Facciamo gruppo!


Il mondo in cui vivi non è né buono né cattivo, è solo un riflesso del tuo stato interiore.

Per migliorarlo non devi fare nulla là fuori, l’unica strada percorribile è quella di lavorare su di te, sulla tua consapevolezza.

Osservare e lavorare sui propri meccanismi interni di funzionamento, per lo più caratterizzati da reattività e automatismi, è un compito assai arduo, perché i nostri sistemi difensivi tendono a non farceli vedere, mascherandoli in modo da farci attribuire la colpa all’esterno.

Ma finché ti ostini a dare colpe, e non ti riappropri della tua RESPONSABILITA’, che poi si traduce nel tuo POTERE di cambiamento, resterai in balia degli eventi.

La chiave di svolta è comprendere che non ci sono colpe, solo mancanza di consapevolezza.

Se portare avanti questo lavoro da soli è difficile, le cose cambiano quando ci si trova in un gruppo, i cui membri siano animati dallo stesso intento: in un ambiente protetto, privo di giudizio e aperto all’ascolto, ciascuno portando le proprie esperienze, le proprie sensazioni, le proprie emozioni, può fare da specchio agli altri, in un comune cammino verso una accresciuta consapevolezza.

Questo mondo lo cambieremo tornando alla dimensione umana, alla relazione sincera e genuina, al contatto.

Io ho fiducia.

Se vuoi saperne di più, e partecipare ai nostri incontri, contattami.

Scoprire di non essere soli riscalda il cuore.

Come mi sento quando mi chiami NOVACCCS


Avevo sei anni, quando ho visto quella marea di bambini vocianti per la prima volta. Non avendo frequentato la scuola materna, fino ad allora mi ero confrontato con i soliti due o tre amichetti, sempre loro, sempre gli stessi. Quando c’erano, quantomeno, perché erano in villeggiatura nella frazione in cui abitavo e li vedevo solo nel periodo vacanziero.

L’ingresso nel mondo scolastico è stato per me un trauma, iniziato col turbinio delle grida e del calpestio nell’atrio della scuola, proseguito col severo peso giudicante della maestra che incombeva su di me, e la minaccia di bambini esuberanti che talvolta mi bullizzavano all’uscita o durante la ricreazione.

Avevo paura di quel mondo: tutti quei bimbi si conoscevano dai tempi dell’asilo, mentre io ero un estraneo timido e insicuro che stava sulle sue.

Ricordo l’episodio del gioco a guardie e ladri nel cortile: tutti si rincorrevano schiamazzando, io stavo fiero al margine, felice di non essere stato ancora preso. Poi ho realizzato: non mi prendevano perché non mi vedevano, mi stavano ignorando. O almeno è così che ho vissuto l’esperienza.

Ricordo il giorno in cui mi sono azzuffato con un compagno, durante la ricreazione: eravamo su di una panchina, ciascuno con una mano sulla faccia dell’altro, immobili, in tensione, in stallo. Io sentivo la paura crescermi dentro, sentivo le vene che si svuotano e la mente che si annebbia, sentivo che da solo non avrei potuto farcela, e urlavo disperato agli altri bambini che stavano in cerchio attorno a noi a godersi lo spettacolo: “Chiamate la maestra! Chiamate la maestra!”. Ma nessuno si muoveva.

Non sono mai stato bravo a difendermi. All’uscita, durante la mezz’ora di attesa del pulmino, cercavo di mettermi in un angolo, defilato, per non attirare l’attenzione del bullo di turno. A volte arrivava. A volte per fortuna qualche bambino più grande prendeva le mie parti. Ricordo ancora oggi i loro nomi, i loro volti. Non sono mai stato bravo a difendermi.

A otto anni il mio unico desiderio era attendere l’arrivo della sera, per potermi rifugiare nel caldo delle mie coperte e nella serenità dei miei pensieri, che sognavano un mondo felice in cui nessuno mi opprimeva.

Pensavo che quei giorni fossero archiviati, la mia mente li aveva quasi rimossi.

