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L’alluvione e la pillola di MATRIX


In questi giorni ho perso le parole: le prenderei a prestito da un’amico blogger, che non avrebbe potuto esprimere meglio il mio pensiero.

Grazie Gianluca, a buon rendere.

Anemmu in bici a Zena!

Di nuovo, oggi dopo tre anni, si ripete una dinamica simile di eventi meteorologici, e si presenta NEO a riproporci la pillola ROSSA per  vedere la verità di MATRIX, o quella BLU per tornare all’oblio della mediocrità, dell’illusione e del mugugno libero. Tocca a noi scegliere.

Questa non è una semplice scena di un film, e nemmeno un banale dialogo tra due attori. Questa è Arte, l’arte di trasmettere consapevolezza e di risvegliare le coscienze. Il Risveglio, inteso da un punto di vista spirituale, è  il termine adatto per descrivere la trasmutazione della coscienza, l’atto principale di un’elevazione animica. Non a caso sempre nel film Matrix, Morpheus si rivolge a Neo dicendogli: “Hai mai fatto un sogno così reale da sembrarti vero? E se da quel sogno non dovessi mai più risvegliarti, come distingueresti il mondo dei sogni da quello della realtà?”. tratto dal…

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L’aumento di stipendio


Quest’anno hai lavorato bene, sei stato produttivo: il tuo superiore ti ha convocato per comunicarti che ti verrà dato un aumento di stipendio.

Gioisci, non vedi l’ora di tornare a casa per dirlo a tua moglie: finalmente potrete permettervi quella casa in collina che avete sempre sognato. Oggi per te è un gran giorno, ti prepari a festeggiare e non sospetti nemmeno lontanamente di essere stato imbrogliato!

Ti ho appena gettato addosso una secchiata d’acqua gelata? Mi spiace, ma così stanno le cose. Riflettiamo assieme.

aumento

Quest’anno hai lavorato bene, giusto? Quindi il tuo tempo vale di più, perché in un’ora hai dimostrato di fare più cose, o di farle meglio. In ogni caso, ha un maggior prezzo, e lo testimonia il fatto che vieni appunto pagato di più.

Ma c’era un’altra strada per premiarti: mantenere inalterato lo stipendio totale e farti lavorare di meno, in proporzione.

Questa seconda alternativa è notevolmente migliore per te, perché incrementa il tempo a tua disposizione che, forse non lo hai ancora metabolizzato appieno, è limitato. Potrai poi decidere se impiegarlo nel tuo hobby preferito oppure nuovamente nel lavoro, perché in fondo quello che fai in ufficio ti piace (ricadendo nel caso precedente ma, differenza fondamentale, come risultato di una tua libera scelta).

Questo sarebbe il vero premio per aver lavorato bene, ma la soluzione è così scomoda che si cerca di tenerla nascosta il più possibile, e ci si riesce così bene che quello che sto adesso scrivendo ti sembrerà a dir poco delirante (questo è il posto giusto per farlo d’altra parte).

L’aumento di stipendio ha sostanzialmente aggiunto una nuova sbarra alla cella in cui sei prigioniero. Già, perché con quei soldi in più che ti ritroverai sul conto si attiverà quello che in economia si chiama effetto reddito: aumenteranno i tuoi consumi. E andrai a fare il mutuo per comprare la casa in collina, di fatto rendendo indispensabili quei cinque euro aggiuntivi: non potrai più farne a meno, e siccome ti sentirai in obbligo per il riconoscimento ricevuto, che percepirai come un invito a fare ancora meglio in futuro, lavorerai ancora di più. La prigione mentale in cui ti ritrovi sarà più forte, le barriere all’uscita saranno aumentate: avrai più da perdere di prima, quindi sarai meno libero.

Così funziona il sistema che ci tiene incatenati: sfrutta i nostri bisogni, la maggior parte dei quali fittizi e irreali, per tenerci inchiodati, saldi al nostro posto. Compito del marketing è quello di creare nuovi bisogni, convincerti che al giorno d’oggi una macchina per affilare il burro è indispensabile. Milioni di burattini che vanno a lavorare per pagare le rate del SUV che serve loro per andare a lavorare.

manipulation

Poi forse un giorno aprirai gli occhi, forse quando sarà troppo tardi ed il tuo tempo sarà agli sgoccioli, e allora ti renderai conto che non eri tu a volere la casa in collina, ma era lei a volere te. Che non sei stato tu ad acquistarla, ma lei che si è impossessata di te. Che la vera ricchezza non si raggiunge aumentando la capacità di acquisto, ma eliminando i falsi bisogni. Ma a quel punto la campana suonerà, e tu non avrai più tempo per porre rimedio.

Non aspettare quel momento, fallo ora!

Il pendolo e le aspettative adattive


E’ da un po’ di tempo che osservo i miei stati d’umore altalenanti, alla ricerca delle loro cause e di un modo per averne maggior controllo.

Esistono in realtà varie spiegazioni del fenomeno, sulle quali non mi voglio qui soffermare; ho voluto invece trovare una mia risposta, per la formulazione della quale mi sono avvalso delle mie reminiscenze degli studi di economia, nella speranza che un probabile premio Nobel possa finalmente livellare la sinusoide delle mie energie psichiche.

No so se hai mai sentito parlare di aspettative adattive: in breve si tratta di un modo (o di una famiglia di modi) con cui si suppone gli operatori economici (produttori, consumatori) formulino le proprie opinioni circa un evento futuro. Dal punto di vista economico è molto importante capire questi meccanismi, perché da loro può ad esempio dipendere il successo di un nuovo prodotto commerciale o di una manovra finanziaria.

