Dentro il labirinto


Ti trovi dentro un labirinto. Il muri attorno a te sono alti, imperscrutabili, opprimenti. Riesci a vedere solo un corridoio che termina con una biforcazione: destra o sinistra?

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Se ti volti indietro, la situazione non cambia, stessa visuale. Tanto vale andare avanti, prendere una decisione. Andiamo a sinistra.

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No, a sinistra non c’è l’uscita, solo una svolta obbligata, questa volta a destra. La sensazione opprimente, claustrofobica, permane. Ti viene ansia, vorresti iniziare a correre per vedere cosa si trova dietro quell’angolo là in fondo. Probabilmente lo fai, inizi a muoverti fra quelle alte mura in modo frenetico, per la fretta di trovare l’uscita e trarti alla svelta da quella situazione di disagio.maze3

Vicolo cieco! Tutto da rifare, bisogna tornare indietro sui propri passi, magari solo fino all’ultimo bivio (qual’era? non ricordi bene, accidenti, avessi ragionato con più calma!) sperando che basti solo un’altra scelta azzeccata prima dell’uscita, anche se, a giudicare da quelle scrostature sul muro là in fondo, hai la sgradevole sensazione di essere già passato da queste parti…

Alla fine trovi l’uscita, ma non senza difficoltà; torni più volte sui tuoi passi, ti trovi più volte nello stesso vicolo cieco, perché nella fretta di risolvere il tuo problema non hai memorizzato le scelte sbagliate.

Sicuramente, non ti rimane un bel ricordo di questa esperienza.

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Adesso abbiamo una situazione simile, ma questa volta non sei nel labirinto. Devi sempre trovare l’uscita, ma hai una visione aerea della situazione, ti senti perfettamente a tuo agio ed all’altezza del compito. Non solo non provi oppressione, ma trovare la soluzione del problema è per te una sfida coinvolgente, divertente. Tutte le risorse mentali sono a disposizione, non hai fretta di arrivare in fondo, perché tutto sommato finire anzitempo il gioco ti dispiacerebbe.

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Ho detto gioco, perché di questo per te si tratta; è divertente analizzare le varie biforcazioni, vedere con distacco i vicoli ciechi da evitare, costruire una mappa mentale del percorso ottimale.

Alla fine trovi l’uscita, sei soddisfatto e carico di energie, che vorresti convogliare nella risoluzione di un nuovo problema, magari un po’ più difficile.

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Non so quante volte hai provato queste sensazioni nella vita quotidiana; a me capita spesso: ovviamente non vivo nel paese dei labirinti, si tratta di pura metafora, ma le emozioni in gioco sono le stesse. A volte mi trovo immerso nei miei problemi, in lavori immensi di cui non vedo la fine, in rompicapo insolubili. Altre volte invece vivo con distacco le situazioni, e proprio per questo sono più lucido e trovo con più facilità la soluzione, ma soprattutto senza ansie e preoccupazioni.

Il distacco: questo è il trucco. Vivere le situazioni come se non ci appartenessero, come se non fossero problemi nostri. Hai notato quanto sia facile risolvere i problemi degli altri, e quanto difficile risolvere i nostri? Non che noi siamo particolarmente sfigati e ci capitino i problemi più difficili: piuttosto, il solo fatto che ci riguardino, e che le conseguenze degli stessi ricadano su di noi, ci mette sotto pressione e ci toglie la calma necessaria per analizzare la situazione con la dovuta lucidità.

Allora, l’esercizio che mi propongo e ti invito a fare per l’anno appena iniziato è proprio questo: eleviamoci al di sopra dei nostri labirinti mentali, distacchiamoci un poco da quella che ci sembra la realtà; non si tratta di una fuga dalla stessa, ma di inquadrarla in una diversa prospettiva: sono convinto che ne trarremo grosso beneficio.

Clero e pentole a pressione


Le leggi di natura esistono, sono sotto i nostri occhi; basta aprirli per vederle.

Una legge di natura dice ad esempio che l’acqua è governata dalla forza di gravità: è inutile cercare di imbrigliarla per fermarla, ogni volta che facciamo un tentativo in tal senso ne usciamo tragicamente sconfitti, le recenti alluvioni metropolitane lo confermano tristemente. E’ un fenomeno che puoi gestire, ma non fermare; devi prendere atto che le cose stanno così e al più accontentarti di un accordo: “caro fiume, ti dispiace se ti faccio passare un po’ più a sud che qui mi piacerebbe avere un bel campo di patate?” Se sei fortunato l’accordo va in porto, ma scordati una proposta del tipo: “fiume, tu devi passare in questo condotto, scusa se è un po’ stretto, vedrai che se ci passi piano piano arrivi dall’altra parte”. Non sei proprio nelle condizioni di dettar legge in questo modo.

Non ti piace? Non importa, le cose stanno così, e prima te ne accorgi meglio sarà (per te, non per il fiume).

Fenomeni del genere in natura sono ovunque, l’esempio riportato è solo uno dei tanti; un’altro fenomeno di questo tipo lo scopriamo con la pubertà: improvvisamente capiamo a che serviva l’altro sesso, e sembra che i maschi lo capiscano proprio bene, tanto che voci canzonatorie diffuse affermano che cessino di ragionare con il cervello per iniziare a farlo con parti meno adatte allo scopo.

Come esponente della categoria non mi sento di smentire, non so quanto questo sia vero anche per l’altro sesso, ma non è questo il punto della discussione; fatto sta che le pulsioni sessuali esistono, rientrano nelle leggi di natura che, per un darwinista come me, sono orientate (in media) alla propagazione dei geni.

La pulsione sessuale funziona un po’ come una pentola a pressione: il vapore inizia a cercare una via di uscita, ma siccome siamo esseri umani e non animali (questo è quello che comunemente si dice, non quello che penso) la nostra capacità raziocinante è in grado di tenere chiusi gli sfiati e lasciar intendere al di fuori della pentola che tutto sia tranquillo.

Ora, la domanda che ti faccio è: con quanta spensieratezza rimarresti vicino ad una pentola in queste condizioni? Non riterresti fosse il caso di lasciarla sfiatare un po’ di tanto in tanto?

Papa Benedetto XVI afferma che chi prova pulsioni sessuali al di fuori della regola canonica sia da condannare: secondo sue recenti affermazioni,  i “tentativi” di rendere il matrimonio “fra un uomo e una donna” “giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione” sono “un’offesa contro la verità della persona umana”.

Ed essere alla guida di un esercito di pentole a pressione pronte ad esplodere non è un’offesa contro la verità della persona umana? Sono davvero gli omosessuali il problema? Se lo sono, è solo nella misura in cui non li si lasci liberi di esprimere la propria sessualità, reprimendoli, caricando la molla delle loro pulsioni naturali.

Perché invece di esternare opinioni dal contenuto obsoleto su apparenti problemi di case altrui, non ci si concentra sui veri problemi di casa propria? Se davvero esiste qualcosa contro natura, in testa alla classifica troviamo sicuramente la castità del clero: un essere umano ‘programmato’ per avere rapporti sessuali e tuttavia represso è una bomba ad orologeria.

