Archivi tag: automatismo

L’intelligenza dei computer


I computer sono stupidi.

A dispetto di quanto vuol farci credere la cinematografia nella quale ci si affida spesso al responso del cervello elettronico, i computer non sanno fare più di ciò per cui sono stati istruiti. Paragonati ad un essere umano, sono in grado di farlo molto velocemente: è questo che regala loro un’aura di pseudo intelligenza.

I computer funzionano grazie a programmi, codificati da esseri umani. A volte esistono programmi che creano altri programmi, in una catena che può anche essere anche lunga, ma risalendola a ritroso si arriva sempre ad un’origine di natura umana.

Riducendolo ai minimi termini, un programma per computer può essere ricondotto alla seguente sequenza:

Se si verifica questo
  allora fai questo
altrimenti se si verifica quest'altro
  allora fai quest'altro
...
altrimenti se ti hanno detto di terminare
  allora termina
altrimenti ripeti dall'inizio

Ovviamente la sequenza di se… allora… è mostruosamente lunga, ma questo non aggiunge complessità al modello.

Risulta subito evidente un fatto: se si verifica un evento non previsto, il programma non sa che fare; non riuscendo a gestire la situazione si bloccherà, andrà in errore, o semplicemente ignorerà il fatto.

Il programma viaggia lungo solchi rigidi ed immutabili.

Il cervello umano è diverso, in particolare quello dei bambini. Il cervello umano crea nuove regole in base all’esperienza ed agli errori. In pratica è un programma che si auto adatta, pur se non strutturato nella maniera rigida schematizzata sopra. Il cervello umano può permettersi di ignorare tutte le istruzioni, per inventarsene una nuova sul momento. Il cervello umano ha il grosso vantaggio di poter sbagliare.

Che gli succede col passare del tempo? Col passare del tempo tende a comportarsi come il programma. Mano a mano che cresce l’esperienza, che gli accadimenti quotidiani possono essere ricondotti a modelli già visti, entra in gioco l’automatismo, molto efficiente perché permette di dare una risposta quasi immediata allo stimolo esterno.

Il cervello diventa infallibile nell’ambito di un certo dominio applicativo: fornisce risposte immediate ed invariabilmente corrette. Ma stereotipate ed in ultima analisi stupide.

capricci_e_computer

Le risposte di un anziano sono molto meno originali di quelle di un giovane, e spesso le idee di quest’ultimo sono giudicate errate dal primo perché da lui non catalogabili nella sequenza di istruzioni del proprio programma.

L’anziano ha molte più probabilità del giovane di “andare in blocco”, perché col tempo dimentica di avere la possibilità di auto aggiornarsi, immerso com’è nella presunzione alimentata dai propri successi.

In parole povere, invecchiando si tende a diventare stupidi. Ma non a causa di deficit mentali, demenze senili o affini, ma della propria presunzione e pigrizia che offrono rifugio nel confortevole calore delle abitudini.

Occorre un grosso sforzo di volontà per non cadere nella trappola, ma è l’unico modo per non invecchiare sul serio.

I vincoli della libertà


Una delle mie supposte di saggezza recita:

Lasciatemi libero di scegliere la mia prigione.

Voglio ora delineare meglio questo argomento.

Da sempre aspiro alla libertà, perché da sempre mi sento in catene; in realtà però credo di non aver mai compreso appieno da dove nasca questa sensazione, e quale sia la vera natura della mia irrequietudine.

Ho sempre dato per scontato che i vincoli venissero da fuori: obbligo di andare a scuola, di fare i compiti, di andare a militare (ahimé questo rivela certe scomode informazioni anagrafiche), di andare in ufficio, di fedeltà coniugale finché morte non vi separi e così via, risalendo con livelli crescenti di nobiltà dell’entità vincolante fino a giungere ai famosi dieci comandamenti.

Poi mi sono chiesto: cos’è questa tanto anelata libertà? Va intesa come assenza di alcun limite? Non è logicamente possibile, perché ogni nostra azione è fonte di vincoli. Prendo l’aereo per Parigi? Sono obbligato ad andare in quella città. Vendo la macchina? Devo spostarmi con mezzi alternativi. Accetto quel posto di lavoro? Devo recarmi ogni giorno in ufficio. Finisco le scorte alimentari? Devo uscire a fare la spesa.