Ebbene, secondo questa teoria gli operatori (ma alla fine parliamo di esseri umani) formulerebbero le proprie attese circa gli eventi futuri basandosi sull’esperienza passata, il che è forse un po’ come scoprire l’acqua calda, ma lasciamo pure che anche gli economisti si guadagnino da vivere. Il punto è che, se oggi le cose mi sono andate bene, il mio umore è alle stelle e sono al massimo dei giri, e mi aspetto che domani continui così.

Ciò che mi accade oggi mi crea un’aspettativa su ciò che accadrà domani.

pendolo

Per esemplificare, supponiamo che il mio superiore giudichi positivamente un mio lavoro, mi elogi e proponga un premio produzione. Io sono contento, identifico questo giudizio sul mio lavoro con un giudizio sulla mia persona, e mi pongo mentalmente su un gradino più alto.

Il mio umore è al massimo, oggi è stata una grande giornata. Finalmente le mie capacità sono state valorizzate; chissà poi che dirà il capo quando vedrà questo nuovo progetto che sto portando a termine: lo stupirò ulteriormente, sento aria di promozione.

Ciò che è successo oggi mi crea aspettative per domani; e siccome non mi accontento, devo dare il massimo, per fare ancora meglio: so di essere sulla strada buona.

Passa una settimana, il nuovo lavoro è terminato e lo sottopongo al superiore, che lo accoglie tiepidamente; non lo denigra, mi dice che va bene, ma neppure lo esalta; suggerisce alcuni miglioramenti. Ma come, io ho dato il massimo! Perché non mi viene riconosciuto? Dove ho sbagliato?

Il mio umore inizia a declinare, la terra comincia a mancarmi sotto i piedi; oggi non è stata granché come giornata, e domani non sarà certo migliore.

In realtà si tratta puramente di costruzioni mentali che nulla hanno a che vedere con la realtà; la magagna sta tutta nell’aspettativa sul futuro: tolta quella, tolti i malesseri. Riflettendoci, non avevo alcuna ragione di pensare che anche il nuovo lavoro sarebbe stato accolto con bottiglie di champagne, solo perché ciò è accaduto col precedente; e forse anche il mio superiore si aspettava da me qualcosa di più solo perché avevo svolto bene il compito precedente, e questo ha senza dubbio contribuito ad alzare l’asticella.

Se il buon andamento di oggi mi suggerisce un buon andamento per domani e io me lo aspetto, le probabilità che domani sia percepito peggiore di oggi aumentano, anche solo per un mero fatto statistico e di prospettiva.

Non so come sia per te, ma per quanto mi riguarda tutto questo accade molto frequentemente; nonostante gli sforzi, ancora non riesco ad essere veramente libero da aspettative.

Ho ancora parecchio da lavorare sulla sinusoide.

Ridare vita a vecchi oggetti


Ecco un altro articolo che brilla di luce riflessa: confesso infatti che l’idea per la sua creazione non è mia, ma di una blogger mia amica che è diventata molto brava ad uscire dal solco guardando il mondo da un’altra prospettiva. In questo suo blog ha pubblicato una serie di articoli nell’ambito della rubrica “Diamo una seconda vita a…”, nella quale sono presentati utilizzi alternativi di vecchi oggetti che sarebbero altrimenti destinati alla discarica.

Siccome questo mi sembra un modo molto divertente ed utile per uscire dal solco, non ho resistito alla tentazione di presentare qui alcune mie creazioni, in modo palesemente e stucchevolmente auto celebrativo.

Metti dunque un po’ di tara al mio egocentrismo e prova a tenere per te quanto di utile può rimanere, magari cercando e proponendo a tua volta idee creative di recupero. Trovi ovviamente altre idee nel blog da cui ho rub – ehm – tratto l’ispirazione.

Ecco dunque le mie idee di recupero:

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Un cancelletto per bambini adesso è una rastrelliera porta bici.

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Un vecchio cestello porta pacchi della Panda adesso è un comodo stendibiancheria.

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Un fasciatoio, alcune tavole di recupero e le ruote di un passeggino adesso sono un portavivande.

Il Fronte di Liberazione della Gallina


Devi sapere che io ed i miei figli facciamo parte del Fronte di Liberazione della Gallina.
Di che si tratta? Presto detto. La mia anziana madre, esponente di una scuola contadina di vecchio stampo, ha un pollaio con quattro galline, che alimenta quotidianamente fornendo loro mangime ed acqua in abbondanza, spesso anche pastoni a base di pane e crusca. Le galline non devono fare il benché minimo sforzo per sopravvivere (produrre uova rientra nel loro ciclo biologico, non si può certo configurare come attività lavorativa), a loro non manca nulla se non la possibilità di razzolare liberamente nell’ampio prato nel retro della casa.
Ora, è risaputo che il pollo allevato a terra produce uova di migliore qualità rispetto a quello allevato in cattività o peggio in batteria, quindi è iniziata prima blandamente, poi sempre più intensamente, una battaglia per liberare le galline dal giogo del pollaio, che nell’ottica del Fronte rivoluzionario deve rappresentare un ricovero per la notte, non una prigione.
Passando nei pressi di casa mia potresti vedere pertanto scene divertenti e un po’ surreali in cui un’anziana donna raduna le galline nel pollaio e poi, dopo che si è allontanata, due bambini (ebbene si, io sono la mente del movimento e loro il braccio operativo) le liberano nuovamente portandole a razzolare nell’aia; a volte potresti assistere a discussioni animate circa l’opportunità di rimetterle nel recinto per evitare che scavino nell’aiuola o nell’orto, o circa i benefici salutari ma anche economici derivanti da un’alimentazione ricavata direttamente dalle risorse del terreno.
Credo che non si troverà mai un accordo fra la vecchia scuola di pensiero e la nuova; certo, la libertà va gestita, ci vorrà parecchio tempo prima che le galline imparino ad evitare le zone interdette, non si possono programmare come i robottini aspirapolvere. Ma i membri del Fronte non hanno dubbi: questa è la strada, per quanto difficile va percorsa fino in fondo, sentono che è quella giusta.

