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Il controllo


La potenza è nulla senza controllo.

Così recitava un famoso spot della Pirelli di molti anni fa, un tormentone pubblicitario rimasto nella storia.

Avere il controllo della situazione ci tranquillizza, e tutti ne andiamo alla ricerca. Ma cosa significa esattamente? E fino a che punto è possibile averlo?

Nella lingua inglese il verbo controllare possiede almeno due traduzioni dai significati molto diversi:

  1. to control, che significa comandare, regolare, dominare, governare, manovrare;
  2. to check, che significa verificare, spuntare, monitorare.

Esistono poi molte altre traduzioni dai significati più specifici, tutti riconducibili a queste due categorie più generali.

Partiamo dalla prima: credi veramente che sia possibile avere il dominio sul mondo che ti circonda? A mio avviso questa è la più grande illusione e fonte di frustrazione dell’essere umano, ben evidente a chi è genitore.

Molti vorrebbero avere una vita con certe caratteristiche, e da un lato si piangono addosso perché la realtà è alquanto diversa, dall’altro si affannano in un perenne inseguimento di qualcosa che sfugge di mano.

La verità è che tu non hai il dominio sulla freccia, una volta che è scoccata: puoi metterci tutto l’impegno, la concentrazione, la perizia, la forza di volontà… ma una volta che apri le dita, devi accettare il fatto che miliardi di altri fattori andranno ad influenzare la direzione del dardo, e da quel momento avrai perso il tuo potere. E la vita è un susseguirsi di frecce scagliate, migliaia di azioni che compi quotidianamente il cui esito non dipende esclusivamente da te.

Beh, obietterai tu, d’accordo, ma almeno fino a che sto tendendo l’arco posso ben dire di avere il controllo, almeno questo mi rimane.

Ne sei proprio sicuro? Sei davvero sicuro di avere il dominio sul bersaglio che hai (o pensi di avere) deciso di colpire? Oppure anche questo va al di là dei tuoi margini di manovra? Fino a che punto puoi modificare il tuo battito cardiaco, il tuo respiro, il tuo sistema immunitario, il tuo sistema endocrino? Fino a che punto puoi tenere a bada le tue emozioni, che dei primi sono manifestazione? Fino a che punto puoi manovrare le tue reazioni istintive quando un pericolo ti minaccia, o più semplicemente quando un automobilista di taglia la strada, o qualcuno ti insulta? Fino a che punto gli obiettivi che ti affanni ad inseguire sono stati davvero decisi da te?

Se lasci da parte per un momento le manie di grandezza e ti osservi nei comportamenti quotidiani con la sufficiente dose di umiltà ed onestà intellettuale, dovrai convenire con me che neppure su questo hai il controllo: ti comporti per la maggior parte del tempo come un automa in balia degli eventi, esterni o interni a te.

Cosa rimane, dunque? Rimane per l’appunto quella che ha condotto a questa presa di coscienza: l’osservazione. Rimane l’altra accezione del verbo controllare, la costante verifica di ciò che sta accadendo, quella che in economia aziendale prende il nome di controllo di gestione: una attenta ed imparziale analisi degli scostamenti su ciò che è e ciò che doveva essere, una comprensione a posteriori di ciò che è accaduto.

To check.

Sembra poco, ma è la base per l’auto consapevolezza. Ed è solo con questa che puoi comprendere come funzioni, i tuoi automatismi, i tuoi vincoli interiori.

Mi dirai: tante grazie, ma una volta che ne ho preso atto, a che mi serve? Che me ne faccio, se poi tutto accade in maniera meccanica?

Beh, non aspettare una risposta che non ti posso dare… prova sulla tua pelle. Per quanto mi riguarda, posso dirti che l’auto consapevolezza (le poche volte che riesco a raggiungerla) modifica alla base le leve che muovono i miei automatismi, ed in questo senso mi dà maggior padronanza della situazione, seppur indirettamente; è un po’ come hackerare il sistema, per dirla in gergo informatico: io rimango un automa che risponde meccanicamente, ma cambiando alla fonte i dati in ingresso anche l’output prodotto è diverso.

Ma chi sono io per dire che funziona così anche per te? Mica ho il controllo… prova, e fammi sapere.

La vetta: OK, target panic!


