Il gioco senza fine, ovvero le trappole della relazione


Immagina di fare il seguente gioco con un amico: ogni volta che comunicate, invece di dire ciò che avete in mente dovere usare la sua negazione. Ad esempio, invece di “Mi piace il tuo nuovo vestito”, potreste affermare “Oggi hai un vestito orrendo”, e via di seguito.

Ora, in base alle poche ma ferree regole che vi siete dati, diventa subito evidente come non sia possibile porre fine al gioco, perché nel momento in cui proponete “smettiamo”, state comunicando l’intento contrario.

Ma anche l’ingenuo contro tentativo di dire “continuiamo” non potrebbe porre fine al gioco, perché verrebbe inteso come una comunicazione fatta nel gioco, e non sul gioco. L’interlocutore lo prenderebbe come un’affermazione all’interno dello scambio di battute nel quale siete immersi, non come la proposta di una nuova regola che riguarda il gioco.

Detto più precisamente, per uscire dal gioco bisogna meta comunicare, ossia comunicare sulla comunicazione, ma le regole che vi siete dati non hanno specificato alcunché in proposito, e quindi vi trovate intrappolati in un paradosso.

Ti risulterà subito demenziale e accademica un situazione simile, e di fatto nella pratica non si verificherebbe mai perché, vista la sua semplicità, risulta facile “uscire” dalla simulazione e tornare alla “realtà”.

Ma rimaniamo ancora un poco nella teoria. Esistono tre possibilità per prevenire questa trappola:

  1. giocare usando una lingua e parlare del gioco usandone un’altra; in questo modo, dicendo di smettere, ad esempio, in inglese, potresti senza possibilità di fraintendimenti comunicare correttamente all’altro la tua vera intenzione
  2. stabilire un evento esterno che ponga fine al gioco (ad esempio un timer)
  3. fare ricorso ad una terza persona che non partecipa al gioco (come il punto precedente, ma soluzione maggiormente flessibile) che faciliti la meta comunicazione

Questo è un esempio alquanto teorico, però è illuminante perché il nostro cervello è un sistema mnesico modellante, ossia inferisce regole. Quando una relazione con una persona perdura per un certo tempo, o ha prospettiva di farlo, diventa utile per l’economia cerebrale modellare un protocollo di comunicazione.

Di fatto si vengono dunque a creare delle regole implicite, che aggiungono significato ai messaggi scambiati  senza bisogno di esplicitarlo.

E qui sta l’inghippo. Perché finché le cose vanno bene, lo scambio di messaggi è fluido e armonioso, e “lui (lei) mi capisce senza nemmeno bisogno che io parli”.

Ma quando le cose cambiano (e il mondo è un continuo divenire, difficilmente le condizioni iniziali perdurano per sempre), potrebbe essere necessario modificare il protocollo di comunicazione. Ma per farlo bisogna uscire dal sistema, peccato però che ci si è abituati ad usare regole, ormai ben rodate, che lavorano solo al suo interno.

Tornando alla metafora del gioco, ad un certo punto bisogna poter dire ‘smettiamo di giocare’, ma non si riesce a farlo!

Per questo motivo molte relazioni (di ogni tipo, non mi riferisco solo ai rapporti sentimentali: anche la relazione cliente/terapeuta, ad esempio, è affetta da queste dinamiche) tendono a cristallizzarsi in modelli ripetitivi che portano al logorio dei partecipanti, talvolta costringendoli ad uscire a forza dal gioco, non potendone modificare le regole dall’interno. Si tratta squisitamente di un problema di comunicazione: i protagonisti si trovano intrappolati nell’impossibilità di dirsi qualcosa di diverso dal solito.

Sempre alla luce del gioco presentato prima, l’intervento di un terzo (mediatore familiare per la coppia, supervisore per il counselor o il terapeuta) può aiutare il processo di meta comunicazione, agevolando le parti ad uscire dalla trappola in cui si sono rinchiuse.

