Curare il terreno


Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te.

Mário Quintana

Io invece ho commesso l’errore di pensare di dovermi prendere cura delle piante del mio orto, sbagliando obiettivo.

Non sono le piante che vanno curate, ma il terreno. Le piante radicate in un terreno fertile e umido non hanno bisogno di aiuto, se la cavano benissimo da sole.

Lo stesso vale per le persone: non hanno bisogno del mio aiuto. Al più, posso offrire loro il terreno fertile di una relazione genuina.

Sempre che desiderino radicarsi in esso.

O che lo desideri io, in fondo ci sono anche piante infestanti da cui difendersi.

La fine del contrattualismo


Secondo il contrattualismo, concezione filosofico-politica per la quale lo stato nasce da un contratto fra singoli individui, questi convengono di uscire dallo stato di natura – dove sono eguali e liberi, ma privi di garanzie – e di formare una società civile sottomettendosi volontariamente a un potere sovrano.

Nascono così le collettività organizzate, le leggi, le regole, le mansioni, i ruoli, il tutto all’insegna di un calcolo di consapevole convenienza: rinuncio alla mia indipendenza per non avere problemi. Detta così stimola provocatoriamente in me l’associazione col concetto di pagare il pizzo, ma queste sono pure interpretazioni personali.

Il dato di fatto è che questo contratto ha senso fintanto che c’è un vantaggio, altrimenti ne vengono meno i presupposti; quanto più la società inizia ad essere vessatoria, a limitare oltremodo la capacità di autodeterminazione dell’individuo, tanto maggiore dev’essere la contropartita. Se si perde l’equità dello scambio, il contratto perde di significato.

Il problema è che questo stato di cose è insidioso: quanto più mi abbandono al comfort della calda ala della chioccia, tanto più perdo la capacità di cavarmela da solo. Un uomo delle caverne non avrebbe avuto grossi problemi a rimanere mesi da solo nel bosco, io non sopravvivrei una settimana. L’altra insidia si nasconde nel fatto di aver dimenticato che il mio vero stato è quello di natura, e vivo in uno stato sociale per (quella che dovrebbe essere una) libera scelta; in realtà fin dalla nascita ci viene detto che siamo cittadini, e che non può essere diversamente. E noi ci crediamo.

Alla luce di queste premesse, il cammino che sento il bisogno di intraprendere è più spirituale che materiale; non occorre che diventi Rambo, sono sufficienti pochi, piccoli passi nella direzione dell’autosufficienza: avere un orto, prendere acqua alla fonte, saper riconoscere le erbe spontanee, imparare a costruire con materiale di recupero invece che comprare, usare la bicicletta invece dell’automobile.

Gesti che non cambieranno il mondo la fuori, né le mie possibilità concrete di sopravvivere in autonomia, ma cambieranno profondamente me! Ogni mia cellula saprà con crescente certezza che, qualunque cosa accada, troverò il modo di cavarmela, e da questa certezza nascerà la mia serenità, non dal fatto che godo di una qualche forma di protezione; non ha senso che mi organizzi esternamente per prepararmi, ora, a catastrofici scenari futuri di cui non posso prevedere i contorni, se non per sentito dire; l’unica cosa veramente sensata che posso fare è preparare me, spiritualmente, interiormente, all’idea che questo Stato è destinato alla dissoluzione, perché è diventato uno strumento di oppressione invece che di garanzia. E forse lo è diventato proprio perché è ora che io cresca, che prenda consapevolezza.

E’ un po’ come scoprire che i nostri genitori non sono quei miti che abbiamo sempre immaginato: hanno le loro debolezze, commettono i loro errori, talvolta sono dei carnefici da cui proteggersi e, comunque, prima o poi moriranno. Lo so, fa male. Ma la crescita spirituale è anche questo.

Addio mamma chioccia, grazie per tutto quello che hai fatto per me finora, non ho più bisogno di te.

