L’accettazione di Silvio


Nel lontano dicembre 2013 ero agli inizi di un percorso di crescita personale che, dopo una profonda e dolorosa fase di auto osservazione e introspezione, mi ha portato a pubblicare l’articolo La distruzione di Silvio.

Silvio rappresentava una parte scomoda della mia personalità,  limitante e foriera di problemi, e quell’articolo era una formale dichiarazione di guerra nei suoi confronti: per evolvere dovevo assolutamente liberarmene, dovevo farla fuori.

Sono passati un po’ di anni da allora, e posso dire con orgoglio di essere cresciuto, almeno un poco.

Ti starai forse domandando se sono finalmente riuscito a liberarmi di Silvio.

Nemmeno un po’, è tuttora presente e più che mai bisognoso di attenzioni. La mia crescita non sta in questo, ma nel fatto che mi sono accorto di non pensarla più come allora.

Sono profondamente convinto che cambiare opinione sia l’indice più genuino di crescita personale, pertanto non vivo questo cambio di rotta come una sconfitta ma come un successo.

E non mi sento nemmeno di affermare che allora stessi sbagliando, per nulla. Perché data la situazione di vita in cui mi trovavo sette anni fa (sette: per certe tradizioni esoteriche questo numero ha significati ben precisi), date le informazioni a mia disposizione, data tutta una serie di variabili al contorno, quello era il miglior atteggiamento che mi potessi permettere. Come d’altronde quello proposto nel presente articolo è il migliore per il contesto di vita attuale, e mi auguro proprio che non sia definitivo, di poterlo trascendere in futuro (trascendere, non disconoscere!) per evolvere ulteriormente.

Cosa penso dunque di Silvio oggi?

Penso che sia un bambino che ha sofferto tanto e che si comporta così solo perché vuole attenzioni, quelle attenzioni che nessuno gli ha mai dato; vuole il riconoscimento di cui ha bisogno. Io sono l’unico che può accoglierlo, perché solo io lo conosco così bene. Tentare di allontanarlo non può che sortire l’effetto contrario: farlo urlare ancor più forte, perché lui ha bisogno di essere visto.

abbraccio

E poi, a pensarci bene, Silvio è stato un mio valido alleato per molti anni: è nato per proteggermi dal mondo di allora, e se bene o male oggi sono qui è anche grazie a lui.

No, Silvio non deve essere fatto fuori! Va coccolato, ringraziato, ascoltato quando serve: perché bisogna riconoscere che  può ancora rivelarsi un valido alleato.

Credo proprio che io e Silvio diventeremo buoni amici.

La coerenza


Ti propongo questa meravigliosa litografia di Maurits Cornelis Escher, grafico e incisore olandese famoso per le sue opere paradossali e provocatorie, intitolata ‘Relatività’.

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M.C.Escher, Relatività. Litografia 1953

Finché mi soffermo su singole parti dell’immagine non noto nulla di strano; il disorientamento nasce quando considero la scena nel suo complesso: la mia mente inizia allora a vacillare e ogni saldo riferimento perde di significato; i concetti di sopra e sotto, alto e basso, destra e sinistra, solidi ancoraggi su cui baso la mia capacità di orientarmi nello spazio, vanno a farsi benedire.

Ciononostante, ogni volta non riesco a non rimanere affascinato dalla surreale armonia di quell’insieme di elementi dall’accostamento paradossale: osservando l’immagine provo una piacevole sensazione di apertura, di affrancamento da schematiche briglie, oserei dire di infinito!

Poi penso alla mia mente, a come è strutturata la mia personalità, e capisco che non sono poi diverso da quell’immagine.

Con la grande differenza che osservarmi nella mia globalità mi terrorizza: vedere tutte le mie incoerenze interne mi fa stare male, mi disorienta, appunto. E finché il disorientamento è provocato da una immagine ‘finta’, è piacevole; quando mi riguarda in prima persona, quando riguarda me, non lo è affatto. Al contrario, è terrificante.

