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Pa330 (per i giochi di teatro)


Parole e musica Marco Perasso, licenza Creative Commons

Do La Do La Do La Sol La

Do La
Sono diventato pazzo
Do La
perché mi sono rotto il… neurone
Do La
ora che ho squarciato il velo
Sol La
vi mando tutti a fare… un giro

Do La
State all’occhio sono matto
Do La
sono fuori come un tetto
Do La
bigotti e bacchettoni
Sol La
levatevi dai… paraggi

Mim
Finalmente sono suonato e posso dedicarmi ai giochi di teatro

Sol La
Sono diventato folle
Sol La
perché mi girano le… stelle
Sol La
libero le pulsioni
Do La
e tiro fuori… le emozioni

Sol La
Io mi sento emancipato
Sol La
dal giogo del giudicato
Sol La
porto in scena me stesso
Do La
come quando sono al… terato

Mim
Ora che mi sono affrancato posso dilettarmi ai giochi di teatro
Sim
ora che mi sono sputtanato non ho più la paura di non esser gradito
Sol
dopo troppo tempo passato dentro alla finzione di un contratto sociale
Sim
oggi recito per gioco, se mi passi lo sfogo non è roba da poco

Fa# Sol
Io sono fuori di testa
Fa#7 Sim
e oggi voglio fare festa
Fa# Sol
questa tigre che cavalco
Fa#7 Sim
mi trascina sopra al palco

La Sol
Dove è totalmente assente
Fa#7 Sim
la dittatura della mente
La Sol
lascio che mi guidi il corpo
Fa#7 Sim
è questo il dono che vi porto!

Fa#m
Il mio fare squilibrato nutre la catarsi ai giochi di teatro
Do#m
sopra un palco che mi protegge dai giudizi di un mondo che risuona ostile
La
dentro al quale sono piombato, lasciami passare il paragone scurrile,
Do#m
come un dito che ha sfondato sul più bello carta igienica sottile

Sol# La
Il timore che mi perda
Sol#7 Do#m
in questo mondo di… competizione
Sol# La
ora viene esorcizzato
Sol#7 Do#m
grazie ai giochi di teatro

Sol# La
Il bove che trascina l’aratro
Sol# Do#m
si affranca ai giochi di teatro

Sol# La
il cane che reprime il latrato
Sol# Do#m
lo sfoga ai giochi di teatro

Sol# La
l’angustia di un ambiente tetro
Sol# Do#m
si espande ai giochi di teatro

Sol# La
se non ti sdrucciola il baràtro
Sol# Do#m
ripiana ai giochi di teatro

Sol# La
perfino il grande Frank Sinatro
Sol# Do#m
cantava ai giochi di teatro

Sol# La
questa volta ho proprio esagerato
Sol# Do#m
col vizio del verso rimato!

Sol# La
E quando vuoi sentirti amato…
Sol# Do#m
vieni ai giochi di teatro!

Sol#m
Questa mia canzone ribelle grida al mondo che è libero soltanto chi è folle...

Bambino ribelle


Hai presente quella vocina che hai dentro e ti dice quello che si deve e non si deve fare, arrivata da chissà dove, forse dai genitori, dagli insegnanti, da qualsiasi educatore che hai incontrato nella tua vita, e che ti sei convinto essere la tua?

Ebbene, con questa canzone prendo le distanze da quella voce e, pur comprendendo che agisce in buona fede per il mio bene, mi prendo la libertà di dirle, in una sorta di catartico dialogo interiore, che ora basta, ha davvero rotto le palle!

Parole e musica Marco Perasso, licenza Creative Commons.

Mim Sol Mim Sol

Mim
Caro genitore del mio bimbo ribelle
te lo dico con affetto hai frantumato le palle
Sol
perché

Mim
Io voglio uscir la notte per guardare le stelle
senza avere un cagacazzi che mi copre le spalle
Sol
sì, parlo di te!

