Tanto è inutile. O no?


Questo articolo è per te, che ti rassegni allo status quo anche se vorresti tanto che cambiasse.

Forse penserai: come posso io, piccolo piccolo, influenzare un mondo tanto più grande di me?

Ebbene, probabilmente hai ragione. Probabilmente quel tuo piccolo gesto non farà la differenza.

Là fuori.

Già, perché permettimi di farti osservare un fatto: stai guardando nel posto sbagliato.

E’ vero, il tuo gesto non cambierà le cose là fuori, ma ciò che importa è il cambiamento che avverrà in te. E proprio perché sei piccolo piccolo, sarà un cambiamento enorme.

Mettilo in atto anche se ti sembra inutile e ti provoca tante resistenze, vai contro ogni razionalità e, cazzo, fallo a dispetto di tutto!

E poi ascolta come ti senti, ascolta le tue emozioni. Hai paura? Provi qualche altro genere di fastidio?

La fuori il cambiamento potrà essere impercettibile, ma dentro di te, se sei rimasto consapevole durante il processo, si saranno verificate trasformazioni gigantesche!

Così grandi che, una volta che le avrai interiorizzate e ne avrai preso coscienza, non ti importerà più nulla che il mondo là fuori cambi.

E sarà allora, proprio allora, che cambierà.

Il sovrano addormentato


Mi sembra più che mai attuale…

Fuori dal solco

Il re governava con saggezza e rettitudine il piccolo regno di Anéros, che da parecchi anni si sviluppava florido e felice.

Era affiancato da un valido consigliere, alquanto abile nel fare di conto, al quale chiedeva aiuto ogniqualvolta fossero richieste le sue impareggiabili qualità logiche e calcolatrici, per trovare soluzione a quei piccoli o grandi problemi pratici che l’attività di ogni sovrano incontra nel quotidiano .

Il regno traeva sostentamento dal lavoro contadino: ogni suddito disponeva di un adeguato appezzamento di terreno, dei cui frutti beneficiava direttamente la famiglia e, in via residuale, la casa regnante, quale giusto compenso per l’attività di governo, nonché tutte le rimanenti figure ausiliarie.

Fra queste, un ruolo molto importante era ricoperto dai cosiddetti commedianti: poliedrici personaggi il cui compito era intrattenere, svagare, motivare, nei momenti difficili rincuorare la popolazione, indossando di volta in volta la veste di giullare, di canterino, di giocoliere, di…

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Indifferenza


E così l’ho fatto.

Un gesto sciocco, secondo molti punti di vista. Un gesto inutile, secondo altri. Un gesto temerario, secondo altri ancora.

Ne avevo bisogno, volevo sentire cosa si prova a stare da quella parte, dalla parte di chi viene visto con sospetto, con curiosità, talvolta con derisione, ma spesso, ahimé, non viene visto affatto.

Lo desideravo da mesi, senza mai trovare il coraggio di farlo. Finché sono riuscito a silenziare il giudice interiore, a soffocare ogni valutazione di merito, a chiudere gli occhi e buttarmi.

Ho preso la mia chitarra e gli spartiti, alcune copie del mio libro e sono andato in piazza a suonare, nel tentativo, miseramente fallito, di venderne qualcuna; ma in realtà era solo un pretesto: il vero obiettivo era vincere ogni spinta che vorrebbe preservare una certa immagine di me, smantellare ogni parvenza di accettabilità all’interno di un certo tipo di società.

Una società che ormai non sento più mia. Ammesso che lo sia mai stata. E dell’immagine che voglio tanto difendere, importa forse a qualcuno, all’infuori di me?

Mi hanno sempre affascinato i suonatori o artisti di strada che regalano un briciolo di gioia al passante distratto, che per un breve istante forse cessa di esserlo, distratto. Almeno a me è accaduto: i miei spiccioli trovano sempre calda accoglienza nel cappello di chi dona un pizzico di sé agli sconosciuti.

In piazza ho sentito l’indifferenza e la lontananza, mi è entrata dentro e mi ha fatto male, riportandomi a momenti della fanciullezza ormai lontani ma sempre vivi in me. In fondo non sono mai stato a mio agio in questo mondo, anche se per qualche breve periodo sono stato bravo a raccontarmela e a convincermi di potercela fare.