Ancora una volta mi risulta evidente come per liberarsi sia necessario uscire dai modelli, andare al di là della regola. Il che non vuol dire violarla, perché questo significherebbe rimanere nel gioco, bensì trascenderla.

Cambiare gioco.

Riferimenti bibliografici:

Paul Watzlawick, Don D. Jackson, Beavin Janet Helmick – Pragmatica della comunicazione umana

Dal 2021 ospedali a pagamento per chi non svolge attività fisica


Un ticket di 5000 euro su ogni ricovero ospedaliero dovuto a problemi cardiaci o respiratori per chiunque non possa dimostrare di svolgere regolare attività fisica. Oggi il via libera della Camera con 552 voti a favore e 15 contrari, la settimana prossima la palla passerà al Senato. Ed è già polemica.

Aula della Camera dei deputati

Roma – Giro di vite del legislatore, tempi duri in arrivo per i sedentari. Vista l’ottima risposta dell’opinione pubblica alle recenti restrizioni introdotte in tema di Covid-19, per le quali molti si sono trovati d’accordo nell’impedire ogni forma di attività sportiva all’aperto in nome del bene comune, il legislatore sta valutando, sempre in ottica di  salute pubblica, di rovesciare le imposizioni, ovviamente quando l’emergenza virus sarà archiviata: ciò che era prima vietato potrebbe diventare di fatto obbligatorio

E’ sorprendente l’entità della spesa sanitaria dedicata alla cura di mali che sarebbero evitabili con un minimo di esercizio fisico regolare, è tempo che i cittadini vengano responsabilizzati e si adoperino con le giuste misure di prevenzione. All’inizio non sarà facile, è vero, ma non appena i primi benefici saranno visibili non ci sarà nemmeno più bisogno di questa norma, i cittadini continueranno da soli in una spirale virtuosa e salutistica. Successivamente si potrebbe passare a norme che mirino a migliorare l’alimentazione, e magari ad ulteriori giri di vite sul fumo.” Queste le parole del ministro Chiara Luprandi, una dei principali fautori del disegno di legge, nel portare avanti il quale non si trova certo isolata: si tratta di una proposta che per una volta unisce trasversalmente diverse fazioni politiche.

Al vaglio le ipotesi per permettere ai cittadini di dimostrare di avere diritto alle cure gratuite; la tecnologia viene in aiuto, numerose sono infatti le app per smartphone che già adesso sono diffuse fra gli sportivi e permettono di tracciare l’attività svolta. Un’altra app che si andrebbe dunque ad affiancare a quella attualmente in fase di analisi per tracciare gli spostamenti dei cittadini: ancora una volta la tecnologia al servizio della salute pubblica.

Caro lettore, se ti stai allarmando, rilassati: si tratta solo di una mia fantasia, non c’è nulla di vero. Se ti sei agitato un poco… bene! Sappi che l’ho fatto per te. Era l’unico modo per farti salire un poco i battiti cardiaci, sai, pare faccia bene alla salute ogni tanto.

Vedi, mi è piaciuto giocare un poco, ipotizzando un mondo dove i moralizzatori diventano per una volta coerenti e puntano il dito indiscriminatamente, senza ipocrisie. Stai tranquillo, quel mondo è per tua fortuna (se sei uno di loro) ancora lontano: quando usciremo di casa, potrai continuare a giudicare chi sta fuori, standotene seduto tranquillamente sulla tua poltrona di casa o sul sedile della tua auto.

I cattivi continueranno ad essere loro.

L’esame imprevisto


E’ venerdì di una tarda mattinata primaverile. Il professore di matematica, prima di uscire dall’aula, comunica agli studenti che un giorno a caso della settimana successiva si farà una verifica a sorpresa. Insiste particolarmente sul fatto che sarà proprio a sorpresa: fino a che non entreranno in aula, gli studenti non avranno modo di sapere se quel giorno si terrà o meno la prova.