Re
voglio tanto sole che mi bruci la pelle
La
incontrare sconosciuti ricchi di caramelle
Mim
per me

Fa#
Voglio frequentare quante donne mi pare
Sim
se mi gira fare sesso senza fare l’amore
La
in via Pré

Mim
Giudice interiore del mio cuore ribelle
quando arriva il tuo verdetto la mia pancia ribolle
Sol
lo so

Mim
non è il cibo ma la rabbia che la fa gorgogliare
quindi lasciami gustare quel che cazzo mi pare
Sol
oibò

Re
voglio anche viaggiare senza pianificare
La
stare a letto pur avendo molte cose da fare
Mim
si può

Fa#
voglio l’emozione di lasciarmi sbagliare
Sim
questo è il solo vero modo per poter imparare
La
che ho

Mim
Giudice interiore delle mie malefatte
puoi ficcarti i tuoi precetti dove il sole non batte
Sol
laggiù

Mim
io sono stufo di mostrarmi con imprese perfette
naturali come bionda dalle tette rifatte
Sol
al caucciù

Re
voglio dedicarmi a tutto ciò che mi piace
La
senza un grillo che ripete che non sono capace
Mim
e in più

Fa#
voglio liberarmi da quest’alienazione
Sim
che misura il mio valore con la comparazione
La
ma che gran schiavitù!

Sol
Caro genitore
La
tu lo fai per il mio bene
Fa# Sim
ma la vita dopotutto è solo mia

La
Giudice interiore
Sol
ma chi credi di salvare
La Re
hai la scienza ma ti manca la poesia
La
la poesia

Mim
Giudice interiore del mio bravo ragazzo
a me di far bella figura non importa più un cazzo
Sol
si sa

Mim
chi mi adula e lusinga non lo fa per amore
ma piuttosto per un calcolo manipolatore
Sol
eh già!

Re
voglio circondarmi dei genuini affetti
La
di chi mostra di apprezzarmi coi miei tanti difetti
Mim
va là

Fa#
voglio poter essere senza dover sembrare
Sim
ti farò capire quanto è dura addomesticare
La
Dinamite Bla!

Sol
Caro genitore
La
io comprendo il tuo sgomento
Fa# Sim
il mio risveglio può sembrarti un tradimento

La
Giudice interiore
Sol
mi ribello come un fiore
La Re
che è cresciuto con coraggio nel cemento
La
e non mi pento

Mim
questa è la canzone della mia ribellione
ora vado con fiducia verso l’integrazione...

Civilizzato o… addomesticato?


Questo post è dedicato a te, che consideri con atteggiamento di sufficienza quegli indigeni che vivono ancora in capanne e praticano riti che definisci barbari, e ti senti superiore e al sicuro perché appartieni alla cosiddetta società civile.

Non ti rendi conto che quella stessa società ti ha reso praticamente inadatto alla sopravvivenza, se privato degli strumenti che ti mette a disposizione.

Non sei civilizzato: sei addomesticato, e totalmente dipendente da quegli strumenti, come un barboncino rasato ha bisogno del suo padrone, come un pollo ha bisogno del fattore.

Non hai pelliccia per proteggerti dal freddo, non hai unghie o denti aguzzi per combattere, la tua pelle delicata e la tua incapacità di sopportare dolore e fatica fanno di te una preda facile e un predatore risibile.

Se dall’oggi al domani ti togliessero giacca e cravatta, carta di credito, telefono, ogni altro tipo di gadget moderno e ti esiliassero in un bosco… che ne sarebbe di te? Pensi che il tuo grande cervello da sapiens sapiens sarebbe sufficiente a garantirti la sopravvivenza, abituato come sei a quella specializzazione che ti rende il migliore in un solo, unico, campo di nicchia?

Scendi dal piedistallo, e prega che chi ti sta sfruttando a tua insaputa come una mucca da latte continui a darti il sostentamento di cui tanto hai bisogno.

E magari guarda con un pizzico di stima e ammirazione chi vive ancora libero, nudo e armato di lancia in una remota selva dell’Amazzonia.

Energia a freno


Concerto all’aperto di Max Gazzè.

Transenne delimitano la platea dei posti a sedere.

Avvio tranquillo sulle note di ‘Raduni ovali’. Ciascuno è al proprio posto.

