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Gli scrutini


Finalmente i quadri erano usciti.

Laura si fece largo nel capannello di studenti che concitati si avvicendavano davanti alla lunga sequenza di stampati appesi al muro dell’aula magna della Life University.

Come di consueto un filo d’ansia la teneva sospesa sull’esito della prova, anche se sapeva di avere tutto sommato la coscienza a posto: si era comportata a suo avviso in modo irreprensibile.

Quando finalmente raggiunse la prima linea e si lasciò alle spalle gli ultimi istanti necessari per scorrere l’elenco e trovare il proprio nome, un sobbalzo le fece palpitare il cuore, un misto di sorpresa, incredulità, delusione.

Respinta, prova da ripetere. Mondo di rinvio: Terra. Coordinate spazio temporali secondo lo schema di riferimento ivi vigente: Ansley, Nebraska, Stati Uniti, 15 giugno 1746.

Bocciata! Non era possibile, ci doveva essere senz’altro un errore!

Decise di avvalersi dello strumento di contestazione, e prese un appuntamento con la commissione di esame per discutere il suo caso, per avere delucidazioni, chiarimenti, spiegazioni.

Il presidente della commissione aveva uno sguardo bonario, accogliente. La invitò ad esporre le sue ragioni.

“Prego, signorina, mi dica qual è il suo problema.”

“Ecco, vede… io non capisco perché sono stata respinta.”

“Dunque… vediamo…” disse l’uomo scorrendo velocemente il fascicolo della studentessa che teneva sotto mano.

“Signorina, la prova prevedeva come di consueto lo sviluppo della capacità di donarsi, e lei è stata piuttosto carente in questo, ne conviene?”

“Beh, veramente non sono d’accordo… ho speso un’intera vita a donarmi agli altri. Mi sono occupata di volontariato, ho passato gran parte dei miei pranzi di Natale presso le comunità, mi sono spesso prestata come intrattenitrice nel pensionato per anziani sotto casa… ho organizzato parecchie raccolte fondi per gli indigenti, e comunque, al di là dell’impegno sociale, nella vita quotidiana mi sono sempre prodigata per rispettare il prossimo, sono sempre stata accondiscendente e benevola, non ho mai dato fastidio a qualcuno. Se adesso voi mi dite che avrei dovuto fare di più, non posso che demoralizzarmi… non saprei proprio che cosa fare, più di questo.”

 “Signorina, credo che abbia frainteso la prova. Non le chiediamo affatto di più. Ha fatto bene a consultarci, così evitiamo di rimanere nel malinteso.”

“Frainteso? Come, frainteso?”

“Dunque, vediamo, come posso spiegare… le faccio una domanda: le è mai capitato di piangere di fronte a qualcuno?”

“Beh, sì… da bambina, quando mi sbucciavo un ginocchio, ad esempio.”

“No no, intendo da adulta. Ha mai mostrato una sua debolezza a qualcuno?”

“Beh… non ricordo bene ma… direi raramente: ho sempre cercato di dare sicurezza alle persone che mi stavano attorno. Era anche questo un modo di donarmi.”

“Ha mai condiviso le sue paure?”

“Quasi mai…”

“Perché?”

“Dovevo apparire forte agli occhi del mondo, per essere credibile… come avrei potuto essere di aiuto altrimenti?”

“Come fa ad essere così sicura che mostrare le proprie debolezze non possa essere di una qualche utilità?”

“Beh, mi sembra così evidente… la gente ha bisogno di sostegno, non di pesi aggiuntivi.”

“Non stiamo parlando di far gravare sugli altri le proprie debolezze, o almeno quelle che crediamo tali, ma solo di mostrarle, di essere genuini. E le sue passioni? Ha mai fatto conoscere al mondo le sue passioni?”

“Non vedo cosa c’entrino le mie passioni… comunque non sapevo fare nulla di utile; mi dilettavo a suonare la chitarra, ma per piacere mio. Al mondo serve aiuto concreto, non strimpellatori, ed è questo che io ho dato.”

“Leggo qui, nel suo incartamento, che ha anche scritto della canzoni. Le ha mai fatte conoscere a qualcuno?”

“No, come le dicevo era per mio diletto, chi poteva mai essere interessato alle mie canzoni?”

“Che sarebbe successo se le avesse fatte ascoltare?”

“Boh… sicuramente mi avrebbero preso per una sciocca.”

“E’ dunque per questo che ha sempre tenuto i suoi talenti nel cassetto? Per timore di essere mal giudicata?”