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Certo, possiamo affermare che tutto questo sia frutto di una rinuncia ascetica ai piaceri di questo mondo, una forma di digiuno, di abnegazione. Ma deve trattarsi di una scelta personale, e sempre a livello personale deve sussistere la possibilità di resa, la presa d’atto di non essere all’altezza di questo cammino di astinenza.

Non può essere una strada a senso unico imposta per legge, perché non puoi per decreto impedire al fiume di raggiungere il mare.

Se proprio vuoi trovare qualcosa di cui aver paura, è questa la direzione giusta in cui cercare. Rifletti.

Tu hai paura?


Ieri ho ricevuto una newsletter dal sito ilmeteo.it dal seguente oggetto:

ALLARME ROSSO: NEVE tra pochi secondi, SEGNALA ADESSO

peraltro in linea con una collaudata strategia di allarmismo a cui questo portale non è nuovo.

Sia ben chiaro, consulto quotidianamente quel sito, le cui previsioni ritengo affidabili, e credo che ognuno debba perseguire i propri fini usando i mezzi ritenuti più opportuni, purché confinati nella liceità; questo fatto mi ha però stimolato una riflessione.

In cosa consiste esattamente questo disegno – diciamo – di marketing? Quante volte viene utilizzato nel mondo della comunicazione in cui ci troviamo immersi?

Ebbene, se ci rifletti, viene utilizzato molto più spesso di quanto non si creda; ti è mai capitato di leggere i giornali o ascoltare il telegiornale e osservare che si danno solo cattive notizie? Quanto spesso sul posto di lavoro viene fatto allarmismo ingiustificato circa stringenti scadenze da rispettare o concorrenti che ci stanno mettendo all’angolo? Quante volte si parla di perdite di posti di lavoro, di rincari della benzina, di aumento delle tasse?

Lo sai perché accade questo? Perché vogliono spaventarti.

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La paura di per sé è un’emozione utile, ci aiuta a tirarci fuori dalle situazioni di emergenza, quindi non va demonizzata né ci si deve vergognare di essa. Si tratta di un meccanismo utile che tuttavia può essere strumentalizzato: quando hai paura tendi a perdere il controllo delle tue azioni, tendi a non riflettere, tendi ad aggrapparti alla prima mano che ti presta soccorso. Ma se la prima mano fosse quella sbagliata?

L’invito che ti faccio è quindi ancora una volta quello di riflettere, ragionare con la tua testa, prendere coscienza di questo inganno sottile; dopotutto, come si dice, il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.

Il diavolo. Come non averci pensato prima? Ti rendi conto che anche in questo caso ci troviamo di fronte allo stesso stratagemma? “Attenzione a quello che fai, segui i precetti che ti insegniamo, se non vuoi passare l’eternità fra mille tormenti!”…

Come vedi, da millenni questo meccanismo dimostra di funzionare.

Sei veramente convinto di non esserne schiavo?

I lavori socialmente utili


Qualche giorno fa i miei figli mi hanno chiesto perché devo andare a lavorare.

La prima risposta che mi è venuta in mente è stata qualcosa del tipo ‘lo stipendio ci serve per mangiare’; poi mi sono reso conto che sarebbe stata una non risposta, perché in linea di principio soggetta alla contro domanda: perché mai dovrebbero darti dei soldi per quello che fai?

Allora, con un colpo di genio, ho placato la loro sete di sapere dicendo che tutto quello che abbiamo, dal cibo al computer (per chiamare in causa qualche elemento a loro caro) lo possediamo in virtù del fatto che qualcuno ha lavorato o sta lavorando per mettercelo a disposizione. Se il contadino non lavorasse la terra, non avremmo la verdura, o il grano, che grazie a qualcun altro diventa farina e poi pasta.

Insomma, il senso del lavoro di ognuno è legato al fare qualcosa per gli altri, per ricevere direttamente o indirettamente qualcosa in cambio; l’introduzione della moneta ha poi semplificato questo meccanismo, forse al prezzo di snaturarlo un poco, ma il succo non cambia: noi lavoriamo per essere utili alla società al fine ultimo di trarne vantaggio.

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Qualche tempo dopo, osservando alla fine della mia giornata lavorativa la collega delle pulizie che entrava nel mio ufficio, ho pensato che grazie a lei io posso lavorare in un ambiente confortevole e salutare, e mi sono riaffiorati alla memoria i discorsi fatti qualche tempo prima con i bambini.

In quel momento è maturata una riflessione: l’utilità sociale della collega delle pulizie è intrinsecamente legata al fatto che qualcun altro lavora; se gli uffici fossero vuoti, non ci sarebbe bisogno di pulire alcunché. La collega ha quindi sì un’utilità sociale, ma indiretta: non sta producendo qualcosa a beneficio del consumatore finale. Sta lavorando per chi lavora.

Non che io stia messo meglio: per inciso, faccio il programmatore, e sviluppo librerie di software, ossia ‘mattoncini’ che utilizzeranno poi altri programmatori. Quindi anche io non sto producendo nulla per il consumatore finale: lavoro per i lavoratori.

Bene, abbiamo già due (categorie di) lavoratori di cui al consumatore finale, per quella che è la percezione dei suoi bisogni, non potrebbe fregare di meno. Ma non finisce qui.

Il collega della stanza a fianco utilizza il prodotto della mia fatica per mettere insieme un’applicazione per la fatturazione. Anche lui sta lavorando per un altro lavoratore, ossia l’addetto all’ufficio vendite del grossista di libri che rifornisce, supponiamo, tutte le librerie della provincia.

Anche l’addetto dell’ufficio vendite lavora per un lavoratore, l’imprenditore grossista, il quale a sua volta lavora per il titolare del negozio di libri che hai sotto casa.

Dopo la lettura di questo mio articolo, decidi che forse è opportuno dedicarsi a qualcosa di meglio ed esci per comprare un libro.

Ed eccoti il libraio: è il primo lavoratore, fra i personaggi finora incontrati, che fatica direttamente per il consumatore finale,  l’unico ad avere la ragionevole certezza che qualcuno trarrà beneficio dal suo operato: nella fattispecie godendo di una – finalmente – buona lettura.

In quel libro confluiscono migliaia di ore, lavorate da migliaia di lavoratori diversi, che costituiscono la base di una piramide di cui tu sei il vertice. Vista al contrario, il mio lavoro si spalma su migliaia di persone che fanno parte di una piramide rovesciata di cui io rappresento con fatica la punta di appoggio inferiore; la maggior parte di loro non ha la più pallida idea della mia esistenza, né che anche un pezzettino del mio lavoro è finito in ciò che in quel momento sta consumando.

A questo punto mi sorgono una serie di domande.