gallina_intelligente

L’altro giorno, rientrando in ufficio dopo la pausa pranzo e osservando la transumanza di impiegati che convergevano verso i luoghi di lavoro, non ho potuto fare a meno di attivare il collegamento: caspita, anche io sono come le galline! Mi danno il mangime in cambio delle uova (fra l’altro non mi riesce neanche troppo spontaneo farle), uova che non sono di eccelsa qualità perché prodotte in condizioni sub ottimali (luoghi chiusi, stretta vicinanza con individui dalle abitudini diverse dalle mie, orari rigidi, inevitabile scollamento fra le mie esigenze e quelle dell’azienda), ma tutto sommato non ho grosse preoccupazioni, ho l’illusione del posto fisso! E come le galline ormai abituate alla cattività, se anche la porta è aperta io non esco, perché ho paura, o forse solo per inerzia. Ho troppo da perdere a guadagnarmi la libertà? O forse non ho la piena percezione di quanto piacevole sarebbe? Certo, non si tratterebbe di libertà incondizionata, dovrei pur sempre evitare di razzolare nell’aiuola o nell’orto, dovrei fare attenzione che qualche cane sciolto non mi scambi per una pernice, però che ampio prato avrei a mia disposizione!

I lavori socialmente utili


Qualche giorno fa i miei figli mi hanno chiesto perché devo andare a lavorare.

La prima risposta che mi è venuta in mente è stata qualcosa del tipo ‘lo stipendio ci serve per mangiare’; poi mi sono reso conto che sarebbe stata una non risposta, perché in linea di principio soggetta alla contro domanda: perché mai dovrebbero darti dei soldi per quello che fai?

Allora, con un colpo di genio, ho placato la loro sete di sapere dicendo che tutto quello che abbiamo, dal cibo al computer (per chiamare in causa qualche elemento a loro caro) lo possediamo in virtù del fatto che qualcuno ha lavorato o sta lavorando per mettercelo a disposizione. Se il contadino non lavorasse la terra, non avremmo la verdura, o il grano, che grazie a qualcun altro diventa farina e poi pasta.

Insomma, il senso del lavoro di ognuno è legato al fare qualcosa per gli altri, per ricevere direttamente o indirettamente qualcosa in cambio; l’introduzione della moneta ha poi semplificato questo meccanismo, forse al prezzo di snaturarlo un poco, ma il succo non cambia: noi lavoriamo per essere utili alla società al fine ultimo di trarne vantaggio.

-o-o-

Qualche tempo dopo, osservando alla fine della mia giornata lavorativa la collega delle pulizie che entrava nel mio ufficio, ho pensato che grazie a lei io posso lavorare in un ambiente confortevole e salutare, e mi sono riaffiorati alla memoria i discorsi fatti qualche tempo prima con i bambini.

In quel momento è maturata una riflessione: l’utilità sociale della collega delle pulizie è intrinsecamente legata al fatto che qualcun altro lavora; se gli uffici fossero vuoti, non ci sarebbe bisogno di pulire alcunché. La collega ha quindi sì un’utilità sociale, ma indiretta: non sta producendo qualcosa a beneficio del consumatore finale. Sta lavorando per chi lavora.

Non che io stia messo meglio: per inciso, faccio il programmatore, e sviluppo librerie di software, ossia ‘mattoncini’ che utilizzeranno poi altri programmatori. Quindi anche io non sto producendo nulla per il consumatore finale: lavoro per i lavoratori.

Bene, abbiamo già due (categorie di) lavoratori di cui al consumatore finale, per quella che è la percezione dei suoi bisogni, non potrebbe fregare di meno. Ma non finisce qui.

Il collega della stanza a fianco utilizza il prodotto della mia fatica per mettere insieme un’applicazione per la fatturazione. Anche lui sta lavorando per un altro lavoratore, ossia l’addetto all’ufficio vendite del grossista di libri che rifornisce, supponiamo, tutte le librerie della provincia.

Anche l’addetto dell’ufficio vendite lavora per un lavoratore, l’imprenditore grossista, il quale a sua volta lavora per il titolare del negozio di libri che hai sotto casa.

Dopo la lettura di questo mio articolo, decidi che forse è opportuno dedicarsi a qualcosa di meglio ed esci per comprare un libro.

Ed eccoti il libraio: è il primo lavoratore, fra i personaggi finora incontrati, che fatica direttamente per il consumatore finale,  l’unico ad avere la ragionevole certezza che qualcuno trarrà beneficio dal suo operato: nella fattispecie godendo di una – finalmente – buona lettura.

In quel libro confluiscono migliaia di ore, lavorate da migliaia di lavoratori diversi, che costituiscono la base di una piramide di cui tu sei il vertice. Vista al contrario, il mio lavoro si spalma su migliaia di persone che fanno parte di una piramide rovesciata di cui io rappresento con fatica la punta di appoggio inferiore; la maggior parte di loro non ha la più pallida idea della mia esistenza, né che anche un pezzettino del mio lavoro è finito in ciò che in quel momento sta consumando.

A questo punto mi sorgono una serie di domande.

  • A quanto ammonta il totale delle ore lavorate complessivamente in questa catena, e quante di queste si traducono effettivamente in un beneficio per il consumatore?
  • Quanto influisce la complessità di questo macchinario sulle inefficienze dello stesso?
  • Esiste al suo interno qualcuno che lavora ma di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno (si badi: non perché nullafacente, ma perché impegnato in un compito che non serve)?

lavoro per il lavoro

Al di là di situazioni da cortocircuito da cui il geniale messaggio dell’immagine sopra, che pure esistono, una cosa mi pare certa: quanto più è corta la distanza, misurata in termini di numero di intermediari, fra chi lavora e chi consuma, tanto più il lavoratore ha certezza che la sua fatica serva a qualcosa. E’ un po’ come comprare verdura a chilometro zero.

