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Tutto più chiaro che qui


Lo so, lo fai in buona fede, per alleviare il malessere che leggi nei miei occhi. Immagino che visto da fuori sia tutto più chiaro, e la soluzione ai miei problemi così evidente che ti domandi com’è possibile che non riesca a tirarmi fuori da questa situazione con pochi semplici passi.

Lo so, probabilmente se mi comportassi come tu suggerisci potrei levarmi d’impiccio.

Lo so.

Eppure, vedi, i tuoi consigli mi sono tutt’altro che di aiuto.

Perché quello che non sai è che il mio malessere non deriva dal problema in sé, ma da come io mi sento in relazione ad esso. E, allora, il grosso nodo da sciogliere non è il primo, ma il secondo.

Vorrei che capissi quanto mi sento inadeguato, sbagliato, impotente; vorrei comprendessi che tutti quei sassolini mi appaiono enormi massi; e vorrei che lo accettassi; vorrei che mi accettassi così come sono, in questo mio essere sbagliato, fragile, indifeso, e mi dicessi: “ehi, lo so che ti senti inadeguato, ma va bene così, non ti crucciare, vedrai che presto troverai le forze per venirne fuori, per ora hai fatto tutto quanto era nelle tue possibilità; ehi, va tutto bene così, adesso riposa un poco, ok?”

Perché da troppo tempo sento la mancanza dell’affettuosa comprensione di un genitore.

In questo modo mi sentirei meno solo, meno incompreso. Meno sbagliato.

Come posso compiere una qualsiasi azione, pur piccola, se mi sento inadeguato? Dove posso trovare l’energia necessaria per muovere anche un solo passo nella giusta direzione, se dentro di me c’è la profonda convinzione che il vero problema sia io?

E’ questo che non comprendi, è questa la mia vera difficoltà. Ed i tuoi consigli, perdonami, non fanno che accentuarla, confermandomi che sì, sono inadatto, e forse un poco sciocco a non vedere una soluzione così evidente, e che lo sono sicuramente nel lamentarmi senza fare alcunché per migliorare la situazione.

I tuoi consigli mi fanno anche pensare (lo so che non è questa la tua intenzione, ma il subconscio è subdolo) che tu mi voglia liquidare con una pasticca anti infiammatoria, per non sentire più parlare del mio malessere.

A me non serve qualcuno che mi risolva i problemi, ma qualcuno che mi stia vicino, creda in me, e mi conceda la sua fiducia. Così potrei trovare più facilmente l’energia per credere a mia volta nelle mie possibilità, e raggiungerla con le mie forze, la mia soluzione.

Se pensi di non potermi dare questo non ti preoccupare, lo so che è difficile, non te ne farò una colpa; cerca però di tenere per te i tuoi consigli: costruirò da solo l’autostima necessaria per andare avanti, ci vorrà forse un po’ più di tempo, ma intanto tu, ti prego, non mi ostacolare.

Il collega chiacchierone


Attualmente lavoro come programmatore; di norma mi occupo di creare componenti software che vengono poi utilizzati dai miei colleghi per sviluppare il prodotto finale.

Siccome non sono proprio al livello di Bill Gates, spesso capita che ciò che ho messo a punto non funzioni come atteso, e quindi mi ritrovi ad affiancare il povero collega di turno che non riesce ad ottenere il risultato sperato.

Di solito si tratta di malfunzionamenti di cui lui (o lei), non conoscendo la parte da me sviluppata, non è stato in grado di trovare la causa, e pertanto si trova costretto a rivolgersi a me.

Ora, normalmente la dinamica è la seguente: io mi siedo a fianco del collega e questi inizia a spiegarmi cosa non funziona.

Il fatto è che non si limita semplicemente a descrivermi il malfunzionamento nudo e crudo, ma lo decora con una serie infinita di dettagli sulle prove che ha fatto, le congetture che hanno portato a tali prove, le situazioni in cui invece funziona tutto. Anzi, spesso parte proprio da queste: mi illustra tutta una serie di casistiche in cui il programma lavora come dovrebbe, quasi a rassicurare me e sé stesso che è stato fatto tutto a regola d’arte, e che quell’unico caso di malfunzionamento è decisamente inspiegabile…

Ci sono addirittura casi in cui tutto questo parlare lo porta a trovare da sé la spiegazione… ed allora mi ritrovo a svolgere più la funzione di psicanalista che di consulente software… ma di questo ho già parlato.