Li ho riportati alla luce nelle mie notti insonni di questi ultimi due anni, quando la paura interrompe il sogno ansioso che sto facendo e mi riporta allo stato di veglia, lasciandomi in bilico fra il desiderio di riaddormentarmi e quello di restare nel mondo cosciente, alla ricerca del male minore, della situazione che mi possa spaventare di meno.

E’ in quel momento che i pensieri nefasti si fanno strada, pensieri sull’inutilità di ogni mio sforzo, di ogni mio gesto: domattina non potrò entrare liberamente in quel negozio, ci sarà forse da discutere, ma io non lo voglio fare. Domani ci sarà da portare avanti quel progetto, ma il futuro di fronte a me è buio, incerto e minaccioso, e non ho energia e convinzione sufficienti per proseguire. Non so neppure se potrò usare i risparmi che i miei genitori mi hanno lasciato dopo una vita di sacrifici, perché il mondo della finanza se li è presi promettendo di restituirli, ma io ho smesso di credere a queste promesse.

L’alternativa è adeguarsi alle coercizioni del sistema, obbedire alla maestra. E neppure questo voglio fare, perché la mia anima si rifiuta, la mia vita non avrebbe significato se mi piegassi a ciò in cui non credo.

Non ho scampo, sono di nuovo schiacciato fra la maestra e i bambini che mi bullizzano, sono tornato indietro nel passato.

E proprio come allora, penso a ciò che farei se avessi una bacchetta magica. Ora lo so, cosa farei.

Farei esplodere gli edifici del potere, durante la notte, quando sono vuoti. Farei esplodere le strutture scolastiche. Farei esplodere le banche. Farei esplodere tutti gli edifici emblema di una società che da sempre mi opprime.

Seminerei il terrore, ma non morte. Vorrei vendetta.

E oggi so anche cosa si nasconde, dietro a quella parola. Se avessi la bacchetta magica, non la userei per uccidere chi mi tormenta, ma per fargli sentire quello che sto provando, fargli sentire tutta la mia paura.

E se scavo meglio, capisco che dietro al bisogno di vendetta si trova quello di essere compreso: ho un disperato bisogno che il mondo sappia come mi sento!

E allora, forse posso ottenere ugualmente ciò che cerco, senza ricorrere alle bombe; questo articolo è un primo passo verso la mia vendetta, che poi va letta per ciò che veramente è: un desiderio di connessione.

Forse ci riderai su, penserai che sono solo uno sfigato, un debole.

Ma il bullo sei tu, sei tu quello che si mette dalla parte del più forte e agisce nella tranquillità di sentirsi le spalle protette.

La mia forza si esprime nel mettere a nudo ciò che provo, e ti renderai presto conto di quanto possa essere dirompente, nel silenzio dell’oscurità.

Questo sono io.

Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter mai avere un amico con me che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno a tutti gli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che io sento, ascolto nel mondo ogni giorno, ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa sempre continuamente. Lo capisci questo?

John Coffey

Le relazioni ai tempi del meccanicismo


Apro l’assistente vocale dello smartphone, sullo schermo appare:

“Come posso aiutarti?”

Io dico ad alta voce: “Ho bisogno di amore”

Risposta a video: “Ciao, cosa posso fare per te?”

Ribadisco ad alta voce: “Ho bisogno di amore!”

Risposta a video: “Ciao, come posso esserti di aiuto?”

“Fammi sentire amato…”

Risposta a video: “Devo ancora lavorare al mio repertorio. Nel frattempo posso farti una sirenata”, e parte il suono di una sirena.

Io ritento: “Fammi sentire che mi ami!”

E il telefono: “Certo! Dulce Simfonie di AMI“; e fa partire il video su YouTube.

Io: “Sei solo uno stupido robot.”

Lui: “Ti prometto che farò del mio meglio per scalare la classifica dei tuoi preferiti.”

Penso che possa bastare e mi fermo qui.

Ti suggerisco di fare tu stesso la prova, io l’ho trovato molto divertente.

