Nell’articolo precedente ho esposto alcune limitazioni della logica, strumento principe utilizzato dalla mente occidentale per effettuare ogni tipo di valutazione; voglio adesso giocare il carico da dieci.
Non intendo tediarti con pesanti disquisizioni matematiche, impresa che peraltro non sarei in grado di portare avanti in modo rigoroso, quindi rimarrò sul piano metaforico: supponiamo che tu sia invitato ad una festa organizzata da un amico, il quale ti ha informato che saranno presenti sei uomini e quattro donne, tu e lui compresi.
Da questa informazione iniziale puoi dedurne altre:
in totale sarete in dieci
i maschi saranno meno delle femmine
non è vero che le femmine saranno più dei maschi
non sarà possibile effettuare balli di coppia senza lasciar fuori qualche maschio
ecc.
Ovviamente le deduzioni hanno valore fintanto che la proposizione iniziale rimane vera: assumendo che il tuo amico sia affidabile, ti senti di poter mettere tranquillamente la mano sul fuoco circa la validità delle tue deduzioni: è un po’ come se tutte quelle informazioni fossero già implicitamente presenti nella prima.
Ebbene, tutta la matematica ragiona così: esistono poche informazioni iniziali, assunte per vere data la loro ovvietà (ma già qui si potrebbe discutere), e a partire da queste si costruisce l’enorme impianto teorico che poi ci viene freddamente propinato sui banchi di scuola.
Si parte dunque da un limitato insieme di enunciati (“saranno presenti sei uomini e quattro donne”), su questi si applicano delle regole per derivarne altri (“i maschi saranno meno delle femmine”), e poi si usano gli strumenti della logica per capire se sono veri o falsi.
Detto in altri termini, a partire da un insieme di affermazioni iniziali (e una serie di regole combinatorie) puoi derivarne un insieme più grande; tutte saranno valide dal punto di vista lessicale, ma solo alcune saranno vere (ad esempio, “le femmine saranno più dei maschi” è valida dal punto di vista lessicale, ma non vera in base all’assunto di partenza).
I matematici fino ai primi del novecento avevano un obiettivo ambizioso e, visto col senno di poi, presuntuoso: fissare un numero di affermazioni iniziali ritenute vere senza bisogno di dimostrazione perché ovvie (assiomi) e su queste costruire tutto l’impianto teorico della matematica; il capofila di questa missione era il tedesco David Hilbert.
Ma ecco improvvisa la doccia fredda, come un fulmine a ciel sereno; nel 1929 un altro matematico (l’austriaco Kurt Gödel, il mio mito) se ne esce fuori col suo teorema di incompletezza che sancisce in modo definitivo: non è proprio il caso di sbattersi ulteriormente nell’impresa, perché è logicamente impossibile!
Curioso vero? I limiti della logica dimostrati usando la logica stessa.
Insomma, Gödel dimostra che non è possibile, nemmeno in linea di principio, stabilire un elenco di affermazioni iniziali dalle quali poi si possano dedurre la verità o falsità di tutte le altre: esisterà sempre un’affermazione che sappiamo essere vera ma senza poterlo dimostrare!
Come facciamo allora a sapere che è vera? Perché usiamo informazioni aggiuntive che non appartengono all’elenco di partenza, e quindi “vediamo” cose che il sistema di affermazioni e deduzioni non “vede”; noi osserviamo la questione “dal di fuori”: ecco i vantaggi dell’essere distaccati.
Beh, dirai, ma allora è semplice: basta aggiungere questa affermazione mancante all’elenco, ed ecco che tutto va a posto…
Eh no, controbatte l’amico Kurt: è sempre possibile trovare un’altra affermazione, sintatticamente valida, di cui non si riesce a dimostrare la verità restando entro i limiti del sistema di assiomi, ma che noi sappiamo essere vera.
Non so se mi hai seguito fino in fondo, ma la portata di tutto questo è eccezionale!