D’altra parte è scritta nel romanzo, la mia storia passata, presente e futura; realtà e fantasia si mescolano e si intrecciano, fino a non permettere più di distinguere l’una dall’altra. Che voglia di sfogliare voracemente le pagine fino a cadere nel vuoto che si nasconde oltre la parola ‘fine’!

Dopo questa esperienza vedo un pochino meglio le mie dinamiche, in fondo si tratta solo di un rifiuto, un non voler accettare la mia incapacità di guardarmi dentro; o forse è semplice indolenza, ignavia. Perché di sforzi da fare ce ne sono molti, e la zona di comfort è calda e accogliente.

Quella sterilità che avverto nel mondo che mi circonda è solo un invito a modificare la direzione dei miei sforzi, perché là fuori non troverò mai ciò che io stesso ho sepolto dentro di me.

Quando questo sentire sarà sceso fin giù, nella pancia, anche le cose là fuori inizieranno finalmente a cambiare.

D’altra parte il frutto cade quando è maturo.

Entropia e consapevolezza


Recentemente sono venuto a contatto con le teorie del professor Corrado Malanga, secondo le quali esisterebbe un parallelo fra l’aumento dell’entropia, sancito dal secondo principio della termodinamica, e l’aumento della consapevolezza dell’umanità; ho già avuto modo di esporre questo tema, seppure in forma diversa, in un altro articolo.

In prima battuta mi è sembrata una incoerenza: essere consapevoli rimanda a un concetto di ordine, mentre l’entropia rappresenta, nella comune accezione, il disordine: come può l’aumento del disordine corrispondere ad un aumento della consapevolezza?

Poi ho compreso: in realtà ero io a trovarmi in aperta contraddizione col mio stesso tentativo di uscire dal solco, che con questi articoli cerco di portare avanti. Uscire dal solco non significa forse aumentare il disordine? Cos’è un’idea, se non uno stato polarizzato (dunque ordinato) all’interno della mente?

Un’idea è uno strumento cognitivo che ci permette di discernere: è frutto di un’operazione di separazione che mette appunto ordine nelle informazioni: da una parte ciò che è giusto, dall’altra ciò che è sbagliato; è come avere tante palline rosse e blu sparpagliate in una scatola e operare una serie di spostamenti in modo da far chiarezza nella confusione, mettendo le rosse di qua, le blu di là.

Raggiunta questa nuova configurazione (arbitraria come tante altre: avrei potuto ordinare in base al livello di ‘ruvidità’, invece che al colore) mi sento più facilitato a muovermi nel mondo, ma questo resta comunque solo un espediente pratico per prendere decisioni, senza alcuna valenza assoluta.

Uscire dal solco rinunciando alle proprie idee e convinzioni significa agitare con vigore la scatola, lasciando che le palline tornino ad uno stato di apparente confusione, per poi magari tornare ad ordinarle (quanta assolutezza ha perso questa parola, adesso!) in nuove configurazioni, più funzionali alla situazione contingente.

L’esperienza me lo conferma: per quanto salde possano essere radicate nella mia mente, prima o poi accadono eventi che vanno a demolire tutte le mie convinzioni (certo, ammesso che abbia il coraggio di accogliere la realtà per ciò che è, senza piegarne l’interpretazione secondo i miei comodi).

Per quanto ci sforziamo dunque di creare ordine in qualche angolo dell’Universo, o della nostra mente, è bene che teniamo sempre presente che sarà comunque provvisorio, perché il secondo principio della termodinamica è destinato a spazzare via tutto, fino all’appiattimento nella consapevolezza suprema, la presa di coscienza finale: la Morte.

Liberi di, o liberi da?


Ultimamente mi sento sempre meno libero di fare: entrare in un ristorante, in un cinema, in un museo, salire su un mezzo pubblico.

Non volendo cedere a ricatti me ne sono fatto una ragione: ho imparato a stare senza, o a trovare alternative. Il risultato, dopo una fase iniziale di frustrazione, è per me sorprendente: continuo a non essere libero di, ma sono diventato libero da, perché ho isolato tutta una serie di falsi bisogni!

Sono libero dal bisogno di andare al cinema, al ristorante, e grazie alla mia bici sono anche libero dal bisogno di usare un mezzo pubblico. Ho detto grazie alla mia bici, non alla mia auto: sto diventando sempre più libero anche dal bisogno di fare il pieno di benzina.

