Dolcenera


Il paese in cui abito, un piccolo comune in provincia di Genova, è stato più volte oggetto di devastazione per effetto dell’esondazione dei torrenti; la stessa Genova ha vissuto ripetutamente esperienze analoghe.

In tutti i casi, la causa è stata sempre la stessa: la stupida presunzione dell’uomo, che nella sciocca convinzione di dominare i fenomeni della natura ha ristretto gli alvei, arrivando addirittura a coprire di cemento per lunghi tratti l’intero corso di un torrente, come nel caso del rio Carpi a Montoggio e del Bisagno nel quartiere di Genova Foce.

Ma l’acqua non si può imbrigliare; quando può, trova vie alternative per raggiungere il mare; quando non può, devasta con rabbia inaudita ogni ostacolo che incontra.

La voglia di vivere non è diversa dall’acqua; la miope stupidità del nostro tempo sta cercando di fare all’uomo ciò che ha già fatto inutilmente con i torrenti, e gli effetti non tarderanno a farsi sentire.

La stagione delle piogge è in arrivo.

Un genitore fallito?


Sono apertamente e fortemente contrario alla vaccinazione COVID, perché la ritengo non risolutiva e dannosa. Per anticipare le facili tendenze catalogatrici di chi non è abituato a ragionare ad un livello leggermente sottostante quello di superficie, dirò che non mi ritengo un NO-VAX: ciascuno scelga in base alla propria coscienza, fate quel che volete purché non veniate a dirmi ciò che devo fare io.

Ma sempre per restare un poco al di sotto del livello di superficie, aggiungo che l’oggetto di questo articolo non riguarda la vaccinazione, che qui uso solo come pretesto; scriverò invece di quanto la vita a volte sappia essere beffarda: nella fattispecie, per mettere alla prova le mie convinzioni libertarie mi ha sottoposto ad una prova piuttosto dura.

Qualche giorno fa i miei due figli adolescenti, a distanza di qualche ora l’uno dall’altra, mi hanno chiesto il consenso per essere vaccinati (sono ambedue minorenni).

Non è stata una risposta facile da dare, ma è arrivata spontanea ed uguale per entrambi: “sai bene che sono contrario al vaccino, questa situazione per me è molto difficile da affrontare, ma non posso decidere della tua vita, ho fiducia in te e nella tua capacità di compiere una scelta consapevole, la tua libertà è per me più importante di ogni altra cosa.”

Gli strascichi di questo evento sul mio stato d’animo non hanno tardato a farsi sentire: ho cercato di osservare il fastidio che provo, e mi sono chiesto da dove arrivi tutto questo dolore. Certo, il timore per la salute dei miei figli è senza dubbio importante, così come il timore che siano stati vittime di lavaggio del cervello, che abbiano rinunciato alla loro capacità di autodeterminazione.

Ed è proprio su questo versante che sono arrivato al punto: la verità è che mi sento fallito in quanto genitore, perché non sono stato in grado di essere un esempio, di infondere in loro la fiducia nella mia visione del mondo, non sono riuscito ad insegnare loro a ragionare con la propria testa, a svincolarsi dal volere dell’autorità.

Poi, nel bel mezzo di una notte insonne è finalmente arrivato il pensiero liberatorio: qual è la massima forma di autorità per un figlio? Indubbiamente quella paterna (non me ne vogliano le madri se la penso così).

Ciò che è accaduto è che i miei figli hanno preso una decisione importante in aperto contrasto con la principale figura autoritaria di riferimento! Che si tratti di scelta giusta o sbagliata poco importa, di per sé è un fatto potentissimo!

Compresa la portata di questo evento, ho anche capito che il presunto fallimento in quanto genitore riguarda l’ego e il suo bisogno di essere indispensabile per i figli; adesso so che loro possono decidere con la loro testa, e non ci sarà autorità in grado di imbrigliare le loro menti.

Ora sono sereno, io non servo più, anche se per loro ci sarò sempre.

Mi piace pensare che questo sia il vero successo per un genitore, diventare inutile prima possibile.

Con buona pace dell’ego.

Grazie.