Intanto dimostra che la nostra intelligenza va oltre la logica, perché riesce a vedere realtà non raggiungibili da una fredda sequenza di deduzioni; in secondo luogo ci tranquillizza su catastrofici scenari futuri nei quali i computer prendono il sopravvento: finché si baseranno su ferree procedure booleane rimarranno dei meri, stupidi servitori.
Ma soprattutto evidenzia che l’essere umano è dotato di un dono, la creatività, che va oltre ogni logica (per l’appunto!).
Ciò che più mi fa riflettere su tutto questo è il modo in cui Gödel è riuscito a dimostrare il suo teorema; non ho le conoscenze né le capacità per spiegartelo in modo rigoroso, ma ha a che fare con l’autoreferenzialità: è riuscito a trovare, usando le regole del sistema, un’affermazione che parla di sé stessa (alla guisa della famosa citazione di Parmenide “questa frase è falsa”).
Questa situazione circolare ha mandato in tilt il sistema dimostrandone la debolezza, un po’ come un programma per computer che entra in loop bloccandosi; eppure, per arrivare a dimostrare questo, noi esseri umani siamo in qualche modo in grado di aggirare queste limitazioni… e mi piace pensare che è proprio in questa sorta di capacità di essere autoreferenziali che risiede la nostra potenza!
L’auto coscienza, l’auto osservazione, la consapevolezza di sé è lo strumento per mandare in tilt gli auto… matismi (!) e prendere finalmente il controllo della nostra vita, affrancandoci dalla schiavitù dei programmi mentali che ci hanno installato nel tempo attraverso l’educazione.
Temi forse che questo ti possa condurre alla pazzia? Il rischio è concreto, finché rimani aggrappato alle certezze della logica…
Ne esistono svariati, quello di cui voglio qui parlarti riguarda il movimento e argomenta che per spostarsi da un punto A ad un punto B, percorrendo un segmento di lunghezza finita, occorre per forza di cose passare per un punto intermedio, chiamiamolo C.
Ma prima di arrivare in C occorrerà passare per il punto intermedio che lo separa da A, chiamiamolo D. Prima di arrivare in D bisogna passare per il punto intermedio E, e così via all’infinito, perché questa iterazione si può operare un numero arbitrario di volte, ad libitum.
Ne consegue che prima di raggiungere B bisogna percorrere un numero infinito di segmenti sempre più piccoli di lunghezza finita, pertanto non si potrà mai raggiungere la meta: il movimento è, secondo questo modo di vedere, impossibile, perché la somma di infiniti pezzettini, per quanto piccoli, è un numero infinito.
L’evidenza dei fatti suggerisce il contrario, ed infatti parecchi anni dopo Newton e Leibniz sveleranno l’arcano con l’introduzione del calcolo infinitesimale: una somma infinita di segmenti sempre più piccoli può essere finita, se la “velocità” con cui si riducono i segmenti è tale da contrastare la “velocità” con cui il loro numero cresce.
Per fortuna in questo intervallo di tempo, durato secoli, nessuno si è sognato di rimanere immobile in attesa che un rinnovato impianto teorico rendesse possibile il movimento: forse perché in pochi erano a conoscenza del problema.
Ma non mi interessa qui tanto l’oggetto dell’argomentazione in sé, quanto le sue implicazioni pratiche: ovviamente nessuno è così folle da non muoversi solo perché un ragionamento logico afferma che non è possibile… ma l’assurdità, in questo caso specifico, è particolarmente evidente.
Nella realtà dei fatti osservo quotidianamente attorno a me immobilità di ogni genere, basate su argomentazioni mentali molto simili a quella che ti ho esposto, anche se meno palesi nel loro essere prive di fondamento.
