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Disordine e coscienza: bottiglie piene o moglie ubriaca?


Porto una bottiglia vuota in cantina e penso con fastidio: accidenti che disordine! Quando ho travasato il vino le avevo poste per bene in fila sullo scaffale, allo scopo di prenderle con facilità, e riproponendomi di mettere poi quelle vuote nel ripiano sottostante, e invece guarda qua: dopo poco meno di un anno, il caos regna sovrano: barattoli di marmellata si sono intrufolati, alcune bottiglie vuote sono finite davanti alle poche piene rimaste rendendone difficile l’accesso, e c’è pure una bottiglia di limoncello regalata da chissà chi. è proprio vero, l’Universo tende spontaneamente al disordine.

In fisica questo fenomeno è descritto dal secondo principio della termodinamica, e il disordine prende il nome di entropia.

L’entropia è destinata ad aumentare costantemente: forme di energia ordinate si trasformano in forme meno ordinate fino a giungere a quella terminale, la più disordinata di tutte: il calore; mischiando acqua calda e acqua fredda otteniamo acqua tiepida ed è impossibile tornare indietro alla situazione di partenza. Le stelle bruciano e il loro calore si dissipa nel cosmo, e si ipotizza che fra miliardi di anni tutto avrà temperatura uniforme senza possibilità di ritorno: è la morte termica!

Questo sarebbe fra l’altro alla base della nostra percezione dello scorrere del tempo, fenomeno non presente in alcuna equazione fisica ma riconducibile ad un mero fatto di esperienza soggettiva. Basta osservare il filmato di un uovo che si rompe, prima proiettato in avanti e poi all’indietro, per rendersi conto che una delle due proiezioni va a rovescio ed è irreale, sebbene nessuna delle due stia violando alcuna legge fisica.

Ma torniamo per un attimo alla mia cantina; è facile immaginare, osservando una foto delle bottiglie in ordine (e piene) e una delle bottiglie in disordine (e vuote), la sequenza temporale dei due scatti; ma la domanda cruciale è: cos’è, in definitiva, l’ordine? E perché è più facile produrre disordine?

Ebbene, se ci rifletti uno stato ordinato deriva semplicemente da una valutazione della mente: di tutte le configurazioni possibili, ce ne sono alcune (poche) che sono preferite. Io preferisco le bottiglie piene. Non c’è nulla di intrinsecamente ordinato e disordinato nel mio scaffale in cantina, è solo un fatto legato al mio giudizio. Insomma, non è un problema dello scaffale, è un problema mio. E siccome di tutte le configurazioni possibili io ne prediligo solo poche, la probabilità di osservare uno stato che interpreto come disordinato è più elevata. Tutto qua.

Se mischio un mazzo di carte, le troverò in disordine. Questo per molti significa che i semi sono mischiati, e la sequenza che va dall’asso al re non è rispettata. E chi l’ha detto che quella configurazione sia da preferire? Solo una convenzione arbitraria. Ma quella convenzione ha stabilito che, delle 40x39x38x…x3x2x1 combinazioni possibili (fai tu la moltiplicazione), solo una è da considerarsi ordinata! è questa stessa convenzione che stabilisce che l’ordine si muta in disordine, e non un principio fisico.

L’uovo che si rompe riflette allo stesso modo un mio desiderio di integrità, che viene da me preferita allo sfascio totale. Tranne quando sono affamato.

Vista in questi termini, affermare che l’Universo si muove da uno stato ordinato ad uno disordinato significa semplicemente dire che lo preferivamo com’era prima: è una nostra interpretazione, l’Universo semplicemente cambia, e siamo noi che creiamo un significato laddove non c’è.

Cosa ha a che fare tutto questo con la coscienza?

Le idee e convinzioni sono semplicemente uno stato ‘ordinato’ della nostra struttura mnesica: comprendere un concetto è un po’ come mettere ordine nello scaffale.

Più la mia mente è ordinata, maggiori sono le idee che mi guidano, e meno sono cosciente, perché le convinzioni mi fanno perdere il contatto con la realtà circostante, che se ne infischia di accordarsi ai miei preconcetti su come dovrebbe essere.

Uscire dal solco significa dunque abbandonarsi al disordine, e incrementare così, contrariamente a quanto potrebbe sembrare in prima battuta, il proprio livello di coscienza.