Ah, dimenticavo: rivoglio indietro quell’abbondate sovrappiù che mi hai portato (e mi stai portando) via ingiustamente, e me lo riprenderò senza sensi di colpa quando ne avrò l’occasione, io non ti devo più nulla.

Condensazione: la caduta dall’Eden


Ripubblico, perché lo sento quanto mai attuale.

Fuori dal solco

Le giornate sul pianeta Hydor duravano trenta delle nostre ore, mentre l’anno corrispondeva a ben cinquemila dei nostri.

L’atmosfera era un indistinto e caotico brulicare di molecole di acqua allo stato puro; i potenti raggi della stella Zoe garantivano energia in abbondanza per mantenere quella situazione di vaporosa confusione anche durante la notte.

L’asse di rotazione non era inclinato rispetto al piano di rivoluzione, pertanto il dì e la notte avevano sempre la stessa durata. L’orbita del pianeta era invece fortemente eccentrica, e per questo la sua distanza dalla propria stella variava enormemente nel tempo.

La frenesia caotica dell’atmosfera era solo apparente, perché le radiazioni elettromagnetiche erano tali da infondere alle molecole uno stato di elevata coerenza vibrazionale a livello quantistico; tale coerenza poteva a tutti gli effetti essere considerata il substrato connettivo della coscienza del pianeta, mentre le brulicanti molecole ne erano il supporto materiale, i singoli neuroni.

Hydor…

View original post 493 altre parole

Canzone per Gaia


Questa è la mia prima canzone d’amore.

Dedicata a lei, che da sempre mi protegge e mi dona gioia di vivere.

Perché lei è Gaia.

Re La Do Sol

Re                             
Il sole che accende la brina d’inverno
La
la nebbia che sfuma i contorni del giorno
Do
la luna che imbianca le fronde del cerro
sol
le nuvole in alto proteggono il mondo


Re                             
I grilli diffondono l’aura del prato
La
le rondini danzano il viale alberato
Do
la pioggia punteggia la pietra rovente
sol
la neve che avvolge in un manto silente

Re                             
cicale vibranti nell’afa d’estate
La
un lampo che squarcia le nubi agitate
Do
il picchio che ritma il tempo del bosco
Sol
il rosa del pesco...

                     Re
E allora stringiti a me (guarda quante fragole)
                    La
cammina un poco con me (sotto un mare di lucciole)
                       Mim
il viaggio è molto più ricco 
                                      Sim
se mi affaccio ai tuoi occhi a contemplarlo con te

                     Re
E allora stringiti a me (balla sulle nuvole)
                   La
cammina ancora con me (senza troppe regole)
                   Mim
gustiamo questa bellezza rimanendo vicini
                  Sim
senza avere un perché



                Fa#m
lasciamo che la vita 
                                         Sim
possa ancora sorprenderci per quello che è

Re                             
Il coro dei lupi sul monte selvaggio 
La
il gallo in cortile che ostenta coraggio
Do
nel cielo i ricami del falco in volo
sol
il buffo latrato di un capriolo

Re 
Il tasso progetta l’assalto al pollaio
La
l’odore del giallo che scalda il granaio
Do
grugnito sorpreso di un lesto cinghiale
sol
prorompe fra i rovi di mora e lampone

Re 
La salvia civetta con il rosmarino
La
lontano risate di allegro bambino
Do
il ghiaccio che piange baciato dal sole
sol
il profumo di un fiore 


                     Re
E allora stringiti a me (come nelle favole)
                    La
intona un canto con me (un sussurro flebile)
                 Mim
doniamo ai nostri fratelli la ricchezza che ognuno
                Sim
porta dentro di sé

                     Re
E allora stringiti a me (tutto è così facile)
                       La
danza i tuoi passi con me (basta un poco di coccole)
                Mim
condividiamo il cammino liberando la mente
                Sim
da pensieri e cliché