  • A quanto ammonta il totale delle ore lavorate complessivamente in questa catena, e quante di queste si traducono effettivamente in un beneficio per il consumatore?
  • Quanto influisce la complessità di questo macchinario sulle inefficienze dello stesso?
  • Esiste al suo interno qualcuno che lavora ma di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno (si badi: non perché nullafacente, ma perché impegnato in un compito che non serve)?

lavoro per il lavoro

Al di là di situazioni da cortocircuito da cui il geniale messaggio dell’immagine sopra, che pure esistono, una cosa mi pare certa: quanto più è corta la distanza, misurata in termini di numero di intermediari, fra chi lavora e chi consuma, tanto più il lavoratore ha certezza che la sua fatica serva a qualcosa. E’ un po’ come comprare verdura a chilometro zero.

Non è un problema strettamente legato ad una attività: la collega delle pulizie, a parità di lavoro, se opera a casa propria o di un privato ha una misurabilità massima della propria utilità sociale, che diventa invece dubbia quando opera nel mio ufficio; se nel mio tempo libero miglioro, in veste di programmatore,  il sito dedicato alla mountain bike, ho la (per lo meno verificabile) certezza di apportare beneficio a qualcuno (gli amici che lo consultano); lo stesso non posso dire per ciò che faccio nelle otto ore passate in ufficio.

E qui so già che, vista l’enorme stima che nutri nei miei confronti, hai delle obiezioni: mi dirai che i miei colleghi traggono beneficio dal mio lavoro, senza il quale non potrebbero fare, o farebbero con più difficoltà, il proprio. Può darsi, ma i beneficiari in quanto lavoratori, in questo ragionamento non contano: contano solo i consumatori finali.

Se io lavoro per un lavoratore, ciò che faccio ha senso solo nella misura in cui il lavoro di quest’ultimo serve ad altri, e così via fino alla fine della catena al cui estremo si trova, per definizione, il consumatore finale, l’unico degno di attenzione, l’unico che fa nascere l’esigenza nativa di lavoro altrui.

Credo che ognuno di noi debba imparare a convivere quotidianamente con la domanda: ‘ma il mio lavoro a chi serve?’, ed applicarla a tutto ciò che fa nella propria vita; non per dare giudizi di valore, ma per avere una maggiore consapevolezza del proprio ruolo nella società, e magari anticipare situazioni drammatiche quali la perdita dell’impiego, capendo per tempo se ciò che sta facendo ha o meno un futuro.

Facciamo un esempio: in Italia si discute in continuazione dell’industria automobilistica, perché rappresenta, assieme all’indotto, una grossa fetta di posti di lavoro; ma alla persona sensata che osserva le città ingorgate o le situazioni da bollino rosso nei week end di agosto, non sorge il dubbio che forse ci sono troppe auto in circolazione e che chi lavora in quell’industria sta producendo qualcosa che, considerata in quei volumi, alla società non serve?

Concludo con una domanda provocatoria: chi è più utile alla società, colui che non lavora e consuma soltanto, magari grazie ai soldi del papi, oppure l’indefesso lavoratore che produce beni che nessuno userà? Il primo ha quantomeno il merito di dare un significato alla vita di altri, godendosi il frutto, opportunamente rimunerato, della loro fatica…

Avventura nella sanità pubblica


Recentemente ho assistito una persona che ha dovuto effettuare un intervento chirurgico presso l’IST S.Martino di Genova. Quello che vado ora a raccontare è il resoconto della mia esperienza di utente indiretto del servizio; tieni presente, per meglio inquadrare la problematica, che il paziente è una persona anziana e abita ad una trentina di chilometri dall’ospedale.

L’avventura inizia con la prenotazione degli esami preoperatori presso il CUP dell’Ospedale, che mia moglie coraggiosamente affronta dopo un’interminabile coda in una torrida tarda mattinata di luglio. Gli esami vengono fissati per la penultima settimana di agosto, così suddivisi: visita del sangue, elettrocardiogramma e raggi lunedì; agoaspirato giovedì; visita con l’anestesista venerdì. A mia moglie vengono consegnati i fogli di prenotazione con gli orari delle varie visite; io vengo istruito di conseguenza.

Prima giornata: io e il paziente ci presentiamo con gli incartamenti al piano zero; per gli esami del sangue prendere il biglietto giallo, quello bianco per tutti gli altri. Ci muniamo di biglietto giallo e facciamo la coda in accettazione; quando arriva il nostro turno, ci viene detto che per gli esami del sangue preoperatori bisogna passare in reparto per ritirare le provette con le etichette.

Parcheggio il paziente in sala di attesa e salgo al quinto piano, dove chiedo della caposala. Dopo circa un quarto d’ora di attesa, arriva il mio turno; la caposala è una simpatica suora di origine sudamericana, gentile e molto professionale, che mi spiega tutti i dettagli dell’operazione e stampa da terminale i fogli di richiesta per gli esami (ma non avevo già quelli del CUP? Boh! Questi sono comunque diversi… li allego al dossier).

Scendo al piano zero munito di provette con codice a barre, recupero il paziente e ci rimettiamo in coda per l’esame, che facciamo nel giro di pochi minuti. L’infermiera è molto cortese, ci spiega che non dovremo ritirare i referti perché finiscono direttamente nella rete informatica dell’ospedale. Mi sembra normale, dopotutto gli esami servono a loro, che senso ha darli a noi per poi riconsegnarli? La cosa non è invece così ovvia per gli altri esami, che vanno ritirati personalmente.

Compiuta la prima missione, ci spostiamo al piano meno uno per i raggi. Anche qui due tipi di biglietto: uno per ritirare i referti, uno per tutto il resto. Prendiamo il biglietto giusto e attendiamo; dopo circa mezz’ora arriva il nostro turno: l’operatrice non è il massimo della cordialità, ma tutto sommato fa bene il suo lavoro: ci mette in lista e ci dice di attendere la chiamata.

Dopo circa un quarto d’ora tocca a noi; l’esame dura poco, gli infermieri sono gentili e professionali, ci dicono che potremo ritirare il referto a quello stesso piano dopo qualche giorno; usciamo soddisfatti e saliamo al piano due per l’elettrocardiogramma. Ancora uno sforzo e siamo fuori.

Qui entriamo in una stanza gremita di persone; non ci sono numeri da prendere: i pazienti sono lasciati liberi di auto organizzarsi come meglio credono; capisco a posteriori che alcuni di loro sono in attesa per l’elettrocardiogramma, altri per la visita con l’anestesista. Entriamo mentre quest’ultima sta maltrattando verbalmente una signora, rea di essersi presentata senza tutte le analisi. La signora, mortificata, fa notare che la lacuna è dovuta al fatto che le visite sono state prenotate nell’ordine sbagliato, e che non sapeva che prima si fanno le analisi del sangue, l’elettrocardiogramma, i raggi, e dopo la visita anestesiologica.

La dottoressa è comunque incazzatissima perché nella mattinata si sono verificati parecchi di questi casi; si rivolge quindi a noi, dicendo: “E voi? Che dovete fare? Almeno voi avete tutto?”. E qui mi parte l’embolo.

