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Facciamo finta


Riprendo sotto diversa angolazione la tematica introdotta in questo articolo, e torno a frustrare il tuo ego con una metafora destabilizzante: siamo tutti quanti individui fortemente miopi ed astigmatici che osservano l’interno di una stanza dal buco della serratura, con l’arrogante e ferma convinzione di conoscere la casa a menadito.

Se ti sembra esagerato, rifletti su quanto segue.

Siamo in grado di percepire una frazione molto limitata delle onde elettromagnetiche che raggiungono il nostro occhio,  come illustra l’immagine seguente.

spettroE lapalissianamente (ma non troppo), quelle che non raggiungono l’occhio sono per definizione invisibili: se ci trovassimo in una stanza piena di luce ma i cui fotoni viaggiano avanti e indietro, ordinatamente come in un laser, perpendicolarmente alla linea della nostra visuale, noi ci sentiremmo immersi nel buio più totale, perché nessuno di essi raggiungerebbe la nostra retina.

Lo stesso dicasi per le onde sonore: non siamo in grado di percepire gli ultrasuoni o gli infrasuoni, cosa che invece molti animali, pur sempre con notevoli limiti, sono in grado di fare.

Idem come sopra per gli odori: vogliamo forse metterci a competere con l’olfatto di un cane?

Le casistiche che potrei elencare sono molteplici; tutte quelle finora presentate sono relative alla limitazione dello strumento di percezione: ma andiamo oltre, perché il segnale grezzo rilevato, ad esempio il fotone che l’occhio cattura, va poi elaborato, trasformato in informazione, interpretato.

E qui entra in campo il cervello, o più in generale la coscienza: gli studi delle neuroscienze hanno evidenziato come, delle migliaia di stimoli per secondo che arrivano al cervello, per ragioni di economia solo poche unità (meno di una decina), vengono selezionate; le altre sono scartate. I criteri di selezione sono peculiari e cambiano da individuo ad individuo, in base all’esperienza accumulata e agli obiettivi perseguiti.

Il video seguente è particolarmente interessante sotto questo profilo.

Le informazioni selezionate dalla coscienza vanno poi a far parte di sistemi e modelli di più alto livello, entriamo nel campo delle idee, dei concetti, delle opinioni. E qui opera un ulteriore livello di semplificazione che produce risultati arbitrari: quello che ad esempio lui interpreta come un atto gentile (portare dei fiori) lei lo vede come gesto sospetto (cosa vorrà farsi perdonare?).

Ebbene, dopo questa carrellata per nulla esaustiva, sei ancora dell’idea che la tua visione del mondo sia affidabile?

Non ti pare evidente che hai a disposizione solo una versione ultra semplificata di quella che chiami realtà, perché è solo questo che le limitazioni dei tuoi sensi e della tua mente ti possono offrire?

Muovendo da questa considerazione, come puoi pretendere di comprendere la realtà per questa via, la via tipica del pensiero scientifico e razionale?

E se pensi che sia solo una questione di affinare la tecnica, sappi che la fisica quantistica ci ha pure precluso la possibilità di eseguire misurazioni di precisione assoluta, negandola in linea di principio, a prescindere dalla potenza dello strumento utilizzato. 

Intendiamoci, non ho detto granché di nuovo, questo non è che il mito della caverna di Platone rivisto in chiave moderna.

Comunque, per ritornare alla metafora dei terrapiattisti, quello che hai a disposizione è solo una mappa, un mezzo che ti permette di vivere nel quotidiano, affidabile solo localmente; se pretendi che la mappa ti dica come è fatto l’intero pianeta, andrai incontro agli inevitabili problemi di approssimazione e alle distorsioni dovute alla rappresentazione in piano di una superficie sferica; la mappa non è fatta per conoscere il mondo, ma per orientarsi nel boschetto dietro casa.

Se invece vuoi conoscere il mondo, sarà il caso che tu inizi a cercare altre strade; e dovrai trovare da solo la tua, nessuno te la può indicare.

Personalmente ho un’idea sul da farsi, e questo ovviamente non può che valere per me; fermo restando che mi conviene tenermi ben stretta la mappa che mi sono fin qui costruito, pena l’impossibilità di sopravvivere nel quotidiano, provo a concedermi talvolta la possibilità di metterla da parte. Questo significa abbandonare ogni convinzione, ogni certezza, ogni regola, ogni forma di identificazione.

Insomma, fare il vuoto. Il vuoto fertile. Il vuoto quantistico.

Questa è la mia risposta, questa la mia strada; ora che l’ho trovata, non mi resta che imboccarla.