Ecco allora che creo delle barriere, dei compartimenti stagni: i miei valori, i miei atteggiamenti, le mie convinzioni quando sono nell’ambiente lavorativo sono completamente diversi da quelli che mi attribuisco quando sono con gli amici, o in famiglia, o da solo nel bosco.

E non parlo di semplice finzione col mondo esterno, bada bene: parlo proprio di struttura mentale interna. Parlo di finzione con me stesso. Nel compiere determinate azioni in determinati contesti ignoro completamente certe mie convinzioni o certi miei valori, perché mi porrebbero di fronte ad una contraddizione e mi impedirebbero di agire.

Se togliessi ogni paratia e rimanessi fedele al principio di coerenza per me non ci sarebbe via di scampo: sarei condannato all’immobilità, perché non ci sarebbe gesto che potrei compiere in totale e sincera assenza di contraddizione.

Capisco allora che queste paratie si sono formate come difesa, sono ‘ammortizzatori’, per utilizzare la terminologia di Gurdjieff, che mi proteggono dalle sollecitazioni causate dalle mie incongruenze.

Da dove hanno avuto origine queste incongruenze? Beh, suppongo dalle innumerevoli esperienze fatte nel corso della vita, che si sono incontrate o scontrate con le mie pulsioni interiori, e nel tempo hanno originato modelli di risposta non sempre allineati fra di loro.

Ma al di là di trovare le cause, ciò che mi domando è: che fare? Rinunciare ad essere coerente, o continuare ad evitare di guardarmi nella mia totalità? O rinunciare a parti di me, nel difficile tentativo di eliminare ogni contraddizione?

La risposta a questa domanda fino a qualche anno fa sarebbe stata scontata: la coerenza prima di tutto.

Ma il fatto stesso che sia qui a fare certe riflessioni, oggi, non lascia dubbi su quale sia la cosa più utile da fare, per me, ora: accettare e contemplare con non giudicante apertura quel meraviglioso quadro di Escher che sono diventato.

Preferisco esser vinto contro il muro a torso nudo
che cantare la vittoria ben protetto da uno scudo

Nomadi, “La coerenza”

 

La caffettiera e il tostapane


Se ne stava in disparte, in un angolo della cucina, tutta sola. Un sottilissimo e appena visibile filo di ragnatela univa l’estremità del manico al suo corpo metallico dalla vita stretta.

Lui si avvicinò a lei con circospezione, e con tutta la delicatezza di cui era capace le chiese: “Perché non ti unisci a noi? La colazione non è la stessa senza di te, mi hanno detto che sei tu quella che dà la carica!”

Lo guardò lasciandosi andare ad un sospiro; le faceva un immenso piacere quell’invito, che sapeva però di non dover accettare: non voleva fare ancora del male.

“Mi spiace, non posso. Tu sei nuovo e non puoi sapere, ma non succedono cose piacevoli quando mi scaldo.”

“Davvero? E che succede mai? E dai, una colazione senza caffè è triste, priva di energia! C’è bisogno di te per iniziare la giornata con grinta!”

Aveva difficoltà a ritornare a quei momenti di dolore, ma chissà perché quell’incontro fece leva sulla sua voglia di parlare, di aprirsi. Aveva però bisogno ancora di una spintarella, che provò a invitare.

“Mi piacerebbe molto stare con voi, ma l’ultima volta che ho partecipato sono successi fatti molto spiacevoli. Dentro di me ci sono brutte cose, cose che è meglio non vedere. Cose che possono fare del male. Faresti meglio a starmi lontano.”

Lui era molto giovane, impregnato di quell’ardore e curiosità che rendono talvolta spavaldi e incoscienti.

“E che sarà mai! Vuoi raccontarmi l’accaduto? Sono curioso di conoscere ciò che hai dentro!”

“Io…”

Era in bilico fra il dire e non dire; fra la voglia di farlo e il giudizio sull’inopportunità di svelarsi così ad uno sconosciuto. Vinse la prima.

