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All’ufficio postale


Lunedì mattina, ore otto e trenta. Coda di vecchietti allo sportello in paziente attesa.

Il giovane uomo è sulle spine: farà tardi al lavoro, oggi ha una riunione importante.

“Scusi?”

“Dica?”

“Deve fare una cosa lunga? Sa, sono in ritardo.”

“No, stia tranquillo, devo solo ritirare la pensione.”

Sperava lo lasciasse passare, invece sembra fare il finto tonto.

I minuti scorrono voraci.

“Scusi!”

“Dica!”

“Le posso chiedere una cortesia? Devo pagare questa multa, è una cosa veloce, devo farlo entro oggi altrimenti scatta la penale, sarebbe così gentile da farmi passare? Tra pochi minuti ho un’importante riunione in ufficio.”

“I giovani! Sempre di fretta, eh?”

Rispondere ad una domanda con un’altra domanda è una di quelle cose che lo fanno decisamente imbestialire. Tiene la calma, per quanto possibile.

“Beh, sì, sono sempre di corsa, sa, io lavoro, ho poco tempo a disposizione, e devo riuscire ad incastrare ogni cosa! Le dispiacerebbe farmi questo favore?”

“Scommetto che la multa è per eccesso di velocità” ribatte il vecchio con sarcasmo.

“No, è per divieto di sosta, ero in ritardo e ho lasciato la macchina dove ho potuto… senta ma invece di impicciarsi dei fatti miei, non potrebbe aiutarmi? Come le dico, ho poco tempo!”

Parte una risata.

“Poco tempo? Questa è bella!”

Il nervosismo cresce dentro, sente di essere alla mercé di quel vecchio impertinente, inizia a maledire tutti i pensionati che intralciano chi lavora per versare quei contributi che pagheranno le loro pensioni.

“Mi prende in giro? Le ho appena finito di dire che tra poco ho una riunione importante, e lei fa finta di niente! Va beh, non importa, si tenga il suo maledetto posto, aspetterò il mio turno, grazie tante!”

“Perché si arrabbia tanto? Mi ha solo fatto sorridere la sua affermazione! Lei pensa di avere poco tempo, e chiede a me di darle il mio! Non le sembra strana come richiesta?”

“Per nulla! Scusi se mi permetto, ma non credo che lei stamattina abbia cose importanti da fare, dopotutto è in pensione. Io invece devo lavorare, ho un sacco di impegni e non trovo mai il tempo per incastrarli tutti! Sì, è proprio come le dico, ho decisamente poco tempo, mentre lei che è in pensione ne ha quanto ne vuole.”

Il vecchio si abbandona ad un’altra risata sonora, prima di ribattere.

“Mi sembra che lei sia un poco confuso! Quanti anni ha? Mi permetta, gliene do una trentina, è così?”

Trattiene a stento il nervosismo.

“Ne ho trentadue, e allora? Insomma, possibile che voi anziani non riusciate a capire i problemi dei giovani?”

“Trentadue anni! Un virgulto! Sa quanti ne ho io?”

Non risponde.

“Ottantuno. Quanto crede possa possa vivere un uomo?”

Non risponde, lo sguardo piantato su una mattonella del pavimento.

“Diciamo novant’anni? Arroghiamoci per un istante il ruolo della Provvidenza e diciamo così. Diciamo che io e lei camperemo fino a novant’anni, Dio mi perdoni la presunzione. Ebbene, se per un attimo alza la testa e guarda la faccenda un poco più dall’alto, è sempre dello stesso avviso? E’ sempre della convinzione di avere meno tempo di me?”

Una breccia si apre nel muro di intransigenza del giovane, che rimane in silenzio.

