Archivio mensile:gennaio 2018

La resa


Mi è capitato di sentire o leggere più volte che la nostra principale fonte di sofferenza è la mancata accettazione di ciò che fa parte della vita, e che la via per raggiungere la pace debba passare attraverso la resa.

Ho sempre guardato con una punta di sospetto questo approccio, perché ritengo invece giusto e buono lottare per ottenere ciò che si vuole, altrimenti si scivolerebbe nella rassegnazione e nell’abbandono totale.

Che vita sarebbe, passiva e senza obiettivi? Sdraiati mollemente sul divano in canottiera, birra in mano davanti alla TV, una fila di caccole nasali appiccicate sotto il bracciolo, in attesa che arrivi l’ora di andare a dormire.

Dopo una serie di riflessioni sono però arrivato alla conclusione che non avevo capito affatto che cosa si intendesse per resa, e vorrei cercare ora di spiegarti quella che per me è la giusta chiave di lettura.

Supponi di essere su un sentiero in montagna, ai piedi di un dirupo, e che dall’alto si stacchi un pesante sasso che inizia a rotolare verso di te. Che fai? Rimani lì, appellandoti alla pretesa che quel sasso avrebbe dovuto rimanere al suo posto (come si è permesso di muoversi!), oppure ti sposti per evitare di rimanere schiacciato?

Io in proposito non ho dubbi, mi sposterei. Perché? Ma ovvio, perché avrei accettato il fatto che il sasso si è staccato, e sarei passato alla fase successiva: appurato che sta cadendo verso di me, cosa fare per evitare danni?

E sono convinto che, nell’urgenza del pericolo imminente, tu faresti altrettanto, perché la tua mente non avrebbe il tempo di interferire con quella forma di intelligenza che si preoccupa della tua sopravvivenza, che agisce molto più velocemente.

Questa è la resa: accettare lo status quo. Che non implica restare inerti nella rassegnazione. La sofferenza emerge quando ti impunti, nell’assurda pretesa che quel sasso non avrebbe dovuto cadere. E rimugini su quanto sei sfortunato, inveisci contro la vita matrigna, colpevolizzi te stesso o altri, invidiando chi non si trova in quella scomoda situazione. E rimani immobile a lamentarti mentre il sasso rotola.

ricordati-che-devi-morire-vignetta.jpg

La differenza è sottile, ma sostanziale, non trovi? Arrendersi al fatto che il sasso si è staccato è l’unica via sensata; da quella partirà poi tutta una serie di azioni correttive che ti porteranno ad evitare danni, e, anzi, forse a scorgere un sentiero più agevole che non avevi visto in precedenza.

Ma scendendo ancor più in profondità: dove si nasconde la reale differenza fra resa e rassegnazione? Io credo che tutto sia imperniato sul concetto di momento presente.

Arrendersi significa accettare che ora, in questo preciso istante, le cose stanno così e non possono essere cambiate!

Il che non ha nulla a che fare col rassegnarsi senza intraprendere alcuna azione per fare in modo che domani, o fra cinque minuti, o fra un anno, le cose cambino!

Facciamo un altro esempio: dovevi uscire con gli amici, e invece devi stare chiuso in casa perché hai la febbre alta. Da dove nasce il senso di frustrazione che provi? Ovviamente dal fatto che vorresti che ora, in questo preciso istante, le cose fossero diverse. Ti rendi conto di quanto sia assurdo tutto ciò?

Ora, in questo preciso istante, le cose non possono essere che come sono ora, in questo preciso istante.

Lapalissiano, evidente. Eppure ti ostini a non accettarlo!

Resa significa accettare lo status quo, rassegnazione significa accettare che rimarrà così per sempre; sono cose diverse, eppure troppo spesso si confondono.

Dunque la soluzione è evidente: arrenditi al flusso della corrente della vita, lasciati trasportare, non puoi che muoverti verso valle! Abbandona la pretesa di restare immobile in un punto, è irrealistica: devi lasciarti trasportare; questo non ti impedirà tuttavia di muoverti di volta in volta un poco a destra o un poco a sinistra, cambiando anche di molto la tua posizione nel grande torrente in cui ti trovi, al fine di evitare pericolose collisioni o, perché no? di catturare succulenti pesci!

Chi siamo noi?


Lo so lo so, nell’articolo precedente non ti ho persuaso: ancora non ti va giù l’idea che la tua identità non coincida col tuo corpo fisico; provo allora a buttar giù l’argomento in altri termini.

Non credo riuscirò nell’intento, un po’ per limiti miei, ed un po’ perché certe idee non si possono spiegare a parole: spero però che la sensazione di non comprensione che potrei farti provare riesca ad innescare un meccanismo intuitivo, non razionale, che ti faccia percepire con un registro di livello più elevato ciò che intendo trasmettere.