Sanità pubblicaInizio a urlare che lei è una nostra dipendente, che non ci deve trattare così, che il suo stipendio è pagato con le nostre tasse, che non siamo in coda per prenotare una crociera…

Riconosco di avere esagerato, avrei dovuto mantenere il controllo. Una signora mi fa notare che le cose che ho detto sono giuste, ma forse declinate in modo un po’ più femminile avrebbero sortito maggior effetto…

Sta di fatto che l’atteggiamento dell’anestesista cambia di colpo: dice di non avercela con noi, ma con la disorganizzazione del sistema (intanto però se la stava prendendo con noi… anch’io ce l’avevo con la disorganizzazione del sistema, e per par condicio me la sono presa con lei).

Dopo una lunga attesa, arriva il nostro turno; l’addetta è molto gentile, in pochi minuti facciamo l’esame (anche se la macchina si inceppa due volte, perché “è vecchia, a furia di farne tanti…”). I referti andranno ritirati in reparto.

Seconda giornata: agoaspirato al piano secondo. La visita è un po’ più invasiva, il paziente viene opportunamente assistito da tre addette, molto gentili e dall’atteggiamento umano. Giornata all’insegna di una sanità degna di quel nome.

Terza giornata.

Ci rechiamo per prima cosa al quinto piano, per ritirare i referti dell’elettrocardiogramma e ritirare la richiesta per la visita anestesiologica, altro documento da aggiungere alla pratica. Attendiamo circa un’ora, perché la caposala è impegnata con altri pazienti; ritirati i referti, scendiamo al piano meno uno, per ritirare il referto dei raggi, per poi risalire al secondo piano per incontrare l’anestesista.

Questa volta nella sala di attesa non c’è nessuno, veniamo ricevuti quasi subito dalla dottoressa, che per fortuna non è la stessa della volta precedente: il mio encefalogramma non subisce pertanto alterazioni significative.

L’anestesista ci dice che dai referti emerge la necessità di effettuare una TAC di controllo. E adesso? Nuovo iter burocratico? Dobbiamo di nuovo andare al CUP senza passare dal via? Slitta l’intervento? Per fortuna, mossa da pietà telefona ad una collega, membro dello staff operatorio, e ci mette nelle sue mani.

Torniamo in sala di attesa. Poco dopo arriva quest’altra dottoressa, che ci accompagna al piano meno uno e ci dice di attendere. Riescono ad infilarci fra un paziente e l’altro, senza fare la trafila, e otteniamo al volo la TAC, che risulta negativa. Tengo a precisare che siamo perfetti sconosciuti, non ci manda Picone e non abbiamo parenti illustri. Il buon senso ha prevalso sulla burocrazia!

Nei ritagli di tempo mi prendo la briga di compilare uno di quei moduli per suggerimenti/reclami, nel quale preciso che, ferma restando l’estrema professionalità e gentilezza del personale ospedaliero (e qui ho l’accortezza statistica di rimuovere dall’analisi le code della gaussiana, comprendenti l’anestesista isterica del primo giorno che magari avrà pure avuto le sue ragioni), ci sono parecchi problemi dal punto di vista organizzativo: perché effettuare gli esami in tanti giorni diversi, ognuno seguendo modalità proprie, con diversi criteri di ritiro dei referti? Perché addossare sul paziente la conoscenza di procedure che non gli competono? Perché ripetere più volte le fasi di accettazione?

Passa il tempo, arriva il giorno dell’intervento. Tutto fila liscio, salvo il fatto che l’elettrocardiogramma è andato perduto e pertanto viene rifatto sul momento (accidenti, avrei potuto risparmiarmi un’inutile sfuriata). L’operazione riesce senza complicazioni, il paziente viene dimesso dopo due giorni di degenza. Bisognerà tornare per le visite di controllo e la terapia.

Le visite di controllo e rimozione dei punti sono in totale cinque; tutte si svolgono senza particolari intoppi, salvo una volta in cui dimentichiamo a casa la certificazione della ASL per l’esenzione da ticket; per fortuna l’operatrice del CUP è gentile e collaborativa: telefona ad una collega che, saputo il codice fiscale, certifica al volo l’esenzione; ma non sarebbe il caso di rendere sistematicamente possibile questo controllo online, nell’attuale era digitale, ed evitare all’assistito l’onere di portarsi dietro documenti inutili?

Occorre poi fare delle sedute di radioterapia. Viste le difficoltà della paziente, i dottori firmano il modulo di richiesta per il trasporto con mezzo della Croce Rossa. Ma qui torna la burocrazia: questa richiesta va presentata al medico di famiglia, che ne deve fare un’altra a sua volta, che va poi fatta vidimare dalla ASL ed infine portata alla Croce Rossa, che al mercato mio padre comprò. Ma se uno ha la possibilità di fare tutti questi giri, probabilmente non ha bisogno della Croce Rossa per recarsi a fare le terapie… e viceversa…

L’avventura si conclude con l’estrema disponibilità dei volontari (ho detto volontari) della Croce Rossa di Montoggio, che si fanno carico del trasporto. Il presidente locale, non riuscendo a contattarmi telefonicamente, si è perfino recato personalmente a casa mia per mettere a punto alcuni dettagli organizzativi.

A dispetto dell’ironia con cui ne ho enfatizzato gli aspetti negativi, a mio avviso questa vicenda dimostra che non è vero che la nostra sanità pubblica sia così disastrata come vorrebbe farci credere chi ha interessi a privatizzare.

Ho incontrato persone estremamente capaci, serie, umanamente squisite. Presi singolarmente, gli operatori pubblici hanno reso un servizio più che accettabile.

E’ l’insieme, che ha delle carenze. In altre parole, manca una visione olistica del servizio pubblico: perché tanti compartimenti stagni fra un reparto e l’altro? Perché tanti oneri addossati sull’utenza, per risolvere problemi spesso fasulli? Io, paziente, devo sapere quali analisi portare alla visita? Ma fammeli tu, ospedale, tienili da parte, e recuperali all’occorrenza…

Nel caso specifico, un giorno di degenza in più avrebbe sicuramente aggravato il bilancio economico dell’ospedale, ma che dire di quello sociale? I costi sociali si sarebbero al contrario pesantemente ridotti: minori costi da spostamento (benzina, inquinamento, traffico), minori costi da congestione (meno persone in ospedale che prendono ascensori, chiedono informazioni, prendono numeri, ritirano referti, occupano parcheggi, sono causa di attesa per altri), minori costi indiretti (assenza dal lavoro)…

Per concludere, potrai chiederti che fine abbia fatto il modulo di segnalazione da me diligentemente depositato nell’apposita buca. Cestinato, penseranno i maligni…

Invece no, ecco la lettera arrivatami a casa dopo circa un mese:

Lettera dell'IST

Magari sarà solo un’atto dovuto, una formalità, ma è comunque un segnale positivo che a me ha fatto particolarmente piacere e instillato un po’ di fiducia nella nostra possibilità di influenzare il mondo

Attenzione, allontanarsi dal binario: pensieri in transito.


Ci sono 10 categorie di persone: quelle che conoscono la numerazione binaria, e quelle che non la conoscono.