“La verità è che lei, rispetto a me, ha moltissimo tempo, ma lo sta sprecando. E questo crea in lei l’illusione di averne poco. Lei, come la maggior parte dei giovani, come ho fatto pure io, insegue dei falsi miti. Il lavoro, la carriera, poi la famiglia, poi le ferie in estate e la settimana bianca in inverno. E poi, quando sarà stanco di tutto questo, la pensione, ultimo, fallace obiettivo di vita. Ed allora si troverà al mio posto, in fila ad uno sportello, a riflettere sulle tante cose che avrebbe potuto fare e invece non ha fatto perché sempre impegnato ad inseguire qualcosa che le sfuggiva di mano. Non faccia il mio errore, si svegli, e sfrutti il tempo che ha a disposizione per vivere!”

Passano alcuni minuti in silenzio, mentre la fila avanza pigramente. Il giovane osserva i raggi del sole che filtrano obliqui dai vetri, poi volge lo sguardo al cellulare, titubante.

Quindi fa partire la chiamata.

“Pronto? Ciao, sono io… senti, ho avuto un contrattempo, mi spiace… non credo riuscirò ad arrivare in ufficio oggi… senti, puoi dire a Lucia di andare al posto mio in riunione?  Lei sa tutto… mi spiace tanto, ci vediamo domani… ciao… sì, ok, va bene… ciao.”

Attende il proprio turno in riflessivo silenzio, paga la multa, sale in auto e con calma e serenità inizia a guidare in direzione della riviera.

E’ tempo di ascoltare il silenzio della risacca.

Tempo di riflessioni


Dai un’occhiata ai seguenti dati.

Tartaruga

   6 battiti al minuto 150 anni di vita

Elefante

 30 battiti al minuto

  70 anni di vita

Cavallo

 44 battiti al minuto

  40 anni di vita

Mucca

 65 battiti al minuto

  22 anni di vita

Maiale  70 battiti al minuto

  25 anni di vita

Balena

 80 battiti al minuto

  20 anni di vita

Cane  90 battiti al minuto

  15 anni di vita

Gatto

150 battiti al minuto

  15 anni di vita

Scimmia 190 battiti al minuto

  15 anni di vita

Coniglio

205 battiti al minuto

    9 anni di vita

Criceto 450 battiti al minuto

    3 anni di vita

Colibrì 600 battiti al minuto

 0,5 anni di vita

Sembrerebbe proprio che, in media, ogni essere vivente abbia a disposizione lo stesso numero di battiti totali, nella propria vita: se il cuore batte meno, si vive più a lungo. Pare inoltre che esista una correlazione con le dimensioni: più si è grandi, più si è lenti, più si è longevi.

Bene, ora che ti ho attirato nella lettura con questa curiosità, ecco il colpo a tradimento: parliamo di fisica. Dai, non te la prendere, cerca di proseguire.

Il fatto è il seguente: o Einstein si è sbagliato, oppure lo scorrere del tempo è un’illusione. Infatti, secondo la teoria della relatività ogni evento esiste già nell’universo fisico, e l’apparente danza del presente che sfuma in passato per lasciare posto ad un futuro che ancora non c’è sarebbe, per l’appunto, solo un fatto di percezione.

Insomma, è la nostra mente a convincerci di questo fluire, mentre nella realtà tutto è fermo e immobile; un po’ come per il sole che gira attorno alla terra, si tratta solo di un’illusione percettiva: è la coscienza che si muove, come un proiettore che analizza in sequenza i fotogrammi di un immenso film cosmico, fotogrammi che in realtà già preesistono tutti, ma che vengono analizzati uno alla volta.

Supponiamo allora che la velocità di questo proiettore sia correlata alla velocità del metabolismo, che mi piace qui approssimare con la frequenza cardiaca. Ebbene, in tal caso, anche se dal nostro punto di vista il colibrì è sfigatissimo, perché vive una vita di stress, frenetica e agitata e per di più muore presto, in realtà dalla sua prospettiva avrebbe un’esistenza altrettanto pregna di eventi e soddisfazioni: è infatti risaputo che i colibrì sono piuttosto goderecci.

