La carriera di Fantozzi


In questo articolo voglio esternare il mio disaccordo su una certa concezione del mondo del lavoro, ahimé ormai consolidata e ben vista dai più; per la quasi totalità delle persone, quello che vado ora a sollevare è un non problema, un’assurdità, quasi un delirio. Pazienza, lo faccio lo stesso.

Voglio parlare di crescita sul posto di lavoro.

Immagino che queste parole avranno richiamato in te il concetto di carriera. Suvvia, è piuttosto normale: entri in azienda, lavori bene, con impegno, ottieni dei buoni risultati: insomma meriti un premio. Se sono passati tre-quattro anni e non sei cresciuto di livello, inizi a porti delle domande, magari inizi a guardarti attorno, perché mica puoi arrivare ad una certa età ed essere rimasto al palo. D’altra parte, l’azienda usa come specchio per allodole l’incentivo della promozione per ottenere risultati dai propri dipendenti. Giusto.

carriera

Se ti prendi la briga di consultare un contratto nazionale dei lavoratori, vedrai che viene effettuata una stratificazione delle mansioni in livelli: in basso c’è il ragionier Fantozzi, appena appena in grado di intendere e di volere, in alto c’è il Mega Direttore Gran Lup. Mann., depositario della verità aziendale e oltre. Non ci sono altre dimensioni lungo le quali spostarsi, solo questa. Salire o scendere. Migliorare o peggiorare. Lo stipendio si muove più o meno di conseguenza.

Quindi se sono bravo a pulire piastrelle, e lavoro in un posto dove c’è meritocrazia, dopo qualche anno mi ritroverò a coordinare un gruppo di pulitori di piastrelle. Ma io sono bravo a pulirle, mica a farle pulire ad altri. Magari potrei dar loro dei consigli su come fare, questo si.

Comunque non ho scampo: se voglio crescere in azienda, devo per forza andare in quella direzione. Quindi, siccome ho lavorato bene, mi ritrovo a ricoprire un ruolo che non mi si confa, magari a lavorare di più, ad essere più stressato, meno motivato, a dedicare meno tempo ed energie mentali alle rimanenti cose della vita. Proprio un bel salto di qualità! Comincio a chiedermi se valeva la pena di sbattersi tanto per ottenere tutto questo.

Le regole comunque sono ferree: metti caso perdessi o volessi abbandonare il lavoro, non mi è permesso di ricominciare da capo, siccome ho quasi cinquant’anni non ho accesso all’apprendistato; vorrei tanto diventare cuoco, sarebbe per me un’iniezione di entusiasmo, un ritorno alla gioventù, ma con l’esperienza di pulitore di piastrelle che mi ritrovo questa è proprio un’assurdità! Lascia spazio ai giovani, mi dicono, lascia entrare anche loro in questo tunnel a senso unico.

Allora provo a manifestare il mio malumore con conoscenti, amici e parenti. Ovviamente mi prendono per un alieno, per usare un eufemismo. Mi dicono che sputo nel piatto dove mangio, che non ho idea di quanti altri vorrebbero essere al mio posto. Certo che sono proprio strano, buttare al vento simili occasioni.

Io però non ci sto, non riesco a smettere di sognare una realtà diversa; immagino un mondo in cui, quando sai di aver lavorato bene, puoi sentirti libero di andare dal tuo responsabile a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro, non un aumento di stipendio. Un mondo nel quale puoi vantarti con gli amici di non pulire più piastrelle perché sei stato promosso alla posizione di lucidatore di scaffali, ruolo che hai sempre sognato. Un mondo in cui alla carriera verticale (che non voglio demonizzare, beninteso, è perfettamente legittima) si affianca una carriera orizzontale.  Un mondo in cui uguaglianza significhi applicare regole identiche per tutti quelli che si trovano nelle stesse condizioni, non per tutti indiscriminatamente.

Insomma, non sarebbe più meritocratico un insieme di meccanismi che dispensino premi mirati sul singolo invece che su un’astrazione ideale uguale per tutti? Ma attenzione, non è un problema di condotta aziendale quello che io qui sollevo, perché il fenomeno ha portata più generale; il problema è culturale: è la società tutta, insomma siamo noi che ci basiamo su paradigmi mentali troppo rigidi, non rispettando l’essenza dell’individuo, dando per scontata una sola possibile scala di valori.

Anche in questo dovremmo uscire dal solco, la qualità delle nostre vite migliorerebbe sensibilmente, e non ci sarebbero forse più le tragedie da lunedì mattina.

8 pensieri su “La carriera di Fantozzi

  1. Stefania

    Sono d’accordo con te, ti scambieranno per un alieno!!!!
    Nella società in cui viviamo la maggior parte della gente lavora, magari anche con impegno e con coscienza e viene completamente ignorata dal datore di lavoro. Non si mette neanche in discussione la possibilità di crescere o di fare carriera. Ti parlo soprattutto di quelle piccole e medie imprese a conduzione familiare dove lo scettro passa di padre in figlio, oppure della pubblica amministrazione dove il concetto di meritocrazia è completamente assente. Tutto questo alla lunga forse giustifica anche la tragedia da lunedì mattina. Bisogna avere una convinzione morale molto forte per continuare a fare il proprio dovere quando davanti a te vedi solo gente che occupa un posto di responsabilità solo per raccomandazione, o per il suo albero genealogico.

