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Poligoni e circonferenza


La realtà in cui sono immerso è come una circonferenza.

La mia mente razionale non è in grado di comprendere quella forma, ragiona in modo lineare, per poligoni; quanto più riesco a raffinare i processi di pensiero, tanto maggiore è il numero dei lati che approssimano la circonferenza e tanto migliore è di conseguenza l’approssimazione.

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Ma sempre di approssimazione si tratta.

Le parole sono etichette appiccicate sopra ad ogni lato del poligono; quante più parole riesco a padroneggiare, tanto più vasta è la realtà che posso cogliere a livello cognitivo.

La realtà è continua, la mia mente la vede discreta. La realtà è analogica, la mia mente la semplifica con un processo di digitalizzazione.

Non riuscirò mai a percepire la realtà nella sua globalità, a meno che non metta da parte il pensiero razionale, e con esso le parole, e mi abbandoni alle sensazioni, senza alcuna pretesa di catalogare o etichettare.

A meno che non smetta di pensare.

Ispirazioni aspirando


Sto passando l’aspirapolvere.

Le mie deviazioni maniacali esigono che ogni centimetro quadrato del pavimento sia stato visitato dallo strumento pulente: decido di assecondarle, perché la mia mente sentenzia che ogni tipo di lavoro, anche il più insignificante, va fatto per bene.

Ok, mente, ti presto ascolto.

Lei è molto brava nell’affrontare problemi di questo tipo, ha subito trovato un valido criterio per non trascurare nemmeno un angolo di mattonella: suddivide il pavimento in aree più piccole; il rettangolo delimitato da tre muri laterali e dalla linea immaginaria che dal bordo del letto arriva allo spigolo della porta, quello individuato dalla nicchia della porta finestra, il piccolo corridoio fra il letto e il muro, e così via.

Mi risulta così facile aggredire l’enorme vastità dei quaranta metri quadri del pavimento di casa mia: divide et impera! E’ più agevole controllare zone di piccola dimensione, per poi passarle in rassegna nella loro totalità.

Mi rendo conto che ogni volta lo schema di suddivisione si ripete uguale a sé stesso, potrei addirittura attribuire delle etichette ad ogni area: la Zona Lato Finestra, la Zona Lato Armadio, l’Accesso al Bagno, e via di seguito.

Cosa hanno di reale queste zone? Nulla. Sono solo suddivisioni di comodo, funzionali ad una più agevole applicazione del trattamento igienizzante; di fatto esiste una sola, unica, indivisa superficie ricoperta di mattonelle.

Eppure, via via che me ne servo, queste suddivisioni acquisiscono realtà per me, e alla fine mi comporto come se avessero un’esistenza autonoma. Difficilmente i miei automatismi operativi acconsentiranno a procedere secondo frazionamenti alternativi, altrettanto arbitrari.

Da questa considerazione muovo il passo generalizzante successivo: la mia mente non si comporta così solo per questo tipo di frivola parcellizzazione, ma lo fa in continuazione, lo fa per tutto.

Ogni separazione è arbitraria, tanto quanto quella operata sul pavimento. Serve solo alla mia mente per muoversi, per trovare dei criteri di gestione dell’ambiente circostante; diversamente, non saprei in che direzione andare.

Un libro, una tazza, una sedia, un tavolo: sono solo classificazioni di comodo nella mia mente. Ho lavato la tazza e poi l’ho messa sopra il tavolo. Wow, fico, che efficacia!

Nulla di reale esiste, al di fuori di ciò che decido io con le mie suddivisioni arbitrarie quanto illusorie.

Un metodo potente ed efficace, lo devo ammettere. Ma molto, molto pericoloso, se non ne sono cosciente.

Andrà tutto bene un cazzo!


Non ci sono dubbi, l’epidemia rientrerà. Svilupperemo gli anticorpi, come singoli e come comunità. Torneremo a vederci nei pub affollati, ad abbracciarci, ad insultarci negli ingorghi cittadini.

Ma c’è un altro virus che in questi giorni così surreali si sta diffondendo, e pochi lo vedono; è un virus che non si propaga di corpo in corpo, ma di mente in mente, e le moderne tecnologie dell’informazione gli offrono potentissimi canali per dilagare incontrastato.

Avrai certo notato sui social gli innumerevoli post sull’epidemia, talvolta allarmistici, talvolta di speranza, talvolta meramente di servizio, talvolta moralizzatori (ah, quanto ci piace indicare la retta via agli altri!).