Gli studenti sono molto intelligenti e hanno una razionalità piuttosto spiccata quindi, dopo un primo momento di panico generalizzato, si consultano e arrivano ad una conclusione alquanto rasserenante: il fatto che si faccia la verifica è logicamente impossibile.

Il loro ragionamento è il seguente.

Venerdì non potrà essere il giorno prescelto, perché il prof. ha detto che non potremo sapere quando si farà la verifica fino al momento in cui lui entra in aula; ma se entro giovedì noi non avremo fatto la verifica, potremo concludere che si terrà il giorno rimanente, venerdì; questo contraddice quanto ha detto il professore, perché in quel caso conosceremmo il giorno con molte ore di anticipo. Quindi non potrà essere venerdì: il prof. è integerrimo e quando promette una cosa la rispetta. Restano dunque quattro giorni possibili.

Ma per lo stesso motivo dobbiamo escludere anche giovedì, perché se entro mercoledì non si è fatta la verifica, e venerdì è stato escluso, allora non resta che giovedì. Mercoledì pomeriggio sapremmo per certo che la prova sarà giovedì. Ma il prof. ha assicurato che non sarà così, quindi anche il giovedì è escluso.

Beh, ma ripetendo a ritroso il ragionamento, si arriva ad escludere ogni giorno, perfino il lunedì. Conclusione: è impossibile che si possa tenere alcuna verifica sotto queste condizioni.

Soddisfatti del loro ragionamento, ineccepibile sotto ogni profilo logico, passano un week-end all’insegna dello svago e della spensieratezza. E i fatti danno loro ragione, fino a mercoledì compreso. Ma giovedì, inaspettatamente, ecco la verifica, proprio come il professore aveva annunciato! Che brutta sorpresa!

Adoro questo racconto, un poco surreale, perché evidenzia le limitazioni della logica: dove hanno commesso l’errore? Da nessuna parte, il loro ragionamento è ineccepibile! E sta proprio qui il paradosso, perché se non fossero stati così arguti, avrebbero tenuto un comportamento meno razionale ma, di fatto, più efficace!

Tutto questo per evidenziare ancora una volta che la logica, e più in generale la razionalità sono strumenti utili, ma nella vita non sempre sufficienti; talvolta essere irrazionali ci porta più lontano.

Riferimenti bibliografici:

Paul Watzlawick, Don D. Jackson, Beavin Janet Helmick – Pragmatica della comunicazione umana

Ispirazioni aspirando


Sto passando l’aspirapolvere.

Le mie deviazioni maniacali esigono che ogni centimetro quadrato del pavimento sia stato visitato dallo strumento pulente: decido di assecondarle, perché la mia mente sentenzia che ogni tipo di lavoro, anche il più insignificante, va fatto per bene.

Ok, mente, ti presto ascolto.

Lei è molto brava nell’affrontare problemi di questo tipo, ha subito trovato un valido criterio per non trascurare nemmeno un angolo di mattonella: suddivide il pavimento in aree più piccole; il rettangolo delimitato da tre muri laterali e dalla linea immaginaria che dal bordo del letto arriva allo spigolo della porta, quello individuato dalla nicchia della porta finestra, il piccolo corridoio fra il letto e il muro, e così via.

Mi risulta così facile aggredire l’enorme vastità dei quaranta metri quadri del pavimento di casa mia: divide et impera! E’ più agevole controllare zone di piccola dimensione, per poi passarle in rassegna nella loro totalità.

Mi rendo conto che ogni volta lo schema di suddivisione si ripete uguale a sé stesso, potrei addirittura attribuire delle etichette ad ogni area: la Zona Lato Finestra, la Zona Lato Armadio, l’Accesso al Bagno, e via di seguito.

Cosa hanno di reale queste zone? Nulla. Sono solo suddivisioni di comodo, funzionali ad una più agevole applicazione del trattamento igienizzante; di fatto esiste una sola, unica, indivisa superficie ricoperta di mattonelle.