Tu da quale parte ti collochi?

Dolcetto o scherzetto? Sei di destra o di sinistra? Preferisci comandare o essere comandato? Preferisci il dolce o il salato? Meglio le bionde o le brune? Forza, la risposta è semplice: si o no? A chi vuoi più bene tu, papà o mamma?

“Mamma mia che stress, che imbarazzo,

come si fa a non capire che è una domanda del… 

deleteria?”

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Ho un lucido ricordo che risale all’università, ai (per fortuna) lontani tempi in cui Berlusconi scendeva in campo; ricordo accese discussioni con un collega studente che, ad ogni mia argomentazione contro il Cavaliere, ribatteva dicendo: “Voi invece avete fatto…”, “Voi invece avete detto…”, “E allora voi? …”, “Voi qui…”, Voi là…”.

Quanto mi irritava quel voi: il fatto che io argomentassi contro una categoria mi collocava inequivocabilmente in un’altra. Il mondo si divideva in due: se non stai di qua, per forza devi stare di là. Ed io ribattevo: “non dire voi, io non sono fazioso!”, ma ormai per l’interlocutore ero catalogato, l’etichetta era stata messa, ero un comunista.

Come ho già avuto modo di sottolineare, le suddivisioni in categorie sono comode come base di partenza per un ragionamento, ma non possono avere valore assoluto: l’insieme dei concetti polarizzati da una parola formano una categoria, ma questa è diversa da persona a persona, non possiamo pretendere di attribuire ad essa valore universale.

Allo stesso modo, ma procedendo in senso inverso, come posso pensare di scegliere, fra tutte le parole a disposizione per descrivere un fenomeno, una sola di queste per etichettarne un aspetto, una sola per l’aspetto complementare, e pensare di aver definito correttamente i termini del problema? Due categorie sono davvero tutto ciò che ci serve per capire il mondo, nulla di più?

Ho anche avuto modo di rimarcare come la rigida e immutabile suddivisione fra bene e male sia fuorviante: un pezzo di mondo non è di per sé né bene, né male: dipende dal contesto, o forse è al contempo sia bene sia male, o forse la questione non ha senso e non va posta.

Insomma: quello che ci frega è il dualismo, la logica binaria, quella che fa funzionare così bene i computer ma li rende al tempo stesso tanto stupidi: sono infatti convinto che, per come sono fatti attualmente, non diventeranno mai intelligenti, proprio perché non sono in grado di concepire qualcosa che sia al contempo vero e falso, mentre il nostro cervello ci riesce benissimo, perlomeno finché non utilizza un registro consapevole.

Ti è mai capitato di ragionare, riflettere su un problema, e non venirne a capo? Poi l’indomani, o a distanza di un mese, mentre stai pensando a tutt’altro, ti appare evidente la soluzione e ti stupisci di come hai fatto a non vederla prima?

La colpa delle iniziali difficoltà è del tuo cervello razionale, quello tanto bravo con le parole, che ti ha fatto escludere tutte le idee (apparentemente) contraddittorie, catalogandole come sbagliate. Quindi a livello consapevole hai escluso una grandissima fetta di opportunità. Per fortuna la parte creativa del cervello, quella che non fa il saputello, quella che accetta anche soluzioni sub ottimali, quella a cui non frega nulla di perdere, quella che lavora dietro le quinte e difficilmente viene esposta agli onori della cronaca, riesce a collegare concetti apparentemente distanti, a rielaborarli e riproporli in forma nuova, semplice, inattesa!

Il cervello razionale non ti fa attraversare il torrente se tutte le pietre del guado non sono perfettamente stabili, ogni passo deve essere ben fermo prima di affrontare il successivo. Il cervello creativo invece è più coraggioso e ti esorta: anche se qualche pietra è instabile, non sovrastimarne la pericolosità; fai il passo velocemente e raggiungi la pietra stabile che c’è immediatamente dopo, vedrai che arriverai asciutto all’altra sponda!

Per imparare a ragionare in questo modo occorre abbandonare la logica dicotomica ed essere aperti alla contraddizione; occorrono meno parole e più riflessione introspettiva: nel momento stesso in cui cerchi di verbalizzare un fenomeno, ne stai perdendo l’essenza, perché lo cristallizzi nella sua dimensione razionale.

Non A o B, ma A e B: yin e yang.

Queste parole ti potranno apparire nulla di più se non filosofia spicciola; in fondo il mondo reale è a tutti gli effetti dicotomico, non ammette vie di mezzo o situazioni indeterminate: alla fine della favola, il treno lo prendo o lo perdo; la palla entra nel canestro o va fuori.

Se sei veramente convinto di questo è perché non ti sei mai interessato alla meccanica quantistica: a livello microscopico, dove risiedono le fondamenta del nostro mondo reale, accadono fatti completamente al di fuori dal nostro senso comune, e non è per nulla vero che la palla (microscopica) o è entrata o non è entrata: come avrò modo di descrivere in uno dei miei prossimi articoli, a quel livello la realtà, finché nessuno la osserva, esiste in uno stato sovrapposto in cui tutte le alternative coesistono: la palla entra e non entra nel canestro, l’oggetto è al contempo onda e particella.

Si tratta di fenomeni veramente sconcertanti, suffragati da verifiche sperimentali e ormai accettati dalla comunità scientifica, della cui veridicità avrai sicuramente difficoltà a convincerti. A me hanno insegnato un nuovo modo di vedere il mondo, affascinante e misterioso, riaprendo la porta a ciò a cui, ai miei occhi, la fisica sembrava negare l’esistenza: il libero arbitrio.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

Riferimenti bibliografici:

Bart Kosko – Il fuzzy pensiero. Teoria e applicazioni della logica fuzzy

Edward De Bono – Creatività e pensiero laterale

Guy Claxton – Il cervello lepre e la mente tartaruga. Pensare di meno per capire di più

Come gocce d’acqua


Fuori piove.

Osservo il giardino dalla finestra, mi soffermo sulle foglie degli alberi scosse dall’acqua, contemplo le pozzanghere punteggiate dalle gocce. Ascolto il rumore costante della pioggia, monotono, soporifero, e penso, la mia mente vaga senza meta…

Adesso cambio il fuoco di osservazione: non guardo più il paesaggio in lontananza, la mia attenzione è catturata dal vetro della finestra: su di esso si fermano numerose gocce, disposte in modo casuale, che ricoprono uniformemente la superficie. Ogni goccia è simile alle altre, praticamente indistinguibile, direi che complessivamente ricoprono alla perfezione il ruolo assegnato loro dalla familiare metafora sull’uguaglianza.

Ad un certo punto succede qualcosa di banale, che attira la mia attenzione: una goccia, fino a quel momento immobile, si sposta verso il basso attirata dalla gravità e ne va ad urtare un’altra, che si trova poco sotto; le due gocce si fondono e proseguono il loro cammino: presto ne incontrano un’altra, poi altre due, poi altre ancora: il movimento diventa sempre più veloce, inarrestabile; non possiamo più parlare di gocce, adesso abbiamo un rivolo d’acqua che si sposta rapidamente lungo la superficie e ingloba tutto ciò che incontra.