“Forse… forse sì. Non era solo timore, era una certezza!”

“Signorina, vede, proprio in questo sta la sua incapacità di donarsi, ed è per questo che non ha passato la prova. La paura di mettersi in gioco, del giudizio altrui, l’ha sempre tenuta chiusa al sicuro dentro a una cassaforte. Era troppo concentrata su sé stessa per riuscire a donarsi davvero al prossimo.”

Laura cadde dalle nuvole. Lei, proprio lei, troppo concentrata su sé stessa? Le suonava davvero incredibile. Il commissario esaminatore proseguì impietoso.

“Ha fatto molte cose per gli altri, ha sempre tenuto un comportamento irreprensibile ed altruista. Ma se ci riflette, sempre in nome della sua immagine. Non è questo il motivo per cui è stata mandata sulla terra.

Lei è stata mandata con un bagaglio di qualità che la rendevano unica, ed era quello che doveva condividere con gli altri. Ha fatto molte cose utili, ma che erano teoricamente alla portata di ogni persona di buona volontà, quando le veniva richiesto di mettere a disposizione del mondo le sue vere qualità, che sono solo sue, preziose nella loro unicità.

Il fatto poi che le giudichi di scarso rilievo ha aggravato la sua posizione, in quanto imperdonabile atto di presunzione. Si è arrogata il diritto di mettere in discussione gli strumenti di cui l’abbiamo dotata, dimenticando che lei deve imparare, non giudicare.

Sono queste le motivazioni che hanno portato alla sua bocciatura. La invitiamo a ripensare a questi errori e, per la prossima prova, a concedersi la possibilità di sbagliare: la sua smania di perfezione l’ha tradita.”

“Credo di avere compreso il mio errore, adesso capisco di avere sprecato la mia vita!” disse sommessamente Laura.

“Non dica così, nulla è sprecato. Questo errore le ha portato un insegnamento prezioso che non avrebbe potuto raggiungere altrimenti, è stato evidentemente un passaggio necessario e le siamo grati di averci interpellato per avere chiarimenti e poterlo così mettere a frutto.

Adesso è finalmente pronta a donarsi al mondo, libera da giudizi e condizionamenti. Faccia buon uso delle qualità di cui disporrà quando arriverà nel Nebraska, cerchi di comprenderle a fondo e sia finalmente sé stessa.”

E mentre Laura si allontanava, in parte rassicurata dal nuovo livello di consapevolezza che aveva raggiunto, il commissario le rimandò un ultimo, prezioso consiglio.

“Ah, dimenticavo: cerchi di divertirsi, la smetta di vivere la vita come se fosse un esame, è stato proprio questo a fregarla!”

La rumenta


Che diresti se un amico che ti viene a trovare rovesciasse il suo cestino della spazzatura nel tuo salotto? Poco piacevole, non trovi?

L’altro giorno mi è capitato di leggere un post su Facebook che condannava l’inciviltà di chi aveva lasciato chili di plastica su una spiaggia; nel post non si lesinavano i toni pesanti, criticando aspramente il comportamento delittuoso ed invocando una degna punizione corporale da parte della Provvidenza per il reo inquinatore.

Non ho potuto fare a meno di notare come chi scriveva si rendesse colpevole a sua volta dello stesso crimine: stava rovesciando i suoi rifiuti emotivi in un sito pubblico.

Mi dirai: certe cose vanno denunciate, è giusto che la gente conosca certi accadimenti.

Rispondo: a che serve? Chi ha inquinato si redimerà grazie a quel post? Oppure si diffonderà un clima di malessere che va a corroborare la posizione di quei pessimisti che non perdono occasione per evidenziare quanto sia brutto il mondo in cui viviamo?

I social trasudano negatività, sono il ricettacolo della spazzatura emotiva dei cyber-inquinatori del Web 2.0.

Ma sono solo il riflesso di un fenomeno che dilaga un po’ ovunque, anche nella cosiddetta vita ‘reale’, e se ci rifletti non risparmia nessuno: ti è mai capitato di ‘sfogarti’ con un amico o conoscente, manifestando con lui o lei le emozioni negative che non hanno potuto emergere nel luogo appropriato perché giudicato inopportuno?

Più sei intimo di una persona, più ti senti titolato a rovesciare la tua spazzatura sul suo tappeto, perché una valvola di sfogo dev’esserci, altrimenti esplodi.