Quindi: metabolismo veloce, percezione del tempo rallentata; se infatti in un minuto io percepisco trecento eventi (fotogrammi) e tu solo cento, per me quel minuto è durato più a lungo del tuo; non è il valore assoluto che conta, ma la densità di accadimenti nell’unità di tempo.

Questo spiegherebbe fra l’altro perché, con l’avanzare degli anni, il tempo ci sembra scorrere più velocemente: il nostro metabolismo rallenta, percepiamo meno eventi per unità di tempo, quindi abbiamo l’illusione che il tempo fluisca più in fretta.

Se il nostro metabolismo, e con esso le nostre capacità percettive, fossero per assurdo spinti al massimo, raggiungendo la velocità della luce, ecco che saremmo in grado di vedere la danza dei singoli atomi, e quello che ci appare ora come un bel tavolo solido sarebbe invece visto come un pigro brulicare di instancabili e minuscole formiche.

E se al contrario fossimo esseri enormi, dal metabolismo incredibilmente lento? Parliamo di un ‘battito’ ogni milione di anni. Ebbene, in tal caso vedremmo ad esempio ogni orbita di pianeta come un anello che circonda l’astro di riferimento, perché non saremmo in grado di percepire il corpo celeste nelle sue singole posizioni; è un po’ come se tutti i fotogrammi si sovrapponessero e li proiettassimo contemporaneamente. Il moto traslatorio dei corpi celesti nello spazio disegnerebbe a questo punto figure tridimensionali, un po’ come in quegli effetti speciali nei video in cui i contorni di un’immagine in movimento lasciano una scia.

Concediamoci il balzo di fantasia: magari è davvero così… e gli astri enormi e lontanissimi che popolano l’universo sono solo atomi di una realtà più grande, incredibilmente lenta per il nostro metro… in un’interminabile catena di matrioske sempre più grandi e lente.

Un modo alternativo di concepire l’infinito.

Chi sei tu?


Ho la lieve impressione di vivere in un’epoca in cui si esalta l’individualismo ed il materialismo.

Volevo quindi utilizzare questi due concetti con un approccio un po’ laterale, se vogliamo anche giocando un po’ con le parole, per portarti a rispondere alla domanda: ma tu chi sei? Individualismo.

Tu sei sicuramente costituito da materia. Materialismo. Ecco come ti immagino:

io Ti senti sottovalutato? Te ne do atto, ma porta pazienza, avevo necessità di semplificare. In prima battuta possiamo dire che sei un insieme di atomi, di particelle. Da bambino sei costituito da (relativamente) pochi atomi, io ho estremizzato indicandone solo uno, da ragazzo ne hai sicuramente di più, da adulto ancora di più.

Ecco, ti faccio anche vedere come immagino quell’antipatico che stava in classe con te, quello che non hai mai sopportato e che la malasorte ha voluto diventasse anche tuo vicino di casa.

lui

Anche per lui vale lo stesso discorso; come puoi vedere l’ho disegnato un po’ bruttino, ricordati perciò che mi devi un favore.

Ma queste sono solo fotografie che catturano l’immagine delle persone in un determinato istante. In realtà ognuno di noi evolve, muta nel tempo. Nel nostro corpo c’è un ricambio continuo di cellule e, in ultima analisi, di materia. Nessun adulto muore con gli stessi atomi di cui era composto alla nascita.

Per cui, per rispondere seriamente alla domanda, è più interessante mettere assieme tutte le fotografie, ossia analizzare la tua persona anche sotto il profilo temporale. Detto diversamente, per sapere chi sei è più ragionevole descriverti in funzione di come sei oggi e di come sei stato in passato (e, qualora fosse possibile, di come sarai nel futuro).

E allora ecco un’immagine più veritiera, tua e del tuo vicino di casa.

olismoCome vedi, c’è un continuo via vai di atomi. Per non appesantire il disegno, solo di alcuni ho tracciato (parzialmente) la storia. L’atomo b, ad esempio, entra a far parte di te all’età di vent’anni dopo un morso ad una bella bistecca, resta per un po’ nel tuo corpo e poi viene espulso a causa di un taglio di capelli. Se ne va in giro per un certo numero di anni e poi torna a far parte di te grazie ad un’inspirazione durante una corsa mattutina.