Con ogni probabilità relegherai invece questo articolo nell’archivio delle astrusità, per essere eufemistici, e cesserai la lettura all’incirca a questo punto.

vignette-donne

Ma se invece sei rimasto con me… lo sai come è composta la materia? Beh, immagino di sì, a scuola ci insegnano che è composta da atomi, e che questi a loro volta sono composti da un nucleo centrale, contenente protoni e neutroni, e da un certo numero di elettroni che ruotano attorno al nucleo.

Ma lo sai quanto è grande l’atomo rispetto al suo nucleo e agli elettroni che vi gravitano attorno? Ebbene, tanto per fare un paragone: se il nucleo avesse le dimensioni di un grano di sale, l’atomo sarebbe grosso modo grande quanto la cupola di San Pietro, e gli elettroni sarebbero dei granelli di polvere che turbinano nell’enorme vastità della cupola.

E nello spazio restante cosa c’è? Nulla, il vuoto. Attenzione, intendo proprio assenza di alcunché, nulla di nulla. Sai cosa significa vero?

Significa che quel cosciotto di pollo, che ieri sera ti sembrava così reale e gustoso, è fatto al 99,9% di nulla. Non solo il cosciotto: pure tu, ardente sostenitore della tua fisicità! Pure tu sei per il 99,9% dello spazio che occupi… vuoto!

Allora… se è vero che ti identifichi con la tua fisicità… beh, lasciamelo dire: sei veramente poca cosa… meno dello 0,01% di ciò che appari!

3972315415-chi-siamo-noi-donne-e-cosa-vogliamo-non-lo-sappiamo-e-quando-lo-vogliamo-adesso_a

Ma, se invece di insistere a tutti i costi nel voler mettere la materia in primo piano, ci concentrassimo per un istante sullo sfondo? Lasciamo perdere le particelle, e consideriamo il vuoto. Dopotutto, è grazie allo spazio vuoto, che le particelle possono manifestare la loro individualità… è grazie allo sfondo di un quadro, che possiamo apprezzare l’immagine che risalta in primo piano.

Se la vera essenza di tutto fosse proprio lì? Nello spazio delle possibilità… che lascia emergere di volta in volta la manifestazione terrena di un qualcosa più profondo, che risiede nel campo del potenziale non manifestato…

Tu non puoi vedere direttamente tutto ciò, lo puoi solo intuire per differenza… percepire l’esistenza di una qualche essenza più fondamentale solo indirettamente, perché svelata da quella materia che ne è una delle tante possibili manifestazioni.

Capisci la differenza? Ciò che credi di essere è in realtà solo un epifenomeno, una manifestazione di una realtà sottostante più essenziale, che tuttavia non puoi vedere ma solo intuire.

Le recenti scoperte sulla fisica quantistica vanno proprio in questa direzione; già, perché si è capito che quello che credevamo spazio vuoto, non è in realtà del tutto vuoto… è piuttosto una sorta di campo di possibilità, dal quale nascono e subito dopo si annichilano coppie di particelle e antiparticelle virtuali: il cosiddetto campo del punto zero.

Esiste infatti un principio fisico, che prende il nome dallo scienziato tedesco Werner Heisenberg, secondo il quale certe coppie di quantità fisiche fra loro coniugate non possono essere misurate con assoluta precisione: se misuri bene una, rinunci a misurare bene l’altra.

Fra queste coppie troviamo energia e tempo: se misuri con estrema precisione il tempo, allora l’energia di un sistema fisico risulta indeterminata; ma attenzione: non nel senso che ha un ben preciso valore che però tu non conosci, ma in un senso più fondamentale: il suo valore reale è proprio indeterminato.

Questo significa che non può esistere per definizione uno stato di energia zero, in altri termini il vuoto; o meglio, può esistere solo se ci accontentiamo di misurarlo per un tempo sufficientemente lungo (e, per misurare quanto lungo, si usa l’ordine del tempo di Planck, un valore inimmaginabilmente piccolo).

Quindi, per brevissimi istanti lo stato energetico di un sistema non è zero, ma può manifestare livelli di energia anche molto elevati, tanto più elevati quanto più piccolo è l’intervallo di tempo considerato; è la cosiddetta energia del punto zero. Immaginalo come la superficie di un brodo in ebollizione, dalla quale ogni tanto qua e là appaiono bolle che subito dopo spariscono: non potrà mai avere una superficie perfettamente piatta.

Recenti teorie fisiche sostengono che proprio nel campo quantistico, così misterioso e dalle potenzialità infinite, risieda la nostra coscienza: non già nelle nostre strutture cerebrali, dunque, che a questo punto verrebbero relegate al ruolo di mere antenne riceventi, ma in quello spazio fisico che chiamiamo comunemente vuoto e che in realtà è tutt’altro che vuoto, perché contiene in potenza tutto ciò che può divenire reale.