Non è un problema strettamente legato ad una attività: la collega delle pulizie, a parità di lavoro, se opera a casa propria o di un privato ha una misurabilità massima della propria utilità sociale, che diventa invece dubbia quando opera nel mio ufficio; se nel mio tempo libero miglioro, in veste di programmatore,  il sito dedicato alla mountain bike, ho la (per lo meno verificabile) certezza di apportare beneficio a qualcuno (gli amici che lo consultano); lo stesso non posso dire per ciò che faccio nelle otto ore passate in ufficio.

E qui so già che, vista l’enorme stima che nutri nei miei confronti, hai delle obiezioni: mi dirai che i miei colleghi traggono beneficio dal mio lavoro, senza il quale non potrebbero fare, o farebbero con più difficoltà, il proprio. Può darsi, ma i beneficiari in quanto lavoratori, in questo ragionamento non contano: contano solo i consumatori finali.

Se io lavoro per un lavoratore, ciò che faccio ha senso solo nella misura in cui il lavoro di quest’ultimo serve ad altri, e così via fino alla fine della catena al cui estremo si trova, per definizione, il consumatore finale, l’unico degno di attenzione, l’unico che fa nascere l’esigenza nativa di lavoro altrui.

Credo che ognuno di noi debba imparare a convivere quotidianamente con la domanda: ‘ma il mio lavoro a chi serve?’, ed applicarla a tutto ciò che fa nella propria vita; non per dare giudizi di valore, ma per avere una maggiore consapevolezza del proprio ruolo nella società, e magari anticipare situazioni drammatiche quali la perdita dell’impiego, capendo per tempo se ciò che sta facendo ha o meno un futuro.

Facciamo un esempio: in Italia si discute in continuazione dell’industria automobilistica, perché rappresenta, assieme all’indotto, una grossa fetta di posti di lavoro; ma alla persona sensata che osserva le città ingorgate o le situazioni da bollino rosso nei week end di agosto, non sorge il dubbio che forse ci sono troppe auto in circolazione e che chi lavora in quell’industria sta producendo qualcosa che, considerata in quei volumi, alla società non serve?

Concludo con una domanda provocatoria: chi è più utile alla società, colui che non lavora e consuma soltanto, magari grazie ai soldi del papi, oppure l’indefesso lavoratore che produce beni che nessuno userà? Il primo ha quantomeno il merito di dare un significato alla vita di altri, godendosi il frutto, opportunamente rimunerato, della loro fatica…

Avventura nella sanità pubblica


Recentemente ho assistito una persona che ha dovuto effettuare un intervento chirurgico presso l’IST S.Martino di Genova. Quello che vado ora a raccontare è il resoconto della mia esperienza di utente indiretto del servizio; tieni presente, per meglio inquadrare la problematica, che il paziente è una persona anziana e abita ad una trentina di chilometri dall’ospedale.

L’avventura inizia con la prenotazione degli esami preoperatori presso il CUP dell’Ospedale, che mia moglie coraggiosamente affronta dopo un’interminabile coda in una torrida tarda mattinata di luglio. Gli esami vengono fissati per la penultima settimana di agosto, così suddivisi: visita del sangue, elettrocardiogramma e raggi lunedì; agoaspirato giovedì; visita con l’anestesista venerdì. A mia moglie vengono consegnati i fogli di prenotazione con gli orari delle varie visite; io vengo istruito di conseguenza.

Prima giornata: io e il paziente ci presentiamo con gli incartamenti al piano zero; per gli esami del sangue prendere il biglietto giallo, quello bianco per tutti gli altri. Ci muniamo di biglietto giallo e facciamo la coda in accettazione; quando arriva il nostro turno, ci viene detto che per gli esami del sangue preoperatori bisogna passare in reparto per ritirare le provette con le etichette.

Parcheggio il paziente in sala di attesa e salgo al quinto piano, dove chiedo della caposala. Dopo circa un quarto d’ora di attesa, arriva il mio turno; la caposala è una simpatica suora di origine sudamericana, gentile e molto professionale, che mi spiega tutti i dettagli dell’operazione e stampa da terminale i fogli di richiesta per gli esami (ma non avevo già quelli del CUP? Boh! Questi sono comunque diversi… li allego al dossier).

Scendo al piano zero munito di provette con codice a barre, recupero il paziente e ci rimettiamo in coda per l’esame, che facciamo nel giro di pochi minuti. L’infermiera è molto cortese, ci spiega che non dovremo ritirare i referti perché finiscono direttamente nella rete informatica dell’ospedale. Mi sembra normale, dopotutto gli esami servono a loro, che senso ha darli a noi per poi riconsegnarli? La cosa non è invece così ovvia per gli altri esami, che vanno ritirati personalmente.

Compiuta la prima missione, ci spostiamo al piano meno uno per i raggi. Anche qui due tipi di biglietto: uno per ritirare i referti, uno per tutto il resto. Prendiamo il biglietto giusto e attendiamo; dopo circa mezz’ora arriva il nostro turno: l’operatrice non è il massimo della cordialità, ma tutto sommato fa bene il suo lavoro: ci mette in lista e ci dice di attendere la chiamata.

Dopo circa un quarto d’ora tocca a noi; l’esame dura poco, gli infermieri sono gentili e professionali, ci dicono che potremo ritirare il referto a quello stesso piano dopo qualche giorno; usciamo soddisfatti e saliamo al piano due per l’elettrocardiogramma. Ancora uno sforzo e siamo fuori.