               Fa#m
aspettiamo l’aurora  
                                         Sim
che rischiari il sentiero e lasci tutto dov’è

               Fa#m
e ringraziamo la vita 
                                Sim
magica e perfetta esattamente com’è  


Re                             
Lo scoglio che infrange la furia del mare
La
la stufa che accoglie con il suo tepore 
Do
l’abbraccio dei monti dall’aspro crinale
sol
il tappeto di foglie nel rosso autunnale 

Re 
Dal campo si spande l’odore del fieno
La
spettrale sorpresa dell’arcobaleno
Do
la chioccia rimprovera il vispo pulcino
sol
concerto di rane nel verde acquitrino

Re 
Dal riccio tracima l’obesa castagna
La
la brezza frizzante di alta montagna
Do
il vento che canta fra i rami scroscianti
sol
l’amore di Gaia per i suoi abitanti

Re La Do Sol

Uomo Nero


E’ inutile che io cerchi di combattere qualcuno o qualcosa là fuori, perché l’unico vero nemico si trova dentro di me.

Ho compreso che è il mio desiderio di vedere la luce ad alimentare il buio, perché nel mondo duale in cui sono immerso l’unico modo per fare esperienza della prima è confrontarsi con la presenza del secondo.

Di conseguenza, quanto più mi ostino a volere luce, tanto più creo buio. Quanto più ho bisogno di sentirmi buono, tanto più dovrò essere circondato da cattivi.

Di questo si alimenta l’Uomo Nero dentro di me.

Continuerà a succhiarmi la vita, fintanto che non vedrò in faccia il mio bisogno, lo accoglierò senza giudicarlo, e lascerò che svanisca da sé, senza far nulla perché ciò accada.

Lam Mim Lam Mim

              Lam                             
Mi sveglia di notte nella tenebra oscura

gorgoglia racconti dalla fine più nera
Mim
è la sua natura, la sua natura  
              
l’Uomo Nero ha fame della mia paura
                Lam                             
L’angoscia mi avvolge, temo la dittatura

distorto presagio di affogare in miniera
Mim
cresce a dismisura, cresce a dismisura  
              
l’Uomo Nero si nutre della mia paura
           Do                             
Velata blandizia di una cupa dimora

l’ombra della sfiga, quanto è lusinghiera!
Mim
è tutta una iattura, tutta una iattura
              
l’Uomo Nero esiste nella mia paura
             Do                             
Imploro la mamma che mi abbracci ancora

questa dipendenza è la menzogna più vera
Mim
è una fregatura, è una fregatura
              
l’Uomo Nero è frutto della mia paura
            Lam                             
Io sono una vittima, ho bisogno di cura

un fragile bimbo, coccolatemi ancora!
Mim
è la mia sventura, la mia sventura  
              
perché in fondo fa comodo questa paura
          Lam                             
Diabolico scambio, divina stortura

tu mi succhi la vita, io poltrisco ancora
Mim
sei la mia creatura, la mia creatura 
              
sono io che ho bisogno di questa paura... 
                Do                             
Quindi resto in casa, surrettizia galera

ho la scusa ideale per dormire ancora
Mim
nella mia clausura, la mia clausura
              
che alibi perfetto è questa paura
               Do                             
Mi nascondo al mondo, temo la bufera

meglio stare in prigione che varcar la frontiera
Mim
è una fregatura, una fregatura
              
sono identificato nella mia paura!
Lam                             
la mia paura, la mia paura 

la mia paura è la menzogna più vera 
Mim
la mia paura, la mia paura  
              
la mia paura è la menzogna più vera 
Lam                             
che seccatura, è una sciagura

passare la vita dietro a una ringhiera
Mim
che scocciatura, è una tortura
              
che ansiogena lagna questa partitura!
       Re
Voglio aprirmi alla primavera...
         Sol 
E allora succhiati la mia gioia
       Sim 
e sì, lo so, la troverai amara
            Re 
è il dolce nettare della vita di Madre 
Mim
Gaia
          Sol 
Mastica piano il mio riso e ingoia
          Sim 
questo tripudio di amore, impara
        Re 
voglio gustarmi le meraviglie della 
Mim
vecchiaia
        Sol 
Divincolarmi da ogni pastoia
             Sim 
vibrare di leggerezza chiara
         Re 
cantando nella serena attesa che tu
Mim
scompaia
        Re 
io canterò nella calma attesa che tu
Mim
scompaia
        Re 
io danzerò nella ferma attesa che tu
Mim
scompaia

