PAC-MAN in 3-D


Ricordi uno dei primi videogiochi diventati famosi, PAC-MAN? Per rinfrescarti la memoria (non credo che tu ne abbia bisogno), puoi visitare questa pagina.

Qual era una delle caratteristiche di questo videogioco? Beh, considerato che siamo agli albori, sicuramente quella di essere in due dimensioni; la grafica 3-D è venuta molto tempo dopo, resa possibile da uno sviluppo delle risorse hardware ai tempi inimmaginabile.

Ora però ti racconto una storia ai più sconosciuta, credo la troverai interessante: si tratta dell’esperienza di gioco vista dal protagonista, proprio lui, il cerchietto mangia puntini.

Devi sapere che PAC-MAN, naturalmente convinto che il mondo fosse limitato al solo labirinto che era in grado di esplorare, era anche piuttosto presuntuoso: credeva solo in ciò che vedeva o era in grado di sperimentare, e non ammetteva l’esistenza di altro all’infuori di quello.

Certo, si rendeva conto dell’esistenza di fenomeni strani, primo fra tutti quel comodissimo passaggio segreto che lo faceva sparire da un lato dello schermo e ricomparire magicamente dal lato opposto; ma li considerava come un dato di fatto, ormai si era abituato ad utilizzare quella comoda via di fuga ed aveva mentalmente rimosso la necessità di trovarne una spiegazione razionale. Anche se un briciolo di disagio per quel conto che non tornava, nascosto in un recesso della sua mente, ogni tanto si risvegliava per logorarlo.

Per noi, esseri umani in 3-D, la visione è invece molto più nitida: povero PAC-MAN, intrappolato in quelle due sole dimensioni che lo rendono prigioniero del labirinto. Ah, se potesse venire a conoscenza di una terza dimensione, da sfruttare per i propri spostamenti, quante opportunità gli si aprirebbero! Che balzo in avanti nella comprensione del mondo!

Immaginiamo che un bel giorno una sfera, per sua natura 3-D, attraversi il piano di gioco. Cosa vedremmo noi, e cosa vedrebbe PAC-MAN?

Beh, tu ed io vedremmo proprio quello che ho detto: una sfera che attraversa il campo di gioco; ma vai a spiegare al poverino cos’è una sfera, a lui che non ha mai fatto esperienza della terza dimensione.

All’inizio la sfera toccherebbe la superficie del labirinto in un punto, ed è esattamente quello che vedrebbe PAC-MAN: un punto che appare misteriosamente dal nulla.

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Poco a poco la sfera penetrerebbe la superficie, intersecandola con una porzione sempre più vasta: il punto, visto dal mondo bidimensionale, si allarga in un cerchio; il meccanismo è un po’ quello che ci hanno spiegato a scuola per i paralleli terrestri: sezioni di piano che intersecano la superficie del nostro globo vanno a formare grandi circoli immaginari.

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Il povero PAC-MAN è allibito: può forse digerire il passaggio segreto, anche perché gli torna comodo, ma di fronte a questo fenomeno resta letteralmente di stucco: dal nulla appare un puntino che poi cresce, diventa un qualcosa che gli somiglia parecchio, e cresce sempre più! Decisamente è terrorizzato!

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Poi, improvvisamente, la crescita si arresta: ecco che il cerchio inizia a contrarsi, si contrae sempre più, torna ad essere un puntino e… svanisce nel nulla!

Per noi due, che osserviamo dall’esterno, tutto è perfettamente spiegabile: la sfera ha attraversato completamente la superficie, i punti di contatto sono diventati sempre di meno ed alla fine ne è uscita, passando dalla parte opposta. Tutto nella normalità, nessun fenomeno misterioso.

E per noi è perfettamente spiegabile anche i passaggio segreto: si tratta semplicemente di un cunicolo che permette di muoversi lungo la terza dimensione, al di fuori del campo di gioco.

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Incredibile come avere accesso ad una dimensione aggiuntiva possa contribuire a migliorare la nostra visione del mondo; poi, certo, ci vuole anche un po’ di umiltà e capacità di immaginazione: noi non siamo certo chiusi nel nostro mondo come quello stupido personaggio da videogioco. Noi sappiamo che le dimensioni lungo cui muoversi in realtà sono tre.

Un momento: e se fossero di più? Supponiamo siano quattro, ma analogamente a quanto accade al povero PAC-MAN, che non vede la terza, noi non possiamo vedere la quarta. Tu non hai la cieca presunzione di PAC-MAN, sai che questa eventualità è plausibile, vero?

Ebbene, anche a noi a ben vedere appaiono fenomeni strani, che accettiamo perché ne facciamo da sempre esperienza ma che non riusciamo a capire fino in fondo, a dar loro una spiegazione soddisfacente. Forse l’esistenza di una quarta dimensione (o anche più, a detta delle moderne teorie sulla fisica quantistica), aiuterebbe a capire, a dare un senso a tutto ciò?