Eppure, via via che me ne servo, queste suddivisioni acquisiscono realtà per me, e alla fine mi comporto come se avessero un’esistenza autonoma. Difficilmente i miei automatismi operativi acconsentiranno a procedere secondo frazionamenti alternativi, altrettanto arbitrari.

Da questa considerazione muovo il passo generalizzante successivo: la mia mente non si comporta così solo per questo tipo di frivola parcellizzazione, ma lo fa in continuazione, lo fa per tutto.

Ogni separazione è arbitraria, tanto quanto quella operata sul pavimento. Serve solo alla mia mente per muoversi, per trovare dei criteri di gestione dell’ambiente circostante; diversamente, non saprei in che direzione andare.

Un libro, una tazza, una sedia, un tavolo: sono solo classificazioni di comodo nella mia mente. Ho lavato la tazza e poi l’ho messa sopra il tavolo. Wow, fico, che efficacia!

Nulla di reale esiste, al di fuori di ciò che decido io con le mie suddivisioni arbitrarie quanto illusorie.

Un metodo potente ed efficace, lo devo ammettere. Ma molto, molto pericoloso, se non ne sono cosciente.

Adesso però basta!


Caro Moralizzatore,

che spieghi a tutti quel che è giusto e quel che è sbagliato fare in questo drammatico periodo, io lo so che così facendo ti senti importante, ti senti il salvatore del mondo; mi fai molta tenerezza, visto da fuori sembrerebbe proprio che tu lo faccia in buona fede.

Nonostante questo ti invito ad elargirmi i tuoi preziosi precetti quando avrai percorso nelle mie scarpe tutti, e gli stessi, chilometri che ho percorso io.

Nel frattempo ti prego di tenere per te i tuoi sapienti consigli, perché ti garantisco che solo per te sono validi, visto che non puoi conoscere una virgola delle vite altrui, e scusa se mi tengo a ben oltre un metro di distanza da te ma temo la tua virulenza che, come millenni di storia hanno dimostrato, ha ben poche possibilità di cura.

Andrà tutto bene un cazzo!


Non ci sono dubbi, l’epidemia rientrerà. Svilupperemo gli anticorpi, come singoli e come comunità. Torneremo a vederci nei pub affollati, ad abbracciarci, ad insultarci negli ingorghi cittadini.

Ma c’è un altro virus che in questi giorni così surreali si sta diffondendo, e pochi lo vedono; è un virus che non si propaga di corpo in corpo, ma di mente in mente, e le moderne tecnologie dell’informazione gli offrono potentissimi canali per dilagare incontrastato.

Avrai certo notato sui social gli innumerevoli post sull’epidemia, talvolta allarmistici, talvolta di speranza, talvolta meramente di servizio, talvolta moralizzatori (ah, quanto ci piace indicare la retta via agli altri!).

In questo fenomeno io ho notato, limitatamente a quel che può valere il mio remoto angolo di osservazione, una società che si lascia facilmente attraversare da queste ‘ondate’ informative: lo strumento principe è l’emozione che, scatenata da un articolo sui social, o da un messaggio in una chat, innesca nell’inconsapevole lettore la compulsione a condividere dopo aver ingoiato l’informazione per intero, senza averla masticata, digerita, assimilata

L’informazione circola quindi velocemente, e non senza effetti pratici, perché provoca nelle persone comportamenti pilotati e per nulla coscienti.

L’anticorpo a queste forme di epidemia è la consapevolezza, e i dati di fatto mi lasciano pensare che nella nostra società sia presente in livelli davvero bassi.

Il nostro corpo è sicuramente più intelligente della nostra mente (anche se da bravi sapiens sapiens crediamo di essere al top dell’evoluzione grazie a quest’ultima), e non ci metterà molto a prendere delle contromisure contro il Covid-19; ma la mente nemmeno sa di avere un problema, tanto è distratta dalla preoccupazione di proteggere il corpo. E anche se realizzasse di averlo, non è poi così forte da resistere alle compulsioni, diciamocelo; è molto abile a inventare scuse per occuparsi d’altro.