Sono d’accordo sullo sfogo, ma lascia in pace chi non c’entra nulla: il comportamento più funzionale è gestire l’emozione in modo sano nel luogo dove questa è nata e lì lasciarla, non metterla nello zaino per usi futuri.

Ho detto in modo sano, non è dunque indispensabile fare una strage in ufficio.

Cavoli, ora che ci penso… ho appena rovesciato la mia spazzatura emotiva nel tuo salotto… beh, scusami proprio tanto, ma dovevo sfogarmi altrimenti esplodevo!

L’omeostato


Quel muro andrebbe abbattuto; separa due stanze troppo piccole, inutilizzabili; rimuovendolo, invece, si ricaverebbe una camera da letto molto spaziosa.

Occorre però spostare tutti i mobili, da qualche parte bisogna pur metterli. L’idea della polvere che normalmente accompagna l’operato dei muratori assetati di distruzione, poi, mi terrorizza. E poi ci sarà da ridipingere le pareti. Odio dipingere le pareti! Senza contare che, lavori a parte, il cambio di destinazione di quelle due stanze mi costringerebbe a cascata a ridisegnare il layout dell’intera casa.

Insomma, che situazione complicata: lo status quo non mi soddisfa, immagino che a lavori ultimati starei molto meglio, ma la prospettiva di attraversare la fase destabilizzante della ristrutturazione mi blocca in una situazione di stallo.

Vorrei cambiare, ma non posso. Cosa mi frena in definitiva? Da dove nasce la mia paura del cambiamento? Posso individuare un motivo più fondamentale sotteso alle mie dinamiche più o meno inconsce?

Per quanto mi riguarda, direi di sì. Non sono le paure di soffrire, di faticare o di sbagliare a frenarmi, ma qualcosa di più fondamentale: in quanto essere biologico sono un sistema omeostatico, un sistema che tende al raggiungimento dell’equilibrio e al suo mantenimento. Per questo mi è così difficile cambiare: per farlo bisogna abbandonare la situazione di equilibrio (che si potrebbe altrimenti definire zona di comfort), attraversare una fastidiosissima e per nulla desiderata fase di sbilanciamento, per poi raggiungerne un’altra.

Non so se c’è, ma mi convinco che c’è, ci dev’essere per forza… chissà come sarà poi? Migliore o peggiore di quello attuale? E non mi rendo conto che in fondo non importa nulla, perché quello che alla fine più interessa alla mia macchina biologica non è stare bene, ma stare in equilibrio senza troppi sforzi. Non accetterei mai il nirvana a condizione di stare perennemente su una corda tesa e dieci metri da terra.

Perché come forse saprai l’equilibrio può essere stabile, instabile o indifferente: nelle specie di primo tipo lo stato del sistema tende a ritornare al punto di partenza, e può essere necessario applicare una forza molto grande per discostarsene definitivamente.

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E siccome, ahimé, sono una persona assai equilibrata, mi trovo in svariate situazioni di vita in questa condizione. E conosco tante, troppe persone come me, che rimangono in situazioni scomode, talvolta foriere di sofferenza, ma dotate a loro modo di un marcato equilibrio e pertanto difficili da abbandonare.

Estremizzando provocatoriamente (ma non troppo), anche lo stato di chi subisce quotidianamente violenza (fisica o psicologica che sia), a ben analizzarlo, può rappresentare una condizione di equilibrio stabile, che si può raggiungere anche solo per reiterazione, una ripetizione che scava quel solco profondo, che chiamiamo abitudine, dal quale difficilmente la pallina riesce ad allontanarsi.

La centina e l’ego


Sai cos’è la centina? Si tratta di una struttura provvisoria utilizzata come sostegno in edilizia; ad esempio, per costruire un arco la si utilizza come supporto temporaneo per appoggiarvi i componenti (conci), e una volta raggiunta la cima e inserito l’ultimo (la chiave di volta), la struttura diventa autoportante, e la centina può essere rimossa.

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Credo che questo procedimento costituisca una metafora piuttosto calzante nella descrizione dello sviluppo dell’individuo: in questo parallelo la centina rappresenta quello che comunemente viene chiamato ego.

L’ego, in sintesi, è l’immagine di sé che ciascuno costruisce identificandosi (illusoriamente) con oggetti, situazioni, ruoli.

