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Fiducia in me stesso


Quando corri lungo sentieri di montagna devi forzarti ad essere presente, non puoi lasciare la mente libera di vagare: ogni passo falso può degenerare in una pericolosa caduta. L’attenzione deve essere focalizzata sul corpo e sul percorso, soprattutto se quest’ultimo è in discesa.

Proprio in una di queste discese, piuttosto ripida e sassosa, portando l’attenzione ai miei movimenti ho fatto mia una semplice considerazione: accidenti, ho proprio una gran fiducia in me stesso!

Già, perché se ci rifletti l’atto di correre implica, per brevi attimi che si susseguono in rapida successione, l’abbandono del corpo al vuoto e alla forza di gravità; c’è un istante in cui un piede si stacca da terra mentre l’altro è ancora in aria: se fossero due compagni di squadra (e a mio avviso in un certo senso lo sono) potremmo ben dire che hanno un eccezionale affiatamento, per di più se la pendenza negativa è elevata; l’esito dell’atterraggio, poi, non è per nulla scontato: non è detto che il terreno sia stabile, magari quella pietra che sembra ferma in realtà è smossa, si può scivolare sulle foglie, sul fango, sul terreno polveroso… talvolta un pensiero funesto mi sfiora, ma lo scaccio subito: “cavoli, se metto un piede in fallo adesso mi faccio davvero male!”

Io credo che non abbiamo sufficiente consapevolezza di quanto questo gesto sia complesso, lo diamo spesso per scontato perché acquisito in tenera età, ma chi ha dei figli sa bene quanto difficile sia imparare a camminare, figurarsi a correre.

Quindi, ogniqualvolta incontro un momento di debolezza, di scarsa autostima, di poca fiducia nelle mie capacità, posso portare alla memoria questo fatto: che diamine, io so correre in un sentiero di montagna anche in ripida discesa, cos’altro può spaventarmi?

Tutto più chiaro che qui


Lo so, lo fai in buona fede, per alleviare il malessere che leggi nei miei occhi. Immagino che visto da fuori sia tutto più chiaro, e la soluzione ai miei problemi così evidente che ti domandi com’è possibile che non riesca a tirarmi fuori da questa situazione con pochi semplici passi.

Lo so, probabilmente se mi comportassi come tu suggerisci potrei levarmi d’impiccio.

Lo so.

Eppure, vedi, i tuoi consigli mi sono tutt’altro che di aiuto.

Perché quello che non sai è che il mio malessere non deriva dal problema in sé, ma da come io mi sento in relazione ad esso. E, allora, il grosso nodo da sciogliere non è il primo, ma il secondo.

Vorrei che capissi quanto mi sento inadeguato, sbagliato, impotente; vorrei comprendessi che tutti quei sassolini mi appaiono enormi massi; e vorrei che lo accettassi; vorrei che mi accettassi così come sono, in questo mio essere sbagliato, fragile, indifeso, e mi dicessi: “ehi, lo so che ti senti inadeguato, ma va bene così, non ti crucciare, vedrai che presto troverai le forze per venirne fuori, per ora hai fatto tutto quanto era nelle tue possibilità; ehi, va tutto bene così, adesso riposa un poco, ok?”

Perché da troppo tempo sento la mancanza dell’affettuosa comprensione di un genitore.

In questo modo mi sentirei meno solo, meno incompreso. Meno sbagliato.

Come posso compiere una qualsiasi azione, pur piccola, se mi sento inadeguato? Dove posso trovare l’energia necessaria per muovere anche un solo passo nella giusta direzione, se dentro di me c’è la profonda convinzione che il vero problema sia io?

E’ questo che non comprendi, è questa la mia vera difficoltà. Ed i tuoi consigli, perdonami, non fanno che accentuarla, confermandomi che sì, sono inadatto, e forse un poco sciocco a non vedere una soluzione così evidente, e che lo sono sicuramente nel lamentarmi senza fare alcunché per migliorare la situazione.

I tuoi consigli mi fanno anche pensare (lo so che non è questa la tua intenzione, ma il subconscio è subdolo) che tu mi voglia liquidare con una pasticca anti infiammatoria, per non sentire più parlare del mio malessere.

A me non serve qualcuno che mi risolva i problemi, ma qualcuno che mi stia vicino, creda in me, e mi conceda la sua fiducia. Così potrei trovare più facilmente l’energia per credere a mia volta nelle mie possibilità, e raggiungerla con le mie forze, la mia soluzione.

Se pensi di non potermi dare questo non ti preoccupare, lo so che è difficile, non te ne farò una colpa; cerca però di tenere per te i tuoi consigli: costruirò da solo l’autostima necessaria per andare avanti, ci vorrà forse un po’ più di tempo, ma intanto tu, ti prego, non mi ostacolare.

Le prove del nostro valore


Ognuno di noi è un essere meraviglioso, in grado di fare grandi cose; certo, nessuno può essere al top in ogni campo, per questo è essenziale che ciascuno sappia capire le proprie potenzialità, che lo porteranno ad eccellere in qualcosa.

Tu, proprio tu, in quanto persona di valore, puoi creare grandi cose. Ma attenzione, c’è un problema, ed è questo: normalmente non ragioniamo così, ma alla rovescia; siccome compio imprese eccezionali, allora sono una persona eccezionale. Il cui duale, alquanto abusato, diventa: siccome non compio imprese eccezionali, allora non valgo una lira.