La ragioneria ha torto


Fin dai tempi della scuola superiore mi è stato insegnato che i conti devono tornare, e da bravo ragioniere primo della classe (di fantozziana memoria) ho impresso a fuoco nella mente che il DARE è sempre uguale all’AVERE.

Sul piano filosofico questo si è tradotto in una visione del mondo che descrive la vita come gioco a somma zero: se qualcuno vince, qualcun altro deve per forza perdere. Se io sto bene, qualcun altro starà male; oppure: se oggi sto bene, domani starò male. La felicità è una torta, si tratta di decidere come affettarla, nello spazio e nel tempo.

Poi mi sono imbattuto nelle divulgazioni scientifiche del fisico Emilio Del Giudice che, se ho ben compreso da profano quale sono, dimostrerebbero l’esatto opposto: l’Universo è una riserva infinita di risorse, si tratta solo di trovare il giusto modo per attingervi, impresa nella quale gli organismi biologici riescono egregiamente!

Provo ora a spiegare ciò che ho assimilato, che è per me l’ennesima conferma dell’enorme quantità di falsità a cui sono stato esposto nei tanti anni passati sui banchi di scuola.

I processi biologici di ossidoriduzione (reazione in cui si ha trasferimento di elettroni da una sostanza riducente a una ossidante, base del funzionamento della vita sul nostro pianeta) necessitano di una grande quantità di elettroni allo stato libero, ma negli organismi viventi, costituiti al 99% da molecole di acqua, questi non sarebbero disponibili, in quanto l’acqua può cedere elettroni solo avendo a disposizione un’elevata quantità di energia, a differenza dei metalli che invece li cedono con estrema facilità (infatti sono ottimi conduttori elettrici), ma sono presenti in percentuali molto piccole negli organismi; e allora, da dove arrivano tutti gli elettroni liberi che oggettivamente rendono possibili i processi metabolici, donandoci al contempo una buona conducibilità elettrica ed esponendoci impietosamente al rischio di prendere la scossa?

Questa imbarazzante domanda è stata a lungo ignorata dalla comunità scientifica, che dava il fatto per scontato; la risposta più plausibile è che gli elettroni arrivino dall’acqua, ma come abbiamo già detto gli studi fatti su molecole isolate dimostrano che affinché ciò accada occorrono quantità di energia molto grandi.

Tuttavia, se un insieme di molecole d’acqua presenta un elevato grado di coerenza ‘vibrazionale’, allora diventa possibile ‘prendere a prestito’ dal vuoto l’energia occorrente per liberare elettroni, ed è proprio ciò che sembra accadere negli organismi viventi, perché in essi l’acqua è per lo più presente in prossimità di membrane (acqua interfacciale), e questo le conferisce proprietà diverse dall’acqua allo stato libero; per spiegare questa differenza, Del Giudice ricorre al metaforico paragone fra un corpo di ballo e la folla in una piazza.

Questa dunque la possibile spiegazione del mistero: per il principio di indeterminazione di Heisemberg, dal vuoto quantistico appaiono per brevissimi istanti dei fotoni; può accadere che uno di questi venga ‘catturato’ da una molecola d’acqua, che si eccita a causa dell’energia assorbita rendendosi momentaneamente disponibile a cedere elettroni, rilasciandolo subito dopo; ma poiché in prossimità di quella molecola se ne trovano altre in stato di coerenza, il fotone viene nuovamente catturato e rimane di fatto intrappolato rimbalzando qua e là come la pallina in un flipper; come lui, tanti altri suoi compagni apparsi dal nulla mantengono le molecole d’acqua in un costante stato di eccitazione: ecco da dove arriverebbe l’energia occorrente ai processi metabolici.