Guardando l’intera faccenda da quest’altra prospettiva, l’origine delle mie limitazioni non sono gli altri, ma io stesso.

Questa è al contempo una brutta e una bella notizia. Brutta, perché non posso più riversare sull’esterno la colpa delle mie sfighe. Bella, perché se le leve del comando sono in mano mia, posso fare qualcosa per migliorare.

Questo, accettato fino alle sue estreme conseguenze, porta ad un’altra presa di coscienza, la più difficile da metabolizzare: la vera libertà non consiste nel fare quello che più ci piace, ma nel rispettare rigorosamente gli obblighi che ci siamo auto assegnati. Sì, perché se è relativamente semplice andare a messa nei giorni comandati o prendere le medicine prescritte dal dottore, non lo è altrettanto seguire la dieta, smettere di fumare, rinunciare alle nostre malsane abitudini.

favola-volpe-gallina-liberta

Questa è la nostra vera prigione, ma non la vediamo, pensiamo sia altrove e forse ci fa comodo così: la prigione sta nella nostra impossibilità di prendere decisioni e portarle a compimento con ferrea volontà.

Libertà allora significa imporci degli obiettivi e perseguirli con determinazione, tracciare dei binari che conducano ad un risultato ed avere la forza di non deragliare mai. Sembra paradossale, eppure è dall’incapacità di rimanere aderenti ad un comportamento prefissato che scaturisce la nostra vera natura di schiavi.

Tu credi che posticipare l’inizio della dieta sia stato frutto di una tua libera scelta (ma sì, inizia pure dopo le feste) mentre in realtà non hai fatto che adottare l’unico comportamento che la tua natura umana ti metteva a disposizione. Non c’era possibilità di scelta, ma la tua mente, con un prodigio di strategia psicologica, ti ha convinto sia stata una tua decisione.

Lo so, pensi si tratti di sciocchezze. Dimostramelo. Anzi, fai qualcosa di più utile: dimostra a te stesso di avere ragione. Scegli, in totale libertà ed onestà, di rinunciare per un mese ad una delle tue abitudini. Sempre in totale libertà, prova a metter in pratica questo intento.

Misura, con galileiano metodo scientifico, quanto sei libero di raggiungere l’obiettivo.

L’inevitabile atto di volontà


Voglio adesso tirare un po’ le fila di un discorso abbozzato in articoli precedenti, in particolare quelli in cui parlavo di abitudini (L’inversione dello strumento e L’esperimento della radio) e incazzature dovute a comportamenti altrui (Perché ce l’hanno con me?).

Sembrano argomenti apparentemente scollegati, in realtà sono unificati dal filone portante di questo blog, la presenza di solchi mentali. Ti chiedo la cortesia di farti un po’ di violenza psicologica nel leggere queste righe, perché ho intenzione di turbare, per l’ennesima volta, il tuo amor proprio.

Partiamo dall’ultimo articolo citato: in quell’occasione ho rilevato come, dato un evento esterno che ci danneggia, il nostro livello di rabbia sia molto più elevato se la causa scatenante è umana e non accidentale. Dico ‘accidentale’ proprio per rimarcare la differenza: intendo la totale mancanza di una qualche forma di volontà che causi, direttamente o indirettamente, il danno.

Già, perché se dall’altra parte c’è un evento fortuito, da un lato non ho modo di intravedere una qualche forma di persecuzione nei miei confronti (o, al meglio, colposa mancanza di riguardo), dall’altro non c’è nessuno con cui prendersela, viene meno la liberatoria soddisfazione di attribuire la colpa (anche se molti, affetti da manie di persecuzione, tendono a sottoporre a straordinari la propria fantasia pur di trovare il modo di riuscirci, arrivando persino a catalizzare una temporanea entità divina).

Alla base di tutto sta però un assunto: che ci sia differenza fra l’atto umano e l’evento accidentale. Il primo è causato da una volontà, e pertanto è evitabile, il secondo no: pur se apparentemente casuale, andando ad analizzarne a posteriori la meccanicità riusciamo a consolarci intravedendone l’ineluttabilità; pazienza, era destino! Tutt’altra cosa per quello stronzo del mio vicino che non si è preoccupato di tenere a bada le sue dannatissime capre, che hanno divorato la mia insalata.