Ti è chiara la differenza? Ciò che facciamo diventa la causa, la prova, di ciò che valiamo. Ma non è così! L’origine di tutto sta nel nostro valore, e nella consapevolezza che ne portiamo, anche se non abbiamo ancora combinato alcunché che sia apparentemente degno di nota.

Se siamo consci del nostro valore, troveremo l’energia per fare bene; se aspettiamo da noi stessi una prova che dimostri quanto siamo bravi, non arriveremo mai da nessuna parte e rimarremo fermi sulla linea di partenza.

Muovendo da questa nuova prospettiva non ci sarà fallimento che potrà spaventarci, perché non potrà mai trasformarsi in una prova della nostra presunta inettitudine.

Magari (e mi auguro non sia il tuo caso) potresti essere troppo affezionato al ruolo di fallito per accettare questo punto di vista; sapere di essere all’altezza aumenta il nostro amor proprio, ma mette in crisi la tranquillità e minaccia l’essere pigro che è in noi.

Ma se sono stato in grado di solleticare in te un minimo di riflessione con queste mie parole, ricorda: la vera vita inizia dove finisce la nostra comfort zone.

Mi considerano, ergo sum…


Voglio qui riassumere e sistematizzare un po’ di spunti che ho raccolto negli ultimi tempi in tema pedagogico.

Questo articolo ha due chiavi di lettura:

  • da genitore, come indicazione per evitare alcuni errori che invece io ho fatto a più riprese e sui quali sto attualmente lavorando;
  • da figlio, per capire il perché di certi tuoi atteggiamenti nei confronti della vita, posto che anche tu potresti essere vittima degli stessi errori. Io ho la certezza di esserlo.

Partiamo da una considerazione: cosa ti fa capire che esisti? Detto diversamente: quali sono le informazioni che ti permettono di pensare a te stesso come persona, come individuo?

Poiché l’uomo è un animale sociale, la stragrande maggioranza di questo patrimonio informativo è costituito da stimoli provenienti da altri esseri umani; nell’infanzia in particolare da genitori ed educatori. Di fatto, ti rendi conto di esistere quando ricevi dei feedback da qualcuno. Non solo, dalla tipologia di questi feedback capisci anche che genere di persona sei.

Immagina ora un bambino che riceva solo feedback di tipo negativo: questo è sbagliato, così non si fa, vieni via da lì, stai attento, adesso basta, finiscila, eccetera eccetera; che immagine di sé pensi possa costruire? Quale autostima svilupperà? Quale sarà la sua attitudine ad affrontare le difficoltà della vita?

La tendenza del genitore è spesso quella di intervenire a correzione di comportamenti che non vanno, piuttosto che a corroborare comportamenti virtuosi; se il bambino gioca a palla in un prato non viene considerato granché, se si sposta a fare l’equilibrista su un muretto viene ripreso con vigore. Alla fine si crea un meccanismo che va a filtrare i soli feedback di tipo negativo, posto che quelli di tipo positivo sono ritenuti superflui.

Piano piano si andrà a consolidare la tendenza a costruire un’immagine di sé distorta, sbilanciata a favore del giudizio negativo di sé: ‘tutto quello che faccio è sbagliato!” e quindi: ‘IO sono sbagliato’.

Capisci come, date queste premesse, la tua attitudine ad affrontare imprese ardimentose possa essere bassa? Bada bene, ‘ardimentose’ a giudizio tuo, probabilmente ‘ordinarie’ ad un giudizio obiettivo.

L’educazione tende, in totale buona fede, a soffocare le nostre potenzialità, piuttosto che ad incoraggiarle. Ma c’è di peggio.

educazione-bambino

Al bambino piace l’idea di esistere come individuo, ogni conferma della sua esistenza è gratificante. E siccome esiste quando riceve l’attenzione in particolare di mamma e papà, farà qualsiasi cosa gli permetta di ricevere questa attenzione.

Che succede quindi se mamma e papà lo considerano solo quando fa qualcosa che non va? Farà proprio quella cosa, ovvio!

Io so che i capricci per mangiare non si fanno, però se mangio tutto da bravo bambino la mamma non mi considera granché, mentre se mi lamento e dico che il pranzo non mi piace mi regala un sacco di attenzioni; cosa pensi che farò?

Qui molti genitori avranno da ridire: non è vero, quando mio figlio si comporta bene glielo faccio sempre notare. Certo. Ma vuoi per un attimo paragonare la carica di energia che metti nell’elargire un ‘bravo’ con quella che ti permette di fiondarti sul figlio che sta a tuo avviso per cascare dai due metri del muretto?

Dedica qualche tempo ad osservare queste dinamiche, ne vale la pena.

Cosa succede poi se il figlio cade e, preso dallo spavento, si mette a piangere? Forse in prima battuta lo sgridi, più probabilmente lo prendi in braccio e lo consoli, in ogni caso gli dedichi tutta la tua persona, anche se in definitiva non si è fatto nulla.

Adesso proietta quel figlio nell’età adulta: la caduta dal muretto si traduce in ‘licenziamento’. Pensi che il bambino si rialzerà per cercare una nuova occupazione, oppure si metterà a piangere andando a cercare la mamma dai sindacati?