~°~°~

È così che funziona una mente meccanica. Può essere sofisticata quanto vuoi, usare reti neurali, enormi banche dati e sistemi esperti, le ultime diavolerie della tecnica, ma ciò che è meccanico resta, fondamentalmente, stupido.

Così ci stanno abituando a ragionare, questo è il modello in cui le nostre relazioni rischiano di degenerare: scambi di superficie all’apparenza coerenti (salvo saltuari, buffi e surreali scivoloni alla stregua di quello riportato sopra) che non scendono mai nel vero contatto umano.

Le lobby che ci governano, le loro propaggini burocratiche, fino all’ultimo dei servi del potere, lo sceriffo improvvisato che gira per strada, ragionano così: hanno perso la capacità di sentire nel profondo, e agiscono guidati dal mero calcolo. Applicano il protocollo, insomma. Sono smart esattamente come il mio telefono.

Ed è proprio questo che salverà l’umanità: perché accecati dal loro freddo raziocinio hanno perso di vista il fatto che siamo in grado di amare. Questa è la nostra arma più grande, l’amore va contro ogni regola, spiazza, destabilizza, manda per aria ogni calcolo. E loro hanno dimenticato completamente di che si tratta, altrimenti non agirebbero in preda alla smania di potere.

Non si aspettano che ci amiamo; e neppure che alcuni di noi siano in grado di amarli, perché in fondo, ‘loro’ siamo anche noi, rappresentano la nostra parte meccanica e ci fanno da specchio.

Questo stiamo imparando a fare, sempre di più: amare.

Questa è la nostra ancora di salvezza… o la lezione che dovevamo imparare.

Quanto a loro… o imparano come noi, o si auto distruggeranno.

In ogni caso, mi sento al sicuro. Sempre che riesca ad amare…

Tanto è inutile. O no?


Questo articolo è per te, che ti rassegni allo status quo anche se vorresti tanto che cambiasse.

Forse penserai: come posso io, piccolo piccolo, influenzare un mondo tanto più grande di me?

Ebbene, probabilmente hai ragione. Probabilmente quel tuo piccolo gesto non farà la differenza.

Là fuori.

Già, perché permettimi di farti osservare un fatto: stai guardando nel posto sbagliato.

E’ vero, il tuo gesto non cambierà le cose là fuori, ma ciò che importa è il cambiamento che avverrà in te. E proprio perché sei piccolo piccolo, sarà un cambiamento enorme.

Mettilo in atto anche se ti sembra inutile e ti provoca tante resistenze, vai contro ogni razionalità e, cazzo, fallo a dispetto di tutto!

E poi ascolta come ti senti, ascolta le tue emozioni. Hai paura? Provi qualche altro genere di fastidio?

La fuori il cambiamento potrà essere impercettibile, ma dentro di te, se sei rimasto consapevole durante il processo, si saranno verificate trasformazioni gigantesche!

Così grandi che, una volta che le avrai interiorizzate e ne avrai preso coscienza, non ti importerà più nulla che il mondo là fuori cambi.

E sarà allora, proprio allora, che cambierà.

Il sovrano addormentato


Mi sembra più che mai attuale…

Fuori dal solco

Il re governava con saggezza e rettitudine il piccolo regno di Anéros, che da parecchi anni si sviluppava florido e felice.

Era affiancato da un valido consigliere, alquanto abile nel fare di conto, al quale chiedeva aiuto ogniqualvolta fossero richieste le sue impareggiabili qualità logiche e calcolatrici, per trovare soluzione a quei piccoli o grandi problemi pratici che l’attività di ogni sovrano incontra nel quotidiano .

Il regno traeva sostentamento dal lavoro contadino: ogni suddito disponeva di un adeguato appezzamento di terreno, dei cui frutti beneficiava direttamente la famiglia e, in via residuale, la casa regnante, quale giusto compenso per l’attività di governo, nonché tutte le rimanenti figure ausiliarie.