Nuvole nella nebbia


Osservo la mia meta, lassù in alto, avvolta dalle nuvole. Mi accingo ad affrontare la dura salita sperando che non piova, le condizioni meteo in vetta non sembrano essere delle migliori. Però almeno fa fresco.

Dopo circa un’ora e mezza di cammino una leggera nebbiolina inizia ad avvolgermi; manca poco ormai. La nebbia diventa sempre più fitta, mi abbraccia nel suo manto umido quasi a volermi proteggere.

Una riflessione si fa strada fra i miei pensieri: questa che ora chiamo nebbia è quella che là in basso, alla partenza, chiamavo nuvola.

Cos’è dunque? Nebbia o nuvola?

Non importa.

Lei è sempre stata qui, indifferente ad ogni tentativo di catalogazione, ben consapevole che i mutevoli punti di vista altrui potranno forse cambiarle nome, ma non riusciranno mai a imbrigliarne l’essenza, a impedirle di manifestarsi per ciò che è.

Stelle cadenti


Sono sdraiato sul prato, occhi rivolti al cielo in cerca di stelle cadenti.

Focalizzo lo sguardo in un punto, poi lo sposto in un altro, poi un altro ancora, cercando di cogliere l’attimo e il luogo in cui passerà la scia luminosa. Questa modalità è per me frustrante e ansiogena: vuoi vedere che mentre mi concentro di qui, la furbetta mi frega e passa di là? Gli occhi si muovono frenetici assecondando il mio bisogno di famelica ricerca.

Poi decido di rilassarmi, e di cambiare modalità: non focalizzo più lo sguardo, ma cerco di accogliere la volta celeste nella sua totalità usando la visione periferica; non osservo alcun punto del cielo, ma contemplo il cielo, che mi appare ora meno dettagliato, ma sicuramente più unitario: ho una percezione olistica di quella scura cupola punteggiata di luce.

E improvvisamente eccola, sulla destra! A quel punto sì, che focalizzo lo sguardo là dove serve, e mi godo quell’istante di effimera bellezza. Un picco di momentanea attenzione che torna subito ad appiattirsi nella contemplazione del tutto, senza aspettative, senza ingordigia.

E mi rendo conto che vivere si può ricondurre proprio a questo pulsare.

Se rimango troppo concentrato su un piano, un progetto, una persona, un’aspettativa, perdo la visione d’insieme; e magari una scia luminosa mi passa accanto, mentre ho lo sguardo rivolto altrove.

Non voglio più che la mia vita sia affannosa ricerca, ma contemplazione del tutto in placida attesa, punteggiata da una miriade di fugaci attimi di stupore che mi chiamano temporaneamente all’azione, per poi lasciarmi nuovamente andare al mistero dell’inconoscibile, dell’incontrollabile, dell’imprevedibile.

Battito del cuore, respiro cosmico. Energia che emerge dal vuoto. Che meraviglia!

L’umanità esiste ancora


In questo periodo mi sento diverso, e solo. Molto più del solito, o forse lo sopporto molto meno, chissà.

Sento di essere rifiutato dal branco, reo di rimanere fedele al mio sentire più profondo. E ho paura, molta paura di non sopravvivere, da solo nella tormenta.

Un giorno vado a fare una corsa nel bosco; sulla via del ritorno, mentre passo per il piccolo paese di Goretta, una voce squillante mi richiama da dietro.

“Buongiorno!” dice la signora con le borse della spesa.

“Buongiorno” rispondo io.

“Le piace molto Goretta, la vedo passare spesso!”

“Sì, mi piace tutto questo monte” ribatto io indicando la costa di Lavaggio.

“Se, quando passa, avesse bisogno di acqua, chieda pure, io abito qualche casa più sopra!”

“Grazie! Gentilissima”, concludo io, saluto e riprendo la mia corsa pensando fra me e me: ha spontaneamente offerto acqua a un perfetto sconosciuto.

Qualche giorno dopo è la volta di un giro in bici, direzione Piancassina, all’estremità più selvaggia della Valbrevenna.

Giunto a destinazione, perlustro incuriosito le strade del piccolo paesino; una donna chiede se ho bisogno, e rispondo che sto solo visitando il centro abitato.