“C’è una forza mostruosa dentro me, una forza dirompente. Finché non mi scaldo, tutto è tranquillo. Ma quando mi scaldo questa forza cresce a dismisura, e per quanto io cerchi di trattenerla ad un certo punto non ce la faccio più. E allora esplodo in un boato terrificante, la mia parte superiore si stacca volando contro il soffitto e il mio calore si propaga con violenza tutto attorno, e faccio del male, molto male! Faccio del male a chi mi sta vicino! Per questo sarebbe meglio se tu stessi alla larga.”

“Wow! Sei potente! Anche io mi scaldo ma non sono capace di nulla del genere. E quante volte è successo?”

Si sentì spiazzata da quella domanda inattesa.

“Quante… quante volte? Beh… una volta.”

“Una sola volta? E prima di quella volta che succedeva?”

“Prima ero meno forte, non riuscivo a trattenere e così… ciò che avevo dentro fluiva fuori, un orribile liquido nero, bollente, accompagnato da un borbottio fastidioso.”

“Ma tu sai che sei proprio una sciocca?”

“Perché?”

“Senti, io sono giovane e inesperto e non so nulla di te, non conosco nulla del mondo. Ma posso dirti ciò che sento, ora: sento che ciò che hai dentro non è né bello né brutto, e non può fare del male. A meno che tu non decida di trattenerlo: allora sì, che diventa dannoso!

Ma questo non accade solo a te, accade a tutti: nasciamo perfetti, sai? Sono i giudizi, l’educazione, la morale a convincerci di non esserlo. E allora tratteniamo, sopprimiamo delle parti di noi, le teniamo nascoste perché abbiamo paura di non essere accettati, di non andare bene. E queste parti represse, che invece esistono e vogliono attenzione, ad un certo punto iniziano a gridare. Solo allora diventano dannose.

Ma la loro dannosità non è intrinseca, non credi? Se fossero lasciate libere di esprimersi, potrebbero donare la loro utilità al mondo. Dammi retta, siamo proprio sciocchi a comportarci così.

Datti un’altra possibilità, lasciati andare, non trattenere: vedrai che non farai del male a nessuno, e anzi l’energia che hai dentro aiuterà qualcuno ad affrontare meglio la giornata!”

Non pareva molto convinta, ma qualcosa si era mosso. Aveva trovato qualcuno che la accettava per quello che era e non aveva paura di lei. Forse era questa la via? Forse tutto il male che sentiva di avere dentro era per davvero solo causato dall’oppressione e dal giudizio?

Di una cosa era certa: aveva trovato un nuovo significato, del tutto inatteso e fino ad allora sconosciuto, per la parola amore.

Accanimento profilattico


Questo articolo è diretto a Te e a ciò che in Te detesto, perché sono profondamente incazzato.

No, caro lettore, non fraintendere, non sto parlando di te. L’articolo è diretto a Te, ossia quella parte di me che vedo riflessa nei tuoi atteggiamenti. Nulla di personale, dunque, non te la prendere per ciò che dirò, e perdona il cacofonico gioco di parole.

Ma veniamo al dunque: devi sapere che non sono mai andato alla scuola materna. Non ci sono andato perché ero troppo piccolo e indifeso, a giudizio di mia madre. Potevo ammalarmi, potevo correre chissà quali rischi. E così sono rimasto fino all’età di sei anni ben protetto dai pericoli che incombevano là fuori, al caldo delle piume di una chioccia affettuosa.

Il mio corpo, il mio cuore e la mia mente non hanno avuto modo di sperimentare un graduale avvicinamento al mondo; ci sono piombato dentro brutalmente quando è iniziata la prima elementare: ero terrorizzato da tutti quei bambini vocianti, tutti come me eppure così diversi da me. Mai visti così tanti tutti assieme; chissà dove si nascondeva il pericolo che tanto spaventava mamma? Non riuscivo a vederlo, ma sapevo che doveva esserci da qualche parte.