Io ascolto il paziente che racconta i propri sintomi, ma dentro di me inizio a spazientirmi… tutto questo polverone non mi aiuta a capire, vorrei solo vedere il malfunzionamento e basta.

La situazione si aggrava quando, terminata l’introduzione, mi accingo a debuggare il programma per trovare la soluzione; a questo punto, lo zelante collega non si zittisce affatto: inizia ad elencare le proprie ipotesi, i propri suggerimenti, le proprie offerte di aiuto. Io d’altro canto vorrei solo che tacesse e rimanesse a disposizione per darmi le sole informazioni di cui ho bisogno, non tutte quelle che lui ritiene opportuno dovermi fornire.

Nei giorni in cui mi sento meno Zen mi verrebbe da urlargli: “Senti, qui c’è un problema: non mi interessa l’elenco dei non problemi, devi solo dirmi cosa non va; tieni pure le tue ipotesi per te, se fossero valide ti avrebbero già condotto alla soluzione e adesso non mi troverei qui a sentire tutte queste inutili chiacchiere!”

Ma si tratterebbe evidentemente di uno sfogo inopportuno, tanto più che i suggerimenti esterni possono rivelarsi preziosi: il punto è che dovrebbero arrivare quando servono, non fluire alla rinfusa quando ancora non si è avuto modo di far mente locale; pensare con la testa sgombra da condizionamenti e preconcetti è essenziale per ragionare con efficacia.

Quindi scelgo l’unica strada diplomaticamente accettabile: mi sforzo di concentrarmi sul monitor e di non ascoltare il chiacchiericcio che fluisce ininterrotto al mio fianco. Questo però comporta fatica, e rallenta il compimento del lavoro.

chiacchierone

L’altro giorno, dopo uno di questi episodi, è maturata in me la riflessione: io mi trovo sempre in questa situazione!

Già, mi trovo sempre in questa situazione, anche quando non c’è lo zelante collega! Il chiacchiericcio incontrollato e rumoroso è sempre presente nella mia testa… e sono pronto a scommettere che è anche nella tua! Il nostro personale collega incorporato!

Lui è la causa di questo incessante dialogo interiore che mi distoglie da ciò che sto facendo, portandomi a pensare ad altro, ad anticipare ipotetici e spesso problematici eventi futuri, a rivivere eventi passati spesso generatori di emozioni negative, a ripetere mentalmente il ritornello della canzone sentita poco prima alla radio, a vivere in un mondo simulato tralasciando l’unico, concreto momento presente!

Sto avvitando una vite… e la mente divaga sulla necessità di tagliare l’asse di legno… sto pesando la pasta, e intanto penso alla necessità di tagliare l’erba in giardino… mi sto lavando i denti… ed il collega interiore mi parla di un torto subito…

Come si fa ad operare bene in questa situazione? Impossibile! Certo, dei risultati si ottengono… ma a prezzo di che fatica? E sono risultati ottimali?

Prima di lamentarmi del collega ‘vero’… sarà dunque il caso di porre rimedio a quello interiore, ahimé presente anche fuori dall’orario di ufficio… mi segue ovunque vada ed è molto, molto più assillante!

Non dico di farlo fuori, questo no… ma farlo parlare solo quando serve… e quando non serve lasciarmi finalmente vivere la quiete del silenzio interiore!

Consulenza o counseling?


Attualmente sbarco il lunario come sviluppatore software; mi capita spesso di interagire con un collega piuttosto in gamba, col quale ci si aiuta vicendevolmente per risolvere problemi di lavoro.

E’ già successo diverse volte che mi chieda aiuto (ma è più frequente il contrario) seguendo uno schema piuttosto caratteristico, che ti voglio qui raccontare per avere uno punto di partenza per le riflessioni successive. Accade più o meno questo.

Non riesce a venire a capo di un malfunzionamento del programma; dopo aver lasciato girare le rotelle invano per un po’, mi chiama per un aiuto; io arrivo; lui inizia ad espormi il problema partendo dalle origini, più o meno dai tempi dell’albero della conoscenza, fornendomi dettagli molto circostanziati sulle cause a monte, sui tentativi fatti, sui risultati attesi che non arrivano, sulle ipotesi a contorno.