E se oggi il virus mentale che circola è tutto dedicato alla pandemia, quando questo tipo di emergenza sarà passato ne circolerà un altro; d’altra parte fino a qualche settimana fa circolavano i virus sull’immigrazione, sul  terrorismo, sui crocifissi nelle scuole.

Per non parlare dell’enorme numero di vittime provocato una ottantina di anni fa dal virus della razza ariana: il Covid-19 gli fa un baffo.

Concludendo: le giuste forme di profilassi che stiamo adottando, unitamente alla intelligenza del nostro sistema immunitario, ci tireranno sicuramente fuori da questa situazione drammatica. Ma se l’umanità resta all’attuale livello di inconsapevolezza, che il fenomeno Covid-19 ha reso ai miei occhi particolarmente evidente, perché mai dovrei aspettarmi che le cose migliorino?

La pista cifrata


Quando vieni al mondo sei tempestato da migliaia di stimoli, un vero casino! La realtà che ti trovi di fronte è grosso modo questa.

1

In quella marea di punti non ti riesci proprio a muovere: è necessario mettere ordine, trovare un significato, altrimenti non sai che fare. Occorrono dei criteri che ti permettano di individuare il comportamento più adeguato per poter sopravvivere.

Ecco allora che la mente, tuo principale strumento di sopravvivenza, inizia a proporti i primi collegamenti. Piano piano inizi ad individuare delle regolarità negli stimoli che ricevi e, come nel celebre gioco della settimana enigmistica, alcune figure emergono dallo sfondo; presumibilmente le prime a venire a galla sono quelle di mamma e papà.

2

Poi, lentamente, capisci che in quella confusione di dati ci sei pure tu; la tua interpretazione del mondo si va completando.

E colleghi i puntini, nuovamente. Ma via via che procedi a tirar giù righe, i gradi di libertà diminuiscono.

3

Si tratta solo di un caso, o hai collegato i “tuoi” puntini in modo da creare una forma che grosso modo si adatti a una delle altre?

4

Il tempo passa, tu cresci, e la porzione di mondo con cui entri in contatto si va via via ampliando: nuovi puntini da collegare, nuove esperienze da catalogare.

5

Ma ormai hai trovato il metodo: non hai alcuna difficoltà ad attribuire un significato alla nuova realtà allargata in cui ti sei venuto a trovare.

6

Ma non sempre si tratta di una realtà a cui riesci ad adeguarti, non sempre ti senti adatto; hai compreso il mondo, ma non ti piace affatto, lo senti molto diverso da te. Inizi a soffrire, a pensare di essere sbagliato. La vita da adulto è un vero disagio, quanto rimpiangi l’infanzia!

Questo stato di sofferenza e rifiuto del mondo può protrarsi indefinitamente, a meno che…

A meno che non succeda qualcosa, uno shock esterno o interno a te, che ti faccia rimettere tutto in discussione, e comprendere la verità: i puntini sono reali, ma le linee che li uniscono sono solo tue! Quanta dogmatica fede hai da sempre riposto in esse, e quanto ti sono state utili per muoverti in quel mondo confuso.

Eppure è tutto arbitrario, è tutto posticcio. Perfino l’idea che hai di te è falsata, è solo una delle infinite interpretazioni che potevi dare. E questa è la parte più dolorosa: mettere in discussione chi sei. Annullare quell’io che ti accompagna dall’infanzia per tornare al set di confusi puntini.

7

Per farlo devi distruggere l’immagine precedente e questo fa male, perché è un po’ come morire; ma ti permette di rimettere a nudo la tua vera essenza per poi creare uno schema nuovo, sempre arbitrario, certo, ma più funzionale al nuovo contesto.

8

E finalmente comprendi: tu non sei quelle linee, tu sei i puntini!