Ed ecco che ho iniziato ad ammalarmi; una tonsillite dietro l’altra, ero più a casa che in classe. Mamma aveva dunque ragione? Non avevo gli anticorpi. Il mio corpo fisico non era in grado di difendersi, e nemmeno il mio corpo emotivo: non sapevo come gestire le invadenze dei bambini che ce l’avevano con me: ho vissuto momenti di vera angoscia. Alla fine del primo anno di scuola le mie tonsille devastate sono state asportate, fascicolo archiviato. Piano piano gli anticorpi si sono rafforzati e la mia vita sociale ha preso una direzione apparentemente normale. Ma i danni dentro erano rimasti.

La situazione in cui mi trovo oggi mi riporta ad allora, e ti assicuro che non mi piace per niente. Perché vedi, ti concedo il beneficio del dubbio, così come l’ho concesso a mia madre: probabilmente tutto questo lo stai facendo per me, e non per proteggerti dalle tue inadeguatezze.

Ma in un’angolo della mia mente si annida l’idea sempre più insistente che mia madre volesse in realtà solo salvare se stessa, nell’ingenuo tentativo di nascondere la sua incapacità di gestire i problemi causati dal mio contatto col mondo. E pure tu hai paura di questo, vero? Perché la struttura sanitaria di cui sei dotato è ridotta ai minimi termini, e se mi ammalo non sai che pesci prendere: passi per la mia salute, ma le tue mancanze è bene che rimangano nascoste.

Ma non mi trattare come un bambino, io lo so che prima o poi gli anticorpi li dovrò fare. Asintomatico o meno, prima o poi col Covid-19 dovrò fare i conti. E non mi prospettare il palliativo del vaccino, perché io non voglio vivere così. Non voglio una vita passata a nascondermi, perché dopo il Covid-19 arriverà il Covid-20, il Covid-64, l’Amiga, credi che non sappia che funziona così? Ormai sono cresciuto.

Gli anticorpi li voglio fare con le mie forze, vada come vada, non voglio vivere sotto le tue piume di chioccia ossessiva. Il vaccino tienilo per te e per i tuoi interessi economici e non.

Pertanto voglio che tu sappia ciò di cui sono consapevole: tenermi ancora sotto sequestro mi farà del male. Perché sposterà solo nel tempo il giorno della resa dei conti, e perché nel frattempo causerà altri danni collaterali che tu nemmeno immagini. O forse sì, e questa idea mi inquieta non poco.

E allora, questo è quello che ti dico. Mi ascolti bene? Sto parlando al fascista che è in te. E non cadere dalle nuvole, perché lo so che esiste, non importa che tu sia oppressore o ubbidiente oppresso; nel secondo caso ha solo un bel segno ‘meno’ davanti, ma sempre di fascismo si tratta, e forse della peggior specie in quanto più nascosto e diffuso.

Parlo con te, dunque, e voglio che tu abbia chiaro questo: io non obbedirò più. E non ti affannare a mettere ronde o spie davanti a casa mia, perché non lo farò nel modo che ti aspetti. Io disobbedirò in un modo che non potrai vedere, disobbedirò rimanendo all’interno delle regole che tu hai fissato. Ma dentro di me, nei miei atteggiamenti, nei miei pensieri, nelle scelte lecite che ancora mi lasci, io disobbedirò. Disobbedirò esercitando diritto di voto in modo imprevedibile, disobbedirò nelle mie scelte di acquisto, disobbedirò non prestandomi a farti involontaria propaganda con puerili hashtag #iorestoacasa o #celafaremo, disobbedirò essendo da esempio per i giovani, disobbedirò smettendo di credere a ciò che dici. E tu non ci potrai fare niente.

Non mi puoi fare niente.

 

Il gioco senza fine, ovvero le trappole della relazione


Immagina di fare il seguente gioco con un amico: ogni volta che comunicate, invece di dire ciò che avete in mente dovere usare la sua negazione. Ad esempio, invece di “Mi piace il tuo nuovo vestito”, potreste affermare “Oggi hai un vestito orrendo”, e via di seguito.

Ora, in base alle poche ma ferree regole che vi siete dati, diventa subito evidente come non sia possibile porre fine al gioco, perché nel momento in cui proponete “smettiamo”, state comunicando l’intento contrario.