Io penso che sarebbe molto meno time consuming se mi esponesse il tutto partendo dalla fine (cosa non funziona), così che io possa fare le mie elucubrazioni a mente libera ed in modo maggiormente orientato. Troppe informazioni confondono solamente il quadro della situazione e sviano dal nocciolo della questione.

Ma lui no; prosegue ad esporre i fatti, fa domande ma non mi lascia il tempo di rispondere, perché risponde lui stesso. La scena prosegue così per qualche minuto, a volte anche una decina, poi improvvisamente gli si illuminano gli occhi e prorompe in un festoso Eureka!

Ha capito dov’è il problema (io non ho neanche ancora capito qual è il problema).

Me ne vado, e lui ringrazia per  l’aiuto.

Sono stato di aiuto?

Certo, lo sono stato, ma non nel modo a cui normalmente si pensa. Quello di cui aveva bisogno non era una consulenza tecnica, ma di qualcuno di fiducia con cui confrontarsi. Di qualcuno che parlasse la stessa lingua, che potesse comprenderlo.

La soluzione ce l’aveva con sé, non stava da qualche parte là fuori. Ma parlarne lo ha aiutato a mettere ordine nei pensieri; dovendo esporre ad un terzo è stato costretto a seguire un flusso di ragionamento più lineare, più consapevole. Si è inoltre trovato suo malgrado ad adottare un punto di vista alternativo, mettendosi più o meno consapevolmente nei miei panni. E’ questo uscire dal problema che lo ha portato alla soluzione dello stesso.

A volte lo prendo affettuosamente in giro dicendo che ho agito da psicologo, e non da programmatore, ma credo di non essere troppo distante dalla realtà.

Così come credo che, il più delle volte, la risposta che andiamo cercando sia dentro di noi. Forse abbiamo solo bisogno di un amico che ci aiuti a trovarla. Semplicemente ascoltando.

Le soluzioni di mia moglie


Le attitudini logico-matematiche di mia moglie sono decisamente inferiori alle mie, su questo tema la sfotto benevolmente dai tempi dell’esame di statistica all’università.

Quando ci troviamo a risolvere un problema congiuntamente, spesso propone soluzioni argomentandole con motivazioni che a me paiono decisamente irrazionali, ed il più delle volte logicamente inconsistenti; la tentazione conseguente è quella di archiviarle nel cesto delle stupidaggini.

Eppure, l’evidenza empirica dimostra che spesso le sue idee sono valide, mentre le mie, provenienti da una rigorosa dimostrazione, appena accettabili o addirittura inapplicabili. Quanto più il problema da risolvere è di difficile soluzione, tanto più il suo approccio è valido ed il mio fallace.

Per quanto il mio orgoglio maschile tenti di appellarsi a giustificazioni, invocando quale spiegazione dei fatti quella che eufemisticamente chiamo buona sorte, la legge dei grandi numeri mi punta contro prove schiaccianti: dev’esserci qualcosa, nel suo approccio, che lo rende di gran lunga più efficace del mio.

Diciamo che esistono, grossolanamente parlando, due metodi per affrontare un problema, che chiamo rispettivamente ordinato e disordinato; provo a spiegartelo usando come esempio il calcolo dell’area del cerchio.

Dai tempi delle scuole inferiori sappiamo che l’area del cerchio è calcolabile con la ben nota formula

raggio x raggio x 3,14

che rappresenta un approccio ordinato alla risoluzione del quesito.

Esiste però un metodo più divertente, e meno rigoroso, per ottenere lo stesso risultato: disegni il cerchio su un foglio di medie dimensioni, che appoggi su una superficie piana, vi lasci cadere sopra un buon numero di chicchi di riso, gettandoli a caso, e poi calcoli la frazione di quelli caduti all’interno della figura su quelli totali. Se conosci l’area del foglio, con questa frazione sei in grado di conoscere approssimativamente l’area del cerchio.

Circle area

Ecco, lo so, stai pensando quello che penso io quando mia moglie mi presenta le sue soluzioni. Improponibile! Molto meglio la formula esatta, precisa, rigorosa della prima strada.

Comincio col farti osservare che questa non è poi così precisa: dopotutto 3,14 è un’approssimazione del vero pi-greco, che come è ben noto contiene infinite cifre decimali. Ma al di là di ciò, il vero punto è un altro: calcolare l’area del cerchio è facile; il metodo ordinato è palesemente di gran lunga migliore.