Qui entriamo in una stanza gremita di persone; non ci sono numeri da prendere: i pazienti sono lasciati liberi di auto organizzarsi come meglio credono; capisco a posteriori che alcuni di loro sono in attesa per l’elettrocardiogramma, altri per la visita con l’anestesista. Entriamo mentre quest’ultima sta maltrattando verbalmente una signora, rea di essersi presentata senza tutte le analisi. La signora, mortificata, fa notare che la lacuna è dovuta al fatto che le visite sono state prenotate nell’ordine sbagliato, e che non sapeva che prima si fanno le analisi del sangue, l’elettrocardiogramma, i raggi, e dopo la visita anestesiologica.

La dottoressa è comunque incazzatissima perché nella mattinata si sono verificati parecchi di questi casi; si rivolge quindi a noi, dicendo: “E voi? Che dovete fare? Almeno voi avete tutto?”. E qui mi parte l’embolo.

Sanità pubblicaInizio a urlare che lei è una nostra dipendente, che non ci deve trattare così, che il suo stipendio è pagato con le nostre tasse, che non siamo in coda per prenotare una crociera…

Riconosco di avere esagerato, avrei dovuto mantenere il controllo. Una signora mi fa notare che le cose che ho detto sono giuste, ma forse declinate in modo un po’ più femminile avrebbero sortito maggior effetto…

Sta di fatto che l’atteggiamento dell’anestesista cambia di colpo: dice di non avercela con noi, ma con la disorganizzazione del sistema (intanto però se la stava prendendo con noi… anch’io ce l’avevo con la disorganizzazione del sistema, e per par condicio me la sono presa con lei).

Dopo una lunga attesa, arriva il nostro turno; l’addetta è molto gentile, in pochi minuti facciamo l’esame (anche se la macchina si inceppa due volte, perché “è vecchia, a furia di farne tanti…”). I referti andranno ritirati in reparto.

Seconda giornata: agoaspirato al piano secondo. La visita è un po’ più invasiva, il paziente viene opportunamente assistito da tre addette, molto gentili e dall’atteggiamento umano. Giornata all’insegna di una sanità degna di quel nome.

Terza giornata.

Ci rechiamo per prima cosa al quinto piano, per ritirare i referti dell’elettrocardiogramma e ritirare la richiesta per la visita anestesiologica, altro documento da aggiungere alla pratica. Attendiamo circa un’ora, perché la caposala è impegnata con altri pazienti; ritirati i referti, scendiamo al piano meno uno, per ritirare il referto dei raggi, per poi risalire al secondo piano per incontrare l’anestesista.

Questa volta nella sala di attesa non c’è nessuno, veniamo ricevuti quasi subito dalla dottoressa, che per fortuna non è la stessa della volta precedente: il mio encefalogramma non subisce pertanto alterazioni significative.

L’anestesista ci dice che dai referti emerge la necessità di effettuare una TAC di controllo. E adesso? Nuovo iter burocratico? Dobbiamo di nuovo andare al CUP senza passare dal via? Slitta l’intervento? Per fortuna, mossa da pietà telefona ad una collega, membro dello staff operatorio, e ci mette nelle sue mani.

Torniamo in sala di attesa. Poco dopo arriva quest’altra dottoressa, che ci accompagna al piano meno uno e ci dice di attendere. Riescono ad infilarci fra un paziente e l’altro, senza fare la trafila, e otteniamo al volo la TAC, che risulta negativa. Tengo a precisare che siamo perfetti sconosciuti, non ci manda Picone e non abbiamo parenti illustri. Il buon senso ha prevalso sulla burocrazia!

Nei ritagli di tempo mi prendo la briga di compilare uno di quei moduli per suggerimenti/reclami, nel quale preciso che, ferma restando l’estrema professionalità e gentilezza del personale ospedaliero (e qui ho l’accortezza statistica di rimuovere dall’analisi le code della gaussiana, comprendenti l’anestesista isterica del primo giorno che magari avrà pure avuto le sue ragioni), ci sono parecchi problemi dal punto di vista organizzativo: perché effettuare gli esami in tanti giorni diversi, ognuno seguendo modalità proprie, con diversi criteri di ritiro dei referti? Perché addossare sul paziente la conoscenza di procedure che non gli competono? Perché ripetere più volte le fasi di accettazione?

Passa il tempo, arriva il giorno dell’intervento. Tutto fila liscio, salvo il fatto che l’elettrocardiogramma è andato perduto e pertanto viene rifatto sul momento (accidenti, avrei potuto risparmiarmi un’inutile sfuriata). L’operazione riesce senza complicazioni, il paziente viene dimesso dopo due giorni di degenza. Bisognerà tornare per le visite di controllo e la terapia.

Le visite di controllo e rimozione dei punti sono in totale cinque; tutte si svolgono senza particolari intoppi, salvo una volta in cui dimentichiamo a casa la certificazione della ASL per l’esenzione da ticket; per fortuna l’operatrice del CUP è gentile e collaborativa: telefona ad una collega che, saputo il codice fiscale, certifica al volo l’esenzione; ma non sarebbe il caso di rendere sistematicamente possibile questo controllo online, nell’attuale era digitale, ed evitare all’assistito l’onere di portarsi dietro documenti inutili?

Occorre poi fare delle sedute di radioterapia. Viste le difficoltà della paziente, i dottori firmano il modulo di richiesta per il trasporto con mezzo della Croce Rossa. Ma qui torna la burocrazia: questa richiesta va presentata al medico di famiglia, che ne deve fare un’altra a sua volta, che va poi fatta vidimare dalla ASL ed infine portata alla Croce Rossa, che al mercato mio padre comprò. Ma se uno ha la possibilità di fare tutti questi giri, probabilmente non ha bisogno della Croce Rossa per recarsi a fare le terapie… e viceversa…

L’avventura si conclude con l’estrema disponibilità dei volontari (ho detto volontari) della Croce Rossa di Montoggio, che si fanno carico del trasporto. Il presidente locale, non riuscendo a contattarmi telefonicamente, si è perfino recato personalmente a casa mia per mettere a punto alcuni dettagli organizzativi.