In questo fenomeno io ho notato, limitatamente a quel che può valere il mio remoto angolo di osservazione, una società che si lascia facilmente attraversare da queste ‘ondate’ informative: lo strumento principe è l’emozione che, scatenata da un articolo sui social, o da un messaggio in una chat, innesca nell’inconsapevole lettore la compulsione a condividere dopo aver ingoiato l’informazione per intero, senza averla masticata, digerita, assimilata

L’informazione circola quindi velocemente, e non senza effetti pratici, perché provoca nelle persone comportamenti pilotati e per nulla coscienti.

L’anticorpo a queste forme di epidemia è la consapevolezza, e i dati di fatto mi lasciano pensare che nella nostra società sia presente in livelli davvero bassi.

Il nostro corpo è sicuramente più intelligente della nostra mente (anche se da bravi sapiens sapiens crediamo di essere al top dell’evoluzione grazie a quest’ultima), e non ci metterà molto a prendere delle contromisure contro il Covid-19; ma la mente nemmeno sa di avere un problema, tanto è distratta dalla preoccupazione di proteggere il corpo. E anche se realizzasse di averlo, non è poi così forte da resistere alle compulsioni, diciamocelo; è molto abile a inventare scuse per occuparsi d’altro.

E se oggi il virus mentale che circola è tutto dedicato alla pandemia, quando questo tipo di emergenza sarà passato ne circolerà un altro; d’altra parte fino a qualche settimana fa circolavano i virus sull’immigrazione, sul  terrorismo, sui crocifissi nelle scuole.

Per non parlare dell’enorme numero di vittime provocato una ottantina di anni fa dal virus della razza ariana: il Covid-19 gli fa un baffo.

Concludendo: le giuste forme di profilassi che stiamo adottando, unitamente alla intelligenza del nostro sistema immunitario, ci tireranno sicuramente fuori da questa situazione drammatica. Ma se l’umanità resta all’attuale livello di inconsapevolezza, che il fenomeno Covid-19 ha reso ai miei occhi particolarmente evidente, perché mai dovrei aspettarmi che le cose migliorino?

Il sovrano addormentato


Il re governava con saggezza e rettitudine il piccolo regno di Anéros, che da parecchi anni si sviluppava florido e felice.

Era affiancato da un valido consigliere, alquanto abile nel fare di conto, al quale chiedeva aiuto ogniqualvolta fossero richieste le sue impareggiabili qualità logiche e calcolatrici, per trovare soluzione a quei piccoli o grandi problemi pratici che l’attività di ogni sovrano incontra nel quotidiano .

Il regno traeva sostentamento dal lavoro contadino: ogni suddito disponeva di un adeguato appezzamento di terreno, dei cui frutti beneficiava direttamente la famiglia e, in via residuale, la casa regnante, quale giusto compenso per l’attività di governo, nonché tutte le rimanenti figure ausiliarie.

Fra queste, un ruolo molto importante era ricoperto dai cosiddetti commedianti: poliedrici personaggi il cui compito era intrattenere, svagare, motivare, nei momenti difficili rincuorare la popolazione, indossando di volta in volta la veste di giullare, di canterino, di giocoliere, di attore comico o drammatico.

La semplicità di quella struttura sociale garantiva stabilità, equilibrio e abbondanza al regno, i cui membri si sentivano amati e valorizzati, ciascuno nella propria peculiare individualità, dal sovrano, che aveva cura di non trascurare nessuno ed era sempre pronto ad ascoltare le esigenze di ogni suddito.

Un brutto giorno il re, in un momento di particolare affaticamento, ebbe la cattiva idea di delegare una decisione al proprio consigliere; quest’ultimo si sentì molto onorato di quell’investitura, e mise in campo tutte le proprie forze ed energie per non deludere le aspettative del committente.

Riuscì nel compito con grande successo, e il re fu molto soddisfatto della decisione presa in sua vece dal proprio aiutante, al punto da ripetere l’esperimento, che sembrava non avere alcuna controindicazione: il consigliere era ben contento di sentirsi, anche solo per un momento, nel ruolo del sovrano, e quest’ultimo si sentiva sollevato da una fatica che diventava via via più grande con l’avanzare dell’età.

Imboccata questa strada, non si tardò a raggiungere il punto in cui divenne in discesa, una discesa dalla forte pendenza che faceva aumentare la velocità e rendeva sempre più difficile tornare indietro.

Fu così che il re, reso pigro dalla diminuzione del carico di lavoro, cessò del tutto di occuparsi del proprio regno, lasciando carta bianca al consigliere.