La vedo, è lassù, illuminata e riscaldata dal sole; dalla cengia umida e ombrosa in cui mi trovo riesco a scorgere piuttosto chiaramente il cammino che porterebbe a riscaldarmi le ossa e l’anima; so benissimo che è alla mia portata e che dipende esclusivamente da me, e tuttavia resto qui, a contemplare dalla distanza.

E so anche perché.

Perché, tutto sommato, chi sono mai io per meritare questo? Perché arrogarmi in prima persona i benefici di quel posto al sole? Perché sottrarlo a qualcun altro più meritevole di me?

Prendere l’iniziativa sposta su di me il peso psicologico dell’esito delle mie azioni; molto meglio reagire ai casi della vita, potrò sempre raccontare agli altri e a me stesso che mi ci sono trovato costretto.

E poi… dove mi trovo è freddo e umido, certo, ma si tratta di un posto che gode di una notevole stabilità, da qui non posso certo cadere. Mentre, se salissi lassù… eh, che diamine, da lassù le possibilità di caduta sono molteplici. Come mi sentirei se arrivassi in vetta, godessi appieno di quel bel sole, e poi con uno scivolone improvviso ruzzolassi di nuovo giù, per piombare dolorante nel luogo di partenza o, peggio, ancora più sotto? Il dolore alle ossa sarebbe nulla in confronto a quello che proverei al cuore al ricordo dell’agio ottenuto e poi perduto, per sempre.

C’è inoltre da considerare che a questo mondo se sei felice non sei mica tanto ben visto. Chissà perché, sembra sempre che il tuo star bene in qualche modo implichi lo star male di qualcun altro. Ed in effetti, se vado ad occupare quel posto nessun altro potrà goderne. Ma a prescindere da questo: che brutta persona sarei ad essere felice quando attorno a me c’è pieno di gente triste? Quanto mi farebbe sentire in colpa starmene lassù al caldo a guardare dall’alto la sofferenza altrui?

No, meglio rimanere qui. Non è affatto confortevole, ma almeno so cosa aspettarmi, so che ho poco da temere. E poi, ostentare la propria sofferenza ha il suo bel perché, il fatto di portare una croce è sempre ben spendibile in società.

Ma devo essere onesto; questa strategia di vita è per molti versi comprensibile, e tuttavia in cuor mio so di non avere il diritto di fare una cosa: recitare il ruolo della vittima. Perché la situazione che sto vivendo nasce da una scelta tutta mia, e sarebbe davvero ipocrita dare la colpa al destino, al mondo, agli altri.

Fare la vittima significherebbe rifiutarsi di guardare in faccia la realtà, perché alla fine anche la non azione è una scelta ben precisa che si compie, anche se molto più facile da lasciar passare inosservata.

E mentre faccio queste considerazioni e ammiro la vetta tuttora libera, alcuni dubbi provenienti dal cuore si insinuano striscianti nella mia mente.

Non sarà forse che, a sommare tutti questi periodi di sofferenza, latente ma sopportabile, lungo l’arco di una vita, alla fine incassare qualche saltuario ruzzolone sia il male minore? Nell’economia generale dei profitti e delle perdite, non converrà forse rischiare?

Soprattutto: e se quel bel posto lassù, che al momento è vacante, mi fosse stato riservato da una qualche sorta di equilibrio cosmico? Passami per comodità un linguaggio religioso, d’altra parte finora sono stato moralista a mio svantaggio: e se fosse un posto che  Dio ha creato proprio per me, nella sua infinita benevolenza? Parlo dei famosi talenti della parabola, con riferimento ai quali abbiamo un ben preciso compito: quello di farli fruttare e non tenerli nascosti al sicuro in cassaforte.

Che arrogante, supponente, presuntuoso e irriconoscente sarei in questo caso, a rifiutare una simile opportunità!

I vincoli della libertà


Una delle mie supposte di saggezza recita:

Lasciatemi libero di scegliere la mia prigione.

Voglio ora delineare meglio questo argomento.

Da sempre aspiro alla libertà, perché da sempre mi sento in catene; in realtà però credo di non aver mai compreso appieno da dove nasca questa sensazione, e quale sia la vera natura della mia irrequietudine.

Ho sempre dato per scontato che i vincoli venissero da fuori: obbligo di andare a scuola, di fare i compiti, di andare a militare (ahimé questo rivela certe scomode informazioni anagrafiche), di andare in ufficio, di fedeltà coniugale finché morte non vi separi e così via, risalendo con livelli crescenti di nobiltà dell’entità vincolante fino a giungere ai famosi dieci comandamenti.