A partire da un certo anno di età il bimbo si stacca psicologicamente dalla mamma, cessa di sentirsi un tutt’uno con lei e inizia a costruire una propria individualità, che proietta magari su un giocattolo, un pupazzo, e successivamente su elementi più astratti quali comportamenti e ruoli sociali.

Da ragazzo diventa quindi un bravo studente, oppure un monello che ostenta il suo disdegnare i libri; da adulto diventa un laureato, un campione sportivo, un coniugeun genitore, un impiegato, un imprenditore, un boss della malavita; senza peraltro cessare di identificarsi col giocattolo di turno, che magari adesso è rappresentato da una fiammante auto sportiva o da un paio di scarpe.

Ciascun elemento di questo elenco rappresenta una manifestazione dell’individuo, ma nessuno di essi fa parte della sua vera identità

Eppure la mente deve passare attraverso questa fase di identificazione, altrimenti non ha modo di auto referenziarsi. Per quanto illusorio, l’ego non è inutile, e tanto meno dannoso: come la centina, è un supporto necessario per poter costruire il senso di sé.

Il punto cruciale, però, è che viene il momento in cui la centina deve essere rimossa, altrimenti l’arco è privo di utilità (immagini le capocciate?).

Noi invece non  lo facciamo: le testate che prendiamo sono molte, ma insistiamo.

Siamo estremamente riluttanti a lasciare andare le nostre identificazioni ed è comprensibile, perché ci sono state utili, e abbandonarle viene percepito come uccidere una parte di sé: ma arrivati ad un certo punto bisogna trovare il coraggio di andare oltre, ed avere fiducia che l’arco che abbiamo costruito possa stare in piedi da solo.

Pronti a costruirvi sopra nuove strutture, nuove centine che rimuoveremo prontamente quando non saranno più necessarie.

Per ogni tipo di viaggio è meglio avere un bagaglio leggero

Sono un bravo bambino perché non rompo le palle


Da piccolo ero proprio un bravo bambino: ubbidiente, educato, non facevo quasi mai i capricci, a scuola ero il primo della classe. Un figlio che ogni genitore vorrebbe avere, di quelli che da grandi diventano uomini da sposare.

Mia madre mi elogiava spesso per questo, soprattutto di fronte agli estranei; nel tempo mi sono convinto che queste qualità fossero mie, che fossero un tutt’uno con la mia essenza: io ero quello lì! Tanto che, qualora mi fossi permesso di deviare da quel comportamento, non avrei più capito chi sono, mi sarei perso; certo, di questo non ero consapevole allora, l’ho capito col senno di poi.

E il senno di poi mi ha posto di fronte a nuove domande: cosa faceva di me un bravo bambino? Un insieme di qualità intrinseche, che mi rendevano in assoluto migliore di altri? No, nulla di tutto questo. Ero un bravo bambino perché non creavo problemi.

Il mio essere bravo non dipendeva tanto da me, ma da chi mi stava attorno, i genitori in primis, gli insegnanti poi, e via di seguito.

Io non creavo problemi: studiavo in autonomia, se mi chiedevi di fare una cosa ubbidivo senza protestare; di me si diceva che era come non avermi, e l’intento era ovviamente complimentoso. Rileggendo quanto ho scritto finora mi viene invece da pensare: un’ameba! Che mi sta pure un po’ sulle scatole!

Sono dovuto arrivare al tramonto della decade dei quaranta per avere chiaro tutto questo, anche se una qualche parte di me l’ha sempre sospettato: sono una brava persona nella misura in cui mi adeguo agli altri.

Finché riesco a soddisfare le altrui aspettative il mio copione di vita è rispettato, e la mia immagine è integra. Ma in tutto questo non c’è alcun merito, se non quello di essere abile nel trasformismo e nella sopportazione.

Essere accettati perché ci si conforma in base all’altrui giudizio significa giocare facile, quasi barare. Visto da una nuova prospettiva potrebbe perfino definirsi ipocrita, concorrenza sleale, una svendita sottocosto per sbaragliare i competitori con un generale danneggiamento collettivo.

Il risultato è stato una rinuncia alla vita, dove per vita intendo: essere sé stessi; adesso cerco con fatica di riappropriarmi del tempo perduto, alla luce di questa nuova presa di coscienza.

Per arrivare a questo ho dovuto superare una tardivamente adolescenziale fase di ribellione, in cui cantavo con Guccini:

Non me ne frega niente
se anche io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere
io amo essere odiato

Poi ho capito che questo atteggiamento era solo un cambiare segno alla mia tendenza: passare dall’adeguarsi all’andare contro mi legava comunque alle aspettative altrui.