A dispetto dell’ironia con cui ne ho enfatizzato gli aspetti negativi, a mio avviso questa vicenda dimostra che non è vero che la nostra sanità pubblica sia così disastrata come vorrebbe farci credere chi ha interessi a privatizzare.

Ho incontrato persone estremamente capaci, serie, umanamente squisite. Presi singolarmente, gli operatori pubblici hanno reso un servizio più che accettabile.

E’ l’insieme, che ha delle carenze. In altre parole, manca una visione olistica del servizio pubblico: perché tanti compartimenti stagni fra un reparto e l’altro? Perché tanti oneri addossati sull’utenza, per risolvere problemi spesso fasulli? Io, paziente, devo sapere quali analisi portare alla visita? Ma fammeli tu, ospedale, tienili da parte, e recuperali all’occorrenza…

Nel caso specifico, un giorno di degenza in più avrebbe sicuramente aggravato il bilancio economico dell’ospedale, ma che dire di quello sociale? I costi sociali si sarebbero al contrario pesantemente ridotti: minori costi da spostamento (benzina, inquinamento, traffico), minori costi da congestione (meno persone in ospedale che prendono ascensori, chiedono informazioni, prendono numeri, ritirano referti, occupano parcheggi, sono causa di attesa per altri), minori costi indiretti (assenza dal lavoro)…

Per concludere, potrai chiederti che fine abbia fatto il modulo di segnalazione da me diligentemente depositato nell’apposita buca. Cestinato, penseranno i maligni…

Invece no, ecco la lettera arrivatami a casa dopo circa un mese:

Lettera dell'IST

Magari sarà solo un’atto dovuto, una formalità, ma è comunque un segnale positivo che a me ha fatto particolarmente piacere e instillato un po’ di fiducia nella nostra possibilità di influenzare il mondo

La carriera di Fantozzi


In questo articolo voglio esternare il mio disaccordo su una certa concezione del mondo del lavoro, ahimé ormai consolidata e ben vista dai più; per la quasi totalità delle persone, quello che vado ora a sollevare è un non problema, un’assurdità, quasi un delirio. Pazienza, lo faccio lo stesso.

Voglio parlare di crescita sul posto di lavoro.

Immagino che queste parole avranno richiamato in te il concetto di carriera. Suvvia, è piuttosto normale: entri in azienda, lavori bene, con impegno, ottieni dei buoni risultati: insomma meriti un premio. Se sono passati tre-quattro anni e non sei cresciuto di livello, inizi a porti delle domande, magari inizi a guardarti attorno, perché mica puoi arrivare ad una certa età ed essere rimasto al palo. D’altra parte, l’azienda usa come specchio per allodole l’incentivo della promozione per ottenere risultati dai propri dipendenti. Giusto.

carriera

Se ti prendi la briga di consultare un contratto nazionale dei lavoratori, vedrai che viene effettuata una stratificazione delle mansioni in livelli: in basso c’è il ragionier Fantozzi, appena appena in grado di intendere e di volere, in alto c’è il Mega Direttore Gran Lup. Mann., depositario della verità aziendale e oltre. Non ci sono altre dimensioni lungo le quali spostarsi, solo questa. Salire o scendere. Migliorare o peggiorare. Lo stipendio si muove più o meno di conseguenza.

Quindi se sono bravo a pulire piastrelle, e lavoro in un posto dove c’è meritocrazia, dopo qualche anno mi ritroverò a coordinare un gruppo di pulitori di piastrelle. Ma io sono bravo a pulirle, mica a farle pulire ad altri. Magari potrei dar loro dei consigli su come fare, questo si.

Comunque non ho scampo: se voglio crescere in azienda, devo per forza andare in quella direzione. Quindi, siccome ho lavorato bene, mi ritrovo a ricoprire un ruolo che non mi si confa, magari a lavorare di più, ad essere più stressato, meno motivato, a dedicare meno tempo ed energie mentali alle rimanenti cose della vita. Proprio un bel salto di qualità! Comincio a chiedermi se valeva la pena di sbattersi tanto per ottenere tutto questo.

Le regole comunque sono ferree: metti caso perdessi o volessi abbandonare il lavoro, non mi è permesso di ricominciare da capo, siccome ho quasi cinquant’anni non ho accesso all’apprendistato; vorrei tanto diventare cuoco, sarebbe per me un’iniezione di entusiasmo, un ritorno alla gioventù, ma con l’esperienza di pulitore di piastrelle che mi ritrovo questa è proprio un’assurdità! Lascia spazio ai giovani, mi dicono, lascia entrare anche loro in questo tunnel a senso unico.

Allora provo a manifestare il mio malumore con conoscenti, amici e parenti. Ovviamente mi prendono per un alieno, per usare un eufemismo. Mi dicono che sputo nel piatto dove mangio, che non ho idea di quanti altri vorrebbero essere al mio posto. Certo che sono proprio strano, buttare al vento simili occasioni.

Io però non ci sto, non riesco a smettere di sognare una realtà diversa; immagino un mondo in cui, quando sai di aver lavorato bene, puoi sentirti libero di andare dal tuo responsabile a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro, non un aumento di stipendio. Un mondo nel quale puoi vantarti con gli amici di non pulire più piastrelle perché sei stato promosso alla posizione di lucidatore di scaffali, ruolo che hai sempre sognato. Un mondo in cui alla carriera verticale (che non voglio demonizzare, beninteso, è perfettamente legittima) si affianca una carriera orizzontale.  Un mondo in cui uguaglianza significhi applicare regole identiche per tutti quelli che si trovano nelle stesse condizioni, non per tutti indiscriminatamente.

