, confermandomi che sì, sono inadatto, e forse un poco sciocco a non vedere una soluzione così evidente, e che lo sono sicuramente nel lamentarmi senza fare alcunché per migliorare la situazione.

I tuoi consigli mi fanno anche pensare (lo so che non è questa la tua intenzione, ma il subconscio è subdolo) che tu mi voglia liquidare con una pasticca anti infiammatoria, per non sentire più parlare del mio malessere.

A me non serve qualcuno che mi risolva i problemi, ma qualcuno che mi stia vicino, creda in me, e mi conceda la sua fiducia. Così potrei trovare più facilmente l’energia per credere a mia volta nelle mie possibilità, e raggiungerla con le mie forze, la mia soluzione.

Se pensi di non potermi dare questo non ti preoccupare, lo so che è difficile, non te ne farò una colpa; cerca però di tenere per te i tuoi consigli: costruirò da solo l’autostima necessaria per andare avanti, ci vorrà forse un po’ più di tempo, ma intanto tu, ti prego, non mi ostacolare.

Accettazione o rassegnazione?


Un’esperienza vissuta di recente da una mia amica mi riporta alla mente un tema che ho già affrontato in un precedente articolo e voglio qui riprendere per l’occasione.

Questa donna aveva un compagno violento, che la maltrattava; lui era normalmente dolce ed affettuoso, ma quando perdeva la pazienza cambiava completamente: diceva che era lei la responsabile di quell’ira, che era colpa sua se usciva di testa; e quando accadeva non volavano solo brutte parole.

Finché un giorno la misura si è colmata e lei è finita al pronto soccorso con naso e alcune costole rotti.

A questo punto ha finalmente trovato il coraggio di lasciarlo e denunciarlo; è iniziato un periodo di stalking, minacce miste a implorazioni di riconciliazione, deliranti quanto poco credibili dichiarazioni d’amore, conclusosi con la condanna di lui.

Anche grazie all’aiuto di uno psicologo lei è poi uscita da questa brutta condizione, e adesso ha un nuovo compagno.

Ecco un esempio lampante che evidenzia la differenza fra accettazione e rassegnazione. Per un lungo periodo la mia amica è rimasta con quell’uomo violento perché rifiutava la situazione; non accettava che fosse un manesco, non accettava il fatto che le cose non sarebbero cambiate, insomma non accettava la realtà.

Poi è accaduto l’evento shock che le ha permesso di aprire gli occhi, ed ha finalmente accettato.

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Ha accettato il presente, ha accettato di avere sbagliato compagno, ha accettato ciò che stava accadendo; e muovendo da questa base, resa solida dal nuovo atteggiamento, ha preso la giusta decisione, affinché non accadesse più in futuro.

Capisci la differenza fra rassegnarsi ed accettare? Se si fosse rassegnata, starebbe ancora con quell’uomo; invece ha accettato lo stato dei fatti, e si è comportata di conseguenza.

Troppo spesso confondiamo i due livelli, e rimaniamo imprigionati nell’inerzia dovuta al rifiuto della realtà; ogni cambiamento evolutivo deve invece obbligatoriamente passare attraverso una fase di accettazione: accettare ciò che non ci piace, affinché tutto cambi.

Perdono, perché sono egoista


Secondo Wikipedia, il perdono è

la cessazione del sentimento di risentimento nei confronti di un’altra persona; è quindi un gesto umanitario con cui, vincendo il rancore, si rinuncia a ogni forma di rivalsa di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore.

La nostra cultura cattolica ci fa poi associare il concetto di perdono a quello di porgere l’altra guancia.

E’ dunque piuttosto naturale che il nostro istinto di sopravvivenza ci renda riluttanti a perdonare, perché vediamo questo atto come una pericolosa apertura nelle nostre difese, che ci lascia in balia dell’ennesimo attacco di chi già una volta ci ha trattato male.

Ma per come la vedo io, il perdono non è nulla di tutto ciò, ed è ben lontano dall’essere un atto altruistico.

Se ci rifletti, la rinuncia ad ogni forma di vendetta lascia di fatto inalterato il destinatario del tuo perdono, che magari neppure ne è a conoscenza; ha invece enormi benefici su di te!

Eccoti un esempio per spiegare meglio cosa intendo.