Questa descrizione ha l’accuratezza scientifica di un gossip al bar, tuttavia penso che possa rendere l’idea di un meccanismo che trovo decisamente affascinante e romantico: la vita vista come espressione di coerenza vibrazionale in grado di estrarre energia dal nulla!

Traslato sul piano sociale, mi domando: che succederebbe se ogni essere umano vivesse in coerenza e armonia con i propri simili, così come fanno le molecole d’acqua negli organismi viventi?

L’economia del dono


“Non riesco proprio a credere che in questo paese si possa vivere senza denaro.”

“Probabilmente non hai abbastanza fiducia.”

“Non vedo cosa c’entri la fiducia… comunque ti sarei profondamente grato se volessi togliermi qualche curiosità, perché davvero sono incredulo!”

“Ma certamente, sono a tua disposizione, chiedi ciò che vuoi… non ti costerà nulla!”

“Grazie! Non so proprio da dove cominciare… ecco, partiamo dal cibo. Supponi che io voglia del pane. Mi stai dicendo che è sufficiente che vada da un panettiere e ne prenda quanto ne voglio?”

“Se per ‘quanto ne voglio’ intendi la quantità di cui hai bisogno, la risposta è sì. Se invece intendi fare scorte per il futuro, allora no: nel nostro paese ciascuno sa che può prendere esattamente quanto gli serve in quel momento, tutti si comportano così. E’ uno dei principi su cui si basa la nostra economia.”

“Ma io potrei volerne un po’ di più per far fronte a imprevisti futuri…”

“Ecco, lo vedi che ti manca la fiducia? Perché mai dovresti prenderne di più? Io so nel mio profondo che, se domani avrò bisogno, troverò ciò che mi serve. Non mi occorre accumulare alcunché, salvo che per evidenti motivi pratici, ad esempio perché prevedo di non uscire di casa nei prossimi giorni.”

“Va bene. E il panettiere? Come fa fronte ai costi per produrre il pane? Avrà pur bisogno di farina, legna da ardere, acqua…”

“Lo sai da te… li troverà messi gratuitamente a disposizione da qualcun altro.”

“E perché mai dovrebbe lavorare senza avere nulla in cambio? Cosa lo spinge a farlo?”

“Il piacere di avere le mani in pasta; il piacere di leggere nei tuoi occhi la soddisfazione provata mangiando il frutto del suo lavoro. Il piacere di avere uno scopo nella società in cui vive.”

“Va bene. Ma chi gli garantisce che troverà le quantità di farina di cui ha bisogno? O la legna per il forno?”

“Ci risiamo, non riesce proprio ad entrarti in testa. La fiducia! E comunque, quando ha deciso di aprire una panetteria sapeva che in zona c’erano dei produttori di farina, d’altro canto queste sono valutazioni preliminari che fate anche nel vostro paese, no? Cambia solo il fatto che, a differenza nostra, voi pagate le materie prime, e la maggior parte delle vostre azioni è guidata dal senso del dovere invece che dal piacere. E’ come se viveste per pagare debiti che pensate di avere ereditato fin dalla nascita; questo atteggiamento mi ricorda tanto un famoso peccato di biblica memoria.”

“In effetti l’idea di prendere del pane senza dare nulla in cambio mi farebbe sentire parecchio a disagio! Penserei di essere debitore, appunto, di dovere qualcosa a quella persona!”