Ma la vera domanda è: perché mai uno dovrebbe volere una moglie ubriaca?!? Io quel proverbio mica l’ho mai capito.

Le soluzioni di mia moglie


Le attitudini logico-matematiche di mia moglie sono decisamente inferiori alle mie, su questo tema la sfotto benevolmente dai tempi dell’esame di statistica all’università.

Quando ci troviamo a risolvere un problema congiuntamente, spesso propone soluzioni argomentandole con motivazioni che a me paiono decisamente irrazionali, ed il più delle volte logicamente inconsistenti; la tentazione conseguente è quella di archiviarle nel cesto delle stupidaggini.

Eppure, l’evidenza empirica dimostra che spesso le sue idee sono valide, mentre le mie, provenienti da una rigorosa dimostrazione, appena accettabili o addirittura inapplicabili. Quanto più il problema da risolvere è di difficile soluzione, tanto più il suo approccio è valido ed il mio fallace.

Per quanto il mio orgoglio maschile tenti di appellarsi a giustificazioni, invocando quale spiegazione dei fatti quella che eufemisticamente chiamo buona sorte, la legge dei grandi numeri mi punta contro prove schiaccianti: dev’esserci qualcosa, nel suo approccio, che lo rende di gran lunga più efficace del mio.

Diciamo che esistono, grossolanamente parlando, due metodi per affrontare un problema, che chiamo rispettivamente ordinato e disordinato; provo a spiegartelo usando come esempio il calcolo dell’area del cerchio.

Dai tempi delle scuole inferiori sappiamo che l’area del cerchio è calcolabile con la ben nota formula

raggio x raggio x 3,14

che rappresenta un approccio ordinato alla risoluzione del quesito.

Esiste però un metodo più divertente, e meno rigoroso, per ottenere lo stesso risultato: disegni il cerchio su un foglio di medie dimensioni, che appoggi su una superficie piana, vi lasci cadere sopra un buon numero di chicchi di riso, gettandoli a caso, e poi calcoli la frazione di quelli caduti all’interno della figura su quelli totali. Se conosci l’area del foglio, con questa frazione sei in grado di conoscere approssimativamente l’area del cerchio.

Circle area

Ecco, lo so, stai pensando quello che penso io quando mia moglie mi presenta le sue soluzioni. Improponibile! Molto meglio la formula esatta, precisa, rigorosa della prima strada.

Comincio col farti osservare che questa non è poi così precisa: dopotutto 3,14 è un’approssimazione del vero pi-greco, che come è ben noto contiene infinite cifre decimali. Ma al di là di ciò, il vero punto è un altro: calcolare l’area del cerchio è facile; il metodo ordinato è palesemente di gran lunga migliore.

Ma se l’area che devi calcolare è quella della figura seguente? Quale formula tirerai fuori dal cilindro?

strange area

Per questo genere di faccende, il metodo analitico non aiuta; quando il problema è confuso, destrutturato, dai margini sfumati, la logica non ti può aiutare. Occorre in questo caso lasciare da parte la mente e ricorrere al cuore: che poi è una metafora poetica per riferirsi all’uso di una parte del cervello sommersa, spesso bistrattata, che lavora dietro le quinte e talvolta, quando le diamo ascolto, ci propone soluzioni geniali sotto forma di intuizioni. Delle quali la mente razionale cerca poi tronfiamente di appropriarsi con una razionalizzazione a posteriori.

Questi processi mentali sotterranei hanno purtroppo un grosso svantaggio: scaturiscono dal di fuori della nostra area di consapevolezza e non sono verbalizzabili; senti che la spiegazione deve essere quella, ma non sai perché, né da dove è arrivata. Quando provi a descriverla, tiri fuori argomentazioni strampalate della cui validità non riuscirai mai a convincere il tuo interlocutore: prova a farti spiegare nel dettaglio da un camionista come fare una manovra in uno spazio angusto con un autotreno.

Proprio quello che accade con mia moglie (non mi riferisco all’autotreno); lei è in grado di risolvere i problemi difficili della nostra famiglia, io me la cavo egregiamente con quelli facili. Per com’era iniziata ai tempi dell’università, non avrei mai immaginato una simile disfatta.

Riferimenti bibliografici:

Guy Claxton – Il cervello lepre e la mente tartaruga. Pensare di meno per capire di più

Luciano De Crescenzo – Ordine & disordine