Poi l’energia inizia a fluire, le gambe iniziano a muoversi, qualcuno si alza per mettersi a ballare in un corridoio laterale.

Lascio la comoda sedia e mi unisco al rivoluzionario gruppetto di persone.

Non tarda ad arrivare il ragazzo della security, che ci invita a riprendere il nostro posto.

Rifletto: è il suo ruolo, è per evitare che qualcuno si faccia male. Avrà certo ricevuto istruzioni in tal senso, mantenere l’ordine.

Mi guardo attorno, proprio non riesco a tornare a sedere! A fianco a me un’aiola interrompe la fila di transenne, al di là c’è la zona esterna alla platea, quella occupata dall’informe branco di coloro che non partecipano formalmente al concerto.

Scavalco l’aiola, ed esco. Mi ritrovo a due metri da dov’ero prima, ma ora sono fuori, ora posso ballare liberamente, assieme a molta altra gente. Il pensiero di quanto possa fare la differenza un passettino laterale mi strappa un sorriso. La visuale del palco è peggiorata, ma chi se ne frega? La musica arriva potente.

Da ‘fuori’ ballo pericolosamente assieme ad una moltitudine di persone, e osservo quelle ligie da cui mi sono appena allontanato, sedute al sicuro al proprio posto. Avverto in loro un’enorme energia repressa: ma sicuramente è tutto nella mia testa. Comunque non m’importa, ora posso muovermi liberamente.

Questi anni di restrizioni mi hanno insegnato a riconoscere e dar voce allo spirito libero che è in me.

Nulla tornerà più come prima, per fortuna ho smesso di credere alla favola di Adamo ed Eva.

La fine del contrattualismo


Secondo il contrattualismo, concezione filosofico-politica per la quale lo stato nasce da un contratto fra singoli individui, questi convengono di uscire dallo stato di natura – dove sono eguali e liberi, ma privi di garanzie – e di formare una società civile sottomettendosi volontariamente a un potere sovrano.

Nascono così le collettività organizzate, le leggi, le regole, le mansioni, i ruoli, il tutto all’insegna di un calcolo di consapevole convenienza: rinuncio alla mia indipendenza per non avere problemi. Detta così stimola provocatoriamente in me l’associazione col concetto di pagare il pizzo, ma queste sono pure interpretazioni personali.

Il dato di fatto è che questo contratto ha senso fintanto che c’è un vantaggio, altrimenti ne vengono meno i presupposti; quanto più la società inizia ad essere vessatoria, a limitare oltremodo la capacità di autodeterminazione dell’individuo, tanto maggiore dev’essere la contropartita. Se si perde l’equità dello scambio, il contratto perde di significato.

Il problema è che questo stato di cose è insidioso: quanto più mi abbandono al comfort della calda ala della chioccia, tanto più perdo la capacità di cavarmela da solo. Un uomo delle caverne non avrebbe avuto grossi problemi a rimanere mesi da solo nel bosco, io non sopravvivrei una settimana. L’altra insidia si nasconde nel fatto di aver dimenticato che il mio vero stato è quello di natura, e vivo in uno stato sociale per (quella che dovrebbe essere una) libera scelta; in realtà fin dalla nascita ci viene detto che siamo cittadini, e che non può essere diversamente. E noi ci crediamo.

Alla luce di queste premesse, il cammino che sento il bisogno di intraprendere è più spirituale che materiale; non occorre che diventi Rambo, sono sufficienti pochi, piccoli passi nella direzione dell’autosufficienza: avere un orto, prendere acqua alla fonte, saper riconoscere le erbe spontanee, imparare a costruire con materiale di recupero invece che comprare, usare la bicicletta invece dell’automobile.

Gesti che non cambieranno il mondo la fuori, né le mie possibilità concrete di sopravvivere in autonomia, ma cambieranno profondamente me! Ogni mia cellula saprà con crescente certezza che, qualunque cosa accada, troverò il modo di cavarmela, e da questa certezza nascerà la mia serenità, non dal fatto che godo di una qualche forma di protezione; non ha senso che mi organizzi esternamente per prepararmi, ora, a catastrofici scenari futuri di cui non posso prevedere i contorni, se non per sentito dire; l’unica cosa veramente sensata che posso fare è preparare me, spiritualmente, interiormente, all’idea che questo Stato è destinato alla dissoluzione, perché è diventato uno strumento di oppressione invece che di garanzia. E forse lo è diventato proprio perché è ora che io cresca, che prenda consapevolezza.