Ma attenzione! Guarda che succede all’atomo a! L’atomo a, che entra a far parte di te all’età di vent’anni, qualche anno addietro era parte del tuo vicino di casa! E chissà per quanti altri atomi è successa la stessa cosa. Quindi tu e lui siete in qualche modo collegati! In un certo senso, lui è parte di te, e tu sei parte di lui. Questa è una pessima notizia, non trovi?

Se adottiamo un approccio materialistico, non possiamo non osservare come i confini della nostra persona siano piuttosto evanescenti e indefiniti. Materialismo e individualismo, messi assieme, sembrerebbero portare ad una contraddizione.

O c’è un errore da qualche parte?

Riferimenti bibliografici:

Rudy Rucker – La quarta dimensione. Un viaggio guidato negli universi di ordine superiore

Esiste la cucina di casa tua?


Ritieni che sia più reale qualcosa che hai visto di persona o di cui hai solo sentito parlare? Ad esempio, è più reale l’automobile che hai in garage o il villaggio turistico dove è stato il tuo collega l’estate scorsa e di cui non avevi mai sentito parlare prima?

La domanda è ovviamente retorica, sto solo cercando di portarti, come si dice a Genova, nel mio caruggio.

E’ pacifico che una cosa di cui abbiamo avuto esperienza abbia per noi un carico di sensazioni, ricordi, odori, profumi, emozioni che contribuiscono a darle quella connotazione che noi andiamo etichettando con la parola realtà.

Immagino ad esempio che stamattina avrai fatto un’abbondante colazione nella tua bella casetta; che ore erano? Le 7.30. Bene, non avrai dunque problemi ad affermare che la cucina di casa tua (alle 7.30 di stamattina) esista realmente.

Adesso dove ti trovi? In palestra. Che ore sono? Le 18.30. Anche in questo caso, non avrai ragione di dubitare che la palestra, alle 18.30 di oggi pomeriggio, esista realmente.

Ma che dire della cucina di casa tua alle 18.30? Esiste realmente? Mi dirai ovviamente di sì, che non sei ancora rincasato ma stamattina era sicuramente lì.

Ma non è questo che ti sto chiedendo: io voglio sapere se esiste adesso, alle 18.30.

Pongo la domanda in modo diverso: siccome mi hai appena confermato di dare maggior credibilità a ciò che hai esperito, cos’è per te più reale, la cucina di casa tua alle 7.30 (che hai visto, sentito, toccato, gustato, annusato), o la cucina di casa tua alle 18.30 (che non stai vedendo, sentendo, toccando, gustando, annusando)?

Siamo così inclini ad affermare che il futuro non esista ancora, il presente duri un attimo e il passato non esista più, ma quanto abbiamo più o meno concordato finora sembrerebbe portare da tutt’altra parte; non hai come me il sospetto che la cucina alle 7.30 di oggi debba considerarsi più reale della cucina alle 18.30? O per essere più risoluti: che la cucina delle 18.30 non esista, ed esista quella delle 7.30?

Sto sbagliando qualcosa?

Riferimenti bibliografici:

Rudy Rucker – La quarta dimensione. Un viaggio guidato negli universi di ordine superiore

L’illusione del tempo


Ora ti chiedo un grosso sforzo di fantasia.

Immagina una serie molto lunga di stanze, disposte in fila e fra loro comunicanti per mezzo di porte che ti permettono di visitarle in sequenza.

Ogni stanza è un giorno della tua vita, dalla nascita alla morte; parti dalla prima, poi all’alba del giorno successivo passi nella seconda e così via fino all’ultima (tranquillo, come ti ho detto, le stanze sono molte).