Ma se l’area che devi calcolare è quella della figura seguente? Quale formula tirerai fuori dal cilindro?

strange area

Per questo genere di faccende, il metodo analitico non aiuta; quando il problema è confuso, destrutturato, dai margini sfumati, la logica non ti può aiutare. Occorre in questo caso lasciare da parte la mente e ricorrere al cuore: che poi è una metafora poetica per riferirsi all’uso di una parte del cervello sommersa, spesso bistrattata, che lavora dietro le quinte e talvolta, quando le diamo ascolto, ci propone soluzioni geniali sotto forma di intuizioni. Delle quali la mente razionale cerca poi tronfiamente di appropriarsi con una razionalizzazione a posteriori.

Questi processi mentali sotterranei hanno purtroppo un grosso svantaggio: scaturiscono dal di fuori della nostra area di consapevolezza e non sono verbalizzabili; senti che la spiegazione deve essere quella, ma non sai perché, né da dove è arrivata. Quando provi a descriverla, tiri fuori argomentazioni strampalate della cui validità non riuscirai mai a convincere il tuo interlocutore: prova a farti spiegare nel dettaglio da un camionista come fare una manovra in uno spazio angusto con un autotreno.

Proprio quello che accade con mia moglie (non mi riferisco all’autotreno); lei è in grado di risolvere i problemi difficili della nostra famiglia, io me la cavo egregiamente con quelli facili. Per com’era iniziata ai tempi dell’università, non avrei mai immaginato una simile disfatta.

Riferimenti bibliografici:

Guy Claxton – Il cervello lepre e la mente tartaruga. Pensare di meno per capire di più

Luciano De Crescenzo – Ordine & disordine

Chi nu cianze nu tetta


Si tratta di un proverbio ligure. Letteralmente: chi non piange non succhia il latte dal seno.

Credo si tratti di un proverbio alquanto veritiero, indicatore di un atteggiamento molto diffuso negli adulti e a mio avviso alquanto dannoso.

Il bambino ha un problema che non può risolvere da solo: cibarsi; per risolverlo, attira l’attenzione della mamma piangendo: se ci sono due gemelli, la mamma allatterà quello che piange per primo, o piange più disperatamente. Meccanismo innato, evolutivamente vincente.

Crescendo, il bambino non perde quest’abitudine; come da infante riusciva a risolvere un proprio problema scaricandolo su altri (non potendo fare diversamente, dato che non ne aveva i mezzi) così pure da adulto prova a farsi togliere le castagne dal fuoco lamentandosi. E a Genova, si dice, il mugugno è libero: l’abitudine di lagnarsi perché c’è sempre qualcosa che non va è tipica dei genovesi, e dei liguri più in generale. Categoria di cui peraltro faccio parte.

mugugno1

Recentemente, in campo lavorativo, ho avuto riprova di quanto dannoso sia questa aberrazione di un comportamento infantile altrimenti virtuoso. Si è verificato un problema, e questo ha scatenato tutta una serie di lamentele su quanto fosse andato storto, convogliando enormi quantità di energie sul pianto isterico e distogliendole dall’attività di risoluzione dello stesso. Ben pochi di coloro che lo subivano hanno fornito informazioni utili per la sua eliminazione: tutti a lamentarsi e a fare un polverone che è servito solo a complicare le cose. Certo, costoro non avrebbero potuto risolverlo direttamente; ma avrebbero potuto aiutare altri a farlo migliorandone la comprensione con informazioni circostanziate, invece di ostacolarli sparando nel mucchio.

Su scala più grande, la dannosità di questo atteggiamento è ben visibile laddove si sono verificate catastrofi naturali, ad esempio il terremoto, che ha negli anni colpito diverse zone d’Italia. L’evento è stato ovunque lo stesso, ma non tutti hanno reagito allo stesso modo; alcuni si sono rimboccati silenziosamente e dignitosamente le maniche ed hanno avviato l’opera di ricostruzione, altri sono ancora oggi a lamentarsi dell’assenza dello Stato. Lamentela fondata, ma che non ha risolto la situazione.