“Questo perché, a differenza sua, non hai fiducia nel fatto che egli avrà un ritorno dalla sua opera, seppure molto indirettamente! La fiducia permette di cambiare drasticamente la prospettiva, non si sente più l’esigenza di avere un ritorno immediato, e a quel punto anche il concetto stesso di ‘ritorno’ perde significato. Procurarsi il sostentamento non è più un problema perché una moltitudine di persone mette a disposizione gratuitamente le risorse, e questo permette a ciascuno di fare ciò che più gli piace, e di farlo anche al meglio, visto che è un piacere e non un dovere. In tal modo permetterà a sua volta ad altri di godere della propria opera.”

“Mi sembra tutto molto utopistico. Credo che prima o poi qualcuno si approfitterebbe della situazione, e inizierebbe a prendere senza mai dare nulla in cambio.”

“Intanto, noto dal tuo linguaggio che ancora non sei entrato nella giusta prospettiva. Non c’è nulla da dare in cambio. Qui da noi le persone non fanno alcunché allo scopo di usarlo come oggetto di baratto; ad esempio il panettiere non produce pane perché vuole scambiarlo, ma perché prova soddisfazione nel crearlo e nel donarlo. Stando così le cose, perché mai qualcuno dovrebbe approfittarsi della situazione, come dici tu, smettendo di fare ciò che gli piace? Sarebbe piuttosto sciocco, non trovi?”

“Ok, ok. E se ciò che piace a una persona non servisse a nessuno? In quel caso, quella persona non sarebbe un parassita della società?”

“Credevo che tu conoscessi meglio l’animo umano! La vera soddisfazione di ognuno nasce dal piacere della condivisione, di relazionarsi agli altri, di sentirsi utili. Sai bene che vita infelice conduce chi lavora solo per soldi, facendo un mestiere che non ama. La persona di cui parli troverebbe prima o poi il modo di appagarsi con un’attività che torna utile a qualcuno.”

“Mi sembra tutto così assurdo! Sarà che arrivo da un mondo in cui il concetto di fiducia è così raro…”

“Penso che tu stia parlando in modo poco consapevole. Dove tieni, ad esempio, i tuoi soldi?”

“Beh, la maggior parte sono in banca.”

“Ecco. E pensi che la banca te li conservi chiusi in cassaforte, in attesa che tu vada a ritirarli?”

“A dire il vero, non so… no, credo proprio di no!”

“Appunto. La banca investe il tuo denaro prestandolo; e lo stesso fa con il denaro di tutti gli altri risparmiatori. Se un bel giorno decideste in massa di riprendervi i vostri soldi, la banca non potrebbe in alcun modo onorare gli impegni. L’intero meccanismo si basa sulla fiducia nella banca stessa e nel fatto pragmatico che non andrete tutti a ritirare i soldi allo stesso momento. Quindi, anche il vostro sistema per certi versi si basa sulla fiducia, tutto sommato. Fiducia che voi riponete nell’istituto di credito e nei suoi meccanismi di funzionamento e garanzia, mentre noi la riponiamo in qualcosa di ben più vasto e, permettimi, affidabile.”

“Quindi, in un certo senso da voi non esiste la proprietà privata…”

“Nulla di più falso. Se non possedessi nulla di mio, come potrei mai farti dono di qualcosa?”

“Forse confondo l’economia del dono con il comunismo…”

“Forse. L’economia pianificata, che in passato ha mostrato tutti i suoi aspetti fallimentari, priva il singolo di ogni proprietà e assegna la gestione di ogni bene e risorsa produttiva allo stato. Ma lo stato è fatto di uomini, e gli uomini che si trovano a gestire ricchezze così ingenti, il tutto inserito in una logica scambista, saranno inclini ad approfittarsi della situazione a discapito dei più. Fenomeno che di fatto è accaduto, nella storia, trasformando il comunismo in una forma di oligarchia mascherata.”

“E’ davvero difficile affidarsi, come dici tu, al fatto che ogni mio bisogno futuro sarà in qualche modo soddisfatto.”