Poi mi sono chiesto: cos’è questa tanto anelata libertà? Va intesa come assenza di alcun limite? Non è logicamente possibile, perché ogni nostra azione è fonte di vincoli. Prendo l’aereo per Parigi? Sono obbligato ad andare in quella città. Vendo la macchina? Devo spostarmi con mezzi alternativi. Accetto quel posto di lavoro? Devo recarmi ogni giorno in ufficio. Finisco le scorte alimentari? Devo uscire a fare la spesa.

Guardando l’intera faccenda da quest’altra prospettiva, l’origine delle mie limitazioni non sono gli altri, ma io stesso.

Questa è al contempo una brutta e una bella notizia. Brutta, perché non posso più riversare sull’esterno la colpa delle mie sfighe. Bella, perché se le leve del comando sono in mano mia, posso fare qualcosa per migliorare.

Questo, accettato fino alle sue estreme conseguenze, porta ad un’altra presa di coscienza, la più difficile da metabolizzare: la vera libertà non consiste nel fare quello che più ci piace, ma nel rispettare rigorosamente gli obblighi che ci siamo auto assegnati. Sì, perché se è relativamente semplice andare a messa nei giorni comandati o prendere le medicine prescritte dal dottore, non lo è altrettanto seguire la dieta, smettere di fumare, rinunciare alle nostre malsane abitudini.

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Questa è la nostra vera prigione, ma non la vediamo, pensiamo sia altrove e forse ci fa comodo così: la prigione sta nella nostra impossibilità di prendere decisioni e portarle a compimento con ferrea volontà.

Libertà allora significa imporci degli obiettivi e perseguirli con determinazione, tracciare dei binari che conducano ad un risultato ed avere la forza di non deragliare mai. Sembra paradossale, eppure è dall’incapacità di rimanere aderenti ad un comportamento prefissato che scaturisce la nostra vera natura di schiavi.

Tu credi che posticipare l’inizio della dieta sia stato frutto di una tua libera scelta (ma sì, inizia pure dopo le feste) mentre in realtà non hai fatto che adottare l’unico comportamento che la tua natura umana ti metteva a disposizione. Non c’era possibilità di scelta, ma la tua mente, con un prodigio di strategia psicologica, ti ha convinto sia stata una tua decisione.

Lo so, pensi si tratti di sciocchezze. Dimostramelo. Anzi, fai qualcosa di più utile: dimostra a te stesso di avere ragione. Scegli, in totale libertà ed onestà, di rinunciare per un mese ad una delle tue abitudini. Sempre in totale libertà, prova a metter in pratica questo intento.

Misura, con galileiano metodo scientifico, quanto sei libero di raggiungere l’obiettivo.

L’inevitabile atto di volontà


Voglio adesso tirare un po’ le fila di un discorso abbozzato in articoli precedenti, in particolare quelli in cui parlavo di abitudini (L’inversione dello strumento e L’esperimento della radio) e incazzature dovute a comportamenti altrui (Perché ce l’hanno con me?).

Sembrano argomenti apparentemente scollegati, in realtà sono unificati dal filone portante di questo blog, la presenza di solchi mentali. Ti chiedo la cortesia di farti un po’ di violenza psicologica nel leggere queste righe, perché ho intenzione di turbare, per l’ennesima volta, il tuo amor proprio.

Partiamo dall’ultimo articolo citato: in quell’occasione ho rilevato come, dato un evento esterno che ci danneggia, il nostro livello di rabbia sia molto più elevato se la causa scatenante è umana e non accidentale. Dico ‘accidentale’ proprio per rimarcare la differenza: intendo la totale mancanza di una qualche forma di volontà che causi, direttamente o indirettamente, il danno.

Già, perché se dall’altra parte c’è un evento fortuito, da un lato non ho modo di intravedere una qualche forma di persecuzione nei miei confronti (o, al meglio, colposa mancanza di riguardo), dall’altro non c’è nessuno con cui prendersela, viene meno la liberatoria soddisfazione di attribuire la colpa (anche se molti, affetti da manie di persecuzione, tendono a sottoporre a straordinari la propria fantasia pur di trovare il modo di riuscirci, arrivando persino a catalizzare una temporanea entità divina).