Il fenomeno dura pochissimo, meno di un secondo, alla fine il rivolo si spegne sul bordo inferiore dell’infisso, ma mi piace amplificarlo nella sua portata temporale e nel contempo caricarlo di significati: siamo passati da una situazione di immobilità e disaggregazione ad un’altra di dinamismo e aggregazione, esageriamo pure: si è generato un fenomeno di massa. Cos’aveva di così speciale la goccia che lo ha originato?

Gocce di pioggia

Nulla. Il solo merito che ha avuto (e qui le attribuisco, per amor di metafora, una personalità che in realtà non ha) è stato quello di iniziare a muoversi. Se solo qualche istante prima si fosse spostata la goccia che stava poco sopra, o poco sotto, le cose sarebbero andate in un altro modo, l’origine del fenomeno sarebbe stata diversa e forse anche il fenomeno stesso: magari il rivolo d’acqua avrebbe preso una direzione alternativa, si sarebbe forse incanalato lungo la foglia della pianta che ho sul davanzale, che guarda caso è a contatto col vetro.

E noi? Quanto siamo diversi dalle gocce d’acqua? Le persone che nella vita hanno successo (ed in questa parola metti tutto ciò che ritieni più opportuno) sono davvero speciali, oppure hanno semplicemente avuto il merito di muoversi?

Fermo fermo! So già cosa stai per dire: lo so che, per quanto ti possa impegnare, sarà improbabile che tu riesca a vincere il prossimo festival di Sanremo. Ma non è questa la lettura che voglio dare; il concetto piuttosto è: quanti, fra tutti quelli che hanno avuto il dono della bella voce e dell’intonazione, hanno sfondato nella musica? I più bravi in assoluto? No: sono stati premiati quelli che si sono messi in gioco, quelli che si sono mossi (certo, anche qualche raccomandato, ma non usciamo dal tema). Magari avranno pure l’X factor, ma se fossero rimasti appiccicati al vetro, sarebbero al più finiti a fare i coristi in qualche concerto.

Molti studi condotti sui processi casuali come fattori di successo hanno rilevato che spesso le buone caratteristiche di una persona vengono enfatizzate a posteriori, dopo che ha raggiunto la vetta: allora si dice che è un fuoriclasse per questo e per quel motivo e che, date le sue qualità, era inevitabile il risultato conseguito. Quindi si diffonde l’opinione secondo cui solo le persone speciali, gli eletti, possano fare qualcosa di buono nella vita.

La verità è che le capacità non sono l’unico ingrediente, conta molto anche quella che potremmo definire fortuna; e come tutti i processi casuali, se tiri il dado un numero sufficiente di volte, prima o poi il sette arriva. L’importante è che non ti arrenda; il sette è il numero più probabile, ma non è garantito che esca al primo colpo. La determinazione: questo è l’ingrediente del campione o del leader; sa di avere delle qualità, ma sa anche che non sono sufficienti: bisogna provare, cadere, rialzarsi e riprovare.

Il mio ragionamento ha portata più generale: se sei scontento di questo mondo, non ti piace la società in cui vivi, vedi attorno a te solo malcostume, perché non provi ad essere tu la goccia che inizia a spostarsi? Vicino a te ci sarà sicuramente qualcuno che condivide le tue idee, disposto ad accompagnarti nel viaggio; e nel cammino ne troverai altri, magari non subito, magari dovrai fare parecchia strada da solo. Ma se non ti scoraggi, se credi fino in fondo nelle tue idee, prima o poi la massa critica verrà raggiunta, e allora il fenomeno avrà preso vita autonoma, non avrai neanche più necessità di alimentarlo.

E allora, non rimanere appiccicato al vetro ad aspettare il rivolo a cui aggregarti; guarda quali sono le tue qualità, tutti ne abbiamo, e muoviti!

Riferimenti bibliografici:

Leonard Mlodinow – La passeggiata dell’ubriaco. Le leggi scientifiche del caso

Una storia inquietante


Mi sento in vena creativa: in questo articolo ho deciso di raccontarti una storia da me inventata; spero di riuscire a coinvolgerti, ma non ho molta fantasia per cui ho inserito qualche ingrediente piccante per rendere più interessante la lettura. La storia è la seguente.

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Due personaggi arrivano a Solchenburgo sul far della sera, mentre Guglielmo è seduto alle porte della città. Non appena li vede si alza, va loro incontro e dice: «Signori, venite in casa mia: vi passerete la notte, vi farete una doccia e poi, domattina, ve ne andrete per la vostra strada». Quelli rispondono: «No, passeremo la notte in albergo». Ma egli insiste tanto che vanno da lui ed entrano nella sua casa. Egli prepara per loro una cena, inforna delle pizze e così mangiano. Non si sono ancora coricati, quand’ecco che gli uomini della città si affollano intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamano Guglielmo e gli dicono: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!». Guglielmo esce verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, dice: «No, non fate loro del male! Facciamo così, io ho due figlie che non hanno ancora avuto rapporti sessuali; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, che sono miei ospiti». Ma quelli rispondono: «Tirati via! Sei venuto qui come straniero e vuoi fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!». E spingendosi violentemente contro Guglielmo, si avvicinano per sfondare la porta. Allora dall’interno quegli uomini sporgono le mani e traggono in casa Guglielmo chiudendo il battente; poi colpiscono gli aggressori con l’abbaglio accecante di un laser così che non riescano a trovare la porta.
Quegli uomini dicono allora a Guglielmo: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. Perché noi stiamo per distruggerlo: il grido innalzato contro di loro davanti al nostro padrone è grande e il nostro padrone ci ha mandati a distruggerli».

Libro

Guglielmo esce a parlare ai suoi futuri generi, che dovranno sposare le sue figlie, e dice: «Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il castellano sta per distruggere la città!». Ma i generi credono che egli voglia scherzare. Quando arriva l’alba, i due ospiti fanno premura a Guglielmo, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue figlie ed esci per non essere travolto nel castigo della città». Guglielmo indugia, ma quegli uomini prendono per mano lui, la moglie e le sue due figlie, per un grande atto di compassione del castellano verso di lui; lo fanno uscire e lo conducono fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro dice: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!». Ma Guglielmo risponde: «No! Vedi, tu hai usato una grande compassione verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. Guarda quella città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là, lascia che io fugga lassù, e così la mia vita sarà salva». Gli rispondono: «Va bene, eviteremo di distruggere la città di cui hai parlato. Presto, fuggi là perché non possiamo far nulla, finché tu non vi sia arrivato». La città in questione è Pitemburgo.
Il sole sorge e Guglielmo è arrivato a Pitemburgo, quando il castellano fa piovere dal cielo sopra Solchenburgo una pioggia acida infetta da virus mortali, che uccide tutti gli abitanti della valle e l’intera vegetazione del suolo. La moglie di Guglielmo si volta indietro a guardare, e viene uccisa da un fendente letale.