Quest’ultimo, viste le eccelse doti logiche e la predisposizione naturale ad eseguire con efficienza i compiti minimizzando i costi e massimizzando i ricavi, non tardò a trovare delle regole che gli permettessero di prendere decisioni in automatico, senza la minima fatica: aveva infatti capito che dopo un po’ i casi da affrontare si ripetevano nella struttura di base, ed era pertanto possibile attingere a un sia pur lungo elenco di casistiche per associare in automatico ad ogni problema la soluzione più appropriata, sfruttando l’esperienza del passato per evitare la fatica contingente.

Grazie a questa intuizione geniale venne stilato il manuale del regnante, un pesante e voluminoso tomo che elencava tutti i possibili problemi del popolo con le rispettive decisioni da adottare.

Si venne così a delineare un nuovo equilibrio, nel quale il sovrano restava a letto fino a tardi, si alzava solo per mangiare e poi poltriva pigramente spostandosi dal trono alle numerose poltrone presenti nel castello, per poi tornare a letto la sera in un ripetitivo trascinarsi senza meta.

Il consigliere, dal canto suo, si pasceva nel delirio di onnipotenza, avendo a tutti gli effetti preso il posto del re.

Ma gli automatismi a cui ricorreva per governare il regno non erano per nulla infallibili: le problematiche che di volta in volta emergevano non erano sempre perfettamente corrispondenti alle casistiche contemplate dal manuale, anche se ad un primo sguardo superficiale poteva sembrare così.

I sudditi cominciarono ad avvertire un crescente malessere, mentre i commedianti iniziarono ad esagerare le proprie messe in scena, spargendo talvolta paura e panico ingiustificato fra la popolazione, talvolta euforia eccessiva, stimolando e favorendo comportamenti contraddittori che portarono a conflitti interni al regno.

Gruppi di contadini si schierarono in una fazione di euforici che volevano sempre e solo gioia e felicità; altri in una fazione di sofferenti che anelavano alla fatica e al lavoro duro e disprezzavano coloro che pensavano diversamente; molte altre fazioni vennero a crearsi, e ciascuna traeva energia dal commediante di riferimento che di volta in volta portava in scena l’emozione predominante, sotto la regia delle cieche regole del consigliere.

Ben presto il caos si diffuse in tutta la collettività, che aveva perso unitarietà per ritrovarsi frammentata in una molteplicità di correnti in contrasto fra loro; le lotte intestine e le ribellioni dei contadini divennero vere e proprie malattie in seno al regno, che ormai, gravemente malato, si avviava al declino.

Il destino non era ancora segnato, ma per evitare il peggio era indispensabile che il re si risvegliasse, e togliesse lo scettro del potere dalle mani dello scellerato consigliere.

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E tu, caro lettore, cosa ne pensi? Anche tu, come me, ti senti come il sovrano addormentato col corpo in balia delle emozioni? Anche tu, come me, reputi che sia finalmente giunto il momento di disubbidire alle rigide regole imposte della mente ?

Il paradosso di Zenone


Ne esistono svariati, quello di cui voglio qui parlarti riguarda il movimento e argomenta che per spostarsi da un punto A ad un punto B, percorrendo un segmento di lunghezza finita, occorre per forza di cose passare per un punto intermedio, chiamiamolo C.

Ma prima di arrivare in C occorrerà passare per il punto intermedio che lo separa da A, chiamiamolo D. Prima di arrivare in D bisogna passare per il punto intermedio E, e così via all’infinito, perché questa iterazione si può operare un numero arbitrario di volte, ad libitum.

Ne consegue che prima di raggiungere B bisogna percorrere un numero infinito di segmenti sempre più piccoli di lunghezza finita, pertanto non si potrà mai raggiungere la meta: il movimento è, secondo questo modo di vedere, impossibile, perché la somma di infiniti pezzettini, per quanto piccoli, è un numero infinito.

L’evidenza dei fatti suggerisce il contrario, ed infatti parecchi anni dopo Newton e Leibniz sveleranno l’arcano con l’introduzione del calcolo infinitesimale: una somma infinita di segmenti sempre più piccoli può essere finita, se la “velocità” con cui si riducono i segmenti è tale da contrastare la “velocità” con cui il loro numero cresce.

Per fortuna in questo intervallo di tempo, durato secoli, nessuno si è sognato di rimanere immobile in attesa che un rinnovato impianto teorico rendesse possibile il movimento: forse perché in pochi erano a conoscenza del problema.