Nella stanza trovi proprio tutti gli elementi che ti sono necessari per vivere la giornata (ed è qui che mi occorre la tua fantasia al lavoro): i parenti, gli amici, la tua casa, il luogo dove trascorri le vacanze… sì, anche i luoghi: dentro la stanza puoi trovare un paese, il mare, le Alpi…

Dentro la stanza trovi anche un diario che racchiude le tue memorie: tutto ciò che hai visto, fatto, sentito e percepito nelle stanze visitate in precedenza è scritto nel libro, e questi contenuti li ritroverai nel corrispondente libro della stanza successiva, con l’aggiunta di quanto vissuto nella stanza corrente; questo è un punto importante: i tuoi ricordi sono rappresentati esclusivamente dal contenuto del diario, che codifica i solchi della tua mente. Niente diario, niente ricordi. Ovviamente i diari aumentano di dimensione via via che si passa di stanza in stanza.

Facciamo un esempio: nella stanza numero 9125 visiti il paese di Solchenburgo, ti piace parecchio, in particolare il museo della scienza; nella stanza 9126 sei a casa, chiami un amico che ti chiede notizie della vacanza e tu, sfogliando le ultime pagine del diario dei ricordi, recuperi l’informazione circa il museo di Solchenburgo, che consigli all’amico. Nella stanza 9132 l’amico ti telefona e ti racconta di essere stato al museo e conferma che è molto interessante: tu grazie al diario dei ricordi riconosci l’amico che ti sta telefonando, sai di essere stato a Solchenburgo e di averlo consigliato all’amico, quindi iniziate a scambiarvi impressioni sul posto.

Il passaggio di stanza in stanza è una metafora dello scorrere del tempo: le memorie si accumulano nel diario (analogamente all’accumulo di memorie nella nostra struttura cerebrale) e tu hai conoscenza della stanza in cui ti trovi e, sfogliando il diario, anche di quelle in cui sei stato. Ma adesso rifletti: siccome la conoscenza che hai a disposizione è data unicamente da ciò che trovi nella stanza (persone, cose e diario delle memorie), se l’ordine di percorrenza fosse invertito, per te cambierebbe qualcosa? Direi di no: la tua percezione del mondo è influenzata solo dal contenuto della stanza in cui sei, tu non hai coscienza dell’esistenza di altre stanze, a maggior ragione della stanza precedente o successiva.

Detto in altri termini: se anche il tempo scorresse al contrario, per come abbiamo costruito l’esperimento mentale tu continueresti a immaginare un flusso in una sola direzione, e questa direzione è stabilita implicitamente dal contenuto dei vari libri. Spingiamoci oltre: se il tempo non scorresse affatto, non ci fosse alcun passaggio di stanze e tante copie di te fossero ognuna nella propria stanza, ciascuna crederebbe  di vivere un presente, aver vissuto un passato e andare verso un futuro ancora non conosciuto.

Quanto dico è ovviamente provocatorio: non sto asserendo che le cose stiano proprio così (come potrei saperlo?), ma semplicemente che, se lo fossero, noi comunque non ce ne accorgeremmo; quindi: anche se a noi sembra che il tempo scorra, non è detto che questo corrisponda alla realtà fisica del mondo; dopotutto abbiamo avuto per millenni la convinzione che il sole girasse intorno alla terra…

E torniamo nuovamente al problema del libero arbitrio, che un certo ramo della fisica impregnato di determinismo sembrerebbe escludere… ma a beneficio del tuo amor proprio (so che ti vuoi sentire padrone della situazione) ti anticipo che esistono altri campi di ricerca in cui invece le cose non sono così prevedibili e predeterminate, anzi regna l’incertezza e la casualità: ma di questo parleremo in un articolo successivo.