Qualcuno ti fa un torto, ed in quel momento tu provi una certa sofferenza; te la leghi al dito e ti riprometti di fargliela pagare in futuro.

La tua mente, per aiutarti a non dimenticare questo sano proposito, continua a proiettarti il film del torto subito, e tu riprovi le stesse emozioni provate in origine; l’evento si è verificato una volta sola, ma tu lo rivivi più e più volte, per mantenere vivo l’intento di vendicarsi.

Ecco che la sofferenza che potevi provare solo per qualche minuto, grazie all’aiuto dell’efficace memoria di cui sei dotato, si protrae per un tempo indefinito. E’ un po’ come se un virile maschio si tagliasse gli attributi per fare un dispetto alla moglie, non trovi?

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Che succede invece se perdoni?

Perdonare significa accettare il fatto accaduto, che essendo appunto accaduto è ormai ineluttabile: desiderare il contrario è privo di senso. Non significa certo non prendere precauzioni affinché non si ripeta: si tratta solo di smettere di continuare a rimuginare su quanto è successo.

Vuol dire accettare il fatto che qualcuno si è comportato in un certo modo perché, secondo la sua scala di valori (che magari è molto diversa dalla tua) era corretto fare così.

Hai idea del risparmio di energia che permette tutto questo?

Magari non sarai d’accordo con me, il tuo desiderio di vendetta è troppo forte, e poi che diamine, è una questione di principio e di immagine, non puoi lasciare che ti si veda come un debole che accetta di farsi fare qualunque cosa senza fiatare.

Non ti sto suggerendo questo, ma di chiudere con il passato, smettere di tenerlo in vita con tutto il suo carico di dolore, e andare avanti.

Io sono sufficientemente egoista da fare così, e perdono non già per altruismo, ma perché mi voglio troppo bene per permettere a chi mi ha già fatto del male una volta nella realtà di continuare a farlo ripetutamente nella mia immaginazione.

Per un vecchio bambino


Ebbene sì, ho cambiato idea. Questo è un articolo, spero il primo di una lunga serie, in cui mi ricredo su quanto espresso in precedenza nel presente blog. Che si tratti di evoluzione o involuzione poco importa, comunque sia è un cambiamento e ciò mi basta.

L’articolo da cui voglio prendere le distanza è quello in cui dichiaro guerra a Silvio; da allora sono passati poco più di quattro anni, ma posso affermare con una punta di soddisfazione che la mia visione della vita è cambiata profondamente.

A quel tempo reputavo indispensabile eliminare una parte di me che costituiva un impedimento alla mia evoluzione, alla possibilità di essere me stesso. La chiamai Silvio, con un ben preciso intento di distacco; esternai il mio odio verso quel personaggio figurato, e gli dichiarai apertamente guerra.

Quello che allora non avevo però chiaro era che qualsiasi forma di guerra, pur se solo figurata, non porta da alcuna parte: combattere il nemico significa l’annientamento di entrambi; perché i nemici non vanno eliminati, vanno trascesi. E, trascendendoli, si può arrivare a comprendere che in fondo non sono davvero dei nemici e, forse forse, li si può persino trasformare in alleati.

Chi è dunque veramente Silvio?

Lo immaginavo un individuo egocentrico, narcisista, insicuro, subdolo, che agisce dietro le quinte con l’intento di mettermi i bastoni fra le ruote. Lettura molto dura ed aggressiva… tale da sembrare una creazione della mente di quel Silvio da cui tanto volevo prendere le distanze.

Invece Silvio non è nulla di tutto questo; è solo un bambino che ha bisogno di attenzioni. Coi bambini la linea dura non porta a nulla: se lui piange e tu gli urli di smetterla, quello piange ancor più forte. Occorre invece un approccio materno, comprensivo.

E’ vero, ogni tanto fa i capricci: vuole sentirsi dire che è bravo, vuole mettersi in mostra; vuole sentirsi accettato, compreso. E cosa ho fatto invece io? Mi sono messo a sgridarlo, ad additarne l’inadeguatezza, rimarcandola. Linea dura! Dichiarazione di guerra! Ma ti pare sensato?

