I parassiti


Ho sempre creduto che la funzione delle leggi e dei regolamenti fosse quella di garantire la pacifica convivenza fra gli individui.

Recentemente di fronte allo stupore di un avvocato, meravigliato di come due controparti fossero arrivate ad un comune accordo usando il buon senso, e di fronte al suo tentativo di alterare l’equilibrio raggiunto spostandolo verso qualcosa di maggiormente aderente alla norma, ho maturato la seguente riflessione.

Che senso avrebbe l’esistenza di una legge, o di un avvocato, o di un giudice che la applica, o di un legislatore che la produce, se tutti andassero d’accordo e usassero il buon senso?

Nessuno.

Esiste un enorme apparato che si nutre del fatto che litighiamo e siamo incapaci di usare il buon senso; questi burocrati non hanno alcun interesse al raggiungimento della pacifica convivenza, perché significherebbe il loro annientamento.

Anche a livello macro, i capi di stato (o chi per loro) non hanno la minima intenzione di far cessare le guerre, perché proprio dalla loro esistenza traggono sostentamento.

Sappi dunque, la prossima volta che proverai sentimenti negativi o fattivamente cercherai di intentare una causa contro qualcuno per fargli vedere chi sei, che in quel momento starai alimentando dei parassiti che si nutrono della tua energia.

Se andassimo tutti d’accordo e sapessimo usare il buon senso, non ci sarebbe bisogno di uno stato, né di un apparato di burocrati che campano sui nostri litigi e la nostra incapacità di stare al mondo.

Ebbene, vuoi ancora dimostrare chi sei, o preferisci dedicare le tue energie a goderti la vita?

Sentieri


A Vale & Nico.

Sentieri stretti e tortuosi che risalgono nervosi un aspro crinale.

Sentieri larghi e pianeggianti che si immergono sinuosi nell’ombra di una faggeta.

Sentieri marcati, sentieri sfumati.

Sentieri che si incrociano, sentieri che corrono paralleli per brevi o lunghi tratti.

Sentieri che si fondono rinunciando alla propria individualità.

Che sorprendente, accecante meraviglia l’arcobaleno dei sentieri delle nostre vite.

Sarebbe facile, troppo facile cedere alla tentazione della mente e augurarvi che i vostri sentieri possano procedere affiancati, seppur distinti, per sempre.

Ma so bene che il futuro è illusione, e allora preferisco vedervi nell’eterno presente di due segnavia di diversa forma e colore, che si ritrovano all’improvviso nella stessa boscosa radura, lui su una roccia, granitico e fermo, lei sul tronco di un albero, costantemente in bilico fra cielo e terra, e nella nebbia fumante di sole che sublima la brina sussurrano, calmi: “dai, arriviamoci assieme alla cima”.

Fuori o dentro?


Dopo che ho pubblicato l’articolo sulla mia intenzione di non presentarmi alle prossime elezioni ho ricevuto una serie di commenti piuttosto interessanti, che hanno stimolato in me ulteriori riflessioni che desidero ora condividere.

Uno di questi rimandi sottolineava l’esistenza di un articolo della legge elettorale che prevede di manifestare apertamente il proprio dissenso, e conseguente rifiuto di esprimere una preferenza, facendolo mettere a verbale; in questo modo si rende palese il malcontento, facendolo emergere e formalizzandolo.

Lo spunto è interessante, ma resta un fatto: pure questo è uno strumento messo a disposizione dal sistema; nel momento in cui rifiuto quest’ultimo, lo faccio in toto ivi comprese le opzioni a mio (presunto) vantaggio.

Ma la vera questione è un’altra, credo che si stia guardando dalla parte sbagliata; il punto non è tanto domandarsi cosa accadrà là fuori, ma quali saranno gli effetti, diciamo a livello spirituale, sulla mia interiorità; io non vado a votare perché questo riflette un mio stato d’animo, non perché ho velleità di cambiare il mondo: già adesso non mi sento parte del sistema, e quindi perché mai dovrei muovermi all’interno dei suoi schemi?

Estremizzando, se fossi sufficientemente evoluto potrebbe non importarmi poi tanto che le regole cambino, perché già adesso so di non farne più parte.