La mente è abilissima a dimostrarci impossibilità di ogni tipo, basandosi per l’appunto su ragionamenti logico deduttivi: è impossibile trovare lavoro, è impossibile passare l’esame, è impossibile arrivare ad una soluzione… e noi ci crediamo ciecamente, senza sottoporre a verifica alcunché, quando a volte sarebbe sufficiente andare contro, e provare: muovere un passo e dimostrare a sé stessi che si è spesso di fronte solo ad un vincolo mentale.
Il pensiero logico nella nostra cultura viene idolatrato, ma non è in grado di spiegare la realtà: si basa su strumenti provenienti dal passato e per forza di cose ignora quelli futuri (come il calcolo infinitesimale dell’esempio citato); il mondo è molto più ricco e articolato di quanto la nostra mente, nella sua infinita presunzione, vorrebbe farci credere; pertanto esiste un’unica, vera fonte di conoscenza: l’esperienza.
Come diceva Einstein, chi dice che è impossibile non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo.
Non sono colui che scrive in un blog poco conosciuto, non sono l’appassionato di ciclismo, non sono il podista dilettante.
Non sono l’amico su cui puoi contare, non sono la persona inaffidabile che dice bugie.
Io non sono lo studente modello, né il lavoratore serio, né il pasticcione distratto che dimentica le cose e talvolta combina guai.
Non sono l’improvvisato strimpellatore di chitarra, né il canterino dalla voce incostante che ama esibirsi al karaoke così, tanto perché qualcuno gli presti attenzione.
Non sono i muscoli doloranti dopo un pesante allenamento, non sono le mani che tremano prima di una prova, non sono il cuore che si restringe dopo un dispiacere.
Non sono chi ha bisogno di sentirsi dire ‘bravo’, che cerca l’approvazione altrui per sentirsi a posto.
Non sono quel naso pronunciato, né quella nuca sfuggente; non sono quel paio di occhiali tanto temuti in gioventù, né quei capelli che iniziano ad ingrigire.
Non sono chi ama produrre manufatti in legno, non sono lo psico filosofo.
Non sono l’amante della montagna, né il sognatore perso davanti alla vastità del mare.
Già, il mare.
Neppure il mare è l’onda, nessuna di quelle migliaia di onde che lo increspano, lo rendono armonioso, talvolta temibile, minaccioso: il mare è lo spazio che permette all’onda di esistere.
Io non sono questo o quello. Io semplicemente sono, senza necessità di completare con alcuna connotazione positivista.
Sono lo spazio delle possibilità entro cui si concretizzano quelle manifestazioni accidentali che costruiscono una personalità illusoria.
Io sono il vuoto, e a questo voglio ritornare, perché questo è il mio senso di esistere.
L’italia è nota per essere un paese impastoiato dalla burocrazia. Che si fa quando accade qualche fatto spiacevole per correre ai ripari ed evitare che non si ripeta in futuro? Semplice, si fa una bella legge nuova nuova che copra il vuoto normativo.
Incendio durante una manifestazione con morti al seguito? Nuove norme sulla sicurezza e sulle vie di fuga. Evasione fiscale? Nuove norme, serve un giro di vite contro i furbi. Intossicazione alimentare? Nuove norme sulle modalità di confezionamento dei cibi.
Il politico si sente a posto con la coscienza (coscienza? No, diciamo piuttosto che sente integra la propria immagine di fronte all’elettore) dimostrando di aver fatto qualcosa per far fronte al pericolo, e varare nuovi provvedimenti è un modo assai plateale di raggiungere l’obiettivo; al problema di farli rispettare ci penserà poi qualcuno, nel frattempo l’elettore avrà dimenticato.
E siccome di fatti spiacevoli ne accadono in abbondanza, i precetti nel tempo si moltiplicano e si stratificano al punto che, se vuoi cimentarti in qualsiasi attività, devi mettere in conto che dovrai da qualche parte rinunciare ad essere in regola.
Già, perché spesso le leggi sono così intricate che si contraddicono, e non puoi rispettarne una senza violare l’altra. L’unico modo di essere a norma è quello di non far nulla.