La nostra coscienza, secondo queste teorie, risiederebbe nello sfondo!

Da informatico non posso esimermi dal citare uno dei principali sostenitori di questa teoria, che non è un mago Otelma qualsiasi, bensì l’italiano che ha inventato il microprocessore e grazie al quale oggi sei in grado di leggere questo articolo: Federico Faggin.

In rete ci sono numerosi video che riportano i suoi interventi in conferenze divulgative, ti invito a guardarle. Non è scientificamente provato che le cose stiano davvero così ma… se invece lo fossero?

 

 

Ma io, chi sono?


Nel precedente articolo ho cercato di smontare un po’ di convinzioni sulla tua identità, generando con ogni probabilità un senso di vuoto e smarrimento, perlomeno se hai avuto la pazienza di seguirmi fino in fondo; provo ora, sperando di riuscire ad usare la giusta dose umiltà, a formulare un inizio di ragionamento per rassicurarti che quel vuoto è colmabile.

Non prima di aver scavato ancora un poco.

Ti avevo lasciato dopo aver demolito l’ultima delle tue convinzioni, e cioè che tu sei il tuo corpo fisico; qualora non ti avessi ancora persuaso, aggiungo questa informazione: lo sai che un corpo umano adulto si rinnova per intero in media ogni sette anni? Questo significa che dentro di te non c’è più una sola delle molecole che contenevi sette anni fa! Come puoi allora sostenere che tu sei il tuo corpo fisico, se questo cambia in continuazione? Aveva ragione Pirandello: quelli che chiamiamo personaggi di fantasia nelle commedie o nei romanzi sono dotati di maggior realtà di noi esseri umani, perché loro rimangono immutabili, fedeli a loro stessi nel tempo, mentre noi cambiamo in continuazione!

Ti rimane un appiglio, e da informatico (bada, lo faccio, non lo sono!) è l’ultimo baluardo a cui sono rimasto aggrappato fino a poco tempo fa: tu sei struttura informativa, software. Tu sei le tue idee, ed il progetto che mette in relazione atomi, molecole, cellule, organi che costituiscono il tuo corpo, in una complessa piramide organizzativa.

Questa posizione è più difficile da demolire; eppure… mi sono persuaso che anche in questo caso ci si discosti dalla verità, o che, quantomeno, sia rischioso identificarsi con tutto ciò. Perché, dopotutto, quando il tuo corpo non ci sarà più, quando l’hardware sarà dismesso… chi garantirà l’esecuzione del software? Software che peraltro si modifica e cambia in continuazione (mutazioni genetiche, cambi di opinione, salde convinzioni ritrattate a distanza di pochi anni). L’ipotetica fotografia dell’assetto delle mie idee oggi sarebbe completamente diversa da quella che si sarebbe potuta scattare solo un anno fa. Significa forse che l’io di oggi non è più l’io di un anno fa? Dove va a finire allora il concetto di identità?

Ma al di là della questione teorica, rimane la questione pratica: identificarsi con le proprie idee è rischioso e foriero di infelicità, perché quando queste vengono messe in discussione tu ti arrocchi in loro difesa, giuste o sbagliate che siano, con la convinzione di difendere te stesso. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione. Cambiare opinione non mina alla base il tuo essere, ed è talvolta l’unica via di salvezza.

non sono io

In tutto questo mutevole divenire, come possiamo dunque parlare di identità?

E qui entra in gioco il concetto di primo piano e sfondo; già… perché finora ti sei sforzato di trovare te stesso cercando fra le figure in primo piano. E se invece il posto giusto dove cercare fosse lo sfondo?

Per spiegarmi meglio, ti propongo la seguente immagine.

triangolo

Ti sembra di vedere un triangolo bianco in primo piano, vero? Ebbene, questa illusione ottica è analoga a quella mentale che ti ha accompagnato fin qui, mentre avanzavi ipotesi sulla tua identità. Non esiste alcun triangolo bianco, è solo una proprietà emergente che la tua mente individua a causa degli elementi presenti sullo sfondo.

Questa è l’importante presa di coscienza che ho maturato recentemente: ho sempre cercato nel posto sbagliato.

Mi sono sempre concentrato sul primo piano… mentre forse avrei dovuto guardare lo sfondo per capire chi sono… perché tutto ciò che immaginavo di essere non è altro che una serie di proprietà emergenti, congiunturali, occasionali, talvolta fortuite ma in ogni caso per nulla strutturali di un qualcosa di più fondamentale, che pervade lo sfondo.

Di che natura sia questo sfondo, sarà argomento del prossimo articolo…