La domanda dunque non riguarda tanto gli effetti sul mondo là fuori, ma diventa: cosa accadrà al mio essere nel momento in cui metterò in atto un comportamento coerente con ciò che sento?

Ebbene, sono convinto che ogni mia cellula registrerà questo atteggiamento e ne uscirò notevolmente migliorato, a partire dall’autostima e la fiducia in me.

Che il mondo là fuori vada pure per la sua strada, io mi basto da solo.

Il gioco di prestigio


C’è un vecchio gioco di prestigio che funziona più o meno così: io ti chiedo di dirmi un numero compreso fra uno e dieci, e tu scegli – supponiamo – il tre; allora ti invito a spostare il primo libro della libreria, e dietro trovi un biglietto con su scritto: “sapevo che avresti scelto il tre”. Magia!

In realtà, se tu avessi scelto il due ti avrei chiesto di guardare dietro al mobile, dove avevo messo un altro biglietto, e così via. Indipendentemente dalla tua scelta, avrei comunque indovinato.

Ecco, l’attuale sistema politico funziona più o meno così: indipendentemente dal simbolo su cui metterai la crocetta, il voto andrà a finire alle massonerie.

E anche quei nuovi movimenti che si presentano come anti sistema, in realtà stanno agendo in base alle sue regole; un sistema non si può cambiare dall’interno.

Questo è il motivo per cui alle prossime elezioni non andrò a votare; attenzione, non sto dicendo che voterò scheda bianca, perché così facendo mi muoverei lo stesso all’interno delle regole del gioco, e il mio nominativo verrebbe annotato nel loro registro.

No, io quel giorno non mi presenterò proprio, come ho già ribadito in un altro articolo io non gioco più. E se stai per obiettare che così facendo non cambierà mai niente, io ribatto: ma l’esperienza del Movimento 5 Stelle non ti ha insegnato proprio nulla?

Se esiste la reincarnazione…


Bada, non sto affermando che esista, non ho strumenti per farlo. Però posso giocare a sviluppare qualche riflessione su questa ipotesi.

Se è vera, allora leggo in giro un sacco di affermazioni a cui la mia mente razionale non riesce a dare un senso. Lo so, lo so, con la razionalità non è possibile afferrare certi concetti, ma lasciami divertire un po’, dopotutto è uno strumento che mi ha aiutato a sopravvivere finora.

Cominciamo dal concetto di ‘vite passate’. Il tempo fa parte di questo mondo fisico, è la quarta dimensione del cosiddetto spazio-tempo einsteniano: al di là di esso il divenire non esiste, pertanto usare locuzioni che lo chiamano in causa non ha alcun senso.

Se l’anima si reincarna più volte non lo fa in una successione temporale, ma in un’eterno presente in cui non c’è un prima e un dopo; più che di vite passate, sarebbe a mio avviso opportuno parlare di vite parallele.

Da questo discende che il karma non ha alcun senso, perché basato sul principio di causa ed effetto che in assenza di tempo perde di significato.

Se non esiste il divenire non può esserci una causa e nemmeno un effetto, perché la causa per definizione viene prima dell’effetto.

Mi viene dunque da concludere che se, per esempio, in questa vita interpreto il ruolo della vittima, non è perché in una vita passata sono stato carnefice e ora mi tocca espiare, oppure fare a mia volta esperienza di ciò che ho causato ad altri.

Semplicemente, se usiamo la metafora che vede lo spazio delle possibilità come un territorio da esplorare, l’anima sceglierà di percorrere tutte le direzioni, prendendo il bivio a destra per fare l’esperienza di carnefice e contestualmente quella a sinistra per provare l’ebbrezza di essere vittima.

La lettura più corretta del karma diventa dunque che, se in questa vita mi sto godendo la vita di campagna, probabilmente in una vita parallela sto respirando a pieni polmoni la brezza marina. Che non mi sembra una grossa colpa da espiare.

Questo pensiero mi rasserena molto perché so che, per ogni bivio che mi si presenti di fronte, non è poi così importante che io scelga la strada giusta: qualunque mia decisione andrà bene, ci penseranno gli altri me a esplorare ciò che ora mi sto precludendo.