Ma non ne scrivo qui perché mi sta a cuore questo genere di questioni, in realtà è solo uno spunto di riflessione che mi porta a pormi la domanda: ma io sono così diverso dallo Stato italiano? Perché devi sapere che anche io ho il potere di legiferare. Non per la collettività, certo, ma per me stesso; o, se vogliamo, per la collettività delle mie cellule.
Che accade dunque quando si verifica un evento, magari traumatico? Nella mia mente si formano nuove regole che piloteranno il comportamento futuro. Se mi scotto con la stufa accesa, non la toccherò più in seguito. Se la fidanzata mi lascia inaspettatamente, diffiderò delle donne. E così via.
Sono meccanismi di difesa naturali: la mente è deputata a ciò, sarebbero grossi guai se non lo facesse. Eppure, se si perde la consapevolezza di questi automatismi, si rischia di finire invischiati nei lacci e lacciuoli delle rigidità mentali.
Se ti guardi attorno non potrai non notare quante persone hanno smesso letteralmente di vivere, imbrigliati come sono dai loro schemi. Sopravvivono, “tirano avanti” come si suol dire, ma di certo non vivono. Perché questo è amorale, quello non si fa, quell’altro è pericoloso, quell’altro ancora è dall’esito incerto. Tutte regole stratificatesi con l’esperienza, di cui troppo spesso si dimentica di verificare i presupposti di applicabilità, che costringono nella non azione.
Io non sono certo da meno, ma una certa onestà intellettuale verso me stesso non mi permette più di far finta di niente: è necessaria una semplificazione, una decisa opera di potatura che recida senza pietà tutti quegli schemi di comportamento desueti e obsoleti, in definitiva privi di fondamento.
Perché il bisogno che ho di vivere mi porta talvolta a violare qualcuna di quelle norme, ed allora giù coi di sensi colpa, per aver violato la legge. Ma si trattava poi di una legge giusta?
E’ tempo di esercitare l’auto consapevolezza, prendere le cesoie ed operare una decisa semplificazione normativa, perché il tempo a mia disposizione non è infinito e ho ancora parecchie cose da fare.
Lunedì mattina, ore otto e trenta. Coda di vecchietti allo sportello in paziente attesa.
Il giovane uomo è sulle spine: farà tardi al lavoro, oggi ha una riunione importante.
“Scusi?”
“Dica?”
“Deve fare una cosa lunga? Sa, sono in ritardo.”
“No, stia tranquillo, devo solo ritirare la pensione.”
Sperava lo lasciasse passare, invece sembra fare il finto tonto.
I minuti scorrono voraci.
“Scusi!”
“Dica!”
“Le posso chiedere una cortesia? Devo pagare questa multa, è una cosa veloce, devo farlo entro oggi altrimenti scatta la penale, sarebbe così gentile da farmi passare? Tra pochi minuti ho un’importante riunione in ufficio.”
“I giovani! Sempre di fretta, eh?”
Rispondere ad una domanda con un’altra domanda è una di quelle cose che lo fanno decisamente imbestialire. Tiene la calma, per quanto possibile.
“Beh, sì, sono sempre di corsa, sa, io lavoro, ho poco tempo a disposizione, e devo riuscire ad incastrare ogni cosa! Le dispiacerebbe farmi questo favore?”
“Scommetto che la multa è per eccesso di velocità” ribatte il vecchio con sarcasmo.
“No, è per divieto di sosta, ero in ritardo e ho lasciato la macchina dove ho potuto… senta ma invece di impicciarsi dei fatti miei, non potrebbe aiutarmi? Come le dico, ho poco tempo!”
Parte una risata.
“Poco tempo? Questa è bella!”
Il nervosismo cresce dentro, sente di essere alla mercé di quel vecchio impertinente, inizia a maledire tutti i pensionati che intralciano chi lavora per versare quei contributi che pagheranno le loro pensioni.