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Non so se hai mai visto il film ‘Il sesto senso’, nel quale il bambino protagonista viene continuamente spaventato dalla visione agghiacciante di persone morte: ebbene, questi fantasmi cercano solo di essere ascoltati, aiutati; e finché lui, terrorizzato, li rifugge, loro continuano a presentarsi. Alla fine però capisce che stanno solo chiedendo aiuto, e decide di ascoltarli; solo allora riesce a liberarsene.

La trovo una metafora squisita: Silvio è solo un fantasma, il fantasma del bambino che non ha ricevuto le attenzioni di cui aveva bisogno; e adesso le vuole da me, vuole che lo accetti, lo abbracci e gli dica: vai bene così come sei, stai tranquillo.

Solo allora, appagato, si dissolverà.

Ti ritrovi in questa situazione? Anche tu pensi di avere aspetti che non sopporti, che vorresti a tutti i costi cambiare, e che cerchi di nascondere e soffocare il più possibile? Ebbene, finché non li accetterai, questi continueranno a riaffiorare e a perseguitarti. Abbraccia il bambino imperfetto che è in te, e crescerete insieme.

Rilassa la chiappa


Mia moglie mi prende talvolta in giro perché, a detta sua, amo soffrire; infatti, le rare volte che ho mal di testa difficilmente prendo un antidolorifico, e quando ho la febbre resisto più a lungo che posso senza assumere un antipiretico.

E’ vero: ritengo che la nostra società non tolleri in alcun modo la sofferenza, in particolare quella fisica, e le case farmaceutiche appoggiano alla grande questo modo di vedere.

Tuttavia rigetto con fermezza l’accusa di masochismo, e voglio qui delineare per sommi capi la mia arringa difensiva; a tal proposito, mi sembra di poter individuare due tipi di sofferenza: una primaria, utile ed ineliminabile, ed una secondaria, decisamente dannosa e da evitare.

Ti faccio un esempio.

Una volta, quando ero bambino, dovetti fare per una intera settimana le iniezioni di antibiotico; ero terrorizzato dall’ago, ed i minuti prima del tragico evento erano intrisi di sofferenza, molto più del breve istante della punturina.

I miei muscoli si raggrumavano un unico fascio teso, e ricordo le raccomandazioni di mia madre: rilassa la chiappa, tieni il muscolo morbido, altrimenti l’ago non riesce a penetrare, e sentirai molto più dolore!

Tralasciando i dubbi sull’efficacia di un consiglio così formulato, ti domando: qual era la causa della mia tensione muscolare? Evidente: il rifiuto della sofferenza; l’iniezione era fonte del dolore primario, quello inevitabile, utile; la resistenza che vi opponevo era fonte del dolore secondario: inutile e molto più acuto e prolungato del primo.

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Riesco a spiegarmi? Il dolore secondario è in qualche modo un derivato di quello primario, ed emerge dalla nostra mancata accettazione di quest’ultimo.

Questa analisi è applicabile anche ai casi di sofferenza emotiva; supponi ad esempio di avere un litigio con una persona che ti provoca nell’immediato un forte malessere. Una volta lontano dalla situazione conflittuale, tuttavia, rifiuti di accettare che le cose siano andate in quel modo, e continui a rimuginare per tutta la giornata e anche oltre su quanto è successo; in pratica replichi nella tua testa una simulazione dell’accaduto, ed il malessere si protrae molto più a lungo del dovuto.

Perché? Semplice, perché rifiuti la sofferenza, anche a posteriori! Se, dopo il litigio, avessi accettato le cose per come sono andate, non ti saresti fatto del male aggiuntivo ed in modo totalmente gratuito.

Per tornare al punto di partenza: non prendo l’antidolorifico o l’antipiretico (finché riesco a resistere) perché ritengo che il dolore che sto provando abbia una propria ragion d’essere: la febbre alta, ad esempio, ha la funzione di stimolare il sistema immunitario, e finché resta entro limiti ragionevoli è alquanto utile; sono convinto che contrastarla sospenda solo temporaneamente la sofferenza e si traduca in un suo sostanziale prolungamento a livello globale.

Inoltre il dolore, sia esso fisico o emotivo, è un messaggio del corpo: occorre imparare a ascoltarlo, non zittirlo sul nascere; accettarlo per quello che è, senza aggiungerci nulla di più, ci preserva da una sua recrudescenza al livello di simulazione mentale.