E magari un giorno ci rincontreremo nel nulla cosmico per raccontarci come è andata.

Energia a freno


Concerto all’aperto di Max Gazzè.

Transenne delimitano la platea dei posti a sedere.

Avvio tranquillo sulle note di ‘Raduni ovali’. Ciascuno è al proprio posto.

Poi l’energia inizia a fluire, le gambe iniziano a muoversi, qualcuno si alza per mettersi a ballare in un corridoio laterale.

Lascio la comoda sedia e mi unisco al rivoluzionario gruppetto di persone.

Non tarda ad arrivare il ragazzo della security, che ci invita a riprendere il nostro posto.

Rifletto: è il suo ruolo, è per evitare che qualcuno si faccia male. Avrà certo ricevuto istruzioni in tal senso, mantenere l’ordine.

Mi guardo attorno, proprio non riesco a tornare a sedere! A fianco a me un’aiola interrompe la fila di transenne, al di là c’è la zona esterna alla platea, quella occupata dall’informe branco di coloro che non partecipano formalmente al concerto.

Scavalco l’aiola, ed esco. Mi ritrovo a due metri da dov’ero prima, ma ora sono fuori, ora posso ballare liberamente, assieme a molta altra gente. Il pensiero di quanto possa fare la differenza un passettino laterale mi strappa un sorriso. La visuale del palco è peggiorata, ma chi se ne frega? La musica arriva potente.

Da ‘fuori’ ballo pericolosamente assieme ad una moltitudine di persone, e osservo quelle ligie da cui mi sono appena allontanato, sedute al sicuro al proprio posto. Avverto in loro un’enorme energia repressa: ma sicuramente è tutto nella mia testa. Comunque non m’importa, ora posso muovermi liberamente.

Questi anni di restrizioni mi hanno insegnato a riconoscere e dar voce allo spirito libero che è in me.

Nulla tornerà più come prima, per fortuna ho smesso di credere alla favola di Adamo ed Eva.

La spontaneità della patata


Ecco il raccolto di stamattina.

Cosa c’è di speciale? Che queste patate non le ho seminate.

O meglio, sono il frutto di tuberi di piccole dimensioni sfuggiti al raccolto dell’estate passata, rimasti silenziosi nella terra in calma attesa per tutto l’inverno, scampati ai famelici denti della moto zappa che li ha sparpagliati qua e là nel terreno, e infine spuntati a macchia di leopardo un po’ ovunque, piccole timide piantine che ho trapiantato con cura dedicando loro un’area dell’orto, fra zucche e fagioli.

La loro tenacia mi ha stupito e mi è di insegnamento.

L’anno prossimo voglio essere ancora qui, accada quel che accada!

Grazie.

Democrazia e roulette


La roulette è un gioco sbilanciato a favore del banco, a causa dello zero: se esce quello, tu perdi a prescindere che abbia puntato sul nero o sul rosso e, alla lunga, la statistica fa sì che i capitali si ammassino nelle tasche del biscazziere.

Per questo evito di giocare: il gioco è truccato, e il trucco è talmente palese da passare inosservato.

Lo stesso vale per la democrazia di questo benedetto, assurdo bel paese (cit.).

Non serve che mi arrovelli per decidere se votare destra o sinistra, tanto chi va al potere verrà deciso in tutt’altra sede, stanze dei bottoni che vanno ben oltre quel teatrino della politica che ci viene mostrato come specchietto per le allodole.

Finora mi sono sempre fatto obbligo di andare alle urne, perché per ottenere quel diritto sono morte migliaia di persone.

Adesso ho capito che sono morte inutilmente: quel diritto è fasullo, è solo un modo per far credere al popolo di avere voce in capitolo. Andare a votare non fa che sancire la validità di quelle regole, come a dire: continuate pure così, che io sto al gioco.

Ebbene, io non gioco più. Non legittimerò col mio comportamento questa colossale presa per il culo, non mi vedrete più alle urne. Nemmeno per darvi la mia scheda bianca di protesta, o con una fetta di prosciutto nel mezzo e la scritta ‘mangiatevi pure questa’, perché sarebbe comunque una mia ratifica di questo sporco gioco.