Insomma, non sarebbe più meritocratico un insieme di meccanismi che dispensino premi mirati sul singolo invece che su un’astrazione ideale uguale per tutti? Ma attenzione, non è un problema di condotta aziendale quello che io qui sollevo, perché il fenomeno ha portata più generale; il problema è culturale: è la società tutta, insomma siamo noi che ci basiamo su paradigmi mentali troppo rigidi, non rispettando l’essenza dell’individuo, dando per scontata una sola possibile scala di valori.

Anche in questo dovremmo uscire dal solco, la qualità delle nostre vite migliorerebbe sensibilmente, e non ci sarebbero forse più le tragedie da lunedì mattina.

Lo spauracchio della prova costume


Credo di non dire nulla di stravagante quando affermo che la mancanza di comportamento etico da parte dell’italiano medio è uno dei principali problemi della società in cui viviamo; lo riscontriamo in particolare in chi sta alla guida del Paese, ma la classe politica non è che il riflesso dell’elettorato che l’ha prodotta, anche se nel tempo ha imparato a distaccarsene e a vivere di vita propria.

Il ‘furbo’ (e le virgolette sono d’obbligo perché per me di vera furbizia non si tratta) è sempre presente ai vari livelli, e non esiste meccanismo che impedisca di fare una legge senza che si trovi l’inganno; come si può uscire da questa impasse? Mettiamo poliziotti ad ogni angolo! Controlliamo di più! Eleviamo multe, ampliamo la caccia agli evasori, combattiamo il lavoro nero con sanzioni severe! Guerra a chi inquina!

Praticamente occorrerebbe un esercito di controllori, purché provenienti da altri Paesi, altrimenti come ci possiamo fidare di loro?

Facciamo un esempio pratico, parliamo dei meccanismi per combattere i nullafacenti negli uffici. Introdurre tornelli o sistemi di timbratura è un sistema medievale, tipico di una società arretrata, basato sul presupposto che la presenza fisica in ufficio corrisponda a lavoro (e l’assenza a non lavoro): se mai vogliamo fare dei controlli, facciamoli su ciò che è stato prodotto (quanto e come…); ovvio che questo non si può applicare a tutti i tipi di lavoro, però ci vantiamo tanto di essere nell’era del WEB 2.0 e poi dobbiamo percorrere chilometri per accedere ad un computer e produrre contenuti digitali… Perché questa ritrosia verso il telelavoro? Perché non ci si fida: si pensa che il fiato sul collo sproni il lavoratore (e in una buona parte è anche vero, ed il comportamento dei molti furbi ha contribuito a rafforzare l’idea), ma questo crea i presupposti per un ambiente stressante, disseminato di fucili puntati.

La leva per un comportamento etico (qualsiasi cosa questo voglia dire) non deve provenire da fuori, ma da dentro ogni individuo: solo così possiamo evitarci un esercito di cani da guardia. Dobbiamo imparare sviluppare quel controllore che è dentro ognuno di noi, con la convinzione che questo sia vantaggioso per noi stessi, e che fare i furbi alla lunga sia controproducente. Se ci comportassimo tutti onestamente sul posto di lavoro, i dirigenti aziendali non guarderebbero con sospetto il telelavoro. Se il ragazzino si dimostra meritevole della tua fiducia, lo lasci libero di uscire da solo.

Questo si può ottenere solo investendo nell’educazione, non c’è altra strada; quando il solco dell’opportunismo è scavato nelle nostre menti è difficile rimuoverlo; ed il deterrente secondo me più efficace ed economico è uno: la disapprovazione sociale.

Non so se hai presente l’ansia di molte persone quando si avvicina l’estate: alcuni iniziano una dieta a tempo per diminuire i rotoli addominali, altri fanno lampade abbronzanti, perché non vorrai mica arrivare in spiaggia a fine maggio bianco come una formaggetta di capra? Mi sono chiesto: cosa origina quest’ansia? Ci sono vigili in spiaggia? No, c’è la spada di Damocle del giudizio altrui (conoscenti e non)!

Ci piaccia o no, siamo animali sociali, ed essere integrati in un gruppo ci fa stare bene (anni di evoluzione hanno probabilmente sancito il vantaggio di una collaborazione rispetto all’isolamento). Se comportamenti dannosi come l’evasione fiscale, l’inquinamento, la nullafacenza sul posto di lavoro fossero messi alla berlina dalla società, a poco a poco diverrebbero fenomeni residuali. Invece sono esaltati: l’evasore è un furbo, che non si fa fregare dallo Stato; l’amico si vanta perché ha trovato un buon posto dove si lavora poco e nessuno ti controlla. Capito? Si vanta, la considera cosa da ostentare! Abbiamo truppe di deputati e senatori indagati per i più svariati misfatti, ma non mostrano la benché minima vergogna di tutto ciò, anzi ne fanno campagna elettorale autoproclamandosi vittime. Vuoi fare successo? Violenta la tua collega, fai in modo che ti licenzino per questo e passa qualche mese in prigione, magari prima assicurati la protezione di un avvocato di grido. Occhio però, la cosa non deve passare inosservata, premurati che tutti ne parlino. Tranquillo, vedilo come un investimento: fra un anno sarai ospite di numerose trasmissioni televisive e verrai ricoperto di soldi. Magari, mentre sei in galera, approfittane per scrivere un libro dichiarandoti vittima delle circostanze… fa sempre effetto.