La vita è un fatto di interpretazione, tutto sta a trovare quella che ci fa stare meglio, con la consapevolezza che si tratta solo di questo, di una interpretazione appunto, e pronti a cambiarla quando le circostanze lo richiedano.

Ora sei sereno, ora non hai più resistenze, ora non c’è più sofferenza. Qualche volta provi dolore, quello è inevitabile… ma con la sofferenza hai finalmente chiuso.

Zombie


Ho paura, ho una fottuta paura del contagio.

Sono da ore chiuso in casa ad ascoltare i mezzi di informazione, non ne trascuro uno: televisione, internet, chat. Ho riempito frigo e dispensa, per un po’ siamo a posto: farina, zucchero, patate, pasta. Passata di pomodoro, e acqua: tante bottiglie di acqua. E medicine: antibiotici, antipiretici, antiinfiammatori. I classici, quelli che prendiamo di consueto, all’occorrenza.

Dicono che non bisogna allarmarsi, però lo dicono spesso, troppo spesso, in varie salse, in tanti modi; nel frattempo contano i nuovi casi di contagio, ma tutto è sotto controllo, precisano. Non si tratta di pandemia, non si tratta di pandemia. Pandemia. Non si tratta. Pandemia. Pandemia. Pandemia.

Basta un briciolo di prudenza, e non c’è alcun pericolo: con pochi accorgimenti si evita il contagio.

Contagio. Pericolo. Pandemia.

Però hanno messo alcuni paesi in quarantena, hanno chiuso le scuole e gli uffici pubblici per una settimana.

Per precauzione. E consigliano di non uscire.

Fossi matto ad uscire, in me la paura sale, non voglio morire!

Non voglio perdere tutto quello che ho, le mie sicurezze, le mie abitudini, i miei cari, la mia vita.

Ho paura del futuro, di ciò che mi può accadere.

Non voglio perdere la mia casa, la mia bella casa sicura e blindata che nella notte mi protegge dall’irruzione di qualsivoglia malintenzionato. Perché anche da loro bisogna in qualche modo proteggersi, con tutti questi immigrati, con tutte le brutte cose che si sentono al telegiornale.

Non voglio perdere il lavoro, quel lavoro che mi tengo stretto stretto da trent’anni, sempre lo stesso, sempre uguale, che tanto mi rassicura perché so che quando entro in ufficio, ogni mattino, non corro il rischio di trovare brutte sorprese: le mie solite pratiche sono lì, pronte ad ingoiarmi in otto ore di tranquillizzante routine.

Un lavoro che mi fa guadagnare un ottimo stipendio, che garantisce a me e alla mia famiglia il sostentamento e tutto ciò di cui abbiamo bisogno, e ci esce anche una buona polizza assicurativa che ci mette al riparo da ogni imprevisto della vita. Perché non si sa mai.

Non voglio perdere mia famiglia, i figli che ho tirato su con tanto amore e tanto senso di protezione: sono tutta la mia vita, morirei senza di loro. Non voglio perdere la sensazione di tornare a casa dall’ufficio, con la mia mogliettina che mi ha preparato una buona, sana cena, non voglio perdere i racconti a tavola su come è andata a scuola, come è andata la giornata di tutti noi. Spesso, assai spesso racconti sempre uguali, ma è questa routine che mi fa stare bene, che mi tranquillizza.

Che ne sarà di tutto questo? Che ne sarà dei sabati al supermercato a fare la spesa, delle gite fuori porta della domenica? Dei mercoledì sera al circolo con gli amici?

Ho il terrore che un giorno possa svanire tutto.

Vorrei che il tempo si bloccasse, e ogni cosa restasse così come è ora, che non cambiasse mai; perché è evidente che se cambia, con i chiari di luna che si sentono in giro, non può che peggiorare.

Vorrei che tutto si fermasse.

Ripetitivamente immobile. Quieto.

Forse vorrei morire.

Forse sono già morto.