Adesso cerco di liberarmi da tutta questa spazzatura ed essere me stesso, ma non è facile, perché senza quei riferimenti esterni che mi davano sicurezza ho veramente grosse difficoltà a sapere chi sono.

E suppongo che questo stia diventando il mio nuovo obiettivo di vita.

Il sovrano addormentato


Il re governava con saggezza e rettitudine il piccolo regno di Anéros, che da parecchi anni si sviluppava florido e felice.

Era affiancato da un valido consigliere, alquanto abile nel fare di conto, al quale chiedeva aiuto ogniqualvolta fossero richieste le sue impareggiabili qualità logiche e calcolatrici, per trovare soluzione a quei piccoli o grandi problemi pratici che l’attività di ogni sovrano incontra nel quotidiano .

Il regno traeva sostentamento dal lavoro contadino: ogni suddito disponeva di un adeguato appezzamento di terreno, dei cui frutti beneficiava direttamente la famiglia e, in via residuale, la casa regnante, quale giusto compenso per l’attività di governo, nonché tutte le rimanenti figure ausiliarie.

Fra queste, un ruolo molto importante era ricoperto dai cosiddetti commedianti: poliedrici personaggi il cui compito era intrattenere, svagare, motivare, nei momenti difficili rincuorare la popolazione, indossando di volta in volta la veste di giullare, di canterino, di giocoliere, di attore comico o drammatico.

La semplicità di quella struttura sociale garantiva stabilità, equilibrio e abbondanza al regno, i cui membri si sentivano amati e valorizzati, ciascuno nella propria peculiare individualità, dal sovrano, che aveva cura di non trascurare nessuno ed era sempre pronto ad ascoltare le esigenze di ogni suddito.

Un brutto giorno il re, in un momento di particolare affaticamento, ebbe la cattiva idea di delegare una decisione al proprio consigliere; quest’ultimo si sentì molto onorato di quell’investitura, e mise in campo tutte le proprie forze ed energie per non deludere le aspettative del committente.

Riuscì nel compito con grande successo, e il re fu molto soddisfatto della decisione presa in sua vece dal proprio aiutante, al punto da ripetere l’esperimento, che sembrava non avere alcuna controindicazione: il consigliere era ben contento di sentirsi, anche solo per un momento, nel ruolo del sovrano, e quest’ultimo si sentiva sollevato da una fatica che diventava via via più grande con l’avanzare dell’età.

Imboccata questa strada, non si tardò a raggiungere il punto in cui divenne in discesa, una discesa dalla forte pendenza che faceva aumentare la velocità e rendeva sempre più difficile tornare indietro.

Fu così che il re, reso pigro dalla diminuzione del carico di lavoro, cessò del tutto di occuparsi del proprio regno, lasciando carta bianca al consigliere.

Quest’ultimo, viste le eccelse doti logiche e la predisposizione naturale ad eseguire con efficienza i compiti minimizzando i costi e massimizzando i ricavi, non tardò a trovare delle regole che gli permettessero di prendere decisioni in automatico, senza la minima fatica: aveva infatti capito che dopo un po’ i casi da affrontare si ripetevano nella struttura di base, ed era pertanto possibile attingere a un sia pur lungo elenco di casistiche per associare in automatico ad ogni problema la soluzione più appropriata, sfruttando l’esperienza del passato per evitare la fatica contingente.

Grazie a questa intuizione geniale venne stilato il manuale del regnante, un pesante e voluminoso tomo che elencava tutti i possibili problemi del popolo con le rispettive decisioni da adottare.

Si venne così a delineare un nuovo equilibrio, nel quale il sovrano restava a letto fino a tardi, si alzava solo per mangiare e poi poltriva pigramente spostandosi dal trono alle numerose poltrone presenti nel castello, per poi tornare a letto la sera in un ripetitivo trascinarsi senza meta.

Il consigliere, dal canto suo, si pasceva nel delirio di onnipotenza, avendo a tutti gli effetti preso il posto del re.

Ma gli automatismi a cui ricorreva per governare il regno non erano per nulla infallibili: le problematiche che di volta in volta emergevano non erano sempre perfettamente corrispondenti alle casistiche contemplate dal manuale, anche se ad un primo sguardo superficiale poteva sembrare così.