Insomma, come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso opporre resistenza può essere molto, molto più doloroso che lasciare andare.

La resa


Mi è capitato di sentire o leggere più volte che la nostra principale fonte di sofferenza è la mancata accettazione di ciò che fa parte della vita, e che la via per raggiungere la pace debba passare attraverso la resa.

Ho sempre guardato con una punta di sospetto questo approccio, perché ritengo invece giusto e buono lottare per ottenere ciò che si vuole, altrimenti si scivolerebbe nella rassegnazione e nell’abbandono totale.

Che vita sarebbe, passiva e senza obiettivi? Sdraiati mollemente sul divano in canottiera, birra in mano davanti alla TV, una fila di caccole nasali appiccicate sotto il bracciolo, in attesa che arrivi l’ora di andare a dormire.

Dopo una serie di riflessioni sono però arrivato alla conclusione che non avevo capito affatto che cosa si intendesse per resa, e vorrei cercare ora di spiegarti quella che per me è la giusta chiave di lettura.

Supponi di essere su un sentiero in montagna, ai piedi di un dirupo, e che dall’alto si stacchi un pesante sasso che inizia a rotolare verso di te. Che fai? Rimani lì, appellandoti alla pretesa che quel sasso avrebbe dovuto rimanere al suo posto (come si è permesso di muoversi!), oppure ti sposti per evitare di rimanere schiacciato?

Io in proposito non ho dubbi, mi sposterei. Perché? Ma ovvio, perché avrei accettato il fatto che il sasso si è staccato, e sarei passato alla fase successiva: appurato che sta cadendo verso di me, cosa fare per evitare danni?

E sono convinto che, nell’urgenza del pericolo imminente, tu faresti altrettanto, perché la tua mente non avrebbe il tempo di interferire con quella forma di intelligenza che si preoccupa della tua sopravvivenza, che agisce molto più velocemente.

Questa è la resa: accettare lo status quo. Che non implica restare inerti nella rassegnazione. La sofferenza emerge quando ti impunti, nell’assurda pretesa che quel sasso non avrebbe dovuto cadere. E rimugini su quanto sei sfortunato, inveisci contro la vita matrigna, colpevolizzi te stesso o altri, invidiando chi non si trova in quella scomoda situazione. E rimani immobile a lamentarti mentre il sasso rotola.

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La differenza è sottile, ma sostanziale, non trovi? Arrendersi al fatto che il sasso si è staccato è l’unica via sensata; da quella partirà poi tutta una serie di azioni correttive che ti porteranno ad evitare danni, e, anzi, forse a scorgere un sentiero più agevole che non avevi visto in precedenza.

Ma scendendo ancor più in profondità: dove si nasconde la reale differenza fra resa e rassegnazione? Io credo che tutto sia imperniato sul concetto di momento presente.

Arrendersi significa accettare che ora, in questo preciso istante, le cose stanno così e non possono essere cambiate!

Il che non ha nulla a che fare col rassegnarsi senza intraprendere alcuna azione per fare in modo che domani, o fra cinque minuti, o fra un anno, le cose cambino!

Facciamo un altro esempio: dovevi uscire con gli amici, e invece devi stare chiuso in casa perché hai la febbre alta. Da dove nasce il senso di frustrazione che provi? Ovviamente dal fatto che vorresti che ora, in questo preciso istante, le cose fossero diverse. Ti rendi conto di quanto sia assurdo tutto ciò?

Ora, in questo preciso istante, le cose non possono essere che come sono ora, in questo preciso istante.

Lapalissiano, evidente. Eppure ti ostini a non accettarlo!

Resa significa accettare lo status quo, rassegnazione significa accettare che rimarrà così per sempre; sono cose diverse, eppure troppo spesso si confondono.

Dunque la soluzione è evidente: arrenditi al flusso della corrente della vita, lasciati trasportare, non puoi che muoverti verso valle! Abbandona la pretesa di restare immobile in un punto, è irrealistica: devi lasciarti trasportare; questo non ti impedirà tuttavia di muoverti di volta in volta un poco a destra o un poco a sinistra, cambiando anche di molto la tua posizione nel grande torrente in cui ti trovi, al fine di evitare pericolose collisioni o, perché no? di catturare succulenti pesci!