Ho imparato a fare a meno di abitudini che un tempo giudicavo imprescindibili e questo in definitiva mi ha affrancato! La frustrazione che mi coglie a seguito di ogni privazione è proprio il termometro della mia mancanza di libertà: se non fossi dipendente non proverei alcuna emozione negativa.

La vita è davvero una burlona: il tentativo di togliermi libertà esteriormente si è tradotto in un aumento della mia libertà interiore!

Certo, il punto di sublimazione della libertà interiore è arrivare a fare a meno del corpo fisico, e non escludo che la follia dilagante arrivi a tentare di togliermi pure questo, direttamente o indirettamente. Ammetto di non essere ancora preparato, il pensiero mi terrorizza… ma se serve inizio a lavorarci fin da subito.

Che senso ha vivere per alimentare le pile di Matrix?

Come io vedo il counseling


L’altro giorno si parlava di apprendimento con mia figlia, studentessa al liceo.

Le facevo notare che un metodo affidabile per verificare di aver appreso una nozione è quello di spiegarla a qualcuno che non ne sa nulla, perché probabilmente inizierà a fare domande imprevedibili, portando il tracciato della spiegazione su un percorso a noi nuovo e costringendoci a vedere quella nozione da un’altra angolazione; o più semplicemente non riuscirà a seguire il nostro filone narrativo, e ci spingerà ad adottarne un altro.

Quale che sia la dinamica, ci stimolerà a formulare risposte che possediamo solo se, nel nostro processo di apprendimento, siamo scesi in profondità, ossia abbiamo abbandonato la superficie descrittiva della nozione per andare alla radice, facendo nostra quest’ultima.

La conoscenza si trova su un livello più profondo rispetto alla sua descrizione verbale e intellettuale, tuttavia per accedervi con gli strumenti tradizionali di apprendimento bisogna passare da quest’ultima, che non sarà mai unica, ma una fra tante.

Nel momento in cui si ha avuto accesso al concetto profondo, da lì è poi possibile risalire al livello descrittivo, magari utilizzando una verbalizzazione diversa da quella di partenza.

Il counseling a mio avviso funziona allo stesso modo: il counselor fa del suo meglio per raggiungere la tabula rasa di ogni sua conoscenza pregressa sugli esseri umani (facile a scriversi, impossibile da mettere compiutamente in atto) e si pone di fronte al cliente come uno studente del primo anno desideroso di apprendere, mentre il cliente spiega (oh, quanto mi affascina l’ambivalenza di questo termine) sé stesso.

Non serve altro, se non un genuino desiderio di apprendere il mondo dell’altro, che per spiegarsi è stimolato a conoscersi, vedersi da diverse angolazioni, comprendersi. Perché troppo spesso siamo convinti di essere limitati alle descrizioni superficiali che ci hanno arbitrariamente appioppato.

Tutto questo è magia, la magia dell’ascolto empatico e non giudicante. La magia del counseling.

Il proiettore dell’ego


Ti chiedo uno sforzo immaginativo: visualizza un grosso tubo con una sorgente luminosa ad una delle estremità, che proietta la sua luce su una parete situata di fronte all’estremità opposta.

All’interno del tubo ostruzioni di varia natura impediscono il pieno passaggio delle onde luminose, producendo ombre cinesi sul muro.

Tu agisci sulla disposizione e la forma delle ostruzioni e poi osservi le ombre, e ti senti pervaso da una piacevole sensazione di controllo, perché ad ogni cambiamento che apporti vedi un corrispondente adattamento delle forme.

A lungo andare ti convinci di essere quelle ombre. Hai un bisogno viscerale di questa identificazione, perché è l’unico strumento a tua disposizione per sapere che esisti; ogni tua azione produce sistematicamente una reazione, peraltro conforme a certi schemi prevedibili che via via maturano nel tuo campo intellettivo: una perfetta verifica sperimentale della tua esistenza.

Ci provi gusto, e col tempo aggiungi elementi: nuove ostruzioni proiettano altre ombre sul muro, permettendoti di creare ulteriori forme che vanno via via a riempire il campo luminoso. Hai la sensazione di crescere, ti senti appagato e rassicurato dalla fedele sistematicità con cui le ombre rispondono ad ogni tua mossa.

Ma poco a poco inizi ad avvertire un senso di oppressione: il tubo diventa sempre più ostruito e il buio inizia a dominare la parete su cui un tempo si stagliava un radioso cerchio di luce.