Ma anche l’ingenuo contro tentativo di dire “continuiamo” non potrebbe porre fine al gioco, perché verrebbe inteso come una comunicazione fatta nel gioco, e non sul gioco. L’interlocutore lo prenderebbe come un’affermazione all’interno dello scambio di battute nel quale siete immersi, non come la proposta di una nuova regola che riguarda il gioco.

Detto più precisamente, per uscire dal gioco bisogna meta comunicare, ossia comunicare sulla comunicazione, ma le regole che vi siete dati non hanno specificato alcunché in proposito, e quindi vi trovate intrappolati in un paradosso.

Ti risulterà subito demenziale e accademica un situazione simile, e di fatto nella pratica non si verificherebbe mai perché, vista la sua semplicità, risulta facile “uscire” dalla simulazione e tornare alla “realtà”.

Ma rimaniamo ancora un poco nella teoria. Esistono tre possibilità per prevenire questa trappola:

  1. giocare usando una lingua e parlare del gioco usandone un’altra; in questo modo, dicendo di smettere, ad esempio, in inglese, potresti senza possibilità di fraintendimenti comunicare correttamente all’altro la tua vera intenzione
  2. stabilire un evento esterno che ponga fine al gioco (ad esempio un timer)
  3. fare ricorso ad una terza persona che non partecipa al gioco (come il punto precedente, ma soluzione maggiormente flessibile) che faciliti la meta comunicazione

Questo è un esempio alquanto teorico, però è illuminante perché il nostro cervello è un sistema mnesico modellante, ossia inferisce regole. Quando una relazione con una persona perdura per un certo tempo, o ha prospettiva di farlo, diventa utile per l’economia cerebrale modellare un protocollo di comunicazione.

Di fatto si vengono dunque a creare delle regole implicite, che aggiungono significato ai messaggi scambiati  senza bisogno di esplicitarlo.

E qui sta l’inghippo. Perché finché le cose vanno bene, lo scambio di messaggi è fluido e armonioso, e “lui (lei) mi capisce senza nemmeno bisogno che io parli”.

Ma quando le cose cambiano (e il mondo è un continuo divenire, difficilmente le condizioni iniziali perdurano per sempre), potrebbe essere necessario modificare il protocollo di comunicazione. Ma per farlo bisogna uscire dal sistema, peccato però che ci si è abituati ad usare regole, ormai ben rodate, che lavorano solo al suo interno.

Tornando alla metafora del gioco, ad un certo punto bisogna poter dire ‘smettiamo di giocare’, ma non si riesce a farlo!

Per questo motivo molte relazioni (di ogni tipo, non mi riferisco solo ai rapporti sentimentali: anche la relazione cliente/terapeuta, ad esempio, è affetta da queste dinamiche) tendono a cristallizzarsi in modelli ripetitivi che portano al logorio dei partecipanti, talvolta costringendoli ad uscire a forza dal gioco, non potendone modificare le regole dall’interno. Si tratta squisitamente di un problema di comunicazione: i protagonisti si trovano intrappolati nell’impossibilità di dirsi qualcosa di diverso dal solito.

Sempre alla luce del gioco presentato prima, l’intervento di un terzo (mediatore familiare per la coppia, supervisore per il counselor o il terapeuta) può aiutare il processo di meta comunicazione, agevolando le parti ad uscire dalla trappola in cui si sono rinchiuse.

Ancora una volta mi risulta evidente come per liberarsi sia necessario uscire dai modelli, andare al di là della regola. Il che non vuol dire violarla, perché questo significherebbe rimanere nel gioco, bensì trascenderla.

Cambiare gioco.

Riferimenti bibliografici:

Paul Watzlawick, Don D. Jackson, Beavin Janet Helmick – Pragmatica della comunicazione umana

Dal 2021 ospedali a pagamento per chi non svolge attività fisica


Un ticket di 5000 euro su ogni ricovero ospedaliero dovuto a problemi cardiaci o respiratori per chiunque non possa dimostrare di svolgere regolare attività fisica. Oggi il via libera della Camera con 552 voti a favore e 15 contrari, la settimana prossima la palla passerà al Senato. Ed è già polemica.