E’ un po’ come scoprire che i nostri genitori non sono quei miti che abbiamo sempre immaginato: hanno le loro debolezze, commettono i loro errori, talvolta sono dei carnefici da cui proteggersi e, comunque, prima o poi moriranno. Lo so, fa male. Ma la crescita spirituale è anche questo.

Addio mamma chioccia, grazie per tutto quello che hai fatto per me finora, non ho più bisogno di te.

Ah, dimenticavo: rivoglio indietro quell’abbondate sovrappiù che mi hai portato (e mi stai portando) via ingiustamente, e me lo riprenderò senza sensi di colpa quando ne avrò l’occasione, io non ti devo più nulla.

Liberi di, o liberi da?


Ultimamente mi sento sempre meno libero di fare: entrare in un ristorante, in un cinema, in un museo, salire su un mezzo pubblico.

Non volendo cedere a ricatti me ne sono fatto una ragione: ho imparato a stare senza, o a trovare alternative. Il risultato, dopo una fase iniziale di frustrazione, è per me sorprendente: continuo a non essere libero di, ma sono diventato libero da, perché ho isolato tutta una serie di falsi bisogni!

Sono libero dal bisogno di andare al cinema, al ristorante, e grazie alla mia bici sono anche libero dal bisogno di usare un mezzo pubblico. Ho detto grazie alla mia bici, non alla mia auto: sto diventando sempre più libero anche dal bisogno di fare il pieno di benzina.

Ho imparato a fare a meno di abitudini che un tempo giudicavo imprescindibili e questo in definitiva mi ha affrancato! La frustrazione che mi coglie a seguito di ogni privazione è proprio il termometro della mia mancanza di libertà: se non fossi dipendente non proverei alcuna emozione negativa.

La vita è davvero una burlona: il tentativo di togliermi libertà esteriormente si è tradotto in un aumento della mia libertà interiore!

Certo, il punto di sublimazione della libertà interiore è arrivare a fare a meno del corpo fisico, e non escludo che la follia dilagante arrivi a tentare di togliermi pure questo, direttamente o indirettamente. Ammetto di non essere ancora preparato, il pensiero mi terrorizza… ma se serve inizio a lavorarci fin da subito.

Che senso ha vivere per alimentare le pile di Matrix?

Penitenziagite


Nel medioevo le masse venivano pilotate facendo leva sulla paura del Diavolo e dell’inferno. La Chiesa ha prosperato per centinaia di anni grazie a questo strumento.

Poi ci siamo evoluti, e la religione ha perso il suo ascendente sulla coscienza popolare.

La scienza e il progresso hanno spazzato via antiche forme di superstizione.

Ma la necessità di manovrare le masse è rimasta.

E come ogni liberatore che non tarda a diventare il nuovo despota, la scienza ha preso il posto della religione.

Adesso impera lo scientismo.

Il nuovo Demonio è la malattia. Il nuovo Sacramento è la medicina.

Muta la forma, ma non la sostanza.

La vera liberazione può avvenire solo dall’interno di ciascuno di noi.

Resta qui al mio fianco


Nei momenti più difficili e bui, quando la personalità è messa alle strette e non ha più carte da giocare per affermare le sue egoiche posizioni, l’anima fa capolino e ci rivela chi davvero siamo.

Ritornato nell’ego, ho la presunzione di pensare che sia grazie a questo che ho potuto scrivere la mia prima canzone.

Sarò dunque autocelebrativo: ecco il messaggio di speranza che ti lascio, il mio piccolo contributo per affrontare questo oscuro periodo.

