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Il puzzle


Alla nascita sono come argilla malleabile la cui forma si adatta facilmente alle esperienze, risposta ad un bisogno innato di adeguarmi al meglio nell’ambiente circostante e trovare il mio posto nel mondo come il nascente tassello di un immenso puzzle multidimensionale.

Col tempo questa capacità di adattamento si affievolisce e la forma acquisita si cristallizza: sono diventato adulto, la forma del mio tassello è definita; l’esigenza di adattarsi permane ma, avendo perso la plasticità iniziale, l’unico modo per farlo è quello di trovare (o ricreare) situazioni complementari alla forma che ho assunto.

Nulla accade dunque per caso, gli eventi della vita non fanno che rispecchiare ciò che sono: ecco che mi ritrovo ciclicamente nella stessa situazione nonostante i tentativi di cambiarla.

Il punto non è cambiare situazione ma cambiare forma o, meglio, trascenderla, osservando senza giudizio le mie rigidità e prendere gli eventi della vita, le persone, le circostanze che incontro per quello che sono: un modo per comprendere la forma del mio tassello, passo iniziale per prepararsi a lasciarlo andare.

Relazioni


Le relazioni, di qualunque natura esse siano, possono completarci, ma a mio avviso non nel modo in cui siamo stati abituati a pensare; ogni persona che incontriamo è uno specchio che mette in evidenza una parte di noi stessi: se ci irrita, significa che abbiamo nodi irrisolti che rifiutiamo di vedere, se ci fa stare bene significa che attiva la parte di noi con la quale ci sentiamo maggiormente a nostro agio; non si tratta di illazioni metafisiche o New Age, né delle ultimissime scoperte della neuroscienza, ma di puro buon senso, e per dimostrartelo ti invito a riflettere sulla seguente considerazione.

Un amico afferma che un certo cibo da lui assaggiato è nauseante perché troppo dolce, e tu comprendi in qualche modo ciò che prova in relazione ad esso; come è avvenuta questa comprensione?

Da qualche parte nel tuo database informativo devono per forza esistere i concetti associati alle etichette ‘dolce’ e ‘nausea’, insieme ai molti altri necessari a decodificare le parole dell’amico; in realtà tu non stai affatto provando la sua esperienza, non puoi avere la minima idea di come si sente, dal momento che non sei lui; puoi solo attingere alle informazioni relative al tuo passato e ‘ricordare’ la sensazione di ‘troppo dolce’ e di ‘nausea’; insomma, stai proiettando sull’esperienza dell’amico una simulazione della tua: difficilmente saranno identiche, ma tanto basta per convincerti di aver capito cosa intende dire.

Il punto cruciale è che per capire la nausea del tuo amico devi averne fatto esperienza tu per primo, altrimenti avresti la stessa comprensione di un cieco a cui vengono descritte le meraviglie di un quadro.

Adesso cambiamo contesto: dici di non sopportare il tuo vicino perché è un presuntuoso pieno di sé; ma un momento: tu del vicino vedi solo il comportamento esteriore, quello è il solo dato oggettivo a tua disposizione; come fai a sapere che è dettato da quella che chiami presunzione?

Come per il senso del dolce e della nausea, devi averlo esperito in prima persona, altrimenti non potresti comprendere né, tanto meno, essere emotivamente coinvolto in ciò che fa quella persona. Detto più chiaramente: dev’esserci stato almeno un episodio, in passato, in cui hai osservato qualcuno comportarsi così, o magari l’hai fatto tu stesso, e hai maturato l’associazione fra quell’atteggiamento e l’etichetta ‘presunzione’, ad esempio perché è stata usata da un osservatore esterno, supponiamo un genitore o un insegnante, che a sua volta stava inconsapevolmente proiettando sugli altri il proprio mondo interiore.

Quindi, se puoi attribuire a qualcuno l’etichetta di presuntuoso vuol dire che esiste una parte di te che ne ha fatto esperienza, con tanto di strascichi emotivi parassiti che ora tornano a farti visita dal passato: il vicino non c’entra nulla, è solo uno specchio che attiva i solchi mentali della tua mappa mnesica.

Le persone con le quali ci relazioniamo ci completano dunque nel senso che ci danno l’opportunità di conoscere noi stessi, i nostri meccanismi reattivi ma anche le nostre potenzialità; una volta che la conoscenza è stata acquisita e accettata, la relazione ha esaurito la sua funzione; dal punto di vista psicologico dunque la nostra dipendenza dall’altro è puramente illusoria, e viene meno nel momento in cui comprendiamo che ciò che stiamo attingendo dall’esterno è in realtà già dentro noi.