Aula della Camera dei deputati

Roma – Giro di vite del legislatore, tempi duri in arrivo per i sedentari. Vista l’ottima risposta dell’opinione pubblica alle recenti restrizioni introdotte in tema di Covid-19, per le quali molti si sono trovati d’accordo nell’impedire ogni forma di attività sportiva all’aperto in nome del bene comune, il legislatore sta valutando, sempre in ottica di  salute pubblica, di rovesciare le imposizioni, ovviamente quando l’emergenza virus sarà archiviata: ciò che era prima vietato potrebbe diventare di fatto obbligatorio

E’ sorprendente l’entità della spesa sanitaria dedicata alla cura di mali che sarebbero evitabili con un minimo di esercizio fisico regolare, è tempo che i cittadini vengano responsabilizzati e si adoperino con le giuste misure di prevenzione. All’inizio non sarà facile, è vero, ma non appena i primi benefici saranno visibili non ci sarà nemmeno più bisogno di questa norma, i cittadini continueranno da soli in una spirale virtuosa e salutistica. Successivamente si potrebbe passare a norme che mirino a migliorare l’alimentazione, e magari ad ulteriori giri di vite sul fumo.” Queste le parole del ministro Chiara Luprandi, una dei principali fautori del disegno di legge, nel portare avanti il quale non si trova certo isolata: si tratta di una proposta che per una volta unisce trasversalmente diverse fazioni politiche.

Al vaglio le ipotesi per permettere ai cittadini di dimostrare di avere diritto alle cure gratuite; la tecnologia viene in aiuto, numerose sono infatti le app per smartphone che già adesso sono diffuse fra gli sportivi e permettono di tracciare l’attività svolta. Un’altra app che si andrebbe dunque ad affiancare a quella attualmente in fase di analisi per tracciare gli spostamenti dei cittadini: ancora una volta la tecnologia al servizio della salute pubblica.

Caro lettore, se ti stai allarmando, rilassati: si tratta solo di una mia fantasia, non c’è nulla di vero. Se ti sei agitato un poco… bene! Sappi che l’ho fatto per te. Era l’unico modo per farti salire un poco i battiti cardiaci, sai, pare faccia bene alla salute ogni tanto.

Vedi, mi è piaciuto giocare un poco, ipotizzando un mondo dove i moralizzatori diventano per una volta coerenti e puntano il dito indiscriminatamente, senza ipocrisie. Stai tranquillo, quel mondo è per tua fortuna (se sei uno di loro) ancora lontano: quando usciremo di casa, potrai continuare a giudicare chi sta fuori, standotene seduto tranquillamente sulla tua poltrona di casa o sul sedile della tua auto.

I cattivi continueranno ad essere loro.

L’esame imprevisto


E’ venerdì di una tarda mattinata primaverile. Il professore di matematica, prima di uscire dall’aula, comunica agli studenti che un giorno a caso della settimana successiva si farà una verifica a sorpresa. Insiste particolarmente sul fatto che sarà proprio a sorpresa: fino a che non entrerà in aula, gli studenti non avranno modo di sapere se quel giorno si terrà o meno la prova.

Gli studenti sono molto intelligenti e hanno una razionalità piuttosto spiccata quindi, dopo un primo momento di panico generalizzato, si consultano e arrivano ad una conclusione alquanto rasserenante: il fatto che si faccia la verifica è logicamente impossibile.

Il loro ragionamento è il seguente.

Venerdì non potrà essere il giorno prescelto, perché il prof. ha detto che non potremo sapere quando si farà la verifica fino al momento in cui lui entra in aula; ma se entro giovedì noi non avremo fatto la verifica, potremo concludere che si terrà il giorno rimanente, venerdì; questo contraddice quanto ha detto il professore, perché in quel caso conosceremmo il giorno con molte ore di anticipo. Quindi non potrà essere venerdì: il prof. è integerrimo e quando promette una cosa la rispetta. Restano dunque quattro giorni possibili.