E per farlo, devo abbandonarla.

È che l’umano ha bisogno sempre di fare finta
è un animale imperfetto ha bisogno del falso per vivere a quello che c’è
Limitare lo sguardo a qualcosa che sembra reale
mentre invece è soltanto illusione è un trompe l’oeil

Il mondo là fuori


Viviamo in un’epoca, nel nostro mondo occidentale, che idolatra la ragione; la scienza è diventata la religione dominante, forte dei successi ottenuti e del progresso a cui ci ha condotto, e il metodo scientifico è l’unico vero criterio di cui ci si può fidare.

Non mi sottraggo a questa linea di pensiero, per anni ho cercato risposte a domande scomode nei libri di fisica; ma proprio forte di questo mio sentirmi galileiano, non posso non notare una pesante contraddizione di fondo: ci si muove alla ricerca di evidenze sperimentali dando per scontato un fatto per nulla dimostrato, ed un fatto mica di poco conto!

Stiamo dando per scontato che il mondo nel quale ci muoviamo, all’interno del quale facciamo i nostri bravi esperimenti, che interroghiamo giornalmente per avere rigorose risposte scientifiche, esista a prescindere dalla nostra coscienza!

Pensaci bene, tenace sostenitore del metodo scientifico: riesci a dimostrare che il display attraverso il quale stai leggendo questo articolo esiste a prescindere dal fatto che lo stai osservando?

Sono abbastanza certo di poterti fornire la risposta: no!

Non lo puoi fare, perché ogni tentativo in tal senso deve passare attraverso il filtro dei tuoi sensi, della tua coscienza. Lo puoi supporre, ma non lo puoi dimostrare.

La risposta ingenua potrebbe essere che hai testimoni che vedono le stesse cose che vedi tu… ma pure quei testimoni, nel comunicarti ciò che vedono, devono essere registrati dalla tua coscienza, in sua assenza non avrebbero modo di comunicarti alcunché; in definitiva, come potresti dimostrare tu, in totale onestà intellettuale nei confronti di te stesso, la loro stessa esistenza?

Bada, non sto affermando con forza che il mondo non esiste finché tu non lo osservi (anche se le recenti scoperte sulla fisica delle particelle lascerebbero intendere proprio questo), sto molto più blandamente facendoti notare che l’assunto di un mondo oggettivo che evolve al di fuori della tua coscienza non è dimostrato, né è a mio avviso in linea di principio dimostrabile, e che tu, fedele adepto della moderna scienza, non dovresti prenderlo per buono con tanta leggerezza: dopotutto è l’assunto di partenza, quello da cui derivare ogni altra prova sperimentale, non vorrai mica costruire l’intero impianto scientifico su basi così instabili, vero?

Siamo tutti terrapiattisti


Ti senti superiore quando ascolti le stravaganti tesi dei terrapiattisti, vero? Beh, forse dovresti ricrederti.

Immagina di avere fra le mani la piantina di Roma, una piantina che hai disegnato tu stesso dopo aver girato in lungo e in largo per la città; sei riuscito a riprodurre in scala, ma in modo piuttosto fedele, la posizione di ogni monumento o casa.

Il tuo amico Adam, che abita a Londra e come te è piuttosto meticoloso, ha fatto altrettanto per la città in cui vive.

Sfortunatamente prendete una decisione di comune accordo che porterà al burrascoso scioglimento dell’amicizia: convenite di ampliare, con un lavoro immane e molto faticoso, le due piantine, includendo via via i territori limitrofi fino a mettere in comune i lavori, per creare una gigantesca mappa che inglobi gran parte dell’Europa!

Via via che vi avvicinate ad una zona comune, confrontando i lavori, cominciate a capire che qualcosa non torna… uno dei due deve aver sbagliato le misure, perché le distanze, gli angoli e le posizioni reciproche degli elementi non corrispondono!

Inizia un confronto dapprima pacato, poi sempre più animato che porta al fallimento del progetto comune e alla fine di una lunga amicizia.

Entrambi siete convinti di essere nel giusto, avete verificato più e più volte le misure, tutto è corretto… eppure i due lavori messi a confronto non combaciano, sono discordanti!

Per forza, la superficie della terra è curva! Le vostre piantine iniziali descrivevano una zona limitata, approssimando con un piano quello che in realtà è la superficie di una sfera. Dal punto di vista pratico questa approssimazione è più che accettabile, sarebbe molto complicato tenere in considerazione l’infinitesima curvatura a quella scala, oltre che inutile, perché l’errore che ne deriva è molto inferiore al fisiologico ed ineliminabile errore di misurazione.