Alla base di tutto sta però un assunto: che ci sia differenza fra l’atto umano e l’evento accidentale. Il primo è causato da una volontà, e pertanto è evitabile, il secondo no: pur se apparentemente casuale, andando ad analizzarne a posteriori la meccanicità riusciamo a consolarci intravedendone l’ineluttabilità; pazienza, era destino! Tutt’altra cosa per quello stronzo del mio vicino che non si è preoccupato di tenere a bada le sue dannatissime capre, che hanno divorato la mia insalata.

Ma sei sicuro che le cose stiano così? Rispolveriamo adesso il discorso delle abitudini. Se ci fai caso, noterai quando queste siano preponderanti nel guidare i tuoi gesti quotidiani, molto più di quanto tu possa immaginare a prima vista. E più avanzi negli anni, più i solchi scavati le consolidano. E cosa sono le abitudini, se non meccanicità? Inevitabilità?

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Ora, se solo per un momento provi a pensare al tuo vicino come ad un agente permeato da abitudini, da meccanicità, non ti riesce forse più facile annoverarlo fra le cause accidentali? Se la risposta è no, probabilmente è dovuta al fatto che non riesci veramente ad inquadrarlo in quest’ottica.

Non ti chiedo (per ora) lo sforzo di considerare te stesso come un automa per lo più caratterizzato da mancanza di volontà, anche se dalla cosa trarresti enorme beneficio, ma di farlo con chi ti sta attorno. Prova ad osservarli, a notare quante cose fanno in un certo modo perché non possono fare diversamente. Se riesci a vederli in quest’ottica, allora riuscirai forse a giustificarli.

Non è un invito all’impunità, se qualcuno infila la mano nella pentola in ebollizione è normale che si ustioni, anche se lo ha fatto meccanicamente; è certamente opportuno che ciascuno subisca le conseguenze delle proprie azioni, ma questo non significa che non sia meritevole di un minimo di comprensione. Non fosse altro che per evitarci inutili, dispendiosi rancori.

Non ti convince quanto dico? Sii galileiano allora, sperimenta: scegli una delle tue abitudini, una ben radicata, e prova per una settimana a non lasciarti manipolare da essa, a sottrarti. Vedrai quanto sarà difficile, vedrai quanto ti sentirai meccanico.

E ricorda che le abitudini non guidano solo i comportamenti, ma anche le opinioni.

Le debolezze del sesso forte


Ciao, oggi ti voglio raccontare quanto è accaduto ieri durante un’escursione in mountain bike con gli amici; si tratta di un fatto banale di per sé ma che offre buoni spunti di riflessione: se sei una donna potresti leggere divertita ciò che scrivo; se sei un uomo, avrai l’occasione per individuare alcuni punti deboli della categoria, sui quali a mio avviso c’è parecchio da lavorare; anche per te comunque è il caso di leggere con un sorriso quanto segue.

I fatti si sono svolti più o meno così.

Una domenica mattina un gruppo di 14 ardimentosi bikers si arrampica lungo i verdi pendii della Val d’Ayas; uno del gruppo fa da guida, gli altri non conoscono il posto e seguono; uniche informazioni a disposizione quelle fornite dal primo la settimana antecedente la partenza sulla pagina degli appuntamenti del loro sito Internet, una sintetica descrizione del percorso che riporto fedelmente qui di seguito.

“Partenza ORE 9 nei pressi di Busson, quota 1300 m, prima parte salita asfaltata, poi ripida sterrata ma tutta ciclabile fino all’ampio rifugio Arp, a quota 2440 m, dove si mangia; si salirà poi ancora un brevissimo tratto fino alla splendida conca dei laghi Palasinaz a quota 2480. Per chi volesse gustare ancora meglio il panorama, da li breve e facoltativa salita a spinta fino al colle Brenguez, quota 2692, da cui e’ possibile ammirare altri 2 meravigliosi ed imperdibili laghi alpini e ridiscendere giù con breve tratto bello tecnico.”

La prima parte dell’escursione avviene senza intoppi e raggiungono per pranzo il rifugio Arp, dove gustano una deliziosa polenta e si prendono il dovuto riposo. Dopo aver pranzato, un po’ appesantiti si apprestano ad affrontare la seconda parte dell’escursione; inizia a piovigginare, qualche tuono si sente in lontananza.

Raggiungono con crescente fatica (complice la polenta e la minore ciclabilità del sentiero) la conca dei laghi Palasinaz, e qui sono di fronte ad una scelta: proseguire a spinta aggiungendo un tratto facoltativo (e faticoso), oppure ridiscendere a valle; a questo punto la guida prova a coinvolgerli con argomentazioni degne di un Bossi d’annata: ‘Adesso chi ce l’ha duro prosegue a spinta fino a quella conca lassù, gli altri possono aspettare qui il nostro ritorno’.