Sul piano pratico non c’è dubbio che la collaborazione fra individui resti fondamentale, così come il completamento che nasce dall’unione dei due sessi non sarebbe raggiungibile diversamente, ma per quanto riguarda la sufficienza psicologica possiamo ben dire di essere ermafroditi, solo che allo stadio immaturo ancora non lo sappiamo; possiamo scoprirlo attraverso le relazioni.

Questo è particolarmente vero per quanto riguarda le relazioni affettive; un’immatura concezione dell’amore porta ad avvicinarlo molto allo stato di bisogno: «senza di te non posso vivere!», «quanto mi manchi!», «non riesco a stare senza te!», caricando l’altro di una responsabilità che non può e non gli compete gestire.

Capita di rimanere travolti dal dolore quando il partner ci lascia, perché viviamo l’illusione di quanto ‘ci faceva stare bene’; in realtà non faceva alcunché, se non darci l’occasione di fare esperienza delle piacevoli sensazioni che il nostro organismo sa provare: non era lui/lei a farci stare bene, eravamo noi ad esserne capaci! Uno spostamento di responsabilità, e di leve di comando, mica da poco. Ora che se ne è andato, posso affliggermi e piangere su me stesso, oppure prendere atto che sono, in potenza, in grado di provare quello stato di benessere: se opto per la seconda scelta, non sarà difficile ricreare le condizioni per ritrovarlo (accettazione), se oppongo resistenza a ciò che è, continuerò a maledire il giorno in cui l’ho incontrato/a, invece di benedirlo.

Nessuno può farsi carico della felicità altrui, l’individuo maturo sa prendersi le sue responsabilità, e fra queste vi è anche quella di decidere della propria felicità; usare capri espiatori per manlevarsi dalle proprie mancanze è comodo e liberatorio, ma non risolve il problema.

Per usare una similitudine, la relazione immatura è come la lettera A, nella quale due segmenti obliqui legati dal trattino orizzontale si appoggiano uno sull’altro, reggendosi vicendevolmente; la relazione matura è ben rappresentata invece dalla lettera H, in cui i due segmenti verticali sono in grado di rimanere in piedi singolarmente, a prescindere dall’esistenza dell’altro e di un legame.

La persona matura che decide di relazionarsi non lo fa per bisogno psicologico, visto che da quel punto di vista è autosufficiente, ma per sovrabbondanza di risorse: lo fa per donare qualcosa, e non per avere qualcosa in cambio; una relazione profonda è un lusso e non nasce da uno stato di indigenza; se accade, i problemi non tarderanno a manifestarsi, e il peso della aspettative a diventare insopportabile.

Altra cosa, come già detto, è la collaborazione e lo scambio sul piano pratico, ma anche in questo caso, se lo stato di bisogno porta a una situazione di dipendenza la relazione diventa patologica: caso emblematico è il rapporto di lavoro subordinato, nel quale si arriva ad usare l’altrettanto ripugnante termine ‘lavoratore dipendente’; in una società sana non esiste alcun vincolo di subordinazione o di dipendenza, ma solo un libero scambio: io ti offro la mia mano d’opera, tu mi paghi; se qualcosa non funziona, ciascuno può rivolgersi altrove e amici come prima.

L’ego, nei rapporti amorosi come in quelli lavorativi, tende invece a blindare la relazione, aggiungendo vincoli a garanzia del mantenimento del rapporto, e facilitando così il suo deterioramento, perché trasferisce il collante (o l’attenzione su di esso) dal mondo della sostanza a quello della forma.

Incompreso


Vorrei poterti dire ciò che penso liberamente, senza timore di dovermi difendere da te.

Vorrei che sentissi ciò che sento, che provassi ciò che provo, che comprendessi perché agisco come agisco.

Vorrei che mi conoscessi davvero e che mi amassi per ciò che sono, e non per ciò che ho fatto, sto facendo o farò.

So che non posso aspettarmi niente di tutto questo da te, perché sei qui per mettermi di fronte ai miei bisogni.

Un giorno imparerò a esserti grato.

Maestro Covid


Questa pandemia mi sta dando l’opportunità di conoscere le diverse tipologie di persone che mi circondano, che a loro volta rispecchiano diverse parti di me.

Ci sono le persone che non tengono il loro tesoro in cassaforte per paura di essere derubati, se lo godono appieno. Per questa parte di me provo stima.

Poi ci sono quelle che lo tengono blindato, sono terrorizzati dai ladri. Per questa parte di me provo compassione.