Ma non mi interessa qui tanto l’oggetto dell’argomentazione in sé, quanto le sue implicazioni pratiche: ovviamente nessuno è così folle da non muoversi solo perché un ragionamento logico afferma che non è possibile… ma l’assurdità, in questo caso specifico, è particolarmente evidente.

Nella realtà dei fatti osservo quotidianamente attorno a me immobilità di ogni genere, basate su argomentazioni mentali molto simili a quella che ti ho esposto, anche se meno palesi nel loro essere prive di fondamento.

La mente è abilissima a dimostrarci impossibilità di ogni tipo, basandosi per l’appunto su ragionamenti logico deduttivi: è impossibile trovare lavoro, è impossibile passare l’esame, è impossibile arrivare ad una soluzione… e noi ci crediamo ciecamente, senza sottoporre a verifica alcunché, quando a volte sarebbe sufficiente andare contro, e provare: muovere un passo e dimostrare a sé stessi che si è spesso di fronte solo ad un vincolo mentale.

Il pensiero logico nella nostra cultura viene idolatrato, ma non è in grado di spiegare la realtà: si basa su strumenti provenienti dal passato e per forza di cose ignora quelli futuri (come il calcolo infinitesimale dell’esempio citato); il mondo è molto più ricco e articolato di quanto la nostra mente, nella sua infinita presunzione, vorrebbe farci credere; pertanto esiste un’unica, vera fonte di conoscenza: l’esperienza.

Come diceva Einstein, chi dice che è impossibile non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo.

La burocrazia mentale


L’italia è nota per essere un paese impastoiato dalla burocrazia. Che si fa quando accade qualche fatto spiacevole per correre ai ripari ed evitare che non si ripeta in futuro? Semplice, si fa una bella legge nuova nuova che copra il vuoto normativo.

Incendio durante una manifestazione con morti al seguito? Nuove norme sulla sicurezza e sulle vie di fuga. Evasione fiscale? Nuove norme, serve un giro di vite contro i furbi. Intossicazione alimentare? Nuove norme sulle modalità di confezionamento dei cibi.

Il politico si sente a posto con la coscienza (coscienza? No, diciamo piuttosto che sente integra la propria immagine di fronte all’elettore) dimostrando di aver fatto qualcosa per far fronte al pericolo, e varare nuovi provvedimenti è un modo assai plateale di raggiungere l’obiettivo; al problema di farli rispettare ci penserà poi qualcuno, nel frattempo l’elettore avrà dimenticato.

E siccome di fatti spiacevoli ne accadono in abbondanza, i precetti nel tempo si moltiplicano e si stratificano al punto che, se vuoi cimentarti in qualsiasi attività, devi mettere in conto che dovrai da qualche parte rinunciare ad essere in regola.

Già, perché spesso le leggi sono così intricate che si contraddicono, e non puoi rispettarne una senza violare l’altra. L’unico modo di essere a norma è quello di non far nulla.

Ma non ne scrivo qui perché mi sta a cuore questo genere di questioni, in realtà è solo uno spunto di riflessione che mi porta a pormi la domanda: ma io sono così diverso dallo Stato italiano? Perché devi sapere che anche io ho il potere di legiferare. Non per la collettività, certo, ma per me stesso; o, se vogliamo, per la collettività delle mie cellule.

Che accade dunque quando si verifica un evento, magari traumatico? Nella mia mente si formano nuove regole che piloteranno il comportamento futuro. Se mi scotto con la stufa accesa, non la toccherò più in seguito. Se la fidanzata mi lascia inaspettatamente, diffiderò delle donne. E così via.

Sono meccanismi di difesa naturali: la mente è deputata a ciò, sarebbero grossi guai se non lo facesse. Eppure, se si perde la consapevolezza di questi automatismi, si rischia di finire invischiati nei lacci e lacciuoli  delle rigidità mentali.

Se ti guardi attorno non potrai non notare quante persone hanno smesso letteralmente di vivere, imbrigliati come sono dai loro schemi. Sopravvivono, “tirano avanti” come si suol dire, ma di certo non vivono. Perché questo è amorale, quello non si fa, quell’altro è pericoloso, quell’altro ancora è dall’esito incerto. Tutte regole stratificatesi con l’esperienza, di cui troppo spesso si dimentica di verificare i presupposti di applicabilità, che costringono nella non azione.

Io non sono certo da meno, ma una certa onestà intellettuale verso me stesso non mi permette più di far finta di niente: è necessaria una semplificazione, una decisa opera di potatura che recida senza pietà tutti quegli schemi di comportamento desueti e obsoleti, in definitiva privi di fondamento.