Lam
Il profumo del silenzio
            Mim
che risuona calmo e forte dentro me
Lam
echi onirici di assenzio
           Mim
liberan la mente da ogni suo perché

Do                                       Sol
Muovo passi nudi e incerti dentro il sottobosco fresco e umido
Rem
sentimenti riscoperti
                  Lam
dietro a un chiaroscuro verde pallido

Lam
La rugiada piange gocce 
             Mim
dalle foglie ai sassi, ai rovi tremuli
Lam
muschio sulle rocce
                     Mim
abbraccia soffice di caldo volti ruvidi

Do                                  Sol
Un anelito di vento annuncia fiero: il sole è dietro la collina
Rem
vibrazioni forti, quando arriveranno 
Lam
nulla sarà come prima

Sol
Sarà come prima…

Fa
A te che dici che la vita 
            Do
è un nemico duro che non lascia scampo
            Sol
io rispondo vieni, annusa quel silenzio
                 Lam
resta qui al mio fianco

Fa
A te che dici che la vita
             Do
è un cammino triste attraverso il pianto
             Sol
io rispondo siedi, senti che profumo,
                 Lam
resta qui al mio fianco

                 Sol
Resta qui al mio fianco…


Lam
Il ruggito del torrente
              Mim
riempie greve l’aria di un verso animale
Lam
scroscia impertinente 
                    Mim
rovesciando a valle strascichi di un temporale 

Do                                 
Rabbia cieca e devastante che ti avverte, 
Sol
attento: non mi puoi fermare
Rem
io sono del mondo, adesso che son nato 
Lam
nulla mi può più imbrigliare

Sol
mi può più imbrigliare…


Fa
A te che dici che la vita
             Do
è una prigione chiusa dietro al disappunto
             Sol
io rispondo guarda, senti quanta forza,
                 Lam
resta qui al mio fianco

Fa
A te che dici che la vita
                Do
è senza senso e tutto è solo disincanto
             Sol
io rispondo ascolta il battito del cuore
                 Lam
e rimani accanto

                 Sol
Resta qui al mio fianco…

Pensare da uomo libero


La libertà è prima di tutto una questione interiore, e solo in seconda istanza si concretizza in una situazione di fatto.

Questi tempi offrono un’enorme opportunità: imparare a svincolarsi dal pensiero della massa che ci rende automatici, e ragionare con la propria testa.

Le proteste di piazza possono avere la loro utilità, se condotte civilmente, e non mi sottrarrò dal parteciparvi, ma la vera partita non si gioca qui.

Il vero lavoro va fatto sull’atteggiamento nei confronti del mondo. Se inizio a pensare da uomo libero, tutto il resto verrà da sé.

Grazie, Covid, per il tuo insegnamento.

Disobbedisco


Voglio che tu lo sappia, ne ho abbastanza, io disobbedisco.

Non ti agitare, non intendo violare le tue stupide regole, non farò nulla di tutto questo, è bene che tu rimanga nella convinzione di essere il più forte.

Ma io disobbedisco ugualmente.

Disobbedisco perché da anni non ho più una televisione.

Disobbedisco ogni volta che vado nel mio orto a prendere la verdura da cucinare a pranzo.

Disobbedisco ogni volta che vado nel bosco a fare legna.

Disobbedisco quando non cedo alle lusinghe della carriera.

Disobbedisco ogni volta che faccio i miei acquisti nel piccolo negozietto dietro l’angolo.

Disobbedisco ogni volta che mi tengo la febbre alta, senza prendere antibiotici o antipiretici, finché il mio corpo dice che ce la può fare con le proprie forze.

Disobbedisco quando rifiuto di dare i miei risparmi alle banche.

Disobbedisco ogni volta che vado in ufficio usando la mia fidata bicicletta.

Disobbedisco ogni volta che rinuncio ad andare in un villaggio turistico, o a fare una crociera.

Disobbedisco quando pianto un albero da frutta.

Ma soprattutto, e questo mettitelo bene in testa, disobbedisco NON AVENDO PAURA.

Voglio che ti sia ben chiaro, le tue strategie del terrore su di me non hanno alcun effetto: non hai potere su di me, perché io non ti credo.

E adesso puoi continuare a godere nel vedermi, docile, seguire i tuoi precetti: è giusto che anche le tue debolezze vengano ascoltate.