Infine ci sono quelli che dicono di non aver paura dei ladri, ma tengono lo stesso il tesoro in cassaforte per il bene altrui. Per questa parte di me provo rabbia: detesto la mia ipocrisia.

Quando riuscirò a provare amore per ognuna di queste parti, avrò finalmente appreso la lezione che il Covid mi vuole impartire, e ritrovato la mia integrità.

Paura


Il grosso cane è lì, davanti a me, e ringhia minaccioso.

Sento le gambe svuotarsi, il corpo attraversato da brividi; mi guardo attorno per cercare un’arma improvvisata, trovo un bastone a pochi passi, lo afferro.

Il ringhio si rafforza, sempre più ostile; l’animale sembra poter aggredire da un momento all’altro, sono davanti al bivio: attacco o fuga.

Cerco di assumere un atteggiamento intimidatorio, sperando di non dover ricorrere né all’uno né all’altra.

I piedi sono incollati al suolo, pesanti, di piombo. Ho paura.

Questa mi ha reso a mia volta minaccioso, e lui lo sente.

Anche lui adesso ha paura, è nella mia stessa situazione.

Ecco perché ringhia: ha paura di me. è così fin dall’inizio!

Lui è terrorizzato da me; posso avere paura di chi ne ha di me? Ha senso tutto questo? Di chi ho davvero paura?

Temo il cane che a sua volta teme me… è un circolo, in definitiva ho paura di me! Il cane non c’entra, è solo uno specchio.

Se cambio atteggiamento tutto può svanire, come una bolla di sapone; voglio crederci, voglio avere fiducia, voglio fare il primo passo e disinnescare il meccanismo.

Getto lontano il bastone, distendo i lineamenti del volto, offro la mano.

Il cane si volta e si allontana.

Moralismo e morale


Esiste a mio avviso una profonda differenza fra valori morali e moralismo.

I primi sono i punti di riferimento che guidano la mia condotta, i criteri attraverso i quali cerco di discernere ciò che è funzionale, per me, in un dato contesto.

Dico ‘per me’ in senso lato, perché è evidente che un comportamento che danneggia il prossimo o più in generale l’ambiente si rifletterà, prima o poi, sulla mia persona; di conseguenza, anche in un quadro di atteggiamento puramente egoistico, non posso esimermi dal tenere in considerazione le esigenze dell’ambiente che mi circonda che, di fatto, costituisce un altro aspetto di me.

Il moralismo invece è di tutt’altra natura: nasce quando ho la pretesa di imporre i miei valori al prossimo, assumendo che abbiano valenza assoluta; come se potessi arrogarmi il diritto di legiferare sulle vite altrui.

Ed è a questo proposito, moralista di turno, che ti invito a riflettere in totale onestà intellettuale, soprattutto nei tuoi confronti: nel momento in cui critichi la mia condotta, giudicandola come amorale o disdicevole, sei proprio sicuro che ti stai preoccupando dei contenuti?

Non sarà forse che, più che il mio comportamento in sé, ciò che davvero ti infastidisce è il fatto che anche tu avresti voluto fare la stessa cosa, che anche tu avresti potuto fare la stessa cosa, e non l’hai fatta?

Insomma, non è che il vero motivo per cui ce l’hai con me è che faccio da specchio al lato oscuro che è in te?

Gli spari sopra… sono per te


Sì, lo so, vorresti essere contornato da persone che ti fanno stare bene, e non doverti confrontare continuamente con quell’odioso rompiscatole del tuo collega, che devi sopportare ogni giorno sul posto di lavoro.

Questo è ciò che desideri; ma lo sai qual è la realtà? Che tu hai bisogno dell’esistenza di personaggi simili; ne hai bisogno perché, che tu lo sappia o meno, ne corso della vita hai accumulato odio, e adesso ti serve un pretesto per scaricarlo.

Se attorno a te fossero tutti irreprensibili, troveresti comunque il modo di avercela con qualcuno, la fantasia di certo non ti manca.

Quel rompipalle è lì ad assillarti perché tu hai rancore da smaltire, altrimenti nemmeno lo noteresti.

D’altra parte, hai mai osservato in te il sottile piacere che provi quando sul finire del film il cattivo riceve la crudele punizione che si merita? Senza cattivo e senza punizione, credi che quel film ti piacerebbe ugualmente?

Liberati dal marcio che hai dentro, ed il mondo diventerà un posto piacevole in cui vivere.

Lo specchio


Ti è mai capitato di provare fastidio per qualcuno? Uno di quegli individui che sanno tirare fuori il peggio di te, in grado di rovinarti la giornata, che decisamente non sopporti?