Perché il bisogno che ho di vivere mi porta talvolta a violare qualcuna di quelle norme, ed allora giù coi di sensi colpa, per aver violato la legge. Ma si trattava poi di una legge giusta?

E’ tempo di esercitare l’auto consapevolezza, prendere le cesoie ed operare una decisa semplificazione normativa, perché il tempo a mia disposizione non è infinito e ho ancora parecchie cose da fare.

Nati per correre


La giornata era limpida e fredda; il sole che faceva capolino da dietro le montagne dissolveva lentamente la nebbiolina del primo mattino.

Io osservavo quella meraviglia dalla finestra della camera, e dentro di me sentivo la vocina che sussurrava maliarda: “prenderai un sacco di freddo, la temperatura è sicuramente sotto zero là fuori, resta in casa al calduccio, chi te lo fa fare?”

Conoscevo bene quella voce, mi aveva spesso dissuaso dal cogliere numerose occasioni di vita, in passato, e mi forzai a fatica di non darle ascolto: sarei stato parte integrante ed attiva di quel bel paesaggio là fuori.

Indossai la termica, la fascia per le orecchie, i guanti, ed uscii.

Il freddo pungente offendeva le mie guance, lo sentivo insinuarsi lungo la gola fin giù nei polmoni; ogni mia espirazione produceva bianche nuvolette che si disperdevano pigramente sopra la mia testa.

Iniziai ad avanzare timide falcate lungo il sentiero dietro casa, che divenne presto ripida salita in mezzo ai castagni spogli.

Il fiato era corto, le gambe dure e affaticate; sentivo il crepitio delle foglie secche irrigidite dal gelo infrangersi sotto i miei piedi.

La vocina tornava a più riprese alla carica mettendomi di fronte alla folle inutilità di quella corsa nel bosco gelato: diceva che il fisico non avrebbe retto, che sarebbe stato saggio tornare indietro; ma io mi conoscevo bene, sapevo che sarebbe stato sufficiente resistere ancora un pochino, e poi la piacevole sensazione del corpo pervaso dall’energia che entra in circolo avrebbe cambiato completamente le carte in tavola.

Raggiunsi il punto di svolta: è quello in cui credi di essere arrivato al limite delle tue potenzialità; è proprio allora che bisogna sforzarsi di non credere alle illusioni della mente, che per un eccesso di zelo protettivo traccia i confini del possibile molto, molto prima di quelli effettivi.

Così feci: continuai a correre. E d’improvviso, come per magia, la fatica svanì, per lasciar posto alla piacevole sensazione di calore che abbracciava ogni cellula del corpo, contrastando in perfetto equilibrio termodinamico la pressione del freddo pungente dell’ambiente circostante.

Ero entrato a regime, la mente aveva interrotto il suo petulante chiacchiericcio, e potevo finalmente dare ascolto solo le mie sensazioni; gli alberi sfrecciavano rapidi al mio fianco, per poi diradarsi gradatamente e lasciare spazio all’ampio dosso erboso ricoperto di brina che individuava la vetta.

Mi fermai, il fiato che continuava a condensarsi in sinuose nuvolette evanescenti, a contemplare l’incantevole panorama che si poteva godere da lassù. Il sole con tutto il suo carico di energia dissolveva rapidamente il ghiaccio dai miei pensieri.

Ero vivo. Ero felice e libero.

L’ennesima, inconfutabile conferma di quanto valga la pena sforzarsi di ignorare i freddi precetti protettivi della mente, per lasciare spazio al corpo e al cuore.

Gridai ‘GRAZIE’ al vento che spazzava la vetta e ripresi la corsa, in discesa verso casa.

Il vicolo cieco


Qualche giorno fa la mia amica Lisa mi ha raccontato un fatto che mi ha riempito di ottimismo e mi ha fatto riflettere, lo voglio qui condividere con te; beh, in verità lei non si chiama così, uso degli pseudonimi per proteggere la privacy, e per lo stesso motivo non ti racconterò tutti i dettagli della vicenda, ma lascerò inalterato il succo della storia.

Lisa ha per molti anni rivestito un ruolo di aiuto nei confronti di Filippo, che si trovava e si trova tuttora in uno stato di bisogno; inizialmente questo la faceva stare bene, si sentiva utile ed in pace con sé stessa; fra i due si era venuto a creare un legame molto forte, nel quale Filippo era però di fatto dipendente da lei.

Col passare degli anni questa situazione è venuta a pesare a Lisa, che ha iniziato a non provare più lo slancio e la passione che fino ad allora le avevano fatto vivere con gioia quella relazione di aiuto.