Se dittatura dev’esserci, almeno che sia palese.

Curare il terreno


Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te.

Mário Quintana

Io invece ho commesso l’errore di pensare di dovermi prendere cura delle piante del mio orto, sbagliando obiettivo.

Non sono le piante che vanno curate, ma il terreno. Le piante radicate in un terreno fertile e umido non hanno bisogno di aiuto, se la cavano benissimo da sole.

Lo stesso vale per le persone: non hanno bisogno del mio aiuto. Al più, posso offrire loro il terreno fertile di una relazione genuina.

Sempre che desiderino radicarsi in esso.

O che lo desideri io, in fondo ci sono anche piante infestanti da cui difendersi.

La fine del contrattualismo


Secondo il contrattualismo, concezione filosofico-politica per la quale lo stato nasce da un contratto fra singoli individui, questi convengono di uscire dallo stato di natura – dove sono eguali e liberi, ma privi di garanzie – e di formare una società civile sottomettendosi volontariamente a un potere sovrano.

Nascono così le collettività organizzate, le leggi, le regole, le mansioni, i ruoli, il tutto all’insegna di un calcolo di consapevole convenienza: rinuncio alla mia indipendenza per non avere problemi. Detta così stimola provocatoriamente in me l’associazione col concetto di pagare il pizzo, ma queste sono pure interpretazioni personali.

Il dato di fatto è che questo contratto ha senso fintanto che c’è un vantaggio, altrimenti ne vengono meno i presupposti; quanto più la società inizia ad essere vessatoria, a limitare oltremodo la capacità di autodeterminazione dell’individuo, tanto maggiore dev’essere la contropartita. Se si perde l’equità dello scambio, il contratto perde di significato.

Il problema è che questo stato di cose è insidioso: quanto più mi abbandono al comfort della calda ala della chioccia, tanto più perdo la capacità di cavarmela da solo. Un uomo delle caverne non avrebbe avuto grossi problemi a rimanere mesi da solo nel bosco, io non sopravvivrei una settimana. L’altra insidia si nasconde nel fatto di aver dimenticato che il mio vero stato è quello di natura, e vivo in uno stato sociale per (quella che dovrebbe essere una) libera scelta; in realtà fin dalla nascita ci viene detto che siamo cittadini, e che non può essere diversamente. E noi ci crediamo.

Alla luce di queste premesse, il cammino che sento il bisogno di intraprendere è più spirituale che materiale; non occorre che diventi Rambo, sono sufficienti pochi, piccoli passi nella direzione dell’autosufficienza: avere un orto, prendere acqua alla fonte, saper riconoscere le erbe spontanee, imparare a costruire con materiale di recupero invece che comprare, usare la bicicletta invece dell’automobile.

Gesti che non cambieranno il mondo la fuori, né le mie possibilità concrete di sopravvivere in autonomia, ma cambieranno profondamente me! Ogni mia cellula saprà con crescente certezza che, qualunque cosa accada, troverò il modo di cavarmela, e da questa certezza nascerà la mia serenità, non dal fatto che godo di una qualche forma di protezione; non ha senso che mi organizzi esternamente per prepararmi, ora, a catastrofici scenari futuri di cui non posso prevedere i contorni, se non per sentito dire; l’unica cosa veramente sensata che posso fare è preparare me, spiritualmente, interiormente, all’idea che questo Stato è destinato alla dissoluzione, perché è diventato uno strumento di oppressione invece che di garanzia. E forse lo è diventato proprio perché è ora che io cresca, che prenda consapevolezza.

E’ un po’ come scoprire che i nostri genitori non sono quei miti che abbiamo sempre immaginato: hanno le loro debolezze, commettono i loro errori, talvolta sono dei carnefici da cui proteggersi e, comunque, prima o poi moriranno. Lo so, fa male. Ma la crescita spirituale è anche questo.

Addio mamma chioccia, grazie per tutto quello che hai fatto per me finora, non ho più bisogno di te.

Ah, dimenticavo: rivoglio indietro quell’abbondate sovrappiù che mi hai portato (e mi stai portando) via ingiustamente, e me lo riprenderò senza sensi di colpa quando ne avrò l’occasione, io non ti devo più nulla.