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La recita della propria vita – parte seconda


Nel precedente articolo ho raccontato delle esperienze avute col corso di recitazione: devi sapere che poi ho messo in pratica quanto imparato andando in scena in una commedia tenuta dalla compagnia teatrale locale; si è trattato di una parodia della congiura dei Fieschi ed a me è toccato il ruolo di Gianluigi Fieschi. Non so se conosci la vicenda, ma questo signore è stato protagonista di un tentativo di soverchiare la famiglia Doria per prendere il potere sulla città di Genova.

Non so giudicare quanto sia andato bene nella parte assegnatami, sta di fatto che mi sono divertito un sacco, messe da parte le tensioni fisiologiche dovute al mostrarsi in pubblico.

Ora mi domando: se sul palco non fossi stato consapevole che si trattava di una recita, ma fossi entrato così bene nella parte da credermi davvero Gianluigi, mi sarei divertito allo stesso modo? Non sarei stato invece preda delle emozioni negative che bene o male ho dovuto simulare sul palco (rabbia, frustrazione, nervosismo, incazzatura)?

La domanda è ovviamente retorica, ma mi è di aiuto per per ribaltare la faccenda: se diventassi consapevole che quella che credo essere la vita reale è invece una recita, non vivrei in modo più sereno, spensierato, giocoso (è a proposito interessante notare come in svariate lingue la parola che traduce giocare e recitare sia la stessa, ad esempio play per l’inglese)? Non avrei forse meno preoccupazioni? Non riuscirei a gestire i miei problemi in modo più distaccato?

dimmi che sto recitando bene

Ebbene, più passa il tempo, più mi convinco che siamo su questa terra proprio per recitare la nostra parte in questo immenso palcoscenico cosmico; me ne sto convincendo a livello razionale, ma non lo sento ancora con la pancia, non l’ho ancora interiorizzato.

Il giorno in cui questo accadrà, sarò finalmente padrone della mia vita.

Tu che ne pensi?

Non siamo salmoni


Nelle mie letture mi sono spesso imbattuto in un dilemma relativo alle avversità della vita: combattere o rassegnarsi?

Da più parti si suggerisce che accettare la realtà così com’è sia il segreto di una vita serena e libera da frustrazioni; e su questo sono pienamente d’accordo, anche se ancora distante dal metterlo in pratica.

Tuttavia, mi domando: questo significa forse rassegnazione e fatalismo? Dovrei dunque smettere di combattere per ciò in cui credo? Smettere di avere obiettivi? Smettere di sognare?

Non credo proprio che sia questa la chiave di lettura corretta, eppure da tempo mi scervello per capire da dove nasca questa apparente contraddizione.

Provo allora ad avanzare un’ipotesi usando una metafora: immagino di essere un fuscello in mezzo ad un torrente, trascinato dalla corrente della vita.

Ebbene, potrei forse decidere di risalirne il flusso? Per qualche metro forse, al prezzo di sforzi immani. Frustrazione. Solo ai salmoni è concesso di violare la regole, e lo pagano con la vita.

salmoni

Meglio accettare dunque di essere trasportati, senza ribellarsi; ma, a ben vedere, ci sono altre direzioni ammissibili, oltre a quella retrograda. Posso muovermi a destra e sinistra. Posso cavalcare l’onda.

Posso decidere di evitare l’impatto con un grosso masso che mi si para davanti spostandomi un po’ più in là, pur nel turbinio generalizzato che la corrente genera. Posso decidere di approfittare della spinta per raggiungere una posizione favorevole laggiù, più a valle.

Tutto sommato, dunque, non c’è contraddizione. L’unica vera difficoltà è distinguere con chiarezza i movimenti laterali o progressisti da quelli controcorrente. E soprattutto prendere atto che la direzione generale del torrente è quella e non può essere cambiata.

Un passo indietro


In questi giorni sono venuto a contatto con un motto che non conoscevo e mi ha fatto riflettere, lo cito qui di seguito:

Mai fare un passo indietro, nemmeno per prendere la rincorsa.

L’essenza del messaggio è per me più che condivisibile, laddove vi si legga un’intenzione di affrontare la vita con determinazione.