Negli ultimi tempi si era resa conto di non riuscire più a ricoprire un ruolo che adesso viveva come un dovere, ma abbandonare Filippo avrebbe significato dargli un dolore immenso, di questo lei era certa; e di riflesso pure lei sarebbe stata malissimo.

Insomma, era imprigionata in una situazione senza via di uscita: questa la sentenza della sua parte razionale.

Improvvisamente, ecco il fatto inaspettato: un’altra persona entra nella vita di Filippo, una persona che catalizza tutte le sue attenzioni; si tratta di un evento eccezionale nella sua improbabilità, un evento davvero imprevedibile, e tuttavia accade; contemporaneamente lei tocca il fondo, capisce che non ce la fa proprio più ad andare avanti in quella situazione, e forte dei nuovi accadimenti prende la decisione: comunica a Filippo che non potrà più aiutarlo.

Sta malissimo per qualche giorno, tormentata dai sensi di colpa… poi poco a poco il ritorno alla normalità. Gli scenari catastrofici presagiti, nei quali lui avrebbe provato un immenso dolore per l’abbandono(?) di lei, non si verificano, anche grazie alla presenza in scena del nuovo protagonista.

Insomma, quella che a priori sembrava una situazione senza via di uscita, alla fine non si è rivelata tale.

A posteriori.

Quando Lisa mi ha raccontato della sua decisione coraggiosa mi sono sentito pervaso da un’ondata di ottimismo e rinnovata fiducia nella vita, ed ho maturato le riflessioni che ora sto condividendo con te.

Perché era così convinta di non avere via di scampo? La risposta che mi sono dato è: perché usava la mente per analizzare la situazione. Il cuore (forse l’anima?) le suggeriva che avrebbe dovuto cambiare, ma la mente intimava che non era possibile, che non c’era margine di azione, tutte le strade disponibili erano precluse perché troppo costose.

Tutte? Ma la ragione non può conoscerle tutte! Essa si basa sul passato, anzi, sulla sola porzione di cui è a conoscenza, e non può fare affidamento sull’infinito bagaglio di possibilità che il futuro ha in serbo.

Insomma, la razionalità è limitata perché non possiede tutti gli elementi necessari per compiere una valutazione adeguata, e tuttavia pretende con presunzione di poterlo fare, col risultato che sovente arriva a conclusioni errate e spesso depotenzianti.

Se penso che la mia tesi di laurea si è basata in gran parte sulla teoria delle decisioni, che pretende di formalizzare dei criteri elevando appunto al rango di teoria tutta questa serie di str… ehm, stupidaggini… mi viene da sorridere e darmi una pacca affettuosa sulla spalla!

Ogni volta che la mente ti intima di lasciar perdere, che non ce la potrai fare, che stai per commettere una sciocchezza… ebbene, mandala delicatamente a quel paese e segui invece ciò che l’istinto suggerisce.

Metti da parte la presuntuosa convinzione di non potercela fare. Anche solo per gioco, così, per vedere almeno una volta che succede. E se non puoi correre e nemmeno camminare, allora impara a volare!

Grazie Lisa.

Il capo egoico


Un buon capo deve essere al servizio dei propri collaboratori, deve guidarli ed indirizzarli, avendo come faro guida l’obiettivo lavorativo che insieme si vuole raggiungere; quando si comporta così, allora cessa di essere un mero capo e diventa un leader. In tutto questo il potere non entra in gioco: essere leader significa prima di tutto avere delle responsabilità.

Troppo spesso invece ci troviamo di fronte a semplici capi nel senso riduttivo del temine, che pensano prima di tutto a soddisfare le proprie esigenze egoiche di supremazia; cedere spazio decisionale ai propri collaboratori è da loro visto come una pericolosa apertura verso la perdita di prerogative, preludio per la venuta meno del ruolo a cui tanto sono attaccati.

Da questo nasce il senso di frustrazione dei collaboratori, che cessano di formulare pensieri propri e si piegano ad esprimere ciò che immaginano che il capo si aspetti da loro (quanti livelli di costruzione mentale di una realtà inesistente in tutto questo!).

L’obiettivo vero cessa di essere quello dichiarato, ma diventa surrettiziamente la soddisfazione delle esigenze del principe. E la frustrazione provoca malessere diffuso in tutto il gruppo di lavoro, al cui interno si vengono a creare conflitti fra pari, guerre fra poveri sobillate dal malato desiderio auto celebrativo del vertice.