Il tempo bloccato


Cosa hai fatto oggi pomeriggio? Sei andato a lavorare e hai avuto una giornataccia, mi dici; coraggio, ormai è passata. Adesso goditi questo momento di riposo, domani è un altro giorno. Come? Domani hai una riunione con quel cliente difficile. Accidenti, sarà un’altra giornata problematica, ma pensa positivo, i giochi non sono ancora chiusi, può ancora firmare il contratto a dispetto delle anticipazioni funeste che provengono dalle voci ufficiose. Dopo tutto, da qui a domani sai quante cose possono accadere che cambieranno le carte in tavola… magari a tuo favore: se mantieni la concentrazione e con un po’ di fortuna, puoi ancora modificare il corso degli eventi. Un giovane di belle speranze come te non si deve arrendere alle prime difficoltà; a proposito: quanti anni hai? Venticinque! Hai sicuramente una carriera luminosa di fronte, non smettere di combattere!

Un momento. Venticinque anni? Sei davvero sicuro di avere venticinque anni? Sicuro che non siano… 23,5 miliardi di chilometri?

– o – o –

Noi tutti siamo abituati a vedere il tempo come qualcosa che scorre, un flusso che trasforma il presente in passato e ci proietta nel futuro il quale, poco alla volta, diventa presente; ci sembra abbastanza normale pensare che il passato non ci sia più, il futuro debba ancora venire e che, in fondo, l’unica cosa reale sia il presente; quello che si modifica in questo divenire è uno spazio tridimensionale composto da oggetti che hanno una larghezza, un’altezza, una profondità.

Eppure un signore vissuto nel Novecento, piuttosto bravo ad uscire dal solco, ha iniziato ad insinuare che le cose potrebbero non stare così; il tempo, che noi percepiamo così diverso dallo spazio (le tre dimensioni di cui parlavo), sarebbe invece intimamente connesso ad esso, anzi sarebbe da considerarsi come una quarta dimensione (chiamiamola durata), che si affianca alle usuali altezza, larghezza e profondità; non abbiamo più quindi concetti distinti di spazio e tempo, ma parliamo di spazio-tempo; non si tratta solo di aggiungere un trattino fra le parole, la differenza è profonda e merita di essere analizzata con attenzione (ne vale davvero la pena, il nome del signore citato è Albert Einstein).

Intanto mettiamo le mani avanti: gli effetti di cui parliamo non sono da noi percepibili in quanto interagiamo con oggetti vicini e ci muoviamo molto lentamente (se hai appena comprato una Ferrari mi dispiace, ti hanno quanto meno gonfiato le aspettative: in confronto alla velocità della luce la tua macchina va piuttosto piano). Pertanto credo sarà difficile convincerti che quello che vado ora a raccontare accade veramente, visto che è completamente al di fuori del senso comune.

Intanto cominciamo dall’età, come l’hai misurata? Ovviamente usando un calendario, mica un metro! E il calendario ti dice che, da quando sei nato, sono passati esattamente venticinque anni, ossia si è ripetuta per venticinque volte la data (giorno e mese) della tua nascita. Ma io potrei invece dirti che quando sei nato la Terra si trovava in una certa posizione rispetto al Sole e che oggi, giorno del tuo compleanno, si trova esattamente allo stesso punto (dopotutto è su questo che si basa il calendario), solo che ha percorso, per venticinque volte, una ellissi di 940 milioni di chilometri. Quindi, in fondo, finché la velocità media della Terra attorno al Sole rimane costante, posso tranquillamente usare i chilometri invece degli anni per misurare il passare del tempo (mi chiederai: perché usare la velocità della Terra e non quella della mia automobile? In effetti sono entrambi criteri piuttosto arbitrari; per convertire unità di tempo in unità di spazio i fisici usano in realtà una velocità maggiormente degna di nota, ossia quella della luce).

Un’altra differenza (apparente?) fra spazio e tempo è che, mentre misurare la lunghezza del tavolo della cucina significa rilevare una proprietà di un oggetto che esiste, sta là fuori, lo posso vedere e toccare, misurare l’intervallo fra oggi e l’ultima volta che sei andato al cinema sembra proprio qualcosa di diverso. Perché l’ultima volta che sei andato al cinema ormai è solo un ricordo, non esiste più.