Ma per lo stesso motivo dobbiamo escludere anche giovedì, perché se entro mercoledì non si è fatta la verifica, e venerdì è stato escluso, allora non resta che giovedì. Mercoledì pomeriggio sapremmo per certo che la prova sarà giovedì. Ma il prof. ha assicurato che non sarà così, quindi anche il giovedì è escluso.

Beh, ma ripetendo a ritroso il ragionamento, si arriva ad escludere ogni giorno, perfino il lunedì. Conclusione: è impossibile che si possa tenere alcuna verifica sotto queste condizioni.

Soddisfatti del loro ragionamento, ineccepibile sotto ogni profilo logico, passano un week-end all’insegna dello svago e della spensieratezza. E i fatti danno loro ragione, fino a mercoledì compreso. Ma giovedì, inaspettatamente, ecco la verifica, proprio come il professore aveva annunciato! Che brutta sorpresa!

Adoro questo racconto, un poco surreale, perché evidenzia le limitazioni della logica: dove hanno commesso l’errore? Da nessuna parte, il loro ragionamento è ineccepibile! E sta proprio qui il paradosso, perché se non fossero stati così arguti, avrebbero tenuto un comportamento meno razionale ma, di fatto, più efficace!

Tutto questo per evidenziare ancora una volta che la logica, e più in generale la razionalità sono strumenti utili, ma nella vita non sempre sufficienti; talvolta essere irrazionali ci porta più lontano.

Riferimenti bibliografici:

Paul Watzlawick, Don D. Jackson, Beavin Janet Helmick – Pragmatica della comunicazione umana

Ispirazioni aspirando


Sto passando l’aspirapolvere.

Le mie deviazioni maniacali esigono che ogni centimetro quadrato del pavimento sia stato visitato dallo strumento pulente: decido di assecondarle, perché la mia mente sentenzia che ogni tipo di lavoro, anche il più insignificante, va fatto per bene.

Ok, mente, ti presto ascolto.

Lei è molto brava nell’affrontare problemi di questo tipo, ha subito trovato un valido criterio per non trascurare nemmeno un angolo di mattonella: suddivide il pavimento in aree più piccole; il rettangolo delimitato da tre muri laterali e dalla linea immaginaria che dal bordo del letto arriva allo spigolo della porta, quello individuato dalla nicchia della porta finestra, il piccolo corridoio fra il letto e il muro, e così via.

Mi risulta così facile aggredire l’enorme vastità dei quaranta metri quadri del pavimento di casa mia: divide et impera! E’ più agevole controllare zone di piccola dimensione, per poi passarle in rassegna nella loro totalità.

Mi rendo conto che ogni volta lo schema di suddivisione si ripete uguale a sé stesso, potrei addirittura attribuire delle etichette ad ogni area: la Zona Lato Finestra, la Zona Lato Armadio, l’Accesso al Bagno, e via di seguito.

Cosa hanno di reale queste zone? Nulla. Sono solo suddivisioni di comodo, funzionali ad una più agevole applicazione del trattamento igienizzante; di fatto esiste una sola, unica, indivisa superficie ricoperta di mattonelle.

Eppure, via via che me ne servo, queste suddivisioni acquisiscono realtà per me, e alla fine mi comporto come se avessero un’esistenza autonoma. Difficilmente i miei automatismi operativi acconsentiranno a procedere secondo frazionamenti alternativi, altrettanto arbitrari.

Da questa considerazione muovo il passo generalizzante successivo: la mia mente non si comporta così solo per questo tipo di frivola parcellizzazione, ma lo fa in continuazione, lo fa per tutto.

Ogni separazione è arbitraria, tanto quanto quella operata sul pavimento. Serve solo alla mia mente per muoversi, per trovare dei criteri di gestione dell’ambiente circostante; diversamente, non saprei in che direzione andare.

Un libro, una tazza, una sedia, un tavolo: sono solo classificazioni di comodo nella mia mente. Ho lavato la tazza e poi l’ho messa sopra il tavolo. Wow, fico, che efficacia!