I sudditi cominciarono ad avvertire un crescente malessere, mentre i commedianti iniziarono ad esagerare le proprie messe in scena, spargendo talvolta paura e panico ingiustificato fra la popolazione, talvolta euforia eccessiva, stimolando e favorendo comportamenti contraddittori che portarono a conflitti interni al regno.

Gruppi di contadini si schierarono in una fazione di euforici che volevano sempre e solo gioia e felicità; altri in una fazione di sofferenti che anelavano alla fatica e al lavoro duro e disprezzavano coloro che pensavano diversamente; molte altre fazioni vennero a crearsi, e ciascuna traeva energia dal commediante di riferimento che di volta in volta portava in scena l’emozione predominante, sotto la regia delle cieche regole del consigliere.

Ben presto il caos si diffuse in tutta la collettività, che aveva perso unitarietà per ritrovarsi frammentata in una molteplicità di correnti in contrasto fra loro; le lotte intestine e le ribellioni dei contadini divennero vere e proprie malattie in seno al regno, che ormai, gravemente malato, si avviava al declino.

Il destino non era ancora segnato, ma per evitare il peggio era indispensabile che il re si risvegliasse, e togliesse lo scettro del potere dalle mani dello scellerato consigliere.

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E tu, caro lettore, cosa ne pensi? Anche tu, come me, ti senti come il sovrano addormentato col corpo in balia delle emozioni? Anche tu, come me, reputi che sia finalmente giunto il momento di disubbidire alle rigide regole imposte della mente ?

Gli insegnamenti di Spritz


Ti presento il mio bel gattone, si chiama Spritz.

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Al pari delle mie galline Spritz è un gran maestro di vita, e l’altro giorno mi ha reso consapevole di una mia dinamica, che immagino sia comune un po’ ad ognuno, su cui ti invito a riflettere.

Spritz è un gran giocherellone, ha il morso facile e sguaina con facilità le unghie; ma in fondo ha un animo gentile: vuole solo essere lasciato in pace.

Quando capiti nelle sue grinfie, devi avere ben chiara in mente una precisa strategia di sopravvivenza: se la tua mano finisce fra i suoi minacciosi canini, mai e poi mai tentare di ritrarla. Brandelli di carne lacera giacerebbero sanguinolenti al suolo.

Analogamente, se ti artiglia il malcapitato arto, mai e poi mai tirarlo via per sottrarlo all’incombente pericolo: rosse, colanti righe solcherebbero presto la tua pelle.

Quando ti trovi in questi terebranti frangenti, hai una sola valida strategia di sopravvivenza: andare incontro al pericolo.

Il pollice è finito fra le sue fauci? Spingilo verso l’interno della bocca: la sensazione di fastidio lo convincerà immediatamente a mollare la presa. Ti ha artigliato la mano? Spingila verso di lui, o quantomeno lasciala ferma, ma evita assolutamente di tirarla via. In fondo il più delle volte non ti vuole far male, ma solo darti un avvertimento, o giocare senza intenzione di ferire.

Fin da piccolo ho a che fare coi gatti, e ho imparato queste preziose regole a mie spese.

A questo punto l’insight felino: gran parte della sofferenza che ho provato o provo nelle esperienze di vita è dovuta proprio a questa mia tendenza a ‘tirar via la mano’, che aggrava pesantemente situazioni di dolore solo potenziale.

Insomma, non c’è nulla là fuori voglia davvero farmi del male, sono io stesso a causarmelo con questo mio continuo volermi sottrarre a un pericolo il più delle volte solo immaginato. La mente razionale vuole proteggermi, e per farlo il consiglio è spesso lo stesso: fuga. Invece devo cercare di agire con lucidità, come ho imparato a fare coi gatti, e muovermi nella direzione contraria. Ribadisco: con lucidità, non si tratta di applicare ciecamente una regola in controtendenza.

Tornando a Spritz, non posso negare di avere qualche graffio sulla pelle, ma si tratta solo di ‘superficiali incidenti di percorso’, nulla di grave. Insomma, vale la pena di continuare a giocare con quel bel micione, una volta capito come gestire questo movimentato rapporto.

Il mondo là fuori


Viviamo in un’epoca, nel nostro mondo occidentale, che idolatra la ragione; la scienza è diventata la religione dominante, forte dei successi ottenuti e del progresso a cui ci ha condotto, e il metodo scientifico è l’unico vero criterio di cui ci si può fidare.