Facciamo finta


Riprendo sotto diversa angolazione la tematica introdotta in questo articolo, e torno a frustrare il tuo ego con una metafora destabilizzante: siamo tutti quanti individui fortemente miopi ed astigmatici che osservano l’interno di una stanza dal buco della serratura, con l’arrogante e ferma convinzione di conoscere la casa a menadito.

Se ti sembra esagerato, rifletti su quanto segue.

Siamo in grado di percepire una frazione molto limitata delle onde elettromagnetiche che raggiungono il nostro occhio,  come illustra l’immagine seguente.

spettroE lapalissianamente (ma non troppo), quelle che non raggiungono l’occhio sono per definizione invisibili: se ci trovassimo in una stanza piena di luce ma i cui fotoni viaggiano avanti e indietro, ordinatamente come in un laser, perpendicolarmente alla linea della nostra visuale, noi ci sentiremmo immersi nel buio più totale, perché nessuno di essi raggiungerebbe la nostra retina.

Lo stesso dicasi per le onde sonore: non siamo in grado di percepire gli ultrasuoni o gli infrasuoni, cosa che invece molti animali, pur sempre con notevoli limiti, sono in grado di fare.

Idem come sopra per gli odori: vogliamo forse metterci a competere con l’olfatto di un cane?

Le casistiche che potrei elencare sono molteplici; tutte quelle finora presentate sono relative alla limitazione dello strumento di percezione: ma andiamo oltre, perché il segnale grezzo rilevato, ad esempio il fotone che l’occhio cattura, va poi elaborato, trasformato in informazione, interpretato.

E qui entra in campo il cervello, o più in generale la coscienza: gli studi delle neuroscienze hanno evidenziato come, delle migliaia di stimoli per secondo che arrivano al cervello, per ragioni di economia solo poche unità (meno di una decina), vengono selezionate; le altre sono scartate. I criteri di selezione sono peculiari e cambiano da individuo ad individuo, in base all’esperienza accumulata e agli obiettivi perseguiti.

Il video seguente è particolarmente interessante sotto questo profilo.

Le informazioni selezionate dalla coscienza vanno poi a far parte di sistemi e modelli di più alto livello, entriamo nel campo delle idee, dei concetti, delle opinioni. E qui opera un ulteriore livello di semplificazione che produce risultati arbitrari: quello che ad esempio lui interpreta come un atto gentile (portare dei fiori) lei lo vede come gesto sospetto (cosa vorrà farsi perdonare?).

Ebbene, dopo questa carrellata per nulla esaustiva, sei ancora dell’idea che la tua visione del mondo sia affidabile?

Non ti pare evidente che hai a disposizione solo una versione ultra semplificata di quella che chiami realtà, perché è solo questo che le limitazioni dei tuoi sensi e della tua mente ti possono offrire?

Muovendo da questa considerazione, come puoi pretendere di comprendere la realtà per questa via, la via tipica del pensiero scientifico e razionale?

E se pensi che sia solo una questione di affinare la tecnica, sappi che la fisica quantistica ci ha pure precluso la possibilità di eseguire misurazioni di precisione assoluta, negandola in linea di principio, a prescindere dalla potenza dello strumento utilizzato. 

Intendiamoci, non ho detto granché di nuovo, questo non è che il mito della caverna di Platone rivisto in chiave moderna.

Comunque, per ritornare alla metafora dei terrapiattisti, quello che hai a disposizione è solo una mappa, un mezzo che ti permette di vivere nel quotidiano, affidabile solo localmente; se pretendi che la mappa ti dica come è fatto l’intero pianeta, andrai incontro agli inevitabili problemi di approssimazione e alle distorsioni dovute alla rappresentazione in piano di una superficie sferica; la mappa non è fatta per conoscere il mondo, ma per orientarsi nel boschetto dietro casa.

Se invece vuoi conoscere il mondo, sarà il caso che tu inizi a cercare altre strade; e dovrai trovare da solo la tua, nessuno te la può indicare.