“Mi prende in giro? Le ho appena finito di dire che tra poco ho una riunione importante, e lei fa finta di niente! Va beh, non importa, si tenga il suo maledetto posto, aspetterò il mio turno, grazie tante!”
“Perché si arrabbia tanto? Mi ha solo fatto sorridere la sua affermazione! Lei pensa di avere poco tempo, e chiede a me di darle il mio! Non le sembra strana come richiesta?”
“Per nulla! Scusi se mi permetto, ma non credo che lei stamattina abbia cose importanti da fare, dopotutto è in pensione. Io invece devo lavorare, ho un sacco di impegni e non trovo mai il tempo per incastrarli tutti! Sì, è proprio come le dico, ho decisamente poco tempo, mentre lei che è in pensione ne ha quanto ne vuole.”
Il vecchio si abbandona ad un’altra risata sonora, prima di ribattere.
“Mi sembra che lei sia un poco confuso! Quanti anni ha? Mi permetta, gliene do una trentina, è così?”
Trattiene a stento il nervosismo.
“Ne ho trentadue, e allora? Insomma, possibile che voi anziani non riusciate a capire i problemi dei giovani?”
“Trentadue anni! Un virgulto! Sa quanti ne ho io?”
Non risponde.
“Ottantuno. Quanto crede possa possa vivere un uomo?”
Non risponde, lo sguardo piantato su una mattonella del pavimento.
“Diciamo novant’anni? Arroghiamoci per un istante il ruolo della Provvidenza e diciamo così. Diciamo che io e lei camperemo fino a novant’anni, Dio mi perdoni la presunzione. Ebbene, se per un attimo alza la testa e guarda la faccenda un poco più dall’alto, è sempre dello stesso avviso? E’ sempre della convinzione di avere meno tempo di me?”
Una breccia si apre nel muro di intransigenza del giovane, che rimane in silenzio.
“La verità è che lei, rispetto a me, ha moltissimo tempo, ma lo sta sprecando. E questo crea in lei l’illusione di averne poco. Lei, come la maggior parte dei giovani, come ho fatto pure io, insegue dei falsi miti. Il lavoro, la carriera, poi la famiglia, poi le ferie in estate e la settimana bianca in inverno. E poi, quando sarà stanco di tutto questo, la pensione, ultimo, fallace obiettivo di vita. Ed allora si troverà al mio posto, in fila ad uno sportello, a riflettere sulle tante cose che avrebbe potuto fare e invece non ha fatto perché sempre impegnato ad inseguire qualcosa che le sfuggiva di mano. Non faccia il mio errore, si svegli, e sfrutti il tempo che ha a disposizione per vivere!”
Passano alcuni minuti in silenzio, mentre la fila avanza pigramente. Il giovane osserva i raggi del sole che filtrano obliqui dai vetri, poi volge lo sguardo al cellulare, titubante.
Quindi fa partire la chiamata.
“Pronto? Ciao, sono io… senti, ho avuto un contrattempo, mi spiace… non credo riuscirò ad arrivare in ufficio oggi… senti, puoi dire a Lucia di andare al posto mio in riunione? Lei sa tutto… mi spiace tanto, ci vediamo domani… ciao… sì, ok, va bene… ciao.”
Attende il proprio turno in riflessivo silenzio, paga la multa, sale in auto e con calma e serenità inizia a guidare in direzione della riviera.
Sembrerebbe proprio che, in media, ogni essere vivente abbia a disposizione lo stesso numero di battiti totali, nella propria vita: se il cuore batte meno, si vive più a lungo. Pare inoltre che esista una correlazione con le dimensioni: più si è grandi, più si è lenti, più si è longevi.
Bene, ora che ti ho attirato nella lettura con questa curiosità, ecco il colpo a tradimento: parliamo di fisica. Dai, non te la prendere, cerca di proseguire.