Eppure, appena sentitolo nella mia mente subito si è formata un’associazione, ed ho visualizzato uno di quei fermi di sicurezza che usavo un tempo per evitare che i miei figli, allora piccoli, accedessero alle stanze, aprissero cassetti o si chiudessero le dita fra porta e stipite.

fermo

Il meccanismo è semplice: se tiri il cassetto, un gancio flessibile si incastra in un supporto fissato al corpo del mobile, e tu non riesci più a farlo scorrere né avanti, né indietro; per sbloccarlo devi far scorrere leggermente indietro il cassetto (per quel poco di margine che il meccanismo ti lascia a disposizione), spingere verso l’interno il gancio, quindi tirare nuovamente il cassetto per fargli oltrepassare il punto di incastro. Diversamente, più tiri e più quello si blocca.

Il punto di arrivo del discorso, che peraltro riprende pensieri già esposti in un articolo precedente, è il seguente: andare avanti aprioristicamente non sempre è la cosa più utile; ci sono casi in cui è necessario qualche piccolo passo indietro, pur sempre nel contesto di un cammino finalizzato, per uscire da una situazione senza sbocco.

E non si tratta di resa, o debolezza, ma di puro e semplice buon senso. Passo indietro, che può voler anche dire temporaneo peggioramento (e qui mi riaggancio ad una altro articolo), pur inserito in un trend di crescita complessiva.

Insomma, ogni situazione va vista nella sua globalità, mai troppo da vicino, altrimenti si perde la visione di insieme e si arriva a conclusioni errate, oltre a provare quel senso di oppressione tipico di chi si trova dentro al labirinto.

Oltre l’ostacolo


Devi sapere che nel tempo libero faccio l’istruttore di mountain bike; beh, ridimensioniamoci: diciamo piuttosto che, avendo la passione per questo sport, cerco di trasmetterlo ad alcuni bambini attraverso il gioco.

Ebbene, fra i vari esercizi che propongo loro ce n’è uno che prevede di passare su di una stretta tavola sospesa nel vuoto, sopra un fossato infestato dai coccodrilli; beh, ridimensioniamoci, la tavola si trova a qualche centimetro dal prato, e non ci sono coccodrilli, solo qualche gallina qua e là,  ma molti di loro si comportano come se fosse vera la prima situazione.

Comunque: ho notato che quelli che riescono bene nell’esercizio puntano lo sguardo in avanti, concentrandolo su un punto al di là della tavola, e si muovono decisi verso di esso, mentre lo sguardo di quelli che non ci riescono si ferma prima, sulla tavola; questi ultimi puntualmente cascano di lato.

Ai pochi che mi è riuscito di salvare dalle fauci del coccodrillo ho provato a suggerire questa strategia, ovviamente con parole più semplici ma il succo non cambia: prima guardare l’ostacolo, memorizzarne le caratteristiche, e poi concentrarsi sul punto di arrivo, focalizzando l’attenzione su di esso.

Sembra che il problema sia proprio la focalizzazione: certo, l’ostacolo non deve essere ignorato, ma chi si sofferma troppo su di esso, e non guarda al punto di arrivo, ha più probabilità di sbagliare; chi lo lascia, per così dire, sullo sfondo, ha maggiori probabilità di successo.

E questa considerazione ricade nella la casistica più generale di consigli che normalmente elargisco ai giovani virgulti: la bici va sempre dove si punta lo sguardo; devo svoltare a sinistra? Allora girerò la testa a sinistra e guarderò in quella direzione; devo partire da fermo? Allora occorre guardare avanti, e non i pedali. Non è tanto un discorso di vedere dove si va, ma di sfruttare l’attrazione verso il punto osservato.

Da queste considerazioni, il salto di qualità che mi ha portato ad un’illuminante presa di coscienza, di cui voglio rendere partecipe te, fortunato lettore: il principio è generalizzabile al di là di questioni ciclistiche; per riuscire in ciò che si fa occorre puntare sull’obiettivo, senza soffermarsi sulle difficoltà che si frappongono fra noi ed esso.

ostacoli

E modestamente, mi rendo conto di commettere spesso lo stesso errore dei miei allievi; tendo a lasciarmi sottrarre energie dai problemi da risolvere, invece di sfruttare la carica energetica che potrei avere pensando al dopo, quando saranno finalmente risolti. Per fare questo occorre un certo distacco dal problema, bisogna sopraelevarsi sul labirinto.