Poco tempo dopo Guglielmo lascia Pitemburgo per andare ad abitare sulla montagna insieme con le due figlie, perché teme di restare, e si stabilisce con loro in una caverna. Un giorno la maggiore dice alla più piccola: «Nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi. Vieni, facciamogli bere del vino e poi corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre». Quella notte fanno bere del vino al padre e la maggiore lo violenta; lui, ubriaco, non si accorge di nulla. All’indomani la maggiore dice alla più piccola: «Ieri ho copulato con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va’ tu questa volta con lui; così faremo sussistere una discendenza da nostro padre». Anche quella notte fanno bere del vino al  padre e la più piccola lo violenta. Così le due figlie di Guglielmo entrano in gravidanza. La maggiore partorirà un figlio dal nome Lucio. Anche la più piccola partorirà un figlio e si chiamerà Gustavo.

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Piaciuto il racconto?

Che opinione ti sei fatto dei personaggi? Secondo quelli che sono i tuoi principi culturali, morali o religiosi, quale di essi è degno di lode? Guglielmo che sacrifica le figlie ad un’orda di assatanati per salvare due sconosciuti? Le figlie incestuose che lo fanno ubriacare? I due emissari colpevoli della strage, o il castellano mandante? Gli abitanti, aspiranti violentatori di gruppo? La moglie? I generi?

Cambiamo prospettiva. Che insegnamento trai da questa storia? Qual’è la morale del racconto? La narreresti ai tuoi figli prima di addormentarsi? Se si, come gliela spiegheresti? La divulgheresti nelle scuole?

Bene, ti lascio libero di rispondere a queste domande; spero non mi giudicherai male per questo racconto…

Ora che ci penso bene, credo che invece lo farai… probabilmente penserai che per arrivare a scrivere queste cose devo avere una mente un po’ deviata…

E va bene, lo confesso, a mia parziale discolpa: non è proprio tutta farina del mio sacco, mi sono ispirato ad una storia narrata in un libro piuttosto famoso, forse al contempo il più stampato e in proporzione meno letto (se non hai riconosciuto il racconto, nemmeno tu l’hai fatto); questo libro è stato donato in versione ridotta e semplificata a mio figlio, studente della scuola elementare, dal Ministero dell’Istruzione; mi sono detto: se è un libro la cui lettura è incentivata a scuola, deve sicuramente avere contenuti meritevoli di divulgazione…

Qui puoi leggere la versione originale della storia.

Riferimenti bibliografici:

Richard Dawkins – L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere

La carriera di Fantozzi


In questo articolo voglio esternare il mio disaccordo su una certa concezione del mondo del lavoro, ahimé ormai consolidata e ben vista dai più; per la quasi totalità delle persone, quello che vado ora a sollevare è un non problema, un’assurdità, quasi un delirio. Pazienza, lo faccio lo stesso.

Voglio parlare di crescita sul posto di lavoro.

Immagino che queste parole avranno richiamato in te il concetto di carriera. Suvvia, è piuttosto normale: entri in azienda, lavori bene, con impegno, ottieni dei buoni risultati: insomma meriti un premio. Se sono passati tre-quattro anni e non sei cresciuto di livello, inizi a porti delle domande, magari inizi a guardarti attorno, perché mica puoi arrivare ad una certa età ed essere rimasto al palo. D’altra parte, l’azienda usa come specchio per allodole l’incentivo della promozione per ottenere risultati dai propri dipendenti. Giusto.

carriera

Se ti prendi la briga di consultare un contratto nazionale dei lavoratori, vedrai che viene effettuata una stratificazione delle mansioni in livelli: in basso c’è il ragionier Fantozzi, appena appena in grado di intendere e di volere, in alto c’è il Mega Direttore Gran Lup. Mann., depositario della verità aziendale e oltre. Non ci sono altre dimensioni lungo le quali spostarsi, solo questa. Salire o scendere. Migliorare o peggiorare. Lo stipendio si muove più o meno di conseguenza.

Quindi se sono bravo a pulire piastrelle, e lavoro in un posto dove c’è meritocrazia, dopo qualche anno mi ritroverò a coordinare un gruppo di pulitori di piastrelle. Ma io sono bravo a pulirle, mica a farle pulire ad altri. Magari potrei dar loro dei consigli su come fare, questo si.

Comunque non ho scampo: se voglio crescere in azienda, devo per forza andare in quella direzione. Quindi, siccome ho lavorato bene, mi ritrovo a ricoprire un ruolo che non mi si confa, magari a lavorare di più, ad essere più stressato, meno motivato, a dedicare meno tempo ed energie mentali alle rimanenti cose della vita. Proprio un bel salto di qualità! Comincio a chiedermi se valeva la pena di sbattersi tanto per ottenere tutto questo.

Le regole comunque sono ferree: metti caso perdessi o volessi abbandonare il lavoro, non mi è permesso di ricominciare da capo, siccome ho quasi cinquant’anni non ho accesso all’apprendistato; vorrei tanto diventare cuoco, sarebbe per me un’iniezione di entusiasmo, un ritorno alla gioventù, ma con l’esperienza di pulitore di piastrelle che mi ritrovo questa è proprio un’assurdità! Lascia spazio ai giovani, mi dicono, lascia entrare anche loro in questo tunnel a senso unico.

Allora provo a manifestare il mio malumore con conoscenti, amici e parenti. Ovviamente mi prendono per un alieno, per usare un eufemismo. Mi dicono che sputo nel piatto dove mangio, che non ho idea di quanti altri vorrebbero essere al mio posto. Certo che sono proprio strano, buttare al vento simili occasioni.

Io però non ci sto, non riesco a smettere di sognare una realtà diversa; immagino un mondo in cui, quando sai di aver lavorato bene, puoi sentirti libero di andare dal tuo responsabile a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro, non un aumento di stipendio. Un mondo nel quale puoi vantarti con gli amici di non pulire più piastrelle perché sei stato promosso alla posizione di lucidatore di scaffali, ruolo che hai sempre sognato. Un mondo in cui alla carriera verticale (che non voglio demonizzare, beninteso, è perfettamente legittima) si affianca una carriera orizzontale.  Un mondo in cui uguaglianza significhi applicare regole identiche per tutti quelli che si trovano nelle stesse condizioni, non per tutti indiscriminatamente.

Insomma, non sarebbe più meritocratico un insieme di meccanismi che dispensino premi mirati sul singolo invece che su un’astrazione ideale uguale per tutti? Ma attenzione, non è un problema di condotta aziendale quello che io qui sollevo, perché il fenomeno ha portata più generale; il problema è culturale: è la società tutta, insomma siamo noi che ci basiamo su paradigmi mentali troppo rigidi, non rispettando l’essenza dell’individuo, dando per scontata una sola possibile scala di valori.

Anche in questo dovremmo uscire dal solco, la qualità delle nostre vite migliorerebbe sensibilmente, e non ci sarebbero forse più le tragedie da lunedì mattina.