Iniziamo a parlare del più e del meno, di sentieri, di luoghi, di conoscenze in comune che scopriamo di avere; ben presto arriva il marito, che si aggiunge alla conversazione, finché non vengo invitato in tavernetta a prendere un caffè; un caffè offerto a un perfetto sconosciuto. Il mio giro in bici avrà un ritardo imprevisto di un’ora.

Sono segnali che non posso ignorare, segnali che aprono il cuore, e che dicono che sì, viviamo in un mondo dominato dalla paura, dalle ferree e intransigenti regole di un branco un po’ atipico che impone separazione e lontananza, per il bene comune; ma dietro questo strato di freddo calcolo esiste ancora la brace dell’umanità, esiste ancora la voglia di connessione.

Non sono nato per stare in branco, questo è chiaro; ma neanche i lupi solitari sono mai davvero del tutto isolati nella tormenta.

Pensare da uomo libero


La libertà è prima di tutto una questione interiore, e solo in seconda istanza si concretizza in una situazione di fatto.

Questi tempi offrono un’enorme opportunità: imparare a svincolarsi dal pensiero della massa che ci rende automatici, e ragionare con la propria testa.

Le proteste di piazza possono avere la loro utilità, se condotte civilmente, e non mi sottrarrò dal parteciparvi, ma la vera partita non si gioca qui.

Il vero lavoro va fatto sull’atteggiamento nei confronti del mondo. Se inizio a pensare da uomo libero, tutto il resto verrà da sé.

Grazie, Covid, per il tuo insegnamento.

Il puzzle


Alla nascita sono come argilla malleabile la cui forma si adatta facilmente alle esperienze, risposta ad un bisogno innato di adeguarmi al meglio nell’ambiente circostante e trovare il mio posto nel mondo come il nascente tassello di un immenso puzzle multidimensionale.

Col tempo questa capacità di adattamento si affievolisce e la forma acquisita si cristallizza: sono diventato adulto, la forma del mio tassello è definita; l’esigenza di adattarsi permane ma, avendo perso la plasticità iniziale, l’unico modo per farlo è quello di trovare (o ricreare) situazioni complementari alla forma che ho assunto.

Nulla accade dunque per caso, gli eventi della vita non fanno che rispecchiare ciò che sono: ecco che mi ritrovo ciclicamente nella stessa situazione nonostante i tentativi di cambiarla.

Il punto non è cambiare situazione ma cambiare forma o, meglio, trascenderla, osservando senza giudizio le mie rigidità e prendere gli eventi della vita, le persone, le circostanze che incontro per quello che sono: un modo per comprendere la forma del mio tassello, passo iniziale per prepararsi a lasciarlo andare.

Emozioni Tribali


Percorro la strada asfaltata che si allontana in discesa dall’ultimo centro abitato per immergersi nella selvaggia Val Pentemina.

Non occorre molto, meno di cinquecento metri, e sulla mia destra trovo il sentiero che scende alla meta; sento lo scrosciare del torrente (acqua!) che echeggia sulle ripide erte del verdeggiante Monte Moro che si innalza dirimpetto.

L’imbocco del sentiero diventa subito un tunnel nella boscaglia, reso buio e cupo dall’incombente imbrunire; provo un vago senso di inquietudine nell’addentrarmi al suo interno.

Le fronde mi abbracciano, la vista si adatta lentamente alla minor luce, presto l’inquietudine muta in una sensazione di protezione: la macchia mi avvolge come il collo di un utero materno, ed io immagino di tornare alla calda oscurità che mi accoglieva prima di venire al mondo, quando ancora non conoscevo la luce, e vengo improvvisamente raggiunto da un profondo senso di pace.

Li uccelli mi rassicurano e mi accompagnano, non c’è nulla da temere; scendo con cautela, il fondo del sentiero è reso a tratti scivoloso dal fango (terra!) che resiste miracolosamente all’estate inoltrata.

Lentamente le fronde si diradano, per dischiudersi definitivamente sull’ampio prato pianeggiante che si staglia contro il Monte Moro, che dalla mia prospettiva appare maestoso e protettivo. Il senso di soffocamento provato prima si tramuta in un’improvvisa apertura del cuore, un’ondata di luce che spazza via ogni impervietà; una lieve brezza (aria!) accompagna questa distensione: non ricordavo che l’utero materno fosse così vasto e arioso, pur nella sua confortante protettività.