Non mi sottraggo a questa linea di pensiero, per anni ho cercato risposte a domande scomode nei libri di fisica; ma proprio forte di questo mio sentirmi galileiano, non posso non notare una pesante contraddizione di fondo: ci si muove alla ricerca di evidenze sperimentali dando per scontato un fatto per nulla dimostrato, ed un fatto mica di poco conto!

Stiamo dando per scontato che il mondo nel quale ci muoviamo, all’interno del quale facciamo i nostri bravi esperimenti, che interroghiamo giornalmente per avere rigorose risposte scientifiche, esista a prescindere dalla nostra coscienza!

Pensaci bene, tenace sostenitore del metodo scientifico: riesci a dimostrare che il display attraverso il quale stai leggendo questo articolo esiste a prescindere dal fatto che lo stai osservando?

Sono abbastanza certo di poterti fornire la risposta: no!

Non lo puoi fare, perché ogni tentativo in tal senso deve passare attraverso il filtro dei tuoi sensi, della tua coscienza. Lo puoi supporre, ma non lo puoi dimostrare.

La risposta ingenua potrebbe essere che hai testimoni che vedono le stesse cose che vedi tu… ma pure quei testimoni, nel comunicarti ciò che vedono, devono essere registrati dalla tua coscienza, in sua assenza non avrebbero modo di comunicarti alcunché; in definitiva, come potresti dimostrare tu, in totale onestà intellettuale nei confronti di te stesso, la loro stessa esistenza?

Bada, non sto affermando con forza che il mondo non esiste finché tu non lo osservi (anche se le recenti scoperte sulla fisica delle particelle lascerebbero intendere proprio questo), sto molto più blandamente facendoti notare che l’assunto di un mondo oggettivo che evolve al di fuori della tua coscienza non è dimostrato, né è a mio avviso in linea di principio dimostrabile, e che tu, fedele adepto della moderna scienza, non dovresti prenderlo per buono con tanta leggerezza: dopotutto è l’assunto di partenza, quello da cui derivare ogni altra prova sperimentale, non vorrai mica costruire l’intero impianto scientifico su basi così instabili, vero?

Perché?


La mente razionale è in perenne ricerca di spiegazioni. Trovare le cause di ciò che succede tranquillizza, dà la sensazione di avere il controllo della situazione, come se questa conoscenza fosse strettamente collegata alle leve di comando.

In realtà si tratta di una conoscenza a posteriori, che nella migliore delle ipotesi spiega ciò che è accaduto ma non dice alcunché di ciò che accadrà: non è infatti per nulla scontato che gli eventi si ripeteranno nella stessa maniera in futuro.

Eppure noi ci crogioliamo in questa sicurezza illusoria. Ma la ricerca dei perché è un’abitudine parecchio insidiosa che dovrebbe farci sentire tutt’altro che al sicuro.

Il pericolo maggiore sta nel fatto che la ricerca dei perché ci lega al passato: crea delle regole, spesso implicite, che vincolano inesorabilmente, nell’immaginario, gli esiti futuri delle nostre azioni, o il nostro modo di essere rispetto a ciò che è stato.

Lasciami banalizzare con un esempio: se ho preso il mal di gola perché sono uscito in bici sotto la pioggia, e nella mia mente si consolida questa associazione fra causa ed effetto, in futuro eviterò di ripetere l’esperienza.

Ma l’uscita, che secondo la mia idea ha causato il male, è solo una delle possibili concause, mica l’unica: forse quel giorno avevo il sistema immunitario fragile, forse ho incrociato qualcuno che aveva appena starnutito nell’aria tutti i suoi bacilli, forse ho tenuto i capelli bagnati dopo la doccia… forse… forse…

Se prendo l’abitudine di aspettarmi che succeda l’evento B ogni volta che compio l’azione A, rischio di non fare mai A, o di farlo ripetutamente, a seconda che B sia o meno spiacevole. O peggio: se l’evento A, che si è verificato nella mia infanzia, è il perché di certi miei modi di essere, non arriverò mai a pensare di poter cambiare; se ad esempio sono timido perché da bambino ho avuto poche occasioni di interagire con gli altri, mi rassegnerò a rimanerlo per sempre.

Come già affrontato in un altro articolo, piuttosto che andare alla sterile ricerca di cause passate è molto meglio guardare ai possibili scopi futuri. I perché sono la causa prima della nostra burocrazia mentale: ognuno di questi elimina incertezza, ma scava un solco all’interno del quale si rischia di rimanere impantanati.

Le insidie della comfort zone.