E qui voglio ricordare un’eccezione ligure, vissuta in prima persona, di cui vado fiero: l’autunno scorso il paese in cui abito ha subito una pesante alluvione che ne ha distrutto il centro mettendo in ginocchio molte attività commerciali. Ebbene, a distanza di pochi mesi dall’accaduto, anche grazie all’aiuto solidale proveniente un po’ da tutta Italia e ad una macchina statale che non si è rivelata poi così assente, gran parte delle attività sono ripartite e lentamente si sta tornando alla normalità. I danni sono stati parecchi, ma i mugugni pochi.

Per fortuna almeno in questa occasione si è capito che la stagione dell’infanzia è definitivamente passata.

Perché ce l’hanno con me?


Cerca di immedesimarti in questa situazione: hai un orto stupendo, con patate in fiore, carote, pomodori rossi rossi pronti da cogliere, peperoncini piccantissimi, proprio come piacciono a te, melanzane tonde e oblunghe, zucchine e insalate di ogni tipo; tutti quelli che passano ne decantano la bellezza e si complimentano con te.

Ti sei calato nella parte? Bene. Un brutto giorno una grandinata scarica chicchi grandi come palle da golf sul campo e ti distrugge il raccolto; cerca di immaginare i sentimenti che provi: rabbia, frustrazione, tristezza, disperazione. Se sei credente, paradossalmente te la prenderai con Dio, in modo più o meno velato. Se non lo sei, invierai imprecazioni ad entità virtuali che sai non esistere giusto per sfogare la rabbia.

Adesso cambiamo finale: sempre il bell’orto di prima, ma questa volta nottetempo cogli sul fatto le capre del vicino che hanno appena terminato di distruggere il raccolto, compiendo un lavoro degno di una grandinata. Che sentimenti provi adesso? Gli stessi di prima? I tuoi istinti omicidi rimangono impassibili o sono in qualche modo solleticati? Cosa cambia da una situazione all’altra?

Altro scenario: sei in ritardo per l’ufficio, devi timbrare entro le 9.00 e sai che se non arriverai in tempo dovrai recuperare nel pomeriggio saltando la palestra. Premi sull’acceleratore, forse prendendo tutti i semafori verdi riuscirai ad arrivare in orario, ammesso che tutto fili liscio come l’olio.

Giri la curva e… una frana blocca la strada! Altro che filare liscio, devi tornare indietro e fare una strada alternativa, il ritardo è di almeno un’ora. Va beh, prenderai permesso. Era destino!

Cambiamo nuovamente finale: giri la curva e… un posto di blocco della polizia! Patente e carta di circolazione prego! E qui ti incazzi! Possibile che questi ce l’abbiano proprio con me, perché non lasciano in pace chi lavora? Perché invece di stare qui a perdere tempo e a farlo perdere alla gente per bene non acciuffano i criminali?

laforestalevigila

Non vado avanti a descrivere le espressioni colorite, so che hai abbastanza fantasia.

Ma analizziamo un poco le varie situazioni: nel caso dell’orto, per te cosa cambia? Nulla, ti ritrovi comunque con un raccolto mancato. Un agente esterno, un elemento dell’ambiente che ti circonda lo ha rovinato. Perché le emozioni nei due finali sono così diverse? Perché la rabbia nel secondo è maggiore?

Nello scenario due, la frana ti fa ritardare di un’ora, il posto di blocco sì e no dieci minuti. Perché ti arrabbi di più per quest’ultimo? Nuovamente, un agente (davvero!) esterno ha causato il ritardo. Cosa cambia?

Intanto ti chiedo: ti riconosci in questo stato di emozioni? Se non è così e la prendi sempre e comunque con filosofia, questo articolo non ti riguarda.

In caso contrario, voglio stimolarti questa riflessione: non sarà forse la presenza di un responsabile, che magari ce l’ha con noi, a peggiorare la situazione e farci macerare in sentimenti di rabbia e nervosismo? Per chi sta messo peggio, poi, è sempre così: se la prende con Dio, con la sfortuna, a volte con sé stesso, insomma ha bisogno di qualcuno con cui sfogare la propria ira.

Quando invece l’unica cosa sensata da fare è rimboccarsi le maniche e trovare un rimedio. Non cercare un colpevole, ma la soluzione.