Esempio: devo sistemare casa con delle opere di ristrutturazione; posso pensare al macello che faranno gli operai quando inizieranno i lavori, allo sforzo finanziario che dovrò sopportare, oppure posso immaginare come mi sentirò al termine, nella mia nuova, accogliente dimora. Un bel cambio di prospettiva, no?

Pare che proprio questa sia la strategia utilizzata dagli sportivi di successo (ahimé, non ho esperienze in proposito): molti di loro visualizzano se stessi nel momento della vittoria, ne anticipano le emozioni, le sensazioni, e così facendo si mettono nello stato d’animo più propizio perché questa arrivi veramente. Non pensano alla fatica, agli sforzi che dovranno sopportare: questo toglierebbe loro energia e motivazione.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Però vale la pena di provare no?

Io ho deciso di impegnarmi in questo senso.

Il signore dell’anello


Immagina un piccolo stagno dal fondale ricoperto di fanghiglia molto fine.

Le acque sono limpide, vedi con chiarezza alcuni agglomerati di muschio sul fondale, osservi i raggi del sole che vengono deviati dall’effetto rifrattivo dell’acqua, noti una piccola salamandra che tenda di nascondersi da occhi indiscreti con l’aiuto della propria immobilità.

Sovrappensiero, giocherelli sfilando e rimettendo l’anello che porti alla mano sinistra, catturato da quello scenario che trasmette quiete e tranquillità.

All’improvviso un piccolo errore di coordinazione delle dita fa sì che l’oggetto ti sfugga dalle mani, cada a terra rimbalzando sopra un sasso e finisca in acqua, a circa un metro dalla riva.

La calma cede il passo all’agitazione: quello è l’anello del matrimonio, sarebbe opportuno non perderlo… lo osservi per i lunghi istanti impiegati a percorrere il tragitto dalla superficie al fondo e vedi che si adagia infine nel fango, sprofondando al suo interno per una buona metà.

Ti avvicini al punto dell’impatto, per fortuna un grosso sasso emerge dall’acqua proprio nelle vicinanze e ne fai un valido punto di appoggio per avviare le operazioni di recupero. Nel frattempo l’anello è sparito alla tua vista.

Ti inginocchi sul sasso cercando di non fare la stessa fine, ripieghi le maniche fino al gomito ed immergi le braccia nell’acqua fredda. Lo fai con irruenza, spinto dall’ansia di dover ad ogni costo rientrare in possesso di quel simbolo di unione.

La stazionarietà delle acque viene repentinamente interrotta dal tuo intervento, ed il fango che riposava sul fondo entra in azione sollevandosi con impressionante frenesia.

In poco tempo le acque cessano di essere limpide, e quella che poteva essere una facile attività di ricerca diviene improvvisamente un’impresa ardua. Mano a mano che l’acqua intorbidisce, l’idea che tu possa non ritrovare l’anello si rafforza, e le tue mani esasperano i movimenti, che non fanno che peggiorare la situazione sollevando altro fango.

Il senso della vista ormai non ti è più utile, fai appello al tatto, ma anch’esso è ostacolato dalla bassa temperatura dell’acqua.

La mani affondano nella fanghiglia, la stringono nel pugno per farla defluire fra le dita, nella speranza che all’interno rimanga l’anelato oggetto.

calma

Dopo una decina di minuti di vana ricerca, il freddo ti fa desistere e prendi una pausa, quasi rassegnato alla perdita. Rimani sul sasso ed osservi l’acqua torbida ed il movimento caotico delle particelle fangose in sospensione.

La tua mente si lascia andare alle riflessioni: quanto è stato immediato provocare quel turbinio nel fluido, e quanto tempo invece occorre per ritornare allo stato di quiete.

Ma nessuna azione ti potrà aiutare a migliorare la situazione, se non quella di aspettare pazientemente: aspettare che le acque si calmino, rimandare ogni tentativo di risolvere il problema, perché qualsiasi comportamento tu metta in atto adesso non farebbe che peggiorare ulteriormente la situazione.

È difficile resistere alla tentazione di agire, di fare qualcosa, eppure ti convinci che non c’è altra strada: bisogna sforzarsi di restare lì, inerti ad osservare.

Metti in atto il proposito, ed ecco che lentamente il fango cede il passo alla trasparenza, ed il sole torna ad illuminare ogni angolo dell’acquitrino. Alcuni suoi raggi vengono fortuitamente riflessi dall’anello, che si è spostato di alcuni centimetri dal luogo originario, per essere rimbalzati sulla tua retina; ma stavolta non commetti l’errore di gettare avidamente gli artigli in acqua.

Avvicini delicatamente la mano destra alla superficie e la immergi con attenzione, per limitare al minimo le perturbazioni. E questa finalmente, ferma e sicura, raggiunge l’oggetto che ormai non speravi più di riavere.

Lo cogli con leggerezza, privo di qualsiasi atteggiamento possessivo, e lo riporti all’asciutto; quindi ti fermi a riflettere sul quel cieco comportamento ossessivo che ha rischiato di fartelo perdere per sempre.

La fionda gravitazionale


Sai di cosa si tratta? Provo a spiegarlo con le poche conoscenza a mia disposizione.

Quando un veicolo spaziale deve raggiungere un punto remoto nello spazio e l’energia necessaria per affrontare un percorso diretto sarebbe proibitiva per la tecnologia a disposizione, si utilizza un trucco ingegnoso nella sua semplicità, in pratica consistente nello sfruttare fonti di energia alternative che si trovano lungo il cammino.

La fonte di energia in questione è la forza di gravità: in parole semplici si dirige la navicella in prossimità di un pianeta o altro corpo celeste dotato di notevole massa, non troppo vicino altrimenti ne verrebbe risucchiata, e questo le imprime un’accelerazione dandole una bella spintarella in modo completamente gratuito.

Ad esempio, per raggiungere Saturno non si manda la sonda direttamente verso quel pianeta: la si manda invece verso Giove, il quale le fornisce l’energia aggiuntiva necessaria per raggiungere la destinazione. Una sorta di tappa tecnica ai box.

Willy_il_coyote

Questo mi ha stimolato una riflessione: tutti gli eventi della nostra vita caratterizzati da una certa ‘massa’ possono essere sfruttati in base allo stesso principio; se ci avviciniamo troppo possono risucchiarci, ma se manteniamo la giusta distanza possono darci la spinta aggiuntiva che può proiettarci verso le stelle.

Ogni evento dotato di un certo spessore (sia esso positivo o negativo: la nascita di un figlio, la morte di un caro, una vincita alla lotteria) rappresenta per noi un profondo avvallamento lungo il cammino, qualcosa in grado di inghiottirci e farci perdere il controllo della situazione; ma se riusciamo a non avvicinarci troppo, a non rimanere coinvolti, a mantenere il distacco, ecco che ci può caricare di energia addizionale, che avremo a disposizione per raggiungere obiettivi ancor più lontani.

Credo che nella vita non esistano eventi oggettivamente positivi o negativi; lo sono soggettivamente, quello sì.

Ma oggettivamente si tratta dell’equivalente di corpi celesti dotati di massa, più o meno grandi: sta a noi non lasciarci attrarre e sfruttarli intelligentemente per proiettarci con rinnovata energia verso l’infinito.

 

Perché ce l’hanno con me?


Cerca di immedesimarti in questa situazione: hai un orto stupendo, con patate in fiore, carote, pomodori rossi rossi pronti da cogliere, peperoncini piccantissimi, proprio come piacciono a te, melanzane tonde e oblunghe, zucchine e insalate di ogni tipo; tutti quelli che passano ne decantano la bellezza e si complimentano con te.

Ti sei calato nella parte? Bene. Un brutto giorno una grandinata scarica chicchi grandi come palle da golf sul campo e ti distrugge il raccolto; cerca di immaginare i sentimenti che provi: rabbia, frustrazione, tristezza, disperazione. Se sei credente, paradossalmente te la prenderai con Dio, in modo più o meno velato. Se non lo sei, invierai imprecazioni ad entità virtuali che sai non esistere giusto per sfogare la rabbia.

Adesso cambiamo finale: sempre il bell’orto di prima, ma questa volta nottetempo cogli sul fatto le capre del vicino che hanno appena terminato di distruggere il raccolto, compiendo un lavoro degno di una grandinata. Che sentimenti provi adesso? Gli stessi di prima? I tuoi istinti omicidi rimangono impassibili o sono in qualche modo solleticati? Cosa cambia da una situazione all’altra?

Altro scenario: sei in ritardo per l’ufficio, devi timbrare entro le 9.00 e sai che se non arriverai in tempo dovrai recuperare nel pomeriggio saltando la palestra. Premi sull’acceleratore, forse prendendo tutti i semafori verdi riuscirai ad arrivare in orario, ammesso che tutto fili liscio come l’olio.

Giri la curva e… una frana blocca la strada! Altro che filare liscio, devi tornare indietro e fare una strada alternativa, il ritardo è di almeno un’ora. Va beh, prenderai permesso. Era destino!

Cambiamo nuovamente finale: giri la curva e… un posto di blocco della polizia! Patente e carta di circolazione prego! E qui ti incazzi! Possibile che questi ce l’abbiano proprio con me, perché non lasciano in pace chi lavora? Perché invece di stare qui a perdere tempo e a farlo perdere alla gente per bene non acciuffano i criminali?

laforestalevigila

Non vado avanti a descrivere le espressioni colorite, so che hai abbastanza fantasia.

Ma analizziamo un poco le varie situazioni: nel caso dell’orto, per te cosa cambia? Nulla, ti ritrovi comunque con un raccolto mancato. Un agente esterno, un elemento dell’ambiente che ti circonda lo ha rovinato. Perché le emozioni nei due finali sono così diverse? Perché la rabbia nel secondo è maggiore?

Nello scenario due, la frana ti fa ritardare di un’ora, il posto di blocco sì e no dieci minuti. Perché ti arrabbi di più per quest’ultimo? Nuovamente, un agente (davvero!) esterno ha causato il ritardo. Cosa cambia?

Intanto ti chiedo: ti riconosci in questo stato di emozioni? Se non è così e la prendi sempre e comunque con filosofia, questo articolo non ti riguarda.

In caso contrario, voglio stimolarti questa riflessione: non sarà forse la presenza di un responsabile, che magari ce l’ha con noi, a peggiorare la situazione e farci macerare in sentimenti di rabbia e nervosismo? Per chi sta messo peggio, poi, è sempre così: se la prende con Dio, con la sfortuna, a volte con sé stesso, insomma ha bisogno di qualcuno con cui sfogare la propria ira.

Quando invece l’unica cosa sensata da fare è rimboccarsi le maniche e trovare un rimedio. Non cercare un colpevole, ma la soluzione.

La quarta gallina


Ho già avuto modo di raccontare come le mie galline siano maestre di vita: ebbene, l’altro giorno ne ho avuto l’ennesima conferma; ecco in breve cosa è accaduto.

Dopo che ho aperto la porta del pollaio perché uscissero a razzolare nell’aia, tre di esse si sono prontamente proiettate fuori mentre una quarta, la più distratta, è rimasta a beccheggiare sulla ciotola del mangime; dopo pochi secondi si è però accorta dell’occasione di libertà, avendo visto le colleghe fuori dal recinto, ed ha provato ad unirsi a loro.

Tuttavia, come puoi vedere dal disegno, volendo raggiungere le compagne al di là della griglia, ha cercato di farlo passando per la via diretta, insistendo a proseguire in una direzione che non l’avrebbe portata molto lontano.

polli alla riscossa

La quarta gallina era troppo tesa sull’obiettivo, così tesa da non capire che perseguendolo in un modo così diretto e ossessivo non sarebbe mai stata in grado di raggiungerlo. E più le compagne si allontanavano, più questa si schiacciava contro l’angolo del pollaio e minori possibilità aveva di capire quale fosse la corretta via di fuga.

Se avesse utilizzato la giusta dose di pensiero laterale avrebbe capito che per raggiungere le compagne bisognava prima allontanarsene, così da raggiungere l’uscita che avrebbe poi permesso la successiva ricongiunzione.

E qui scatta l’insegnamento avicolo: quante volte ci troviamo nella stessa posizione? Quanto spesso, per l’affanno di raggiungere un obiettivo a cui teniamo tanto, finiamo in una situazione di stallo e ci troviamo bloccati a pochi passi da quest’ultimo senza riuscire mai a raggiungerlo?

A me è capitato e capita in continuazione: a scuola, sul lavoro, nelle situazioni sentimentali, sempre e ovunque.

Se sei troppo calato nel problema che devi risolvere, finisci col non vederne al soluzione che hai a portata di mano.

Se temi di perdere l’affetto di una persona cara e ti lasci andare ad atteggiamenti possessivi, finisci con l’allontanarla.

Se vuoi dimostrare al tuo superiore quanto sei bravo e ti prodighi in dimostrazioni di bravura, finisci col fare una figura patetica.

Se vuoi essere simpatico ad ogni costo con gli amici, finisci col diventare pesante.

Se vuoi essere un genitore perfetto, produci dei figli frustrati.

Potrei continuare ad oltranza ma, proprio in virtù di quanto vado dicendo, mi allontanerei dall’obiettivo. E allora la cosa giusta è terminare l’articolo, che può ben essere così sintetizzato: nella vita talvolta occorre essere contraddittori, uscire dalla direzione palese, logica e razionale, per seguire le indicazioni del cuore (o, detta in altri termini, le indicazioni dell’emisfero cerebrale destro, che troppo spesso vive relegato in un ruolo da comprimario); solo così avremo qualche possibilità di raggiungere i nostri amici pennuti.

Un’interessante storiella


A distanza di alcuni giorni dalla pubblicazione de “Le  oscillazioni della vita” ho letto in rete un bel racconto che mi ha colpito particolarmente (anche per la casuale concomitanza di tempi con cui mi è giunto) e ho pensato di riportarlo in questo nuovo articolo (che brilla decisamente di luce riflessa), perché mi sembra rappresenti il naturale completamento del precedente. La fonte da cui è stato tratto è la pagina Facebook dello scrittore Paulo Coehlo, anche se ho visto che in rete è piuttosto diffuso, non sono in grado di dirti la fonte originaria.

Ecco la storiella.

L’asino e il contadino

Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, L’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.
Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso l’alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci condurrà verso l’uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se nessuno ci da una mano per aiutarci. 
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra. Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema.

asini

Il racconto ha secondo me molteplici livelli di interpretazione; uno è quello esplicito, evidenziato dalla morale finale; ne trovo almeno un secondo, un po’ più recondito, legato alla diffusa opinione che vuole associare all’asino i concetti di ignoranza e stupidità, laddove invece si tratta di animale particolarmente intelligente; trovo che anche chi ha il coraggio di affrontare la vita in un modo inedito sia visto dagli altri un po’ come uno sciocco che vive in un proprio mondo svincolato dalla realtà (leggasi: pensare comune), laddove invece si tratta di persona illuminata che si eleva al di sopra della mediocrità.

Per completare l’operazione di riciclo, riporto un piccolo enigma di pensiero laterale, anche questo piuttosto diffuso in rete, che riprende un po’ gli stessi argomenti.

Buon divertimento.

L’enigma dei sassi bianchi e dei sassi neri

Un mercante, che sta attraversando tempi duri, chiede un prestito ad un uomo molto ricco ma malvagio. Il mercante paga la prima rata del prestito ma il giorno successivo arriva il servitore del ricco signore per informarlo che deve pagare altri interessi. Gli interessi sono così alti che per il mercante è impossibile pagarli.
Dice al servitore di informare l’uomo ricco che egli non è in grado di pagare una somma così alta e offre il suo bestiame come forma di pagamento.
Il servitore torna con una controproposta : il mercante ha una figlia molto bella e molto intelligente, desiderata da tutti gli uomini del regno; se darà sua figlia come schiava il suo debito sarà cancellato.
L’alternativa sarebbe perdere tutto e morire di fame.
La figlia, di sua spontanea volontà, sceglie, malgrado la tristezza, di offrirsi al ricco signore.
Ora, il ricco signore non è solo malvagio ma anche sadico e molto astuto.
Un mese dopo convoca la famiglia della ragazza dicendo di avere una proposta per loro.
Quando la famiglia di contadini arriva sul posto trova il cortile del castello colmo di gente, in attesa di uno spettacolo.
Il cortile è ricoperto di sassi bianchi e neri.
Il ricco signore si fa largo tra la folla.
Arriva al centro e rivolgendosi al contadino:
“Ho qui una borsa nella quale metterò una pietra bianca e una nera raccolte da terra. Se tua figlia prenderà la pietra bianca sarà libera.
Se dovesse prendere la pietra nera, sarà mia prigioniera per sempre e non potrai più vederla”.
Il ricco signore raccoglie due pietre, mettendosi di spalle al pubblico, per non far vedere di aver preso due pietre nere.
La ragazza, invece, se ne accorge.
Sbigottita comincia a pensare ad un modo per salvarsi da una vita di schiavitù.
Come farà la ragazza ad uscire da questa brutta situazione?