Ogni tua azione produce ora forme confuse e sovrapposte, non hai più una chiara percezione dei risultati che sei in grado di ottenere. Il tubo è troppo pieno, e la luce non riesce più a mostrarti chi sei.

A questo punto cadi in una profonda depressione, dalla quale riesci finalmente a tirarti fuori solo quando scopri l’errore che hai commesso.

Tu non sei quelle ombre; le ombre servivano solo per creare quelle discontinuità che potessero farti percepire, per contrasto, l’esistenza della luce, che in assenza di termini di confronto non saresti stato in grado di apprezzare, nella sua uniforme e accecante radiosità.

Questa presa di coscienza ti permette di trascendere: tu non sei le ombre, non sei neppure le ostruzioni all’interno del tubo, ma sei il tubo.

Sei un canale attraverso cui fluisce la luce, ora che l’hai compreso non hai più bisogno di prove, e ti preoccupi solo di lasciarlo il più possibile sgombro, affinché l’energia della vita possa attraversarti.

Non è stato tempo perso: hai avuto bisogno di passare nell’oscurità e nell’inganno, per comprendere quanta luminosità potevi canalizzare.

Il peccato originale


Il germe di questa canzone è stata seminato dentro di me durante un intenso ritiro sciamanico che mi ha portato a stretto contatto con la mia sofferenza e col mio lato femminile.

Il parto è arrivato poi a distanza di due giorni, in una fredda mattina d’autunno che mi ha visto inchiodato alla chitarra e al notebook fino a che l’intera canzone non era giunta a compimento; mi sentivo quasi posseduto da forze più grandi di me. E forse così è stato.

Il tema è quello della sofferenza, calata nello specifico dell’abuso sessuale su una bambina; l’orrore che suscita un evento del genere distoglie dal fatto che il corpo, inconsapevole della morale e della distinzione fra bene e male, laddove stimolato reagisce conformemente alle regole che Madre Natura ha stabilito, producendo sensazioni piacevoli o spiacevoli a seconda degli stimoli ricevuti.

E’ naturale sentirsi vicini e offrire conforto a chi ha provato dolore, ma chi darà mai ascolto a chi ha invece provato un piacere proibito?

Ho immaginato, col fare maldestro di chi parla di fatti non vissuti in prima persona, che anche le esperienze più traumatiche possano nascondere una componente di piacere, soprattutto se chi le subisce vive nell’ingenuità, priva di sovrastrutture mentali, di chi ancora non conosce certe aberrazioni della vita e ha un corpo altamente ricettivo, pronto ad accogliere, curioso, ogni stimolo che essa può donargli.

Se avessi goduto, anche solo per un breve istante, durante un abuso, con chi potrei mai parlarne? Con chi potrei mai condividere questo fardello di sensi di colpa, vergogna, giudizio, incredulità? Come potrei mai accettare ciò che ho provato, accettare me stesso, se sono circondato da persone che mi offrono la loro vicinanza e accoglienza grazie al mio essere vittima? Non mi sentirei forse moralmente obbligato ad amplificare il dolore e nascondere il piacere, condannando per sempre una parte di me ad essere segregata nell’oblio delle anomalie patologiche?

Forse il vero trauma si nasconde proprio nelle pieghe di questa contraddizione, che nessuno saprà mai comprendere fino in fondo, finché non ci passa attraverso.

Perché il dolore è soltanto piacere che non si può sopportare.

Mim Do Mim Do

Mim             
Ricordi quelle mani rugose
Do             
voraci, tremanti, bramose
Re                     Sim
squarciare di una riga rossa 
            Mim             
il tuo velo bianco
Mim             
Quel volto randagio e canuto
Do             
quel sorriso in cui avevi creduto
Re                      Sim     
sfumavano avvolti dalla nebbia
              Mim             
in un profilo stanco
Sol
La voglia di scoprire il mondo
Sim
col cuore aperto alla gioia
Re
attirava l’ingenua falena
                 Mim
nella fiamma del boia
Do
Sensazioni mai prima provate
Sol
il tuo fiore che aspettava l’estate
Re
un frutto troppo acerbo 
                           Mim
per donare i suoi colori all’aurora
Mim
L’esplosione ha liberato il dolore
Do
così forte da inondare terrore
Re                      Sim
quella fiamma va tenuta nascosta
                  Mim
nelle segrete del cuore
Mim
Così l’odio toglie il posto all’amore
Do
odi il vecchio, odi il tuo corpo, il tuo odore 
Re                                Sim
e quel fuoco tiene in botta la caldaia
                  Mim
di una bomba a vapore
Sol
Quella bimba va nascosta alla vita
Sim
va protetta, va sgridata e punita 
Re
ma non serve dirlo in giro 
                                Mim
perché in fondo non verrà mai capita
Do
E la donna che al suo posto compare
Sol
ha deciso: non ci si deve fidare
Re
questo mondo porta in giro 
                           Mim
sofferenza camuffata da amore