I mezzi che avete a disposizione sono limitati per descrivere il territorio nella sua interezza, ma molto efficaci per descriverne una piccola porzione; il problema nasce quando perdete di vista il fatto che si tratta di un’approssimazione e cadete dell’arroganza di attribuire connotazione di realtà globale a ciò che invece è solo una mappa locale: le vostre visioni cessano di essere concordanti e nasce il conflitto.

Questo è esattamente ciò che accade nei nostri rapporti quotidiani!

L’immagine che ci facciamo della realtà non è che una rappresentazione mentale, una semplificazione, un’interpretazione priva di qualsivoglia assolutezza, e alquanto dipendente dalla posizione in cui ci troviamo.

I nostri sensi ci permettono di registrare solo una piccola parte del tutto: per esempio l’occhio percepisce solo una minima frazione dello spettro elettromagnetico.

Il nostro intelletto non è in grado di processare tutte le informazioni che riceve,  dei milioni di stimoli ricevuti ne trattiene solo un’infinitesima parte, mettendo a fuoco solo ciò che reputa rilevante per la sopravvivenza: è quella che viene chiamata attenzione selettiva.

In definitiva, ciò che a noi sembra il territorio, non è che una mappa. Una schematizzazione, un’approssimazione dovuta ai nostri limiti fisici e psichici.

E ogni individuo ha la propria, spesso accompagnata dall’arrogante presunzione di essere l’unica.

Finché non prenderemo coscienza di questo stato di cose non potremo costruire una cartina geografica comune e resteremo nell’isolamento, ciascuno confinato nella propria confortevole quanto illusoria Flatland.

L’arbitrarietà del reale


“Hai visto che coraggio quella scimmia?”

“Quale scimmia?”

“Quella laggiù, quella che sta tenendo testa alla leonessa!”

“Leonessa? Scimmia? Ma di che stai parlando?”

“Oh ma insomma, oggi avere un dialogo con te è più faticoso del solito! Laggiù! Non vedi una scimmia muso a muso con una leonessa?”

“Dici vicino a quell’albero?”

“Albero?”

“Albero!”

“Senti, cerchiamo di fare un passetto indietro, non ci stiamo capendo. Io non vedo nessun albero.”

“Mi dici che non vedi quel gigantesco albero di fronte a noi, dal quale si involano due grossi uccelli, e pretendi che io veda invece una scimmia e una leonessa? Dobbiamo farne più di uno, di passi indietro!”

figurasfondo

“Senti, non mi prendere in giro, non è possibile che tu non veda quei due animali, sono enormi! Finora abbiamo scherzato, ok, ma adesso torniamo seri, per favore, questo dialogo mi sta mettendo a disagio!”

“A chi lo dici! Se qui c’è uno che sta prendendo in giro, quello sei tu, non è davvero possibile non vedere quella quercia che hai davanti agli occhi!”

“Ti avviso, la mia pazienza sta per terminare. Un bel gioco dura poco, e tu lo stai tirando un po’ troppo, mi sembra. Ti ho già spiegato che mi inquieta non riuscire a confrontarmi con qualcuno sulla realtà, ti prego smettila!”

“E va bene. Mi sembra che qui nessuno sia disposto a fare il minimo passo incontro all’altro. Facciamo così: perché non chiediamo l’intervento di una terza persona?”

“Mi sembra sensato. Ecco, guarda, sta passando Remo, possiamo chiedere a lui.”

“Remo lo svitato? Non mi pare una grande idea!”

“Non vedo nessun altro… meglio di nulla, no?”

“E va bene, lo chiamo io. Remo! Ehi, Remo, scusami…”

“Ciao ragazzi, come va?”

“Bene Remo, bene, grazie. Senti, avremmo bisogno di un favore. Potresti dirci cosa vedi laggiù, dove indica il  mio dito?”

“Mmm…”

“Dunque?”

“Intreccio bianco nero.”

“Cosa?”

“Intreccio bianco nero!”

“Nessun albero?”

“Nessuna scimmia? Nessuna leonessa?”

“Intreccio bianco nero!”

“Adesso capisci, perché gli danno dello svitato?”

“Eccome se capisco! Non ha la minima capacità di dare un senso alla realtà!”

Analogico o digitale? Ovvero: olismo o riduzionismo?


Questo articolo vorrebbe declinare in parole un pensiero che ho nella testa, ma il contenuto stesso di quanto desidero trasmetterti mette in discussione la possibilità che io riesca a farlo… insomma mi trovo di fronte ad un paradosso, ad ogni modo ci provo.

Qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza al festival della scienza nella quale si raccontava degli strumenti matematici, e dei rispettivi scopritori, di cui Einstein si è avvalso per dimostrare la sua teoria della relatività; al termine, al consueto giro di domande da parte del pubblico, una mi è sorta spontanea: perché mai il linguaggio matematico si presta così bene a descrivere i fenomeni fisici? In altri termini: perché la natura comunica con noi attraverso il linguaggio della matematica?

Le risposte dei relatori mi hanno convinto della affidabilità di questo strumento, ma non hanno dato ragione del perché, né mi aspettavo che fosse possibile farlo: in effetti la domanda sconfina molto nel campo delle speculazioni filosofiche più che della scienza.

Argomento archiviato; senonché stamattina, parlando di tutt’altro con mia moglie, è venuta fuori questa considerazione: secondo i recenti studi di fisica quantistica, che hanno poi riscoperto in forma nuova tradizioni e conoscenze millenarie, il mondo sarebbe un sistema unitario, olistico, di cui noi facciamo parte; la nostra sofferenza discenderebbe quindi unicamente dal fatto che noi ci sentiamo separati da esso, e non parte integrante.

nubi sole

 

Secondo questa visione percepiamo il mondo come noi da un lato, gli altri dall’altro; il tutto viene scomposto in parti, ma è solo un’operazione di comodo, la realtà è ben diversa.

E perché mai abbiamo bisogno di questa suddivisione? In altri termini: perché abbiamo l’esigenza di introdurre una separazione dove non esiste al fine di lasciar emergere la comprensione nel nostro campo di consapevolezza?

Detto diversamente: la realtà è analogica, un tutto unico, e noi dobbiamo vederla come digitale per poterla comprendere; lo stesso linguaggio verbale che usiamo per descriverla viene definito digitale, proprio perché scompone in pacchetti la realtà creando degli scomparti (di comodo, artificiali) e appiccicandovi sopra delle etichette (‘libro’, ‘sedia’, ‘fame’, e così via), a differenza di un disegno che invece descrive la realtà per analogia.

Insomma, la realtà è un fenomeno continuo che noi approssimiamo con un modello discreto.

Sembrerebbe che per poter interpretare il mondo, e comunicarlo ad altri, una parte del nostro cervello (l’emisfero sinistro) abbia bisogno di questa operazione di digitalizzazione, un po’ come un’immagine viene scomposta ed impacchettata in sequenze di bit e byte per poter essere trasferita attraverso l’etere da un cellulare all’altro.

Improvvisamente, con mia grande sorpresa ho notato come questa osservazione fosse di fatto la stessa, anche se vista da un’altra angolazione, che feci giorni addietro alla conferenza: la matematica non è altro che un processo di digitalizzazione della realtà di cui ci serviamo per poterla interpretare e, per qualche strana ragione, noi non saremmo in grado di comprendere il mondo senza questa preliminare operazione di ‘scomposizione in fattori’.

O meglio: è la nostra mente razionale, quella che ci fornisce la consapevolezza di esistere, ad averne bisogno; il nostro senso del sé necessita di approssimare la realtà analogica con un modello digitale, artificioso, al fine di interagire con esso. Ma è solo un artificio, in ultima analisi un’illusione!

Questa considerazione mi affascina non poco, e mi chiedo se possa esistere una strada per arrivare a comprendere senza usare questa finzione: sento in cuor mio che la risposta è affermativa, e che la strada in questione porta ad una sorta di illuminazione liberatoria e catartica, ma so che nel momento in cui la trovassi, per sua stessa natura, mi troverei nell’impossibilità di descriverla utilizzando gli strumenti digitali di questo blog: ti invito perciò a trovare la tua personalissima via per capire come è fatta la realtà che ti circonda, al di là della matrix.

La mappa


Ieri mattina ero fermo in coda sulla strada che mi porta al lavoro; riflettevo oziosamente sulle numerose volte, nel corso degli anni, in cui mi sono trovato a passare in quel punto.

Poi, improvvisa, la riflessione: io non sono mai passato di lì, quella era la prima volta!

Già, perché come dice Einstein, lo spazio separato dal tempo non esiste, ma esiste lo spaziotempo; ed allora, considerata la faccenda da questo punto di vista, io mi trovavo per la prima volta in vita mia in quel luogo spaziotemporale.

In effetti, al di là di sofistiche considerazioni scientifiche, ho notato sul cavalcavia poco più avanti un uomo appoggiato al guardrail che osservava le macchine ferme in fila; a mia memoria, non l’avevo mai visto prima: chiaro indizio della mia sbadataggine, o del fatto che non ero mai stato lì?