Fra queste, un ruolo molto importante era ricoperto dai cosiddetti commedianti: poliedrici personaggi il cui compito era intrattenere, svagare, motivare, nei momenti difficili rincuorare la popolazione, indossando di volta in volta la veste di giullare, di canterino, di giocoliere, di…

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Indifferenza


E così l’ho fatto.

Un gesto sciocco, secondo molti punti di vista. Un gesto inutile, secondo altri. Un gesto temerario, secondo altri ancora.

Ne avevo bisogno, volevo sentire cosa si prova a stare da quella parte, dalla parte di chi viene visto con sospetto, con curiosità, talvolta con derisione, ma spesso, ahimé, non viene visto affatto.

Lo desideravo da mesi, senza mai trovare il coraggio di farlo. Finché sono riuscito a silenziare il giudice interiore, a soffocare ogni valutazione di merito, a chiudere gli occhi e buttarmi.

Ho preso la mia chitarra e gli spartiti, alcune copie del mio libro e sono andato in piazza a suonare, nel tentativo, miseramente fallito, di venderne qualcuna; ma in realtà era solo un pretesto: il vero obiettivo era vincere ogni spinta che vorrebbe preservare una certa immagine di me, smantellare ogni parvenza di accettabilità all’interno di un certo tipo di società.

Una società che ormai non sento più mia. Ammesso che lo sia mai stata. E dell’immagine che voglio tanto difendere, importa forse a qualcuno, all’infuori di me?

Mi hanno sempre affascinato i suonatori o artisti di strada che regalano un briciolo di gioia al passante distratto, che per un breve istante forse cessa di esserlo, distratto. Almeno a me è accaduto: i miei spiccioli trovano sempre calda accoglienza nel cappello di chi dona un pizzico di sé agli sconosciuti.

In piazza ho sentito l’indifferenza e la lontananza, mi è entrata dentro e mi ha fatto male, riportandomi a momenti della fanciullezza ormai lontani ma sempre vivi in me. In fondo non sono mai stato a mio agio in questo mondo, anche se per qualche breve periodo sono stato bravo a raccontarmela e a convincermi di potercela fare.

D’altra parte è scritta nel romanzo, la mia storia passata, presente e futura; realtà e fantasia si mescolano e si intrecciano, fino a non permettere più di distinguere l’una dall’altra. Che voglia di sfogliare voracemente le pagine fino a cadere nel vuoto che si nasconde oltre la parola ‘fine’!

Dopo questa esperienza vedo un pochino meglio le mie dinamiche, in fondo si tratta solo di un rifiuto, un non voler accettare la mia incapacità di guardarmi dentro; o forse è semplice indolenza, ignavia. Perché di sforzi da fare ce ne sono molti, e la zona di comfort è calda e accogliente.

Quella sterilità che avverto nel mondo che mi circonda è solo un invito a modificare la direzione dei miei sforzi, perché là fuori non troverò mai ciò che io stesso ho sepolto dentro di me.

Quando questo sentire sarà sceso fin giù, nella pancia, anche le cose là fuori inizieranno finalmente a cambiare.

D’altra parte il frutto cade quando è maturo.

Entropia e consapevolezza


Recentemente sono venuto a contatto con le teorie del professor Corrado Malanga, secondo le quali esisterebbe un parallelo fra l’aumento dell’entropia, sancito dal secondo principio della termodinamica, e l’aumento della consapevolezza dell’umanità; ho già avuto modo di esporre questo tema, seppure in forma diversa, in un altro articolo.

In prima battuta mi è sembrata una incoerenza: essere consapevoli rimanda a un concetto di ordine, mentre l’entropia rappresenta, nella comune accezione, il disordine: come può l’aumento del disordine corrispondere ad un aumento della consapevolezza?

Poi ho compreso: in realtà ero io a trovarmi in aperta contraddizione col mio stesso tentativo di uscire dal solco, che con questi articoli cerco di portare avanti. Uscire dal solco non significa forse aumentare il disordine? Cos’è un’idea, se non uno stato polarizzato (dunque ordinato) all’interno della mente?