Nulla di reale esiste, al di fuori di ciò che decido io con le mie suddivisioni arbitrarie quanto illusorie.

Un metodo potente ed efficace, lo devo ammettere. Ma molto, molto pericoloso, se non ne sono cosciente.

Adesso però basta!


Caro Moralizzatore,

che spieghi a tutti quel che è giusto e quel che è sbagliato fare in questo drammatico periodo, io lo so che così facendo ti senti importante, ti senti il salvatore del mondo; mi fai molta tenerezza, visto da fuori sembrerebbe proprio che tu lo faccia in buona fede.

Nonostante questo ti invito ad elargirmi i tuoi preziosi precetti quando avrai percorso nelle mie scarpe tutti, e gli stessi, chilometri che ho percorso io.

Nel frattempo ti prego di tenere per te i tuoi sapienti consigli, perché ti garantisco che solo per te sono validi, visto che non puoi conoscere una virgola delle vite altrui, e scusa se mi tengo a ben oltre un metro di distanza da te ma temo la tua virulenza che, come millenni di storia hanno dimostrato, ha ben poche possibilità di cura.

Andrà tutto bene un cazzo!


Non ci sono dubbi, l’epidemia rientrerà. Svilupperemo gli anticorpi, come singoli e come comunità. Torneremo a vederci nei pub affollati, ad abbracciarci, ad insultarci negli ingorghi cittadini.

Ma c’è un altro virus che in questi giorni così surreali si sta diffondendo, e pochi lo vedono; è un virus che non si propaga di corpo in corpo, ma di mente in mente, e le moderne tecnologie dell’informazione gli offrono potentissimi canali per dilagare incontrastato.

Avrai certo notato sui social gli innumerevoli post sull’epidemia, talvolta allarmistici, talvolta di speranza, talvolta meramente di servizio, talvolta moralizzatori (ah, quanto ci piace indicare la retta via agli altri!).

In questo fenomeno io ho notato, limitatamente a quel che può valere il mio remoto angolo di osservazione, una società che si lascia facilmente attraversare da queste ‘ondate’ informative: lo strumento principe è l’emozione che, scatenata da un articolo sui social, o da un messaggio in una chat, innesca nell’inconsapevole lettore la compulsione a condividere dopo aver ingoiato l’informazione per intero, senza averla masticata, digerita, assimilata

L’informazione circola quindi velocemente, e non senza effetti pratici, perché provoca nelle persone comportamenti pilotati e per nulla coscienti.

L’anticorpo a queste forme di epidemia è la consapevolezza, e i dati di fatto mi lasciano pensare che nella nostra società sia presente in livelli davvero bassi.

Il nostro corpo è sicuramente più intelligente della nostra mente (anche se da bravi sapiens sapiens crediamo di essere al top dell’evoluzione grazie a quest’ultima), e non ci metterà molto a prendere delle contromisure contro il Covid-19; ma la mente nemmeno sa di avere un problema, tanto è distratta dalla preoccupazione di proteggere il corpo. E anche se realizzasse di averlo, non è poi così forte da resistere alle compulsioni, diciamocelo; è molto abile a inventare scuse per occuparsi d’altro.

E se oggi il virus mentale che circola è tutto dedicato alla pandemia, quando questo tipo di emergenza sarà passato ne circolerà un altro; d’altra parte fino a qualche settimana fa circolavano i virus sull’immigrazione, sul  terrorismo, sui crocifissi nelle scuole.

Per non parlare dell’enorme numero di vittime provocato una ottantina di anni fa dal virus della razza ariana: il Covid-19 gli fa un baffo.

Concludendo: le giuste forme di profilassi che stiamo adottando, unitamente alla intelligenza del nostro sistema immunitario, ci tireranno sicuramente fuori da questa situazione drammatica. Ma se l’umanità resta all’attuale livello di inconsapevolezza, che il fenomeno Covid-19 ha reso ai miei occhi particolarmente evidente, perché mai dovrei aspettarmi che le cose migliorino?