Personalmente ho un’idea sul da farsi, e questo ovviamente non può che valere per me; fermo restando che mi conviene tenermi ben stretta la mappa che mi sono fin qui costruito, pena l’impossibilità di sopravvivere nel quotidiano, provo a concedermi talvolta la possibilità di metterla da parte. Questo significa abbandonare ogni convinzione, ogni certezza, ogni regola, ogni forma di identificazione.

Insomma, fare il vuoto. Il vuoto fertile. Il vuoto quantistico.

Questa è la mia risposta, questa la mia strada; ora che l’ho trovata, non mi resta che imboccarla.

E per farlo, devo abbandonarla.

È che l’umano ha bisogno sempre di fare finta
è un animale imperfetto ha bisogno del falso per vivere a quello che c’è
Limitare lo sguardo a qualcosa che sembra reale
mentre invece è soltanto illusione è un trompe l’oeil

Impariamo a diventare persone di insuccesso


Ti è mai capitato di cimentarti in un’impresa sapendo a priori che avresti fallito?

Non mi sto riferendo a quell’atteggiamento che quasi tutti abbiamo, quello che ti fa mettere le mani avanti, col quale preannunci che non ce la farai per sentirti in qualche modo nel giusto nel caso arrivi il fallimento temuto; come dire: non ce l’ho fatta, ma tranquilli sono lo stesso OK perché è tutto sotto controllo, l’avevo previsto.

No, io parlo di qualcosa di diverso: hai mai provato a fare qualcosa con la ragionevole certezza di non arrivare, per il semplice gusto di sentire cosa si prova? Per la sfida di riuscire ad accettare un fallimento? Per avere la possibilità di mettere in bacheca un insuccesso?

Ti sembra demenziale vero? Beh, confesso che un poco lo sembra anche a me, ma vediamo cosa si può salvare di questo paradosso, per darlo in pasto alla nostra mente razionale.

Mi è arrivata questa riflessione provocatoria leggendo su internet la pubblicità di un master in coaching; un tutor dall’aspetto prestante prometteva, attraverso l’uso di moderne ed innovative tecniche neuro-bla-bla, di trasformare i discenti in persone di successo. Life coach, coaching aziendale, sport coach.

Mi sono chiesto: ci sarà qualcuno che insegni piuttosto ad essere una persona di insuccesso? Perché, personalmente, è di questo che ho bisogno: imparare ad andare incontro ai fallimenti con la serenità di chi esce a comprare il latte e se trova il negozio chiuso non ne farà un dramma.

A che serve, ti chiederai? Beh, andare deliberatamente incontro ad un frontale con un treno non è di per sé particolarmente utile, ma la capacità di farlo in potenza, quella è fondamentale: perché nella vita nessun risultato è certo, tutto è questione di probabilità. E talvolta essere capaci di commettere qualche follia può condurre a risultati sorprendenti, e forse è davvero l’unico modo per uscire dalla mediocrità della vita ordinaria.

Allenare la mia resilienza, abituarmi a fallire: di questo ho bisogno, non di tecniche che mi indichino la via del successo.

Perché, se guardo indietro al passato, il campo che mi ha sempre visto vincente (quello dello studio), è stato anche lo stesso che mi ha tenuto a lungo imprigionato, sviluppando indiscriminatamente il muscolo mentale a spese dei corpi fisico e emozionale.

Le “imprese” in cui mi cimentavo erano tutte dello stesso tipo, ed ovviamente non fallivo perché il solco diventava sempre più profondo, auto convalidante. Ma alla lunga si viene a creare una zona di comfort che impedisce ogni ulteriore crescita.

Ma poi, mi chiedo: da dove nasce questa esigenza di avere successo? Il desiderio di essere vincente non lascia in qualche modo intendere che così come sono non vado bene? E se ammettiamo che ogni evoluzione deve partire da una base sicura, forse devo proprio iniziare a convivere serenamente col mio stato di (per usare l’improprio linguaggio della mente) perdente.