Se tocchi un uomo nell’orgoglio con argomentazioni di questo genere, stai pur sicuro che lo condurrai dove vuoi. Qualcuno ha ovviamente provato a mantenere il gruppo compatto ed evitare a tutti la sfacchinata con argomentazioni legate all’appesantimento post prandiale, al temporale in avvicinamento, eccetera eccetera; ma sono state sufficienti poche adesioni pro risalita, ed ecco che tutti eccetto uno (lascio a te immaginare chi) hanno iniziato a spingere il proprio mezzo lungo lo scosceso sentiero; la strategia che a suo tempo aveva contribuito a garantire a Bossi una marea di voti ha funzionato anche stavolta.

Verrebbe comunque da concludere che tutti eccetto uno siano degnamente dotati, ma ecco che la fatica della risalita inizia a far perdere pazienza e controllo: inizia il mugugno, le lamentele, le battute ironiche, tutto ovviamente all’indirizzo della guida reo di aver costretto il gruppo in quell’assurda sfacchinata. Qualcuno gli fa anche notare che quando si conduce un gruppo si è responsabili (quantomeno moralmente) di ciò che può accadere.

bikers

Alla fatica di quella lunga mezz’ora da sherpa si aggiunge dunque il fastidio di un clima negativo pregno di lamenti e talvolta insulti. Ovviamente, quando si raggiunge la vetta l’ironia dilaga: ‘bello il posto, ne valeva proprio la pena’, ‘perché non saliamo anche su quel crinale lassù?’ e così via.

Per fortuna la discesa che segue subito dopo appaga la sete di emozioni e placa gli animi, per cui tutto rientra nei binari di una allegra gita fra amici; resta il ricordo di quella piccola parentesi negativa caratterizzata da momenti di frizione.

coraggio

La mia riflessione in proposito è questa: ma non era chiaro da principio ciò a cui si andava incontro? Non era chiaro il fatto che quel tratto in più era facoltativo? A partire dalla descrizione scritta del percorso, in cui si spiega bene la quota da raggiungere ed il fatto che si deve spingere, arrivando alla presa visione, sul campo, del punto da raggiungere e del tragitto da percorrere, un essere umano in età adulta non è in grado di decidere per sé ciò che è meglio fare? Perché rimettersi alle decisioni di altri o peggio dar loro la colpa per decisioni che non si è avuto il coraggio di prendere? Questo vuol dunque dire ‘avere gli attributi’?

A mio avviso non avere il coraggio di sottrarsi pubblicamente a pseudo prove è certo una debolezza (superiore a quella di non riuscire ad affrontare la prova stessa, non ho dubbi), ma sbandierare il proprio disappunto puntando il dito indice quando tutto questo ci conduce in cattive acque è decisamente imperdonabile, nella migliore delle ipotesi poco dignitoso.

Nella fattispecie, la paura di sfigurare quando si tratta di ‘mostrare i muscoli’ è un fenomeno prevalentemente maschile, ma poggia su basi di portata più generale, ossia la difesa dell’ego personale dall’attacco dei giudizi altrui. Ti invito considerare quanto sia liberatorio svincolarsi da simili legacci, e mi accingo a concludere. Non prima di aver sgomberato il campo da equivoci, però.

Magari potresti essere portato a pensare che sia io l’unico che non ha temuto di rimanere ad attendere a valle… beh, no, non è così, io sono salito fino in cima, e senza batter ciglio.

Pensavi forse che non avessi le palle per farlo?