Pensa invece ad un mondo in cui il teenager che getta la cartaccia per terra viene considerato uno sfigato dai coetanei; un mondo in cui per essere considerato ‘ad un certo livello’ non devi indossare le Hogan ma recarti al lavoro coi mezzi pubblici; un mondo in cui, se trovi un portafogli per terra e lo restituisci, sei invitato a tutti i talk show della prima serata; un mondo in cui se timbri il cartellino ed esci a fare la spesa, alla pausa caffè ti ritrovi da solo.

Utopia? Per ora sì, ma come tutte le cose, forse è solo una questione di massa critica…

La corsa agli armamenti


In natura esistono alberi altissimi, alcuni raggiungono il centinaio di metri; pare che uno studio teorico abbia stabilito che l’altezza massima raggiungibile sia attorno ai 130 metri: oltre questo limite la forza di gravità non permette un sufficiente afflusso di acqua alle parti più alte, impedendo il normale ciclo di vita della pianta.

Ovviamente per la pianta mantenere un’altezza così elevata implica un elevato consumo di risorse (acqua e sali minerali), quindi da un punto di vista evoluzionistico sarebbe conveniente mantenere dimensioni più contenute. Perché allora si verifica questa apparente contraddizione?

Una possibile spiegazione, direi piuttosto convincente, è che un’altezza maggiore significa una maggiore esposizione ai raggi solari, indispensabili per la fotosintesi clorofilliana. Immaginiamo un albero solitario in un bel prato, felice di essere irraggiato costantemente. Un giorno nasce un nuovo alberello nelle vicinanze, parzialmente ombreggiato dal primo: quest’alberello crescerà cercando di sovrastare il precedente, in modo da accaparrarsi una maggiore quantità di radiazione. Diciamo meglio: l’albero non ha alcuna volontà di crescere, non sta adottando una strategia consapevole, si tratta di un automatismo codificato nei suoi geni; alberi dai geni diversi, che implicano bassa crescita, semplicemente sono morti (o non sono mai nati perché i progenitori sono morti) perché sopraffatti da quelli con geni ad alta crescita.

Comunque: gli alberi proseguono la ricerca dei raggi solari, si riproducono, il prato è diventato una foresta; immaginiamo che si raggiunga un punto in cui tutti gli alberi hanno più o meno la stessa altezza: ci fermiamo qui? No, perché non è un equilibrio stabile: basta che uno di questi cresca un poco che subito lascia in ombra uno o più concorrenti, rimettendo in moto la corsa agli armamenti.

Se gli alberi potessero mettersi d’accordo, cosa deciderebbero? Ovviamente che non è il caso di proseguire la crescita: è una battaglia da cui tutti escono sconfitti, perché si passa da un livello in cui per vivere servono – supponiamo – 500 unità di risorse ad uno nuovo in cui ne servono 550, a parità di irraggiamento solare.

Un parallelo molto simile si trova in economia: in situazione di oligopolio (ossia quando ci sono pochi produttori di un bene, ad esempio la telefonia), gli operatori sanno che non è conveniente ingaggiare una battaglia di ribasso dei prezzi: i consumatori si sposterebbero da un produttore all’altro costringendo tutti ad allinearsi per non perdere quote di mercato, col risultato che ognuno si ritroverebbe con più o meno la stessa quantità di clienti di partenza, che pagano però un prezzo inferiore.

Ma se ci pensi, questo meccanismo è molto più diffuso, nella nostra quotidianità, di quanto si possa immaginare: nel lavoro si tende a far carriera, perciò si lavora di più per surclassare il collega e farsi bello agli occhi del superiore, col risultato che il tempo libero da dedicare ad altro è spesso ridottissimo; le aziende devono incrementare costantemente il fatturato, ogni anno deve necessariamente essere migliore del precedente, devono inoltre aumentare di dimensioni per sopravvivere, come se potesse esistere una crescita infinita. La crescita del Prodotto Interno Lordo è indice di benessere: un’economia è sana se il PIL cresce, magari poi le malattie da stress dilagano (nessun problema, si possono curare grazie al maggior reddito…).

Attenzione poi perché questa continua rincorsa alla crescita viene sfruttata dai poteri forti: il marketing, i media, i politici ti piazzano davanti la carota per farti correre, e tu lo fai senza pensare, senza riflettere, e i tuoi giorni passano e ti ritrovi vecchio con alle spalle una vita vissuta secondo canoni dettati da altri.

Perché dunque non riusciamo a capire che forse è il caso di rallentare, che bisogna concentrarsi sulla qualità di ciò che facciamo e non sulla quantità? Noi non siamo come gli alberi, noi possiamo concertare una strategia di sviluppo sostenibile… o forse no?

Voglio solleticare ulteriormente lo spirito di contraddittorio dei lettori con una considerazione finale. Un tempo la categoria femminile era meno schiava di questo meccanismo (non entriamo nel merito se per scelta o per costrizione, in questa sede non è pertinente); poi, a seguito di un femminismo secondo me male indirizzato, si è cercato di dimostrare che la donna è in grado di fare tutto ciò che fa un uomo, equiparando di fatto le due figure e ottenendo il risultato (nei casi in cui ci si è riusciti) di liberarla da una pastoia semplicemente per soggiogarla ad un’altra, quella che già da tempo vincolava l’uomo, senza raggiungere il vero salto di qualità, cioè quello di sancire le capacità della donna nella sua diversità rispetto all’uomo.

Oggi vediamo donne in carriera che hanno più testosterone di Schwarzenegger, adottano atteggiamenti aggressivi al pari dei loro colleghi maschi, hanno la sensibilità e capacità di ascoltare di una pentola: per forza hanno raggiunto la parità con gli uomini, morfologia a parte sono degli uomini. Tutto questo mi sembra un clamoroso passo indietro mascherato da passo avanti…

Riferimenti bibliografici:

Federico Rampini – Slow economy. Rinascere con saggezza