Non aspetto la tua risposta, credo di conoscerla.

Mi auguro d’altra parte che ti sia anche successo di godere della compagnia di una persona che, tutto al contrario, è in grado di farti stare bene, con cui hai una buona sintonia; si parla allora di amicizia e, se appartiene al sesso a te complementare, capita che questo stato d’animo tenda normalmente a sfociare nell’innamoramento.

E mentre per la prima categoria la ricetta è (relativamente) semplice, basta starne lontani (sarà poi così semplice?), per la seconda sorgono talvolta alcune complicazioni. Infatti, poiché imputi il tuo benessere a quella persona, potresti vivere nell’angoscia di perderla: da qui forme di gelosia o di possessività, o più in generale di indebita invadenza nell’altrui sfera esistenziale (eccesso di protezione, asfissiante presenza, consigli non richiesti, ecc…). Arrivando alla conclusione paradossale che, quanto più la persona ti è cara, tanto più rischi di farle del male.

Quella che ti propongo qui ora è un tentativo di lettura diversa; supponiamo che le persone in oggetto non siano le depositarie delle leve per influenzare i tuoi stati d’animo, buoni o cattivi che siano, ma agiscano semplicemente da specchio.

Ossia, chi ti fa incazzare possiede semplicemente delle caratteristiche in grado di attivare un aspetto di te che non sopporti. Lei/lui non c’entra, sei tu a fare tutto il lavoro. Semplicemente, attraverso di lei/lui, viene ad esprimersi una parte di te.

Poco piacevole vero? Concedimi per un istante il beneficio di crederci incondizionatamente: se è davvero così, allora esiste una parte di te che decisamente non ti piace. Sempre se è così, si deduce che ogniqualvolta qualcuno ti fa incazzare sei di fronte ad una buona occasione per capire un poco di più sulla tua essenza; ammesso che tu abbia il coraggio di farlo.

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La bella notizia è che nessuno può neppure essere il depositario della tua felicità: le persone che ti fanno stare bene attivano parti di te, che magari non sai di avere, che anche in situazioni di totale solitudine ti permetterebbero di stare altrettanto bene.

Certo, tu dirai: ma se lui/lei non ci fosse più, io non potrei più attivare queste parti di me.

Non è vero. Se il meccanismo in te esiste, è sufficiente che tu trovi il modo di stimolarlo. Sarà senz’altro una grossa difficoltà, lo ammetto, ma se la tua felicità dipendesse esclusivamente da un altro che non c’è più sarebbe molto peggio, sarebbe un’impossibilità.

Lo so, è difficile entrare in quest’ordine di idee. Ma vuoi davvero delegare la tua felicità agli altri? In fondo sei l’unica persona che da sempre è stata e sempre resterà a fianco a te, per tutta la vita…

Riflessioni sullo specchio


Vagando nelle mie letture ludiche mi sono più volte imbattuto nella seguente domanda trabocchetto: perché gli specchi invertono la destra con la sinistra ma non l’alto con il basso?

Se cerchi in rete troverai parecchie risposte a questo apparente paradosso, la cui spiegazione è tanto banale quanto rivelatrice del grado di affossamento nel solco della nostra visione antropomorfa: in realtà la domanda non ha senso, in quanto mal posta; l’equivoco affonda le sue radici nello stesso terreno che ci ha portato, in un passato ormai lontano, a sostenere – talvolta con inusitata ferocia – che il sole gira attorno alla terra.

In effetti gli specchi non invertono alcunché, riflettono semplicemente la realtà per quello che è; siamo piuttosto noi ad operare mentalmente l’inversione, immaginando la posizione che ci troveremmo ad avere dopo aver girato su noi stessi così da situarci virtualmente al posto dell’immagine riflessa.

Se tu fossi l’Uomo Ragno, che come ben sai preferisce spostarsi lungo le pareti ed il soffitto ruotando in verticale e non in orizzontale, avresti la convinzione opposta, ossia che gli specchi invertono l’alto con il basso; ma, pur se dotato di super poteri, ti troveresti lo stesso dentro ad un solco che ti fornisce un’impressione altrettanto errata.

spiderman

La spiegazione di questa finta stranezza mi piace particolarmente, perché rivela ancora una volta quanto siamo saldamente ed inconsciamente ancorati alle nostre prospettive, che carichiamo senza motivo di valenze assolute nonostante molta acqua sia passata sotto ai ponti dagli errori di Tolemaica memoria, e ci sentiamo così superbamente evoluti rispetto a chi aveva preso certe cantonate.