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La burocrazia mentale


L’italia è nota per essere un paese impastoiato dalla burocrazia. Che si fa quando accade qualche fatto spiacevole per correre ai ripari ed evitare che non si ripeta in futuro? Semplice, si fa una bella legge nuova nuova che copra il vuoto normativo.

Incendio durante una manifestazione con morti al seguito? Nuove norme sulla sicurezza e sulle vie di fuga. Evasione fiscale? Nuove norme, serve un giro di vite contro i furbi. Intossicazione alimentare? Nuove norme sulle modalità di confezionamento dei cibi.

Il politico si sente a posto con la coscienza (coscienza? No, diciamo piuttosto che sente integra la propria immagine di fronte all’elettore) dimostrando di aver fatto qualcosa per far fronte al pericolo, e varare nuovi provvedimenti è un modo assai plateale di raggiungere l’obiettivo; al problema di farli rispettare ci penserà poi qualcuno, nel frattempo l’elettore avrà dimenticato.

E siccome di fatti spiacevoli ne accadono in abbondanza, i precetti nel tempo si moltiplicano e si stratificano al punto che, se vuoi cimentarti in qualsiasi attività, devi mettere in conto che dovrai da qualche parte rinunciare ad essere in regola.

Già, perché spesso le leggi sono così intricate che si contraddicono, e non puoi rispettarne una senza violare l’altra. L’unico modo di essere a norma è quello di non far nulla.

Ma non ne scrivo qui perché mi sta a cuore questo genere di questioni, in realtà è solo uno spunto di riflessione che mi porta a pormi la domanda: ma io sono così diverso dallo Stato italiano? Perché devi sapere che anche io ho il potere di legiferare. Non per la collettività, certo, ma per me stesso; o, se vogliamo, per la collettività delle mie cellule.

Che accade dunque quando si verifica un evento, magari traumatico? Nella mia mente si formano nuove regole che piloteranno il comportamento futuro. Se mi scotto con la stufa accesa, non la toccherò più in seguito. Se la fidanzata mi lascia inaspettatamente, diffiderò delle donne. E così via.

Sono meccanismi di difesa naturali: la mente è deputata a ciò, sarebbero grossi guai se non lo facesse. Eppure, se si perde la consapevolezza di questi automatismi, si rischia di finire invischiati nei lacci e lacciuoli  delle rigidità mentali.

Se ti guardi attorno non potrai non notare quante persone hanno smesso letteralmente di vivere, imbrigliati come sono dai loro schemi. Sopravvivono, “tirano avanti” come si suol dire, ma di certo non vivono. Perché questo è amorale, quello non si fa, quell’altro è pericoloso, quell’altro ancora è dall’esito incerto. Tutte regole stratificatesi con l’esperienza, di cui troppo spesso si dimentica di verificare i presupposti di applicabilità, che costringono nella non azione.

Io non sono certo da meno, ma una certa onestà intellettuale verso me stesso non mi permette più di far finta di niente: è necessaria una semplificazione, una decisa opera di potatura che recida senza pietà tutti quegli schemi di comportamento desueti e obsoleti, in definitiva privi di fondamento.

Perché il bisogno che ho di vivere mi porta talvolta a violare qualcuna di quelle norme, ed allora giù coi di sensi colpa, per aver violato la legge. Ma si trattava poi di una legge giusta?

E’ tempo di esercitare l’auto consapevolezza, prendere le cesoie ed operare una decisa semplificazione normativa, perché il tempo a mia disposizione non è infinito e ho ancora parecchie cose da fare.

E se fosse vero?


Talvolta mi capita di tenere corsi. I discenti che temo di più sono quelli che sanno già tutto: stanno lì ad ascoltarti per educazione, ma in fondo sono convinti di perdere il loro tempo.

Questo atteggiamento, se anche corroborato dalla realtà dei fatti è, per chi lo tiene, estremamente dannoso, perché crea uno strato impermeabile che impedisce qualsiasi forma di arricchimento.

L’estremo opposto, di colui che prende invece per oro colato qualsiasi cosa io gli dica, è altrettanto deprecabile: dopo tutto, potrei benissimo essere un emerito idiota (su quest’ultimo punto sospetto peraltro che ci sia parecchio materiale per una rigorosa dimostrazione basata sui fatti).

Mi sono spesso chiesto quale fosse il giusto compromesso, la via di mezzo che salvi capra e cavoli. Una volta indossato il cappello dello scolaro, che fare? Accettare incondizionatamente come verità ciò che mi viene insegnato, o metterlo continuamente in dubbio paragonandolo a ciò che già so? Il bambino non ha scelta: conoscendo poco o nulla, non ha strumenti per capire quanto sia sensato ciò che gli viene detto; questo è anche uno dei motivi per cui i giovani imparano più in fretta. Nel bene e nel male.

Il fenomeno di rigidità mentale diventa particolarmente accentuato quando le idee che ci vengono proposte sono per noi ‘fuori dal solco’, perché mettono in discussione principi fondamentali che riteniamo inviolabili. In tal caso, la prima cosa è viene da pensare è che si stanno ascoltando un mucchio di sciocchezze, e si spegne l’ascolto. Credo di avere mietuto parecchie vittime in tal senso, con questo blog.

ieri x era uguale a 5

Un approccio che mi sembra promettente è quello del “e se fosse vero?”

Consiste in questo: in una prima fase devi, e confesso che lo trovo parecchio difficile, fare tabula rasa di tutti i tuoi preconcetti e metterti in una situazione di ascolto e accettazione incondizionata; quello che ti viene detto è vangelo. Devi lasciare il tempo al docente di completare l’esposizione, di chiudere il cerchio. Non puoi permettere che il censore intervenga prima del tempo, perché non sa ancora dove si sta andando a parare; un particolare detto in conclusione potrebbe dare senso e coerenza a tutto il resto.

Solo al termine, e magari anche dopo, quando sarai sicuro di aver compreso appieno ciò che il docente ti voleva trasmettere, potrai fare le tue valutazioni. Ma, anche allora, falle tenendo presente che, pur se in contrasto con la tua verità, le sue idee continuano ad avere una loro validità, che magari deciderai di non fare tua, ma non per questo sarà meno degna di rispetto; di tanto in tanto domandati: “e se fosse vero?”

Questa domanda apre scenari interessanti, se la poni a te stesso con fare giocoso; il ‘trucco’ di farlo per gioco aiuta a distrarre per un poco l’inquisitore che è in te, che con troppo zelo si adopera in continuazione per non farti passare per pazzo; ma tu lo tranquillizzi, perché non stai facendo sul serio, stai solo giocando; e così facendo supponi solo per un istante che quell’idea così assurda sia vera: dove ti porta questa assunzione? Porta a conclusioni contraddittorie o discordanti con l’esperienza? Oppure, pur nella sua assurdità, contiene frammenti che si possono salvare, estrapolare ed inserire in un nuovo modo di vedere il mondo, diverso sì dal suo, ma diverso pure dal tuo, e pertanto arricchente, se non per entrambi, quantomeno per te?

Lo so, è difficile, e quanto più si invecchia, tanto più lo diventa. Ma riuscire ad imparare sempre qualcosa, senza considerarsi mai arrivati, è un ottimo modo per rimanere sempre giovani, non credi?