Eppure Einstein, e con lui numerosi altri scienziati, non la pensava così. La tua coscienza crede che non esista più, così come non è in grado di vedere ciò che ancora deve accadere, ma non per questo tali eventi (così si chiamano i punti dello spazio-tempo) sono da considerarsi non reali. In altre parole: immagina di aver pianificato un viaggio a New York, luogo in cui non sei mai stato; al momento tu non lo vedi, non sai come sarà l’albergo dove alloggerai, ma non per questo credi che essi non esistano: ci sono, solo che tu al momento non li vedi. E quando rientrerai dal viaggio, mica sarai convinto che quei luoghi siano spariti… E allora perché non pensare lo stesso del momento in cui arriverai all’aeroporto, all’albergo, e così via?

La teoria della relatività parla chiaro: dati due eventi (A e B) che accadono in posti molto distanti fra loro (diciamo uno nella galassia di Andromeda e uno nella Nebulosa di Orione), se ti muovi in una certa direzione e con una certa velocità vedrai prima accadere A e dopo B, se ti muovi con un’altra velocità e in un’altra direzione vedrai prima accadere B e dopo A (purtroppo non sono un fisico e non ti posso fornire i dettagli di come ciò accada, ma la questione è ormai assodata e dimostrata sperimentalmente dagli scienziati).

Ovviamente i due eventi devono essere sufficientemente lontani da non influenzarsi a vicenda (devono cioè essere separati da un intervallo di tipo spazio), altrimenti questo genererebbe dei paradossi: se A corrispondesse alla tua nascita e B alla tua laurea, non è proprio possibile che, in un certo sistema di riferimento, la laurea preceda la nascita. Pertanto non correre velocemente da un lato all’altro della stanza sperando di notare qualche effetto relativistico, se lo fai perlomeno non ritenermi responsabile di eventuali incidenti contro lo spigolo del tavolo.

Tutto ciò significa che, in primo luogo, non esiste un ora valido per tutti i luoghi: parlare di cosa sta succedendo ora nella Galassia di Andromeda non ha alcun senso, vista l’enorme distanza che ci separa da essa; in secondo luogo, tu puoi decidere la sequenza temporale di due eventi distanti semplicemente muovendoti a destra piuttosto che a sinistra, così come puoi decidere (ma questo ti sembrerà più normale) di scorgere prima il rifugio e poi la vetta del monte passando per il sentiero di destra, oppure prima la vetta del monte e poi il rifugio passando per il sentiero di sinistra. Beh, questo è normale, il rifugio e la vetta stanno lì, se cambio percorso, cambio sequenza di avvistamento… ma anche gli eventi (futuri o passati) stanno lì, e tu ne puoi cambiare l’ordine di avvistamento allo stesso modo.

Dove va a finire in questo contesto il libero arbitrio? Se tutto è già scritto e deciso, perché dovrei farmi tanti problemi o impegnarmi tanto, comunque vada non avrò alcuna possibilità di cambiare ciò che  sta per accadere… (va peraltro detto che, se tutto è già scritto, anche il fatto che tu ti impegni o meno è già scritto, quindi perché domandarsi se valga la pena di farlo?).

Inoltre: va bene, ammettiamo che le cose stiano così; perché a me sembra invece che il tempo scorra, tendo a dimenticare il passato e non ho la più pallida idea di ciò mi aspetta nel futuro? Da dove nasce questa illusione dello scorrere del tempo?

Direi che per ora temi di riflessione sul tavolo ne ho posti a sufficienza, forse è il caso di terminare qui e di rimandare la discussione di queste problematiche ad uno dei prossimi articoli.

Tranquillo, ovviamente sono già tutti scritti…

Riferimenti bibliografici:

Paul Davies – I misteri del tempo. L’universo dopo Einstein
Tullio Regge – Infinito