Un’idea è uno strumento cognitivo che ci permette di discernere: è frutto di un’operazione di separazione che mette appunto ordine nelle informazioni: da una parte ciò che è giusto, dall’altra ciò che è sbagliato; è come avere tante palline rosse e blu sparpagliate in una scatola e operare una serie di spostamenti in modo da far chiarezza nella confusione, mettendo le rosse di qua, le blu di là.

Raggiunta questa nuova configurazione (arbitraria come tante altre: avrei potuto ordinare in base al livello di ‘ruvidità’, invece che al colore) mi sento più facilitato a muovermi nel mondo, ma questo resta comunque solo un espediente pratico per prendere decisioni, senza alcuna valenza assoluta.

Uscire dal solco rinunciando alle proprie idee e convinzioni significa agitare con vigore la scatola, lasciando che le palline tornino ad uno stato di apparente confusione, per poi magari tornare ad ordinarle (quanta assolutezza ha perso questa parola, adesso!) in nuove configurazioni, più funzionali alla situazione contingente.

L’esperienza me lo conferma: per quanto salde possano essere radicate nella mia mente, prima o poi accadono eventi che vanno a demolire tutte le mie convinzioni (certo, ammesso che abbia il coraggio di accogliere la realtà per ciò che è, senza piegarne l’interpretazione secondo i miei comodi).

Per quanto ci sforziamo dunque di creare ordine in qualche angolo dell’Universo, o della nostra mente, è bene che teniamo sempre presente che sarà comunque provvisorio, perché il secondo principio della termodinamica è destinato a spazzare via tutto, fino all’appiattimento nella consapevolezza suprema, la presa di coscienza finale: la Morte.

Liberi di, o liberi da?


Ultimamente mi sento sempre meno libero di fare: entrare in un ristorante, in un cinema, in un museo, salire su un mezzo pubblico.

Non volendo cedere a ricatti me ne sono fatto una ragione: ho imparato a stare senza, o a trovare alternative. Il risultato, dopo una fase iniziale di frustrazione, è per me sorprendente: continuo a non essere libero di, ma sono diventato libero da, perché ho isolato tutta una serie di falsi bisogni!

Sono libero dal bisogno di andare al cinema, al ristorante, e grazie alla mia bici sono anche libero dal bisogno di usare un mezzo pubblico. Ho detto grazie alla mia bici, non alla mia auto: sto diventando sempre più libero anche dal bisogno di fare il pieno di benzina.

Ho imparato a fare a meno di abitudini che un tempo giudicavo imprescindibili e questo in definitiva mi ha affrancato! La frustrazione che mi coglie a seguito di ogni privazione è proprio il termometro della mia mancanza di libertà: se non fossi dipendente non proverei alcuna emozione negativa.

La vita è davvero una burlona: il tentativo di togliermi libertà esteriormente si è tradotto in un aumento della mia libertà interiore!

Certo, il punto di sublimazione della libertà interiore è arrivare a fare a meno del corpo fisico, e non escludo che la follia dilagante arrivi a tentare di togliermi pure questo, direttamente o indirettamente. Ammetto di non essere ancora preparato, il pensiero mi terrorizza… ma se serve inizio a lavorarci fin da subito.

Che senso ha vivere per alimentare le pile di Matrix?

Come io vedo il counseling


L’altro giorno si parlava di apprendimento con mia figlia, studentessa al liceo.

Le facevo notare che un metodo affidabile per verificare di aver appreso una nozione è quello di spiegarla a qualcuno che non ne sa nulla, perché probabilmente inizierà a fare domande imprevedibili, portando il tracciato della spiegazione su un percorso a noi nuovo e costringendoci a vedere quella nozione da un’altra angolazione; o più semplicemente non riuscirà a seguire il nostro filone narrativo, e ci spingerà ad adottarne un altro.

Quale che sia la dinamica, ci stimolerà a formulare risposte che possediamo solo se, nel nostro processo di apprendimento, siamo scesi in profondità, ossia abbiamo abbandonato la superficie descrittiva della nozione per andare alla radice, facendo nostra quest’ultima.