“L’intera vita è una questione di fiducia: lo stesso atto di camminare presuppone per un istante l’abbandonarsi nel vuoto confidando che presto il piede toccherà terra garantendo stabilità. E la vita in fondo non è un cammino? Tutte le sicurezze che ti fanno sentire tranquillo sono in fondo illusorie, la fiducia nella vita è l’unica vera forma di protezione contro ogni preoccupazione.”

“Mi stai convincendo a livello mentale, ma credo che farei molta fatica a mettere in pratica ciò che dici quotidianamente, questo deve diventare proprio un modo di essere…”

“Non ti crucciare, l’economia del dono non nasce da una scelta razionale, ma viene dal cuore. Quando il tuo livello di consapevolezza sarà sufficientemente maturo, ti ritroverai automaticamente circondato di persone che vibrano su questi livelli, e ti accorgerai improvvisamente che quello che chiami modo di essere è diventato una realtà. Ti ritroverai nel nuovo mondo senza neanche averlo deciso; ora non hai altro da fare, se non accrescere la tua consapevolezza.”

Riferimenti bibliografici:

Devana – Eko-nomia. Il futuro senza denaro

Produci, consuma… crepa!


Una colossale diga trattiene enormi masse di acqua, energia immobilizzata da tempo che, se si esprimesse di colpo, potrebbe deflagrare in un’immensa esplosione che devasterebbe e cambierebbe definitivamente i connotati dell’intero mondo circostante.

Eppure il lago sembra fermo e placido, nascondendo a uno sguardo superficiale l’enorme potenziale che racchiude.

Nei momenti in cui riesco a sopraelevarmi, distaccandomi dalla percezione limitata della mia vita, posso vedere questo scenario dall’alto, e allora sento che dovrei fare qualcosa: quella diga deve crollare, il mondo è arrivato a un capolinea, il genere umano sta lentamente consumandosi nell’automatismo dei suoi meccanismi egoici.

Ma quel muro è solido, troppo solido per le mie minute forze; è un’impresa troppo grande per me, non ce la farò mai.

Poi, improvvisamente, mi vedo, e capisco chi sono.

Sono una minuscola crepa, laggiù, in un angolino in basso. Da quella crepa trasuda qualche goccia di acqua.

E poi vedo che ce ne sono altre, più distanti da me, a livello locale distribuite irregolarmente ma, su larga scala, in modo piuttosto uniforme.

Non sono solo.

E allora mi sento pervadere da un rasserenante entusiasmo.

Non è la mia forza che farà crollare il muro. E nemmeno la forza della altre, piccole, crepe. E nemmeno la totalità delle nostre forze messe assieme.

Sarà l’inimmaginabile forza del lago a distruggere la diga che lo sta imbrigliando, grazie a queste crepe che gli offrono uno spiraglio, un aggancio, uno spunto.

Non devo più affannarmi, è sufficiente lasciarsi attraversare dalle sue acque, liberare il più possibile il passaggio, perché questo io sono: un minuscolo canale che, se lasciato sgombero, si amplierà grazie alla forza stessa dell’energia che lo attraversa.

Non serve altro: lasciare scorrere. Ecco quello che accade quando dò libero sfogo alla mia creatività scrivendo un articolo, una canzone, lavorando il legno: mi connetto alla sorgente e lascio che l’energia mi attraversi esprimendosi nel mondo materiale.

E allora capisco anche le mie paure, ciò che mi fa chiudere in me stesso rallentando il flusso vitale: se la crepa si allarga, ad un certo punto si unirà con altre, perderà la propria individualità; paradossalmente, la mia illusoria esistenza è garantita da quei blocchi di cemento solido e immobile che tanto detesto, e che a loro volta tanto mi odiano ed emarginano in quanto pericolosa falla!

Ma se riesco a trascendere tutto ciò, a disidentificarmi da quella fessura nel muro, insignificante e allo stesso tempo così determinate, allora divento parte del tutto: che le forze dell’Universo esprimano la loro potenza attraverso me!