Il fatto è il seguente: o Einstein si è sbagliato, oppure lo scorrere del tempo è un’illusione. Infatti, secondo la teoria della relatività ogni evento esiste già nell’universo fisico, e l’apparente danza del presente che sfuma in passato per lasciare posto ad un futuro che ancora non c’è sarebbe, per l’appunto, solo un fatto di percezione.
Insomma, è la nostra mente a convincerci di questo fluire, mentre nella realtà tutto è fermo e immobile; un po’ come per il sole che gira attorno alla terra, si tratta solo di un’illusione percettiva: è la coscienza che si muove, come un proiettore che analizza in sequenza i fotogrammi di un immenso film cosmico, fotogrammi che in realtà già preesistono tutti, ma che vengono analizzati uno alla volta.
Supponiamo allora che la velocità di questo proiettore sia correlata alla velocità del metabolismo, che mi piace qui approssimare con la frequenza cardiaca. Ebbene, in tal caso, anche se dal nostro punto di vista il colibrì è sfigatissimo, perché vive una vita di stress, frenetica e agitata e per di più muore presto, in realtà dalla sua prospettiva avrebbe un’esistenza altrettanto pregna di eventi e soddisfazioni: è infatti risaputo che i colibrì sono piuttosto goderecci.
Quindi: metabolismo veloce, percezione del tempo rallentata; se infatti in un minuto io percepisco trecento eventi (fotogrammi) e tu solo cento, per me quel minuto è durato più a lungo del tuo; non è il valore assoluto che conta, ma la densità di accadimenti nell’unità di tempo.
Questo spiegherebbe fra l’altro perché, con l’avanzare degli anni, il tempo ci sembra scorrere più velocemente: il nostro metabolismo rallenta, percepiamo meno eventi per unità di tempo, quindi abbiamo l’illusione che il tempo fluisca più in fretta.
Se il nostro metabolismo, e con esso le nostre capacità percettive, fossero per assurdo spinti al massimo, raggiungendo la velocità della luce, ecco che saremmo in grado di vedere la danza dei singoli atomi, e quello che ci appare ora come un bel tavolo solido sarebbe invece visto come un pigro brulicare di instancabili e minuscole formiche.
E se al contrario fossimo esseri enormi, dal metabolismo incredibilmente lento? Parliamo di un ‘battito’ ogni milione di anni. Ebbene, in tal caso vedremmo ad esempio ogni orbita di pianeta come un anello che circonda l’astro di riferimento, perché non saremmo in grado di percepire il corpo celeste nelle sue singole posizioni; è un po’ come se tutti i fotogrammi si sovrapponessero e li proiettassimo contemporaneamente. Il moto traslatorio dei corpi celesti nello spazio disegnerebbe a questo punto figure tridimensionali, un po’ come in quegli effetti speciali nei video in cui i contorni di un’immagine in movimento lasciano una scia.
Concediamoci il balzo di fantasia: magari è davvero così… e gli astri enormi e lontanissimi che popolano l’universo sono solo atomi di una realtà più grande, incredibilmente lenta per il nostro metro… in un’interminabile catena di matrioske sempre più grandi e lente.
La giornata era limpida e fredda; il sole che faceva capolino da dietro le montagne dissolveva lentamente la nebbiolina del primo mattino.
Io osservavo quella meraviglia dalla finestra della camera, e dentro di me sentivo la vocina che sussurrava maliarda: “prenderai un sacco di freddo, la temperatura è sicuramente sotto zero là fuori, resta in casa al calduccio, chi te lo fa fare?”
Conoscevo bene quella voce, mi aveva spesso dissuaso dal cogliere numerose occasioni di vita, in passato, e mi forzai a fatica di non darle ascolto: sarei stato parte integrante ed attiva di quel bel paesaggio là fuori.
Indossai la termica, la fascia per le orecchie, i guanti, ed uscii.