Condensazione: la caduta dall’Eden


Le giornate sul pianeta Hydor duravano trenta delle nostre ore, mentre l’anno corrispondeva a ben cinquemila dei nostri.

L’atmosfera era un indistinto e caotico brulicare di molecole di acqua allo stato puro; i potenti raggi della stella Zoe garantivano energia in abbondanza per mantenere quella situazione di vaporosa confusione anche durante la notte.

L’asse di rotazione non era inclinato rispetto al piano di rivoluzione, pertanto il dì e la notte avevano sempre la stessa durata. L’orbita del pianeta era invece fortemente eccentrica, e per questo la sua distanza dalla propria stella variava enormemente nel tempo.

La frenesia caotica dell’atmosfera era solo apparente, perché le radiazioni elettromagnetiche erano tali da infondere alle molecole uno stato di elevata coerenza vibrazionale a livello quantistico; tale coerenza poteva a tutti gli effetti essere considerata il substrato connettivo della coscienza del pianeta, mentre le brulicanti molecole ne erano il supporto materiale, i singoli neuroni.

Hydor poteva pertanto dirsi un essere senziente a tutti gli effetti.

I cicli siderali portarono lentamente il pianeta verso la posizione di maggior distanza dalla stella, e questo causò un forte abbassamento della temperatura a partire dagli strati più alti dell’atmosfera; il vapor acqueo poco a poco condensò, dapprima in minuscole goccioline d’acqua, poi in piccoli pezzettini i ghiaccio che divenivano via via più grandi col progredire del processo di raffreddamento, inglobando a sé le molecole d’acqua rimaste libere ed assumendo le forme più svariate, per lo più dettate dal caso ma secondo schemi ricorrenti.

Mano a mano che le dimensioni dei blocchi di ghiaccio crescevano, si andavano lentamente consolidando quelle che potremmo definire coscienze individuali: ogni blocco prendeva atto della propria unicità e separazione rispetto a tutti gli altri.

Quando il processo di cristallizzazione fu completato, iniziò una nuova fase di organizzazione; si crearono gerarchie di individui, per lo più basate sulla forma e la dimensione; i più grandi e simmetrici occupavano posizioni di comando, mentre quelli piccoli e dai contorni irregolari erano bistrattati e relegati a posizioni subalterne. Le Grandi Sfere erano ai vertici supremi.

La provenienza comune di ciascuno di questi esseri non era nemmeno più un ricordo, così come la casualità che aveva guidato il processo di cristallizzazione, e delle singole molecole d’acqua si era persa ogni traccia, tanto erano saldate fra loro in quelle nuove gelide e solide forme.

Ovunque regnava freddo e separazione; iniziarono i primi conflitti, le prime rivolte degli irregolari che volevano affrancarsi dal dominio dei simmetrici.

I cicli siderali intanto facevano il loro corso, incuranti di quanto accadeva su Hydor; la temperatura iniziò a salire lentamente ma inesorabilmente, e di questo iniziarono ad incolparsi reciprocamente i gelidi abitanti del pianeta; fu il pretesto per l’inizio di furiose lotte per il potere.

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Si cominciò a parlare di surriscaldamento globale, di inquinamento, di sviluppo sostenibile, temendo ipocritamente per il futuro delle nuove generazioni; ciascuno di loro conosceva bene la sorte a cui stavano andando incontro: lentamente iniziavano ad provare sudori freddi, a dimagrire, a perdere vigore.

Quel calore insopportabile avrebbe segnato presto la loro fine: e non occorreva essere Cassandra per comprendere che la direzione era segnata e non c’era via di ritorno.

Gli individui iniziarono a morire, partendo dai più piccoli e dagli irregolari; l’ultimo disperato tentativo di sopravvivenza fu rappresentato da una guerra globale, innescata da quella follia collettiva che la paura della morte aveva alimentato; questo non fece che accelerare il processo, perché grandi blocchi regolari venivano spezzati in piccoli ed irregolari, per i quali lo scioglimento era più rapido.

Il fenomeno era inarrestabile, la sorte segnata: lentamente, uno dopo l’altro, perirono tutti; e le molecole d’acqua, fino ad allora imprigionate in quell’assurda immobilità, ripresero a vibrare; dapprima disordinatamente, poi con coerenza crescente, guidati da quella formidabile direttrice d’orchestra che era Zoe.

Fu il risveglio da un profondo sonno, il ritorno da una lunga notte popolata di incubi.

Fu il riaffacciarsi alla Vita.