Do Mim
Fa#m
Così hai messo la tua vita a tacere
Re
e la mente ha chiuso in cantina il cuore
      Mi                       Do#m
hai sepolto quel ricordo nella terra
                Fa#m
per lasciarlo morire
Fa#m
Ma l’amore non si può arginare
Re
ogni fiore è destinato a sbocciare
      Mi                             Do#m                
e quel seme che hai nascosto ti aspettava
              Fa#m
pronto per germinare
La
Il tuo corpo ha cominciato a gridare
Do#m
reclamando la sua dose di sale
Mi
costringendo la mente a rinunciare
                 Fa#m
alla sua idea di dolore
Re
Quel dolore che ti aveva aggredito
La
spaventandoti, non avevi capito
Mi
che era l’estasi di un piacere 
                           Fa#m
che arrivava nel momento sbagliato
La
Ti ha sorpreso inerte ed impreparata
Do#m
nel bel mezzo di una storia malata
Mi
emozioni troppo forti da donare
                 Fa#m
ad una bimba spaurita
Re
Il perdono ti saprà liberare
La
questa storia la lascerai andare
            Do#m               Mi                     
perché il dolore è soltanto piacere 
                  Fa#m
che non puoi sopportare

           Do#m         Mi                     
il dolore è soltanto l’amore 
                  Fa#m
che non vuoi accettare

Bianconiglio (il male minore)


Dedico questa mia canzone a tutti quelli che vanno sempre di corsa.

Mim                  
Mi sembra il male minore, mi sembra il male minore
Sol         Re     Sol         Re  
Solitamente resta, solitamente resta
SolLaMim        
Solamente il male minore
Mim
Il mio panciotto custodisce il tempo
vado di fretta più lesto del vento
Re               La                  Mim
lo so, capisco benissimo quanto è difficile vivermi accanto
Mim
Schiaccio il pedale, mi viene d’istinto
se posso accelero e giammai rallento
          Re                    La                    Mim
ho lo spauracchio di perdere il treno e restare in stazione a gestire il rimpianto
Sol         Re     Sol         Re  
Solitamente resta, solitamente resta
SolLaMim        
Solamente il male minore
Mim
La vita è breve e ne succhio ogni spunto
si deve cogliere la palla al balzo
          Re                 La                Mim
che se ti fermi c’è il mondo che rotola e ti viene addosso lasciandoti scalzo
Mim
A piedi nudi mi sento un po’ tonto
meglio proteggersi dal sentimento
          Re             La                  Mim
metto a tacere le voci moleste sfruttando l’anestesia del movimento

Sol         Re     Sol         Re  
Solitamente resta, solitamente resta
SolLaMim        
Solamente il male minore
Mim
Per fare prima uso cibo già pronto
sia per lo stomaco sia per l’intento
           Re                  La                 Mim
stare a pensare può mettere in dubbio il senso di correre verso quel punto
Mim
Devo arrivarci e non darmi per vinto
presto che è tardi è il mio solo talento
           Re               La                 Mim
che se mi scoprono esco dal coro e mi tocca ascoltare il vuoto che ho dentro
Mim
temo tutto quel silenzio, temo tutto quel silenzio, temo tutto quel silenzio,
    re             La
e allora corro
   Mim                  
mi sembra il male minore
   Sol          Re
La solita mente resta
Sol             Re
resta la solita mente
SolLaMim        
Solamente il male minore

La mano invisibile


L’economista britannico Adam Smith con la sua teoria della mano invisibile sosteneva che un libero mercato, nel quale ciascun operatore economico è guidato unicamente dal perseguimento dei propri fini utilitaristici, sarebbe presto arrivato ad una condizione di equilibrio tale da massimizzare il benessere collettivo.