Il freddo pungente offendeva le mie guance, lo sentivo insinuarsi lungo la gola fin giù nei polmoni; ogni mia espirazione produceva bianche nuvolette che si disperdevano pigramente sopra la mia testa.
Iniziai ad avanzare timide falcate lungo il sentiero dietro casa, che divenne presto ripida salita in mezzo ai castagni spogli.
Il fiato era corto, le gambe dure e affaticate; sentivo il crepitio delle foglie secche irrigidite dal gelo infrangersi sotto i miei piedi.
La vocina tornava a più riprese alla carica mettendomi di fronte alla folle inutilità di quella corsa nel bosco gelato: diceva che il fisico non avrebbe retto, che sarebbe stato saggio tornare indietro; ma io mi conoscevo bene, sapevo che sarebbe stato sufficiente resistere ancora un pochino, e poi la piacevole sensazione del corpo pervaso dall’energia che entra in circolo avrebbe cambiato completamente le carte in tavola.
Raggiunsi il punto di svolta: è quello in cui credi di essere arrivato al limite delle tue potenzialità; è proprio allora che bisogna sforzarsi di non credere alle illusioni della mente, che per un eccesso di zelo protettivo traccia i confini del possibile molto, molto prima di quelli effettivi.
Così feci: continuai a correre. E d’improvviso, come per magia, la fatica svanì, per lasciar posto alla piacevole sensazione di calore che abbracciava ogni cellula del corpo, contrastando in perfetto equilibrio termodinamico la pressione del freddo pungente dell’ambiente circostante.
Ero entrato a regime, la mente aveva interrotto il suo petulante chiacchiericcio, e potevo finalmente dare ascolto solo le mie sensazioni; gli alberi sfrecciavano rapidi al mio fianco, per poi diradarsi gradatamente e lasciare spazio all’ampio dosso erboso ricoperto di brina che individuava la vetta.
Mi fermai, il fiato che continuava a condensarsi in sinuose nuvolette evanescenti, a contemplare l’incantevole panorama che si poteva godere da lassù. Il sole con tutto il suo carico di energia dissolveva rapidamente il ghiaccio dai miei pensieri.
Ero vivo. Ero felice e libero.
L’ennesima, inconfutabile conferma di quanto valga la pena sforzarsi di ignorare i freddi precetti protettivi della mente, per lasciare spazio al corpo e al cuore.
Gridai ‘GRAZIE’ al vento che spazzava la vetta e ripresi la corsa, in discesa verso casa.
In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano.
Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolse alle formiche: “Ma perché lavorate tanto, venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”
Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro.
“Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”
“L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno! Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”
Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare.
Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina.
Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno.
La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato.
Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate.
Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”
La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”
“Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”
“La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”
“Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”
“Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”
La cicala morì di stenti, mentre le formiche sopravvissero al lungo inverno, per poi ricominciare la loro instancabile attività produttiva in un ciclo ripetitivo, finché morte naturale non sopraggiunse.
La cicala affrontò la morte con la serenità di chi aveva goduto appieno di quella meravigliosa estate, cantando in allegria e godendo dei caldi raggi del sole mattutino e della fresca brezza pomeridiana.
Aveva vissuto con pienezza la vita che il buon Dio le aveva donato, mentre le formiche non ebbero modo di apprezzare alcunché di quel paradiso terrestre: si fermavano solo quando tutto era avvolto dal gelo e dalle tenebre, e non seppero mai quanto bella può essere la vita, che per loro era solo fatica e stenti in estate, freddo e buio in inverno.
Eppure la cultura popolare si ostina ad attribuire a loro l’etichetta della saggezza, inculcando questo concetto nelle ingenue menti dei bambini fin dalla più tenera età. Avere a disposizione una massa di formichine che lavorano a testa bassa senza porsi troppe domande è troppo comodo, per chi campa sulla loro fatica.