Ma sei sicuro che le cose stiano così? Rispolveriamo adesso il discorso delle abitudini. Se ci fai caso, noterai quando queste siano preponderanti nel guidare i tuoi gesti quotidiani, molto più di quanto tu possa immaginare a prima vista. E più avanzi negli anni, più i solchi scavati le consolidano. E cosa sono le abitudini, se non meccanicità? Inevitabilità?

cellulare

Ora, se solo per un momento provi a pensare al tuo vicino come ad un agente permeato da abitudini, da meccanicità, non ti riesce forse più facile annoverarlo fra le cause accidentali? Se la risposta è no, probabilmente è dovuta al fatto che non riesci veramente ad inquadrarlo in quest’ottica.

Non ti chiedo (per ora) lo sforzo di considerare te stesso come un automa per lo più caratterizzato da mancanza di volontà, anche se dalla cosa trarresti enorme beneficio, ma di farlo con chi ti sta attorno. Prova ad osservarli, a notare quante cose fanno in un certo modo perché non possono fare diversamente. Se riesci a vederli in quest’ottica, allora riuscirai forse a giustificarli.

Non è un invito all’impunità, se qualcuno infila la mano nella pentola in ebollizione è normale che si ustioni, anche se lo ha fatto meccanicamente; è certamente opportuno che ciascuno subisca le conseguenze delle proprie azioni, ma questo non significa che non sia meritevole di un minimo di comprensione. Non fosse altro che per evitarci inutili, dispendiosi rancori.

Non ti convince quanto dico? Sii galileiano allora, sperimenta: scegli una delle tue abitudini, una ben radicata, e prova per una settimana a non lasciarti manipolare da essa, a sottrarti. Vedrai quanto sarà difficile, vedrai quanto ti sentirai meccanico.

E ricorda che le abitudini non guidano solo i comportamenti, ma anche le opinioni.

L’inversione dello strumento


La linea guida di questo blog vuole mettere in guardia il lettore dai solchi delle sue abitudini mentali; la porto avanti con tale convinzione che mi sono reso conto di correre il rischio di essere frainteso, e voglio ora sgomberare il campo da eventuali equivoci.

Mi ha portato a questa riflessione un’amica osservando, pur se in un contesto completamente differente, come il combattere le nostre abitudini finisca il più delle volte col sostituirne una con un’altra. E allora mi sono chiesto: perché accade ciò? E soprattutto: è davvero un male che accada?

Pensa un attimo a come sarebbe la tua vita senza automatismi: per ogni piccolo gesto da compiere, il tuo cervello si troverebbe impegnato in innumerevoli decisioni: è meglio che prenda prima il barattolo del caffè o il latte dal frigo? E prima ancora: stamattina faccio colazione? E prima ancora: è meglio spegnere la sveglia con la mano destra o con la sinistra?

Ti renderai condo che una situazione del genere è da manicomio: ti ritroveresti già spossato prima ancora di arrivare sul posto di lavoro.

Quindi l’operato del nostro cervelletto è utile. E allora perché scriverne tanto?

Ci ho riflettuto su, e sono giunto a questa conclusione: l’automatismo è uno strumento che ci aiuta a raggiungere determinati obiettivi in modo più o meno efficace; in sé è dunque molto utile. Non va demonizzato.

Il problema sorge quando da strumento si trasforma in obiettivo.

Quando un’abitudine, che si è consolidata a causa della sua ripetizione, ti costringe a compiere gesti privi di scopo se non quello di reiterare un comportamento, lì si crea la distorsione. E la mancanza di consapevolezza di tutto ciò garantisce il perdurare della situazione e ne costituisce un’aggravante.Evolution-Of-Robot

Quante volte senti dire da persone di esperienza che una determinata attività “si fa così!”? Ma si fa così per motivi di opportunità, o perché si è rivelato utile in passato e a furia di farlo ci si è abituati?

Credo sia questo il criterio con cui discriminare: l’abitudine, il solco, è uno strumento che l’evoluzione ha sviluppato in noi perché è vantaggioso, sta a noi capire quando ci sta prendendo la mano ed evitare che accada.

Per analogia: il telefono e Internet sono strumenti di comunicazione utilissimi; ma nel momento in cui ne diventi schiavo e li usi solo per il piacere di farlo (o perché senti una pulsione che ti spinge a farlo), in quel momento diventano dei bisogni: l’inversione è avvenuta.

Se ne sei consapevole, continua a non esserci nulla di male.

Se ne sei consapevole.