Detto in altri termini il comportamento egoistico di ogni individuo, inserito in un contesto in cui tutti agiscono allo stesso modo controbilanciandosi vicendevolmente, avrebbe portato ad una situazione stabile di ottimo generalizzato, come se il sistema fosse guidato da una mano invisibile, provvidenziale e perequatrice.

Questo principio ha permeato i quattro anni di formazione universitaria che mi hanno portato alla laurea in Economia; certo ho incontrato anche posizioni di altro tipo, quali ad esempio quella di John Maynard Keynes che sosteneva invece la necessità dell’intervento statale al fine di evitare distorsioni che portassero a distribuzioni inique delle risorse economiche, ma la filosofia dominante restava sempre quella basata sulla competizione.

Il modello di Smith regge su diverse ipotesi, come la perfetta mobilità dei fattori produttivi e la perfetta trasparenza dei mercati (ossia la perfetta mobilità delle informazioni).

Appare fin da subito evidente come queste condizioni ben difficilmente si riscontrano nella vita reale: per esempio non posso decidere di spostarmi per lavoro a Caltanissetta dall’oggi al domani senza avere alcun tipo di disagio, anche solo organizzativo; e le informazioni in possesso delle grandi multinazionali non sono certamente quelle che la mia parziale visione dei mercati mi mette a disposizione, informazioni indispensabili per compiere scelte economiche razionali.

In sintesi esistono asimmetrie, rigidità e viscosità dei mercati tali da impedire l’assestamento ottimale idealizzato da Smith, la cui teoria resta, per l’appunto, solo una bella teoria; i fatti dimostrano come la collettività sia ben lungi da una situazione di benessere generalizzato, con la stragrande parte del reddito concentrata nelle mani di pochi e tutti quanti, ricchi o poveri, in preda all’ansia, sempre di corsa a inseguire chissà che con il terrore che il vicino, competitor per definizione, porti via loro quanto hanno conquistato col sudore della fronte.

Per anni, nel corso dei miei studi accademici, sono stato sottoposto ad un lavaggio del cervello a suon di nozioni fuorvianti che davano per scontata la necessità di atteggiamenti competitivi, farcite di termini mutuati dal gergo militare come ‘strategia’ e ‘tattica’, il tutto polarizzato dall’utopia di un PIL in crescita come unico indicatore di benessere collettivo.

Da bravo discente, per anni ho dato per scontato che quelle nozioni fossero valide, senza mai essere sfiorato dal dubbio che potesse esistere un’alternativa.

Oggi comprendo di aver percorso la strada sbagliata, perché l’alternativa esiste ed è basata sulla collaborazione, senza che questo significhi necessariamente perdere la propria individualità.

Un buon sostituto all’equilibrio di Smith è l’equilibrio di Nash, formulato dall’omonimo matematico statunitense che ha rivoluzionato l’economia con i suoi studi sulla teoria dei giochi. Peccato che questi studi non vengano poi applicati nella vita quotidiana, che resta permeata dalla visione del prossimo come potenziale nemico.

Al di là delle teorie modi alternativi di vivere esistono, si tratta di ampliare le proprie vedute e adottarli, smettendo di credere alle panzane che ci raccontano le classi dominanti al solo fine di portare avanti i loro interessi egoistici; perché per loro sì, che il modello di Smith funziona.

Mi si perdoni la citazione sessista che riporto ora ma d’altra parte riflette, al di là di idealizzazioni romantiche, un certo tipo di istinto triviale di cui è illusorio negare l’esistenza, e rende bene l’idea. Soprattutto ai maschi, che peraltro sono mediamente i più competitivi.

Adam Smith va rivisto. Perché se tutti ci proviamo con la bionda, ci blocchiamo a vicenda, e alla fine nessuno di noi se la prende. Allora ci proviamo con le sue amiche, e tutte ci voltano le spalle perché a nessuno piace essere un ripiego. Ma se invece nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda, e non offendiamo le altre ragazze. E’ l’unico modo per vincere. L’unico modo per tutti di scopare.

Adam Smith ha detto che il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa il meglio per se. Incompleto! Incompleto, perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo. Dinamiche dominanti, signori, dinamiche dominanti. Adam Smith si sbagliava!

Tratto dal film ‘A beautiful mind’