Il gioco della selezione naturale


La complessità del corpo umano; il miracolo della nascita; gli ingegnosi sistemi di sopravvivenza messi a punto dalle più svariate specie animali; i delicati equilibri su cui sono basati i processi biologici: basta un piccolo ingranaggio fuori posto, e tutto il meccanismo crolla. Ti pare davvero possibile che tutto questo sia frutto del caso?

Facciamo un paragone: pensa ad un’opera letteraria, ad esempio la Divina Commedia. Immagina di dare una tastiera ad una scimmia e lasciare che questa giochi a battere dei tasti a caso. Immagina pure che la scimmia sia molto paziente, piuttosto longeva, e che continui ininterrottamente nel suo esercizio per un tempo indefinitamente lungo. Vorresti farmi credere che, prima o poi, dalla battitura della scimmia emergeranno i versi della Divina Commedia? Va be’, te lo concedo, non abbiamo limiti di tempo, la scimmia che invecchia potrà essere sostituita da un’altra più giovane, la tastiera è indistruttibile e il PC a cui è collegata ha risorse illimitate… ma vuoi davvero convincermi che alla fine, per puro caso, salterà fuori un’opera letteraria? No, non ci credo: la Divina Commedia esiste perché qualcuno l’ha progettata, è impensabile che lettere disposte casualmente vadano a comporre una tale meraviglia.

Ovviamente tu sei un evoluzionista, insisti con la tua teoria; allora ti propongo un gioco: invece della Divina Commedia, limitiamoci alla più limitata locuzione “FUORI DAL SOLCO”; inventati un meccanismo per estrarre a caso lettere, esegui più estrazioni ripetute di gruppi di 15 lettere, e fammi sapere dopo quante estrazioni avrai composto “FUORI DAL SOLCO”.

Ti ho convinto? Vedrai da solo che già arrivare ad un risultato così semplice è praticamente impossibile, figuriamoci un’intero poema. Converrai con me, pertanto, che anche la teoria dell’evoluzione va rivista in favore di una più convincente teoria della creazione.

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L’argomentazione che ho ora presentato, che a prima vista appare piuttosto convincente, nasconde in realtà una profonda ignoranza di quelli che sono i meccanismi evoluzionistici; parte erroneamente dal presupposto che i processi coinvolti siano casuali, e da questo trae conclusioni palesemente non realistiche per confutare la teoria; è vero che le mutazioni genetiche e ambientali sono dovute al caso, ma i processi di selezione che premiano i più adatti non lo sono affatto (forse chi ha maturato l’idea opposta è stato fuorviato dalla meritocrazia italiana: non facciamoci confondere, si tratta di altra tematica, e comunque anche lì la casualità non c’entra).

In realtà, la selezione naturale opera secondo criteri che sono tutt’altro che casuali: il più adatto sopravvive e si riproduce, gli altri soccombono (ovvio, non c’è un nesso causa-effetto così rigido, magari occasionalmente si riproduce anche il meno adatto, ma la direzione in media è quella). Ho detto si riproduce; questo significa che la generazione successiva non dovrà ripartire da zero, beneficierà della situazione di vantaggio dei genitori: la selezione è cumulativa, ossia si stratificano i progressi di volta in volta fatti nel corso delle generazioni.

Per analizzare meglio il meccanismo voglio proporti una simulazione nella quale viene considerato un mondo semplificato, così riassumibile:

  • abbiamo una popolazione composta da dieci individui, cinque maschi e cinque femmine;
  • la popolazione è costante: ad ogni cambio generazionale, i genitori muoiono e lasciano posto ai figli: di questi, solo i dieci più adatti sopravvivono, per metà maschi e per metà femmine;
  • ogni individuo è descritto da una sequenza di caratteri alfabetici maiuscoli (il codice genetico);
  • per stabilire i criteri di selezione viene introdotto un individuo ideale, preso come riferimento per misurare l’adattamento ambientale; quanto più ogni elemento della popolazione si avvicina al riferimento, tanto più viene premiato dalla selezione naturale; l’individuo ideale dell’esempio è caratterizzato dal codice genetico ‘FUORI DAL SOLCO’, ma puoi cambiarlo con una sequenza di caratteri alfabetici maiuscoli a piacere;
  • ipotizziamo che l’ambiente sia immutabile, per cui l’individuo di riferimento non cambia;
  • il punteggio di adattamento di ogni individuo è pari al numero di lettere in comune con quello di riferimento.

Esistono due procedure: la selezione NON cumulativa, nella quale ogni generazione riparte da zero, innescata dal pulsante con la lettera (A), e la selezione cumulativa (darwiniana), nella quale ogni generazione trasmette ai figli parte del codice genetico, innescata dal pulsante con la lettera (B).

La procedura (A) è semplice: ogni volta vengono generati nuovi individui con caratteri scelti a caso.

La procedura (B) prevede le seguenti fasi:

  • generazione di una popolazione iniziale con caratteri casuali;
  • accoppiamento: si formano coppie in base ai rispettivi punteggi;
  • riproduzione: da ogni coppia nascono figli che hanno per metà i caratteri del padre, per metà quelli della madre; in più viene applicata una modifica casuale ad uno di questi caratteri (mutazione genetica);
  • selezione: i figli così generati vengono ordinati per punteggio (somiglianza con l’individuo ideale), di questi i primi dieci vanno a sostituire i genitori, gli altri non sopravvivono.

Sei pronto? Clicca su questo link e accedi alla simulazione.

Ti invito a provare i due casi: cliccando più volte sul bottone (A) noterai quanto sia difficile avvicinarsi all’individuo evoluto, perché ogni volta si riparte da zero, non c’è ‘memoria’ degli errori precedenti.
La procedura innescata dal bottone (B) converge invece verso l’individuo di riferimento, e nel giro di qualche decina di generazioni raggiunge l’obiettivo.

Quindi: chi cerca di convincerti dell’improbabilità dell’evoluzione parte dal presupposto che questa sfrutti il meccanismo (A), mentre quello da chiamare in causa è il (B).

Ora ti lascio libero di sfogarti nei commenti, ma alcune precisazioni sono d’obbligo: in primo luogo, questa non dimostra affatto che la teoria dell’evoluzione è giusta, ma semplicemente che l’argomentazione che la vuole negare è sbagliata. In secondo luogo, e a questo tengo particolarmente, mi sembra piuttosto ovvio come, anche sposando la teoria dell’evoluzione, la decisione circa i criteri di selezione non spetti agli esseri umani: chi avesse aspirazioni neo naziste abbia chiaro in mente che gli esseri viventi (tutti) sono oggetto di questo meccanismo, non soggetto attivo. L’olocausto non è colpa di una teoria, ma della stupidità di chi si lascia convincere da interpretazioni distorte della stessa.

Un momento. Ho parlato di esseri viventi. Forse possiamo spingerci oltre? Forse il meccanismo ha portata più generale, forse si può applicare anche alle idee?

Riferimenti bibliografici:

Richard Dawkins – L’orologiaio cieco