E anche la disposizione delle nuvole sopra di me era completamente nuova: ne ho notata una dalla forma bizzarra, mai vista prima, proprio dietro al cavalcavia!

E più mi soffermavo sui particolari, più avvertivo quel senso di novità che rendeva unica la mia esperienza; buffo come il banale ritrovarsi in coda possa portarti, se sei nel giusto stato d’animo, a vivere esperienze illuminanti!

Sai da cosa derivava la mia errata riflessione iniziale? Dal fatto che non si basava sul reale ambiente nel quale mi stavo muovendo, ma su una mia mappa mentale.

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In quella mappa, come in ogni mappa che si rispetti, non c’erano persone, né nuvole, né altri elementi trascurabili dal punto di vista dell’obiettivo per cui è stata creata: raggiungere il luogo di destinazione.

Una mappa in scala uno a uno sarebbe inutile, giusto? Occorre semplificare, tagliare i dettagli, ridurre le dimensioni. Tutto giusto, corretto, utile: ma non va dimenticato che resta una mappa, non va confusa con la realtà.

Purtroppo nella vita quotidiana commettiamo invece in continuazione l’errore di confondere le nostre semplificazioni mentali col mondo reale.

E allora per forza ci si ritrova a vivere una vita piatta, monotona, sempre uguale a sé stessa: invece di guardare là fuori, guardiamo il nostro personale pezzo di carta!

Le semplificazioni ed i modelli vanno usati quando servono, ma non devono assurgere a riferimento assoluto, altrimenti ci limitano.

E se osservi appunto tutte le tue limitazioni, vedrai che nascono proprio dallo scorretto uso delle tue mappe mentali: preconcetti, luoghi comuni, assunzioni mai verificate sulle quali poggi quotidianamente le tue decisioni, che ti accompagnano subdolamente verso la fine della tua vita senza che tu l’abbia realmente vissuta.

Le mappe però danno sicurezza, vero?

La recita della propria vita


Ieri sera ho concluso un corso di recitazione tenuto dal bravissimo Mauro Pirovano, ineccepibile professionista ma soprattutto persona umanamente squisita e dalla sensibilità fuori dall’ordinario.

E’ stata un’esperienza che mi ha arricchito enormemente, ma voglio qui parlare di quello che a mio avviso è stato per me il principale valore aggiunto del corso.

In queste serate Mauro ci ha ripetuto più volte che, per essere naturali quando si recita una parte, occorre cercare di vivere realmente la situazione che si sta portando in scena; il suo consiglio ricorrente è stato: visualizza la scena, perché al pubblico trasmetti l’immagine che stai creando nella tua mente; pensa a come ti sentiresti realmente se fossi in quel frangente, se vuoi essere credibile.

Tutti noi partecipanti ci siamo impegnati in questo ottenendo discreti risultati: a sua detta eravamo molto naturali, in particolare nelle scene improvvisate. Lo penso immodestamente anche io, ma altrettanto immodestamente aggiungo: perfino troppo.

Intendo dire che, almeno per quanto mi riguarda, sfruttando l’alibi della recitazione davo libero sfogo alle mie emozioni, pur se artificialmente costruite, lasciando che fluissero prive di inibizioni e descrivessero fedelmente come sarei stato qualora mi fossi trovato nella situazione portata in scena.

La differenza fondamentale è che nella finzione di queste serate di corso mi sono sentito libero di mostrarmi in pubblico, mentre se il fatto fosse accaduto realmente questo non sarebbe successo: avrei mascherato ciò che provavo per paura di mettermi a nudo di fronte al prossimo, paura che invece non aveva ragione di essere nel momento in cui sapevo trattarsi di palese simulazione.

Capisci cosa voglio dire? Pur nella finzione della recitazione, mi sono mostrato molto più genuinamente al prossimo di quanto lo faccia solitamente nella realtà! Il corso mi ha fatto capire di avere paradossalmente recitato molto più nella vita reale che non su quel temporaneo palcoscenico. Nella vita reale sono finto, sul palcoscenico ero vero!

teatro

Questa considerazione mi ha aperto un mondo: dove sta la realtà, e dove sta la finzione? Chi sono veramente io dunque? Quanto conosce di me – il vero me – chi mi circonda?

La triste verità è che la maggior parte della mia vita è una recita, perché ho troppa paura di scoprire le carte col prossimo; dovevo iniziare un’attività di recitazione, per comprendere che interpreto da sempre un ruolo che non è mio, ma tarato su quelle che giudico essere le aspettative altrui nei miei confronti.

Paradossale, cervellotico, illusorio ma tremendamente reale!

E tu? Come sei messo tu?