La conoscenza si trova su un livello più profondo rispetto alla sua descrizione verbale e intellettuale, tuttavia per accedervi con gli strumenti tradizionali di apprendimento bisogna passare da quest’ultima, che non sarà mai unica, ma una fra tante.

Nel momento in cui si ha avuto accesso al concetto profondo, da lì è poi possibile risalire al livello descrittivo, magari utilizzando una verbalizzazione diversa da quella di partenza.

Il counseling a mio avviso funziona allo stesso modo: il counselor fa del suo meglio per raggiungere la tabula rasa di ogni sua conoscenza pregressa sugli esseri umani (facile a scriversi, impossibile da mettere compiutamente in atto) e si pone di fronte al cliente come uno studente del primo anno desideroso di apprendere, mentre il cliente spiega (oh, quanto mi affascina l’ambivalenza di questo termine) sé stesso.

Non serve altro, se non un genuino desiderio di apprendere il mondo dell’altro, che per spiegarsi è stimolato a conoscersi, vedersi da diverse angolazioni, comprendersi. Perché troppo spesso siamo convinti di essere limitati alle descrizioni superficiali che ci hanno arbitrariamente appioppato.

Tutto questo è magia, la magia dell’ascolto empatico e non giudicante. La magia del counseling.

Il proiettore dell’ego


Ti chiedo uno sforzo immaginativo: visualizza un grosso tubo con una sorgente luminosa ad una delle estremità, che proietta la sua luce su una parete situata di fronte all’estremità opposta.

All’interno del tubo ostruzioni di varia natura impediscono il pieno passaggio delle onde luminose, producendo ombre cinesi sul muro.

Tu agisci sulla disposizione e la forma delle ostruzioni e poi osservi le ombre, e ti senti pervaso da una piacevole sensazione di controllo, perché ad ogni cambiamento che apporti vedi un corrispondente adattamento delle forme.

A lungo andare ti convinci di essere quelle ombre. Hai un bisogno viscerale di questa identificazione, perché è l’unico strumento a tua disposizione per sapere che esisti; ogni tua azione produce sistematicamente una reazione, peraltro conforme a certi schemi prevedibili che via via maturano nel tuo campo intellettivo: una perfetta verifica sperimentale della tua esistenza.

Ci provi gusto, e col tempo aggiungi elementi: nuove ostruzioni proiettano altre ombre sul muro, permettendoti di creare ulteriori forme che vanno via via a riempire il campo luminoso. Hai la sensazione di crescere, ti senti appagato e rassicurato dalla fedele sistematicità con cui le ombre rispondono ad ogni tua mossa.

Ma poco a poco inizi ad avvertire un senso di oppressione: il tubo diventa sempre più ostruito e il buio inizia a dominare la parete su cui un tempo si stagliava un radioso cerchio di luce.

Ogni tua azione produce ora forme confuse e sovrapposte, non hai più una chiara percezione dei risultati che sei in grado di ottenere. Il tubo è troppo pieno, e la luce non riesce più a mostrarti chi sei.

A questo punto cadi in una profonda depressione, dalla quale riesci finalmente a tirarti fuori solo quando scopri l’errore che hai commesso.

Tu non sei quelle ombre; le ombre servivano solo per creare quelle discontinuità che potessero farti percepire, per contrasto, l’esistenza della luce, che in assenza di termini di confronto non saresti stato in grado di apprezzare, nella sua uniforme e accecante radiosità.

Questa presa di coscienza ti permette di trascendere: tu non sei le ombre, non sei neppure le ostruzioni all’interno del tubo, ma sei il tubo.

Sei un canale attraverso cui fluisce la luce, ora che l’hai compreso non hai più bisogno di prove, e ti preoccupi solo di lasciarlo il più possibile sgombro, affinché l’energia della vita possa attraversarti.

Non è stato tempo perso: hai avuto bisogno di passare nell’oscurità e nell’inganno, per comprendere quanta luminosità potevi canalizzare.