Quanto scrivo è piuttosto demagogico, ed immagino sia facile trovarti d’accordo con me, a patto che tu sia dalla parte del collaboratore (ma finiamola con queste ipocrisie: chiamiamolo pure dipendente). Se è così, non ti sentirai minimamente tirato in ballo dal mio dito puntato, ed annuirai deciso col capo.

Col capo?

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Curiosa questa ambivalenza terminologica, vero? Beh, non si tratta affatto di ambivalenza; e se in questo discorso ti senti privo di ogni responsabilità, allora stai sbagliando: perché anche tu sei un capo, ed un capo ben più importante di quello di cui ho fin qui parlato solo a scopo metaforico.

Intendiamoci, parlo usando la seconda persona solo per catturare la tua attenzione: in realtà non posso permettermi di esprimere alcunché su di te, le mie sono solo proiezioni; la verità è che sto parlando di me, con me, che ho in passato ricoperto il ruolo di capo egoico sul lavoro e lo sto tuttora ricoprendo nel rapporto interiore.

Ma torniamo a parlare di te; quante volte ti fermi ad ascoltare i segnali provenienti dal tuo corpo? Quante volte ti prendi cura di esso, assumendo decisioni che vadano nella direzione del suo benessere globale e non del mero appagamento del tuo edonismo? Non ti rendi conto che la tua attenzione è concentrata solo sui tuoi pensieri, sulle tue preoccupazioni, sulle tue aspettative, in pratica è cortocircuitata all’interno della mente, e non si rivolge al tuo essere nella sua globalità?

Ogni cellula del tuo corpo possiede una propria intelligenza, e te lo dimostra ogniqualvolta di procuri una ferita, che guarisce miracolosamente anche se tu, ipotetico depositario del sapere supremo, non fornisci alcuna indicazione sul da farsi.

Hai a disposizione una vastità di validi collaboratori: miliardi di cellule dotate di intelligenza, organizzate in organi, strutture, sistemi complessi. Un’enorme ricchezza, un’azienda ben avviata che tu porti al fallimento, prostituendola alle follie della mente.

Non ti rendi conto di essere pure tu in questa situazione? E la posta in gioco qui non è il budget aziendale, ma la tua vita! Non sarà forse il caso che la tua mente, capo egoico per eccellenza, inizi finalmente a delegare e la smetta una volta per tutte di spadroneggiare seminando disagio e malcontento?

Ma tu, chi sei?


Tempo fa scrissi un articolo che parlava di primo piano e sfondo. Allora non mi rendevo conto delle potenzialità a cui poteva portare questo embrione di ragionamento; a distanza di qualche anno desidero ora rivalutarlo, come punto di partenza per trattare una delle domande più delicate, difficili ed utili dell’esistenza: chi sono io?

Immagino che il collegamento fra le due tematiche non sia immediato, ma lascia che provi a spiegarmi; attenzione però: l’argomento è spinoso e per nulla facile da esporre, io poi non sono certo un maestro di dialettica, per cui se vuoi abbandonare la lettura, questo è il momento giusto!

Ma torniamo a noi; partirei proprio col domandarti: ma tu, chi sei?

Ed eccoti rispondere tronfio e sicuro alla mia domanda apparentemente banale:

Ma come chi sono, sono io! Il ragionier Luca Rossi, quello che lavora alla ACME S.p.A, figlio del dottor Mario Rossi, medico di famiglia del paese di Altavalle…

No no, aspetta! Non mi hai capito.

Intanto un ‘sono io’ autoreferenziale non aggiunge alcun contenuto informativo, e lo eviterei.

Non ho poi neppure chiesto qual è il tuo nome, dopotutto non è che un’etichetta arbitraria, una vale l’altra e, anche se ce l’hai appiccicato dalla nascita… non contribuisce certo ad individuare la tua identità: non è che una parola… con dignità di nome proprio di persona, certo, ma alla fine pur sempre un’etichetta: negli Stati Uniti ti sarebbe toccato Luke… che è diverso da Luca, giusto?

Non ti ho neppure chiesto che lavoro fai: ti trovi alla ACME S.p.A. perché lì ti hanno condotto gli eventi, ma potevi benissimo lavorare in banca no? Hai il diploma di ragioniere…

Già, in effetti non ti ho neppure chiesto qual è il tuo titolo di studi… guarda che lo so che, se fosse dipeso da te, ti saresti iscritto al liceo e non a ragioneria… ma dovevi arrivare in fondo ai cinque anni col famoso pezzo di carta in mano, per tranquillizzare i tuoi genitori.