Lo scrosciare del torrente Pentemina è ora più forte e distinto; un grosso capriolo viene sorpreso dalla mia inattesa entrata in scena e si dilegua con grazia nella boscaglia, immergendosi nel canto dei grilli che fa da sfondo al petulante e armoniosamente discontinuo cinquettio degli uccellini.

Il cerchio di pietre è laggiù, sulla sinistra, in prossimità delle boscose fasce di terreno che ridiscendono ripide dalla strada; sembra volersi proteggere, con successo, dagli sguardi indiscreti del mondo.

Presa visione del luogo torno sui miei passi e mi immergo nuovamente nel buio della boscaglia, che offre generosa l’abbondante legna secca di alcuni alberi abbattuti dalle intemperie.

Ne raccolgo quanto basta per accoglierla in un caloroso abbraccio, quindi ridiscendo verso il cerchio di pietre: è tempo che l’energia del sole, rimasta a lungo intrappolata per dar vita a quei rami, venga rilasciata nel calore di una ardente fiamma (fuoco!).

Il fuoco prende vita e si irradia entrandomi in profondità nei muscoli e nelle ossa, la mia mente si spegne ipnotizzata dall’imprevedibile danza di quelle lingue luminose.

L’udito si perde nello scoppiettante ardere dei rami secchi, che ben presto si fonde e confonde col canto dei grilli, degli uccelli e del fintamente rabbioso latrato d’amore dei caprioli nel bosco.

Arriva il buio profondo, e con esso una nuova dimensione: ombre, colori, prospettive, profondità, tutto assume nuove connotazioni, e il mondo conosciuto non è più quello; il fuoco è lì, a dirmi che tutto va bene, che c’è lui a darmi il calore e la luce di cui ho bisogno, e io mi sento tranquillo.

Poi accade il miracolo.

Il cielo si popola di una miriade di puntini luminosi, e con lui il prato attorno a me; stelle fisse che portano testimonianze lontane miliardi di anni, e lucciole intermittenti che ripropongono, da vicino, l’equivalente di migliaia di pulsar remote, concreta prova nel qui ed ora del miracolo dell’Universo.

Lo sguardo non è più in grado di distinguere il cielo dalla terra, se non per la più marcata mutevolezza della vicina Via Lattea di lucciole; è come se fossi stato risucchiato dalle profondità dell’Universo e vi fossi immerso totalmente.

La fiamma lentamente si placa e muta in un brulicare di tizzoni ardenti che via via affievoliscono il proprio impulso vitale lasciandomi sprofondare nel buio punteggiato dalle migliaia di stelle in amore che volano sul prato in cerca di una compagna: il miracolo della vita è lì, innegabilmente attorno a me, e io sono parte di esso.

Resto in silenzio ad ascoltare la vivida ricchezza delle mie sensazioni; ora che mi ha rivelato i suoi preziosi segreti, non temo più mia oscurità.

Al presidente del consiglio


Accogliere il dolore altrui può essere molto difficile, soprattutto se si tratta di una persona cara; la tentazione è allora quella di aiutare, alleggerire il fardello, mettere a disposizione la nostra esperienza per indirizzare, dimenticando che ognuno è il solo responsabile della propria vita.

Non abbiamo mezzi per sentire direttamente ciò che l’altro sente, possiamo al più proiettare su di lui il nostro mondo interiore.

Allora la domanda sorge spontanea: nel momento in cui intervengo aiutando, consolando, consigliando una persona, quale sofferenza sto cercando di alleviare, la sua o la mia?

Albero


Quanto ho da imparare, da te!

Hai una corteccia,
e non è cerebrale.

Hai radici,
e non ti ostacolano,
ti nutrono.

Sei fermo,
e in continua evoluzione.

Ti pieghi al vento, alle intemperie,
e ti risollevi.

Non sei mai solo,
accogli cinguettanti uccellini.

E in fondo non ti importa nulla,
di tutto questo.