Il Fronte di Liberazione della Gallina


Devi sapere che io ed i miei figli facciamo parte del Fronte di Liberazione della Gallina.
Di che si tratta? Presto detto. La mia anziana madre, esponente di una scuola contadina di vecchio stampo, ha un pollaio con quattro galline, che alimenta quotidianamente fornendo loro mangime ed acqua in abbondanza, spesso anche pastoni a base di pane e crusca. Le galline non devono fare il benché minimo sforzo per sopravvivere (produrre uova rientra nel loro ciclo biologico, non si può certo configurare come attività lavorativa), a loro non manca nulla se non la possibilità di razzolare liberamente nell’ampio prato nel retro della casa.
Ora, è risaputo che il pollo allevato a terra produce uova di migliore qualità rispetto a quello allevato in cattività o peggio in batteria, quindi è iniziata prima blandamente, poi sempre più intensamente, una battaglia per liberare le galline dal giogo del pollaio, che nell’ottica del Fronte rivoluzionario deve rappresentare un ricovero per la notte, non una prigione.
Passando nei pressi di casa mia potresti vedere pertanto scene divertenti e un po’ surreali in cui un’anziana donna raduna le galline nel pollaio e poi, dopo che si è allontanata, due bambini (ebbene si, io sono la mente del movimento e loro il braccio operativo) le liberano nuovamente portandole a razzolare nell’aia; a volte potresti assistere a discussioni animate circa l’opportunità di rimetterle nel recinto per evitare che scavino nell’aiuola o nell’orto, o circa i benefici salutari ma anche economici derivanti da un’alimentazione ricavata direttamente dalle risorse del terreno.
Credo che non si troverà mai un accordo fra la vecchia scuola di pensiero e la nuova; certo, la libertà va gestita, ci vorrà parecchio tempo prima che le galline imparino ad evitare le zone interdette, non si possono programmare come i robottini aspirapolvere. Ma i membri del Fronte non hanno dubbi: questa è la strada, per quanto difficile va percorsa fino in fondo, sentono che è quella giusta.

gallina_intelligente

L’altro giorno, rientrando in ufficio dopo la pausa pranzo e osservando la transumanza di impiegati che convergevano verso i luoghi di lavoro, non ho potuto fare a meno di attivare il collegamento: caspita, anche io sono come le galline! Mi danno il mangime in cambio delle uova (fra l’altro non mi riesce neanche troppo spontaneo farle), uova che non sono di eccelsa qualità perché prodotte in condizioni sub ottimali (luoghi chiusi, stretta vicinanza con individui dalle abitudini diverse dalle mie, orari rigidi, inevitabile scollamento fra le mie esigenze e quelle dell’azienda), ma tutto sommato non ho grosse preoccupazioni, ho l’illusione del posto fisso! E come le galline ormai abituate alla cattività, se anche la porta è aperta io non esco, perché ho paura, o forse solo per inerzia. Ho troppo da perdere a guadagnarmi la libertà? O forse non ho la piena percezione di quanto piacevole sarebbe? Certo, non si tratterebbe di libertà incondizionata, dovrei pur sempre evitare di razzolare nell’aiuola o nell’orto, dovrei fare attenzione che qualche cane sciolto non mi scambi per una pernice, però che ampio prato avrei a mia disposizione!

Quale storia inventerai per domani?


In questo articolo voglio proporti un modo un po’ stravagante di uscire dal solco e dare una lettura alternativa alla tua vita. Come al solito, ti chiedo di portare pazienza, scardinare i tuoi preconcetti e seguire la lettura fino in fondo, anche se potrà sembrarti un po’ ridicola o sconcertante.

Immagina di essere uno scrittore dalla fantasia piuttosto fervida che produce con trasporto racconti di vita quotidiana; la narrazione usa la prima persona, in un modo così efficace e coinvolgente da risucchiare chi legge all’interno della storia, facendolo immedesimare a tal punto da distinguere con difficoltà la realtà dalla fantasia.

I racconti nascono di notte, mentre dormi: la tua mente in quel momento è infatti libera dai condizionamenti della coscienza e può prendere le strade più imprevedibili e non censurate; in un miscuglio onirico creativo, ogni notte generi il capitolo di un libro che l’indomani trascinerà il lettore in nuove esperienze di vita.

Adesso viene la parte difficile: immagina di essere tu stesso il fruitore delle storie da te prodotte; ogni mattina ti risvegli con un capitolo nuovo nuovo da leggere, ti immergi nella lettura e questa ti coinvolge, ti trascina, scatena emozioni per te reali, ti fa perdere la consapevolezza che si tratti solo di un libro… e allora ti arrabbi per l’automobilista che prevarica lo sfortunato protagonista incolonnato nel traffico, ti dispiaci per le difficoltà che deve superare, ti rallegri per gli accadimenti a lui favorevoli.

Per quanto coinvolto tu possa essere, alla fine ti rendi però conto che si tratta solo di un racconto, non della realtà, e quindi confini le tue emozioni entro i limiti di un accettabile distacco: proprio quando ti rendi conto di esserti calato eccessivamente nella parte, allora capisci che è il momento di prendere una pausa dalla lettura, per ritornare alla realtà.