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    1. Marco Perasso Autore articolo

      Come darti torto. In effetti, vista l’attuale situazione del mondo del lavoro in Italia, avere la possibilità di una carriera verticale è già molto. Ma io qui non sto mettendo in discussione tanto il mondo del lavoro, quanto il pensare comune: perché dobbiamo essere imbrigliati in un concetto di carriera così riduttivo? Io penso che crescita possa voler significare molte cose: dall’ampliamento culturale all’aumento di flessibilità, dalla riduzione di orario alla (perché no) maggior responsabilità; in un concetto, credo che si debba tradurre nella realizzazione dell’individuo. Invece per il lavoratore medio tutto questo collassa in: passaggio di livello, più soldi, manovrare altre persone.
      E’ questo che non posso accettare.

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  2. Il mondo da un'altra prospettiva

    Le tue parole sembrano ricalcare i miei pensieri.
    Ultimamente in me è un continuo conflitto tra irrazionale ed razionale, Mi sento stretta nella routine lavorativa non sempre appagante che consuma la maggior parte della mia vita facendomi desiderare di abbandonare tutto e cambiare stile di vita, e nello stesso tempo i sensi di colpa mi riempiono la testa facendomi sentire ingrata per non apprezzare la fortuna di aver un lavoro ed uno stipendio che mi permettono di arrivare a fine mese senza preoccupazioni.
    Sono anche io nel club “tragedia del lunedì mattina!”

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    1. Marco Perasso Autore articolo

      Voglio essere provocatorio e brutale; i casi sono due.
      1) Il lavoro che hai non è frutto delle tue capacità (fortuna, raccomandazioni, eredità di famiglia); in questo caso probabilmente devi sentirti effettivamente in colpa, perché vorresti avere di più di quello che già hai e neppure meriti.
      2) Il lavoro che hai, e la posizione che ricopri, te la sei sudata sul campo, con impegno, costanza, fatica, serietà. In questo caso, perché avere sensi di colpa? Stai soltanto cercando di disporre di ciò che hai conquistato ed è tuo, perché non dovresti sentirti libera di gettarlo alle ortiche, se pensi che questo possa migliorare la tua vita? Perché giustificarti di fronte all’opinione pubblica (perché sono convinto che i nostri sensi di colpa non siano altro che retaggi culturali causati dalla società!)? Insomma, non sarebbe il caso che questa collettività così ingombrante che ci riempe la testa di finti principi etici, religiosi e morali iniziasse a tirarsi da parte per lasciare emergere finalmente gli individui che la compongono?

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  3. elena lanzuise

    Voglio anche io dare un contributo di pensiero, Sono anziana e già in pensione e dovrei e dico “dovrei ” ritenermi fortunata perchè i più giovani non so se la vedranno mai la pensione: Ho sentito dire che i poliziotti dovranno lavorare fino a 65 anni !!! Immagina dice una pubblicità “puoi” è di là che hhano preso lo spunto “puoi ” ???? Immaginate un poliziotto che a 65 anni corre dietro ad un delinquente !!! Detto ciò mi chiedo perchè non riusciamo più ad essere contenti di niente ? Perchè se un individuo ha un lavoro “non gli piace ” o non si sente parte della azienda dove lavora ? E perchè quelli che poi non lavorano cercano un impiego disperatamente ? Io non riesco a spiegarmelo!!!

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    1. Marco Perasso Autore articolo

      Io provo a spiegarmelo così: quelli che hanno il lavoro se lo tengono ben stretto e non sono disposti a rinunciare a nulla
      per lasciare spazio agli altri, anche se poi vanno in ufficio incazzati e vivono cinque giorni in attesa del fine settimana.
      Il sistema è strutturato in modo tale che ad un’azienda conviene intensificare l’uso del macchinario umano esistente,
      piuttosto che assumerne altro. Il sindacato difende strenuamente il lavoratore, anche se nullafacente, e ottiene il risultato di
      scoraggiare l’azienda dall’avventurarsi in nuove assunzioni. Chi è fuori non entra, chi è dentro e non vale una cicca resta dentro,
      chi è dentro e vorrebbe mettersi in gioco non lo fa perché teme, una volta fuori, di perdere tutto.
      Alla fine si producono lavoratori demotivati sia a causa dei colleghi nullafacenti che li circondano,
      sia a causa di un lavoro sempre uguale che ormai non ha più stimoli. E questi lavoratori diventeranno, con ogni probabilità,
      a loro volta nullafacenti, andando così ad alimentare il sistema.

      Che opera di ingegneria sociale!

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  4. ilariainterplanetaria

    l’ elasticita’ risolverebbe molte questioni. se mi trovo male su un posto di lavoro lo cambio, se non riesco a combinare l’orario lavorativo con la scuola dei figli lo modifico… e non solo sul mondo del lavoro…sono tantissimi i casi. ma mi rendo conto che perche’sia applicabile tutto questo e’ richiesta prima di tutto elasticita’ mentale di ogni individuo e comunque integrita’ morale. di conseguenza capirai bene che nulla di tutto cio’ e’ applicabile in un mondo dove essere furbi paga piu di essere onesti, dove migliaia di leggi e regolamenti inutili e contorti imbrigliano chi vorrebbbe crescere e lasciano liberi di muoversi nelle pieghe nascoste i malandrini…non saprei trovare soluzione. serata pessimista….

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