Il mondo rettangolare


Ho già avuto modo di rimarcare come la canalizzazione dei processi mentali all’interno di solchi più o meno profondi possa costituire una forte limitazione allo sviluppo di nuove idee; con questo articolo voglio rincarare la dose: poiché la formazione dei solchi avviene progressivamente in base alla sequenza di input che ci arrivano dall’esterno, la loro conformazione difficilmente sarà quella ottimale, in quanto le informazioni non arrivano tutte subito ma sono distribuite nel tempo; se cambia l’ordine di arrivo degli input, cambia anche il paesaggio mentale che si viene a formare.

Se gli input arrivassero tutti assieme avremmo forse più difficoltà a creare i nostri modelli mentali, visto il maggior numero di informazioni da gestire contemporaneamente, ma avremmo meno probabilità di sbagliarli.

Ti faccio un esempio; supponi che nel mondo immaginario e semplificato in cui ti trovi arrivino le seguenti informazioni:

1 2

La tua mente tenterà di combinarle secondo modelli conosciuti, probabilmente così:

1 e 2

ed è così che la tua visione di un mondo rettangolare inizia a prendere forma.

Ma gli input esterni non si fermano: adesso arriva un’altra informazione:

3

che tu non hai problemi a collocare nel modello mentale appena creato:

1 e 2 e 3

e pensi che, effettivamente, il mondo deve proprio essere rettangolare. Tutto torna, ti senti tranquillo.

Le informazioni non si arrestano, eccone altre:

45

ma anche in questo caso non c’è problema:

1 e 2e 3 e 4 e 5

Eh si, non c’è proprio dubbio, il mondo è rettangolare! Com’è confortevole avere delle certezze, e avere continue conferme che le nostre supposizioni sono giuste.

Ma un brutto giorno, ecco che arriva questa informazione:

6

e qui inizi ad avere dei problemi. Per quanto ti sforzi, la tua visione del mondo rettangolare non riesce a spiegare questo nuovo fatto. Ai tuoi occhi il mondo ha perso coerenza, dev’esserci qualcosa che non va. Questa è una vera e propria crisi, che mina tutte le tue certezze. Fino ad oggi avevi pensato che il mondo fosse comprensibile, spiegabile, prevedibile. Ed ecco che tutto crolla, la tua fiducia viene meno, cadi in depressione, nulla ha più senso perché le convinzioni che fino ad oggi ti sono state così utili non sono più in grado di spiegare il mondo che ti circonda.

Da questa situazione puoi venire fuori, ma ad una condizione: abbandonare i preconcetti. E si tratta di uno sforzo mica da poco, perché devi mandare all’aria idee che si sono formate e cristallizzate nel corso degli anni. Devi avere il coraggio di ammettere che i modelli mentali che ti sei creato erano sì utili, ma forse non erano i migliori. Forse esiste un modello che mette assieme le informazioni in modo completamente diverso e riesce a spiegare più cose.

Alla fine pensi di non potercela fare da solo e ti rivolgi ad uno psicologo per uscire da questa situazione, il quale ti propone un’eresia: il mondo non è rettangolare, ma è un parallelogramma! Figurati! Com’è possibile?

Ma poi, da persona ragionevole quale sei, provi ad accettare i suoi consigli, ed effettivamente riesci a riorganizzare le informazioni in modo diverso:

1 e 2 ok

Beh, tutto sommato lo psicologo potrebbe essere nel giusto. Ma proviamo ad andare oltre:

1 e 2 e 3 ok

Caspita! Vuoi vedere che ha ragione? Ancora:

1 e 2 e 3 e 4 e 5 ok

Incredibile! Non avevi mai considerato il mondo sotto questo punto di vista! Ma riesce a spiegare anche l’ultimo fatto?

1 e 2 e 3 e 4 e 5 e 6 ok

Sì! Funziona! Allora il mondo è proprio un parallelogramma! E tu che hai sempre pensato che fosse rettangolare! Com’è evidente adesso il tuo errore! Finalmente hai ritrovato la tua serenità, finalmente hai un nuovo modo per dare coerenza al mondo.

Adesso possiedi un modello valido per spiegare ogni fatto che accade intorno a te, ma per trovarlo sei dovuto passare per una fase di crisi, nella quale hai dovuto demolire tutte le tue certezze per ricostruirle in modo nuovo; ora puoi finalmente rilassarti e tornare ai tuoi automatismi quotidiani.

Almeno fino a quando non arriveranno nuove informazioni che non riuscirai a collocare nei tuoi schemi…

Riferimenti bibliografici:

Edward De Bono – Creatività e pensiero laterale