Bene, se sei riuscito a seguirmi fin qui, questo è l’esercizio mentale che ti propongo: prova per un giorno a comportarti come se la tua vita fosse davvero così; stasera andrai a letto sapendo che durante la notte produrrai il capitolo che descriverà per filo e per segno quanto ti accadrà domani. E domani, ogniqualvolta succederà qualcosa, sia esso positivo o negativo, lo tratterai come un frutto della tua fantasia, con la consapevolezza di essere stato tu ad aver creato quella realtà, l’unico responsabile, l’unico che poteva fare andare le cose diversamente.

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Potrà sembrarti che questo approccio così surreale ti addossi una responsabilità eccessiva, ma se rifletti ha una serie di benefici; primo fra tutti, sposta su di te le leve decisionali: sei tu l’unico che può intervenire, che può fare qualcosa, o ti rimbocchi le maniche o ti rassegni, in ogni caso non c’è nessuno all’infuori di te con cui potrai prendertela. In secondo luogo, elimina alla radice la sensazione di persecuzione presente nella maggior parte di noi, che ci crediamo vittime di un mondo ostile, quando in realtà siamo i soli responsabili di quanto ci accade.

Facciamo degli esempi di come si possa tradurre in pratica tutto ciò.

  • La giornata appena trascorsa non ti ha soddisfatto, torni a casa stanco e infastidito? Cerca di convogliare le tue emozioni verso sentimenti positivi, che ti predispongano benevolmente nell’attività di gestazione notturna, per fare in modo che l’episodio di domani sia più gradevole. Fai il possibile per allontanare le emozioni negative, o il tuo subconscio genererà mostri che dovrai affrontare il giorno dopo.
  • Il capoufficio ha comportamenti irritanti nei tuoi confronti? Sappi che sei tu a dipingerlo così, è un personaggio di tua creazione; prova ad immaginartelo più morbido, cerca di fare in modo che il corso degli eventi nella tua immaginazione prenda un’altra direzione. Visto sotto questa nuova luce, tutto appare ridimensionato, meno preoccupante: in fondo, si tratta solo di un racconto…
  • Mandi curricula a svariate aziende perché vuoi cambiare lavoro ma nessuno ti convoca a colloquio? Non dare la colpa alla crisi economica o all’età avanzata: in realtà il vero responsabile è il tuo subconscio, che teme il cambiamento, non intende affatto fare un salto nel buio e produce coerentemente una storia in cui nessuno ti vuole, per sollevare la tua coscienza dal peso della decisione. Sei tu a non voler cambiare, ma ti sei inventato una storia molto credibile in cui dai la colpa agli altri. Che genio letterario!

Cerca di sovvertire causa ed effetto, contenitore e contenuto: non sei tu ad essere calato nella realtà esterna, ma la realtà ad essere contenuta nella tua mente; nulla esiste realmente là fuori: tu non sei dentro la stanza, è la stanza ad essere nel tuo cervello; questo vale per ogni altra entità: il passerotto sul davanzale, la pioggia, il traffico, la crisi economica, le tensioni in Medio Oriente; tutto è frutto della tua fantasia, sei tu che stai scrivendo il libro, sei tu l’artefice, è il tuo stato mentale a generare mostri o arcobaleni, sono i tuoi incubi o i tuoi sogni notturni a fare la differenza.

Assurdo vero? Eppure non puoi provare che le cose non stiano davvero così. Mi dirai: non è vero, chiedo ad altri cosa vedono là fuori, e questi mi confermano una realtà coerente con quanto da me percepito, quindi la realtà è questa. Ti rispondo: coloro a cui chiedi lumi sono essi stessi prodotti della tua mente, e tu sei un buon narratore, mica scrivi storie campate per aria… per forza ottieni risposte non contraddittorie.

E poi rifletti: per quanto assurdo possa sembrare, se questo esercizio servisse a darti una percezione meno preoccupante e più attiva della vita, perché non provare? Non mi aspetto ovviamente che tu lo riesca a fare con vera convinzione, però puoi iniziare per gioco, anche solo per stemperare con l’aiuto della fantasia alcune situazioni difficili.

Per lo meno, così facendo affiderai a te stesso la scrittura del racconto che ti anestetizzerà la mente, e non allo sciamano di turno che predica da un pulpito o da dietro ad un altare…