Giusto per trovare un esempio concreto: riesci a pensare a qualcosa che appare praticamente dal nulla in questo mondo, cresce, regredisce per poi tornare a sparire nel nulla, in una dinamica a cui, in tutta onestà intellettuale, facciamo fatica a dare un significato, se non ricorrendo a variegate forme di religione?

Riferimenti bibliografici:

Rudy Rucker – La quarta dimensione. Un viaggio guidato negli universi di ordine superiore

Giudizio e constatazione


In questo articolo voglio stimolare una riflessione sulla distinzione fra queste due parole, e parlare di come la prima rappresenti una distorsione della seconda, ponendosi rispetto ad essa, per dirla in termini musicali, su di un’ottava inferiore.

Supponiamo io dica: “il tuo maglione è rosso”. Constatazione. Sto osservando uno stato di cose, dal mio punto di vista beninteso: stanti gli strumenti di percezione a mia disposizione, posso constatare che il maglione ha quel colore.

Adesso invece dico: “hai fatto un buon lavoro, sei stato bravo”. Giudizio. Qui non solo constato un fatto, ma mi spingo oltre: mi sbilancio esprimendo la mia opinione sul fatto osservato, ed in qualche modo mi schiero, prendo posizione.

Nell’esempio riportato la differenza è piuttosto evidente; sembra addirittura che le due parole non siano neppure lontanamente imparentate.

Eppure accade spesso che le cose non stiano così, ed i due livelli si mischino portando a conseguenze non sempre vantaggiose. Tornando all’esempio precedente, potrei dire: “ma il tuo maglione è rosso!”, utilizzando un tono che, accompagnato dal contesto, sottintende: “siamo ad un funerale, non potevi vestirti in modo più sobrio? Sei decisamente irriverente!”

Per sgomberare il campo da equivoci, ti dico subito che a mio avviso il giudizio è di per sé negativo (ooops… giudizio! Scusa, volevo dire: poco utile); direttamente o indirettamente presuppone una morale, e la morale è sempre troppo soggettiva e legata a contesti socio temporali per aiutare a capire la realtà.

Non a caso, le moderne tecniche di problem solving si avvalgono proprio della sospensione del giudizio al fine di non farsi trarre in inganno dai preconcetti. Ma questa è un’altra storia.

Ciò che voglio sottolineare è come troppo spesso, nelle relazioni interpersonali ma non solo, giudichiamo invece di constatare. Siamo proprio sicuri di essere nella posizione di arrogarci tale diritto?

Ma l’aspetto peggiore è il duale della questione: poiché siamo così abituati a comportarci in tal modo, tendiamo ad osservare negli altri un atteggiamento analogo, ed ecco che ravvisiamo giudizi anche laddove non ve ne sono, e ci sentiamo in continuazione giudicati; oppure temiamo di esserlo, e per questo evitiamo di metterci in gioco.

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Questo mi porta ad una sottile interpretazione del passo biblico:

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. (Matteo 7,1-2)

che, a ben vedere, non necessariamente deve essere considerato come un mero meccanismo di premi e punizioni messo in atto da una qualche divinità trascendente.

Non ci sono entità giudicanti esterne, ma sei tu stesso che, a causa della propensione al giudizio, finisci col sentirti a tua volta valutato dagli altri, a prescindere dal fatto che lo facciano realmente. Come ha giustamente osservato Salvatore Brizzi, Gesù è stato un fine psicologo.

Alla luce di ciò, lo sforzo che mi propongo da ora in avanti è pertanto quello di limitarmi ai fatti, ogniqualvolta mi trovi a fare delle valutazioni, senza andare oltre il discernimento di ciò che è utile da ciò che non lo è.

E su quest’ultimo punto direi che c’è materiale sufficiente per almeno un altro articolo.

Il signore dell’anello


Immagina un piccolo stagno dal fondale ricoperto di fanghiglia molto fine.

Le acque sono limpide, vedi con chiarezza alcuni agglomerati di muschio sul fondale, osservi i raggi del sole che vengono deviati dall’effetto rifrattivo dell’acqua, noti una piccola salamandra che tenda di nascondersi da occhi indiscreti con l’aiuto della propria immobilità.

Sovrappensiero, giocherelli sfilando e rimettendo l’anello che porti alla mano sinistra, catturato da quello scenario che trasmette quiete e tranquillità.

All’improvviso un piccolo errore di coordinazione delle dita fa sì che l’oggetto ti sfugga dalle mani, cada a terra rimbalzando sopra un sasso e finisca in acqua, a circa un metro dalla riva.

La calma cede il passo all’agitazione: quello è l’anello del matrimonio, sarebbe opportuno non perderlo… lo osservi per i lunghi istanti impiegati a percorrere il tragitto dalla superficie al fondo e vedi che si adagia infine nel fango, sprofondando al suo interno per una buona metà.

Ti avvicini al punto dell’impatto, per fortuna un grosso sasso emerge dall’acqua proprio nelle vicinanze e ne fai un valido punto di appoggio per avviare le operazioni di recupero. Nel frattempo l’anello è sparito alla tua vista.

Ti inginