Archivi tag: distacco

La recita della propria vita – parte seconda


Nel precedente articolo ho raccontato delle esperienze avute col corso di recitazione: devi sapere che poi ho messo in pratica quanto imparato andando in scena in una commedia tenuta dalla compagnia teatrale locale; si è trattato di una parodia della congiura dei Fieschi ed a me è toccato il ruolo di Gianluigi Fieschi. Non so se conosci la vicenda, ma questo signore è stato protagonista di un tentativo di soverchiare la famiglia Doria per prendere il potere sulla città di Genova.

Non so giudicare quanto sia andato bene nella parte assegnatami, sta di fatto che mi sono divertito un sacco, messe da parte le tensioni fisiologiche dovute al mostrarsi in pubblico.

Ora mi domando: se sul palco non fossi stato consapevole che si trattava di una recita, ma fossi entrato così bene nella parte da credermi davvero Gianluigi, mi sarei divertito allo stesso modo? Non sarei stato invece preda delle emozioni negative che bene o male ho dovuto simulare sul palco (rabbia, frustrazione, nervosismo, incazzatura)?

La domanda è ovviamente retorica, ma mi è di aiuto per per ribaltare la faccenda: se diventassi consapevole che quella che credo essere la vita reale è invece una recita, non vivrei in modo più sereno, spensierato, giocoso (è a proposito interessante notare come in svariate lingue la parola che traduce giocare e recitare sia la stessa, ad esempio play per l’inglese)? Non avrei forse meno preoccupazioni? Non riuscirei a gestire i miei problemi in modo più distaccato?

dimmi che sto recitando bene

Ebbene, più passa il tempo, più mi convinco che siamo su questa terra proprio per recitare la nostra parte in questo immenso palcoscenico cosmico; me ne sto convincendo a livello razionale, ma non lo sento ancora con la pancia, non l’ho ancora interiorizzato.

Il giorno in cui questo accadrà, sarò finalmente padrone della mia vita.

Tu che ne pensi?

Non siamo salmoni


Nelle mie letture mi sono spesso imbattuto in un dilemma relativo alle avversità della vita: combattere o rassegnarsi?

Da più parti si suggerisce che accettare la realtà così com’è sia il segreto di una vita serena e libera da frustrazioni; e su questo sono pienamente d’accordo, anche se ancora distante dal metterlo in pratica.

Tuttavia, mi domando: questo significa forse rassegnazione e fatalismo? Dovrei dunque smettere di combattere per ciò in cui credo? Smettere di avere obiettivi? Smettere di sognare?

Non credo proprio che sia questa la chiave di lettura corretta, eppure da tempo mi scervello per capire da dove nasca questa apparente contraddizione.

Provo allora ad avanzare un’ipotesi usando una metafora: immagino di essere un fuscello in mezzo ad un torrente, trascinato dalla corrente della vita.

Ebbene, potrei forse decidere di risalirne il flusso? Per qualche metro forse, al prezzo di sforzi immani. Frustrazione. Solo ai salmoni è concesso di violare la regole, e lo pagano con la vita.

salmoni

Meglio accettare dunque di essere trasportati, senza ribellarsi; ma, a ben vedere, ci sono altre direzioni ammissibili, oltre a quella retrograda. Posso muovermi a destra e sinistra. Posso cavalcare l’onda.

Posso decidere di evitare l’impatto con un grosso masso che mi si para davanti spostandomi un po’ più in là, pur nel turbinio generalizzato che la corrente genera. Posso decidere di approfittare della spinta per raggiungere una posizione favorevole laggiù, più a valle.

Tutto sommato, dunque, non c’è contraddizione. L’unica vera difficoltà è distinguere con chiarezza i movimenti laterali o progressisti da quelli controcorrente. E soprattutto prendere atto che la direzione generale del torrente è quella e non può essere cambiata.

Un passo indietro


In questi giorni sono venuto a contatto con un motto che non conoscevo e mi ha fatto riflettere, lo cito qui di seguito:

Mai fare un passo indietro, nemmeno per prendere la rincorsa.

L’essenza del messaggio è per me più che condivisibile, laddove vi si legga un’intenzione di affrontare la vita con determinazione.

Eppure, appena sentitolo nella mia mente subito si è formata un’associazione, ed ho visualizzato uno di quei fermi di sicurezza che usavo un tempo per evitare che i miei figli, allora piccoli, accedessero alle stanze, aprissero cassetti o si chiudessero le dita fra porta e stipite.

fermo

Il meccanismo è semplice: se tiri il cassetto, un gancio flessibile si incastra in un supporto fissato al corpo del mobile, e tu non riesci più a farlo scorrere né avanti, né indietro; per sbloccarlo devi far scorrere leggermente indietro il cassetto (per quel poco di margine che il meccanismo ti lascia a disposizione), spingere verso l’interno il gancio, quindi tirare nuovamente il cassetto per fargli oltrepassare il punto di incastro. Diversamente, più tiri e più quello si blocca.

Il punto di arrivo del discorso, che peraltro riprende pensieri già esposti in un articolo precedente, è il seguente: andare avanti aprioristicamente non sempre è la cosa più utile; ci sono casi in cui è necessario qualche piccolo passo indietro, pur sempre nel contesto di un cammino finalizzato, per uscire da una situazione senza sbocco.

E non si tratta di resa, o debolezza, ma di puro e semplice buon senso. Passo indietro, che può voler anche dire temporaneo peggioramento (e qui mi riaggancio ad una altro articolo), pur inserito in un trend di crescita complessiva.

Insomma, ogni situazione va vista nella sua globalità, mai troppo da vicino, altrimenti si perde la visione di insieme e si arriva a conclusioni errate, oltre a provare quel senso di oppressione tipico di chi si trova dentro al labirinto.

Oltre l’ostacolo


Devi sapere che nel tempo libero faccio l’istruttore di mountain bike; beh, ridimensioniamoci: diciamo piuttosto che, avendo la passione per questo sport, cerco di trasmetterlo ad alcuni bambini attraverso il gioco.

Ebbene, fra i vari esercizi che propongo loro ce n’è uno che prevede di passare su di una stretta tavola sospesa nel vuoto, sopra un fossato infestato dai coccodrilli; beh, ridimensioniamoci, la tavola si trova a qualche centimetro dal prato, e non ci sono coccodrilli, solo qualche gallina qua e là,  ma molti di loro si comportano come se fosse vera la prima situazione.

Comunque: ho notato che quelli che riescono bene nell’esercizio puntano lo sguardo in avanti, concentrandolo su un punto al di là della tavola, e si muovono decisi verso di esso, mentre lo sguardo di quelli che non ci riescono si ferma prima, sulla tavola; questi ultimi puntualmente cascano di lato.

Ai pochi che mi è riuscito di salvare dalle fauci del coccodrillo ho provato a suggerire questa strategia, ovviamente con parole più semplici ma il succo non cambia: prima guardare l’ostacolo, memorizzarne le caratteristiche, e poi concentrarsi sul punto di arrivo, focalizzando l’attenzione su di esso.

Sembra che il problema sia proprio la focalizzazione: certo, l’ostacolo non deve essere ignorato, ma chi si sofferma troppo su di esso, e non guarda al punto di arrivo, ha più probabilità di sbagliare; chi lo lascia, per così dire, sullo sfondo, ha maggiori probabilità di successo.

E questa considerazione ricade nella la casistica più generale di consigli che normalmente elargisco ai giovani virgulti: la bici va sempre dove si punta lo sguardo; devo svoltare a sinistra? Allora girerò la testa a sinistra e guarderò in quella direzione; devo partire da fermo? Allora occorre guardare avanti, e non i pedali. Non è tanto un discorso di vedere dove si va, ma di sfruttare l’attrazione verso il punto osservato.

Da queste considerazioni, il salto di qualità che mi ha portato ad un’illuminante presa di coscienza, di cui voglio rendere partecipe te, fortunato lettore: il principio è generalizzabile al di là di questioni ciclistiche; per riuscire in ciò che si fa occorre puntare sull’obiettivo, senza soffermarsi sulle difficoltà che si frappongono fra noi ed esso.

ostacoli

E modestamente, mi rendo conto di commettere spesso lo stesso errore dei miei allievi; tendo a lasciarmi sottrarre energie dai problemi da risolvere, invece di sfruttare la carica energetica che potrei avere pensando al dopo, quando saranno finalmente risolti. Per fare questo occorre un certo distacco dal problema, bisogna sopraelevarsi sul labirinto.

Esempio: devo sistemare casa con delle opere di ristrutturazione; posso pensare al macello che faranno gli operai quando inizieranno i lavori, allo sforzo finanziario che dovrò sopportare, oppure posso immaginare come mi sentirò al termine, nella mia nuova, accogliente dimora. Un bel cambio di prospettiva, no?

Pare che proprio questa sia la strategia utilizzata dagli sportivi di successo (ahimé, non ho esperienze in proposito): molti di loro visualizzano se stessi nel momento della vittoria, ne anticipano le emozioni, le sensazioni, e così facendo si mettono nello stato d’animo più propizio perché questa arrivi veramente. Non pensano alla fatica, agli sforzi che dovranno sopportare: questo toglierebbe loro energia e motivazione.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Però vale la pena di provare no?

Io ho deciso di impegnarmi in questo senso.

Il signore dell’anello


Immagina un piccolo stagno dal fondale ricoperto di fanghiglia molto fine.

Le acque sono limpide, vedi con chiarezza alcuni agglomerati di muschio sul fondale, osservi i raggi del sole che vengono deviati dall’effetto rifrattivo dell’acqua, noti una piccola salamandra che tenda di nascondersi da occhi indiscreti con l’aiuto della propria immobilità.

Sovrappensiero, giocherelli sfilando e rimettendo l’anello che porti alla mano sinistra, catturato da quello scenario che trasmette quiete e tranquillità.

All’improvviso un piccolo errore di coordinazione delle dita fa sì che l’oggetto ti sfugga dalle mani, cada a terra rimbalzando sopra un sasso e finisca in acqua, a circa un metro dalla riva.

La calma cede il passo all’agitazione: quello è l’anello del matrimonio, sarebbe opportuno non perderlo… lo osservi per i lunghi istanti impiegati a percorrere il tragitto dalla superficie al fondo e vedi che si adagia infine nel fango, sprofondando al suo interno per una buona metà.

Ti avvicini al punto dell’impatto, per fortuna un grosso sasso emerge dall’acqua proprio nelle vicinanze e ne fai un valido punto di appoggio per avviare le operazioni di recupero. Nel frattempo l’anello è sparito alla tua vista.

Ti inginocchi sul sasso cercando di non fare la stessa fine, ripieghi le maniche fino al gomito ed immergi le braccia nell’acqua fredda. Lo fai con irruenza, spinto dall’ansia di dover ad ogni costo rientrare in possesso di quel simbolo di unione.

La stazionarietà delle acque viene repentinamente interrotta dal tuo intervento, ed il fango che riposava sul fondo entra in azione sollevandosi con impressionante frenesia.

In poco tempo le acque cessano di essere limpide, e quella che poteva essere una facile attività di ricerca diviene improvvisamente un’impresa ardua. Mano a mano che l’acqua intorbidisce, l’idea che tu possa non ritrovare l’anello si rafforza, e le tue mani esasperano i movimenti, che non fanno che peggiorare la situazione sollevando altro fango.

Il senso della vista ormai non ti è più utile, fai appello al tatto, ma anch’esso è ostacolato dalla bassa temperatura dell’acqua.

La mani affondano nella fanghiglia, la stringono nel pugno per farla defluire fra le dita, nella speranza che all’interno rimanga l’anelato oggetto.

calma

Dopo una decina di minuti di vana ricerca, il freddo ti fa desistere e prendi una pausa, quasi rassegnato alla perdita. Rimani sul sasso ed osservi l’acqua torbida ed il movimento caotico delle particelle fangose in sospensione.

La tua mente si lascia andare alle riflessioni: quanto è stato immediato provocare quel turbinio nel fluido, e quanto tempo invece occorre per ritornare allo stato di quiete.

Ma nessuna azione ti potrà aiutare a migliorare la situazione, se non quella di aspettare pazientemente: aspettare che le acque si calmino, rimandare ogni tentativo di risolvere il problema, perché qualsiasi comportamento tu metta in atto adesso non farebbe che peggiorare ulteriormente la situazione.

È difficile resistere alla tentazione di agire, di fare qualcosa, eppure ti convinci che non c’è altra strada: bisogna sforzarsi di restare lì, inerti ad osservare.

Metti in atto il proposito, ed ecco che lentamente il fango cede il passo alla trasparenza, ed il sole torna ad illuminare ogni angolo dell’acquitrino. Alcuni suoi raggi vengono fortuitamente riflessi dall’anello, che si è spostato di alcuni centimetri dal luogo originario, per essere rimbalzati sulla tua retina; ma stavolta non commetti l’errore di gettare avidamente gli artigli in acqua.

Avvicini delicatamente la mano destra alla superficie e la immergi con attenzione, per limitare al minimo le perturbazioni. E questa finalmente, ferma e sicura, raggiunge l’oggetto che ormai non speravi più di riavere.

Lo cogli con leggerezza, privo di qualsiasi atteggiamento possessivo, e lo riporti all’asciutto; quindi ti fermi a riflettere sul quel cieco comportamento ossessivo che ha rischiato di fartelo perdere per sempre.

La fionda gravitazionale


Sai di cosa si tratta? Provo a spiegarlo con le poche conoscenza a mia disposizione.

Quando un veicolo spaziale deve raggiungere un punto remoto nello spazio e l’energia necessaria per affrontare un percorso diretto sarebbe proibitiva per la tecnologia a disposizione, si utilizza un trucco ingegnoso nella sua semplicità, in pratica consistente nello sfruttare fonti di energia alternative che si trovano lungo il cammino.

La fonte di energia in questione è la forza di gravità: in parole semplici si dirige la navicella in prossimità di un pianeta o altro corpo celeste dotato di notevole massa, non troppo vicino altrimenti ne verrebbe risucchiata, e questo le imprime un’accelerazione dandole una bella spintarella in modo completamente gratuito.

Ad esempio, per raggiungere Saturno non si manda la sonda direttamente verso quel pianeta: la si manda invece verso Giove, il quale le fornisce l’energia aggiuntiva necessaria per raggiungere la destinazione. Una sorta di tappa tecnica ai box.

Willy_il_coyote

Questo mi ha stimolato una riflessione: tutti gli eventi della nostra vita caratterizzati da una certa ‘massa’ possono essere sfruttati in base allo stesso principio; se ci avviciniamo troppo possono risucchiarci, ma se manteniamo la giusta distanza possono darci la spinta aggiuntiva che può proiettarci verso le stelle.

Ogni evento dotato di un certo spessore (sia esso positivo o negativo: la nascita di un figlio, la morte di un caro, una vincita alla lotteria) rappresenta per noi un profondo avvallamento lungo il cammino, qualcosa in grado di inghiottirci e farci perdere il controllo della situazione; ma se riusciamo a non avvicinarci troppo, a non rimanere coinvolti, a mantenere il distacco, ecco che ci può caricare di energia addizionale, che avremo a disposizione per raggiungere obiettivi ancor più lontani.

Credo che nella vita non esistano eventi oggettivamente positivi o negativi; lo sono soggettivamente, quello sì.

Ma oggettivamente si tratta dell’equivalente di corpi celesti dotati di massa, più o meno grandi: sta a noi non lasciarci attrarre e sfruttarli intelligentemente per proiettarci con rinnovata energia verso l’infinito.