Io sono


Siamo esseri infiniti, e come tali sfuggiamo ad ogni tentativo di classificazione o definizione.

Eppure, sin dalla nascita siamo esposti a una miriade di forme di etichettatura e catalogazione.

Lasciali fare, non puoi impedirlo, ma non commettere l’errore di crederci: non permettere che ti imprigionino!

Mim La Mim La Mim La Mim La
Mim
Apri il libro e mi parli del fiore
          La
l’ape, il frutto, si nasce, si muore
                   Mim
e non sai dirmi il perché
   La   	  Mim
ma dopo che c’è?

Mim
Se io studio potrò lavorare
         La
e i miei figli potranno mangiare
                Mim
appoggiandosi a me
   La   	  Mim
ma dopo che c’è?

Do
Son domande che è meglio non fare
     Sol
sono soglie da non superare
                   Mim
è assai meglio per te
       La   	    Mim
lascia stare i perché!

Do
Sguardo a terra, e ogni dubbio scompare
                  Sol
il cielo è troppo alto per poterlo toccare
           Mi
o capire dov’è
  La       Mi
affidati a me!

Mim La Mim La Mim La Mim La

Mim
Mamma scienza mi mostra l’altare
       La
del pensiero da idolatrare
                   Mim
sorseggiando un caffè
   La   	    Mim
ma dietro chi c’è?

Mim
La mia mente ha bisogno di schiere
     La
di domande e risposte sicure
                   Mim
che definiscano il sé
   La   	    Mim
ma dietro chi c’è?

Do
Terre oscure da non esplorare

                     Sol
vecchi armadi che non devi più aprire
               Mim
lascia tutto com’è
  La           Mim
puoi scordarti di te!

Do
Ora siedi e sintonizza il canale
        Sol
c’è una serie che saprà sistemare
                        Mi
il guastafeste che è in te
  La       Mi
affidalo a me!

NO!

Sol
Io sono un uomo
                  Re
stringo i pugni e tuono
           Mi      La Mi
non voglio limiti!

Sol
In quanto umano
         Re
non condivido

        Mi      La Mi
riposte sterili

Sol
Io sono un uomo
         Re
io soffro e amo
        Mi      La Mi
con i miei simili

Sol
Sconsacro il duomo
                Re
della scienza e vivo
             Mi      La Mi
tutti i miei stimoli

Sol
Io sono un uomo
          Re
respiro e godo
             Mi      La Mi
di questi attimi

Sol
Seguo il richiamo
           Re
di ciò che sono
             Mi      La Mi
smetto di crederti               

L’onere della prova


Mi hanno fregato nel momento in cui sono riusciti a convincermi che l’onere della prova spetta a me.

È accaduto molti anni fa, oggi me ne sono finalmente reso conto, ma ogni tanto lo dimentico e ci casco nuovamente.

Mi hanno detto, più o meno esplicitamente: dimostra quanto vali, dimostra che meriti di far parte di questa società. Io mi sono lasciato convincere e ho abboccato.

Da una vita mi sbatto per essere produttivo, per dare un senso alle mie giornate, per migliorarmi. Se mi comportassi così per il piacere di farlo, non ci sarebbero problemi. Il fatto è che spesso sono mosso dal bisogno di accettazione, da questo subdolo senso del dovere, di dover provare a me stesso (e indirettamente agli altri) che la mia esistenza ha un senso, che ho il diritto di stare a questo mondo.

Ma ora basta.

Chi ha stabilito che l’onere della prova spetta a me? Perché mai dovrei essere io a dimostrare quanto valgo?

Io valgo per il semplice fatto di essere. Altrimenti non sarei.

Caro amico, se pensi che io non abbia diritto di stare su questa terra, ebbene dimostramelo, l’onere della prova è tutto tuo. E cerca di essere convincente, perché dopo essere stato ingannato per tutti questi anni, adesso sono fermamente deciso a godermi la vita!