Già, i genitori… beh, loro sono sicuramente più legati a te, se parliamo di identità… i loro geni sono dentro alle tue cellule, ed i loro insegnamenti dentro alla tua struttura neurale… ma individuare un’entità attraverso un’altra non fa che spostare il problema altrove, in una ricorsione infinita prima di utilità: chi sono allora i tuoi genitori? Chi sono i tuoi nonni? E così via. Tant’è che, per spiegare meglio chi è tuo padre, hai sentito l’esigenza di precisarne il nome, la professione ed il luogo in cui esercita. Insomma, una risposta che necessita di altre spiegazioni non è poi una gran risposta.

Giacché hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui, adesso voglio vibrarti il colpo fatale: sappi che tutte quelle che hai elencato sono solo false identità che contribuiscono pesantemente a mantenere vivo il tuo stato di infelicità, e sarà opportuno per il tuo bene-essere abbandonarle quanto prima!

Ricordi quando da piccolo ti attribuivano quel fastidioso nomignolo, e tu ti arrabbiavi tanto? Lo sai perché? Perché nella tua mente stavano attaccando il falso io che credevi di essere, rappresentato dal tuo nome che veniva storpiato. Attaccano il mio nome, quindi attaccano me. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione.

E lo sai perché sei così legato al posto fisso, e continui a lavorare in ACME anche se sei infelice e vorresti fare tutt’altro? Perché sei convinto di essere quello che fai di lavoro.  Altro che balle sulla sicurezza economica. Se perdi il lavoro, perdi la tua identità. Quante depressioni fra i neo pensionati che non sanno più chi sono. Ma tu non sei il ragioniere, tu fai il ragioniere…

Hai poi mai udito le barzellette sui titoli di studio? Quelle che se la prendono con ingegneri, fisici e matematici in particolare… sono tutti modi per stuzzicare la suscettibilità di alcune persone favorendo un sorriso in altre; e su cosa si basa il giochino? Sull’attacco di una falsa identità, basata sul titolo di studio!

E adesso cominciamo a fare sul serio, gran figlio di puttana!

Pesante vero? Quale insulto peggiore riusciresti ad immaginare? Anche qui, si sta cercando di attaccare una tua falsa identità. Tu non sei tua madre né, tanto meno, l’attività che esercita. E se davvero si occupasse del mestiere più antico, lo stesso varrebbe per lei: fa la puttana, non è una puttana.

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Ti sembrano sofismi, vero? Eppure ragionare in un modo o nell’altro fa la differenza, provare per credere. Perché se davvero non pensi di essere tutto ciò, qualsiasi cosa accada che lo metta in discussione non ti toccherà più di tanto. Non è filosofia, ma pratica di vita.

Se mi stai seguendo, la tua mente sta lentamente sfrondando tutta una serie di falsi io, e sta riducendo all’osso tutte le possibilità, forse abbandonando l’astrazione per arrivare alla fisicità: io sono quello alto un metro e ottanta, con gli occhi verdi ed i capelli castani, il naso pronunciato, magro e poco muscoloso. La stempiatura sta cominciando ad essere fastidiosamente evidente.

Ebbene, mi spiace deluderti, ma sospetto fortemente che tu non sia neppure nulla di tutto ciò. E questo è più difficile da digerire, lo so. Eppure, tu hai gli occhi verdi, non sei i tuoi occhi verdi. Tranquillizzati, non sei neppure la tua stempiatura incipiente. Ricordi il Vitangelo Moscarda di pirandelliana memoria, col suo naso che pende verso destra?

Ma allora, se ti chiedo di abbandonare tutte queste false sicurezze, che cosa rimane alla fine?

Questo articolo è insidioso perché, se lo fai tuo fino in fondo, rischi di creare un vuoto che porta allo smarrimento e forse alla depressione. Ma io so che difficilmente gli attribuirai una qualche validità, perché questo metterebbe a rischio le tue certezze, ti priverebbe di punti di riferimento. Non sei abbastanza folle per farlo.

Per me, che invece non disdegno un pizzico d follia, è stato effettivamente così, finché non ho trovato un modo per riempire quel vuoto; provvisoriamente, perché nessuna risposta deve mai essere quella definitiva.

E l’ho colmato grazie a letture che facevano leva sulla distinzione fra primo piano e sfondo; forse avrai iniziato ad intuire dove voglio andare a parare, ma direi che per il momento ho scritto ed annoiato a sufficienza: è il caso di terminare qui, con l’impegno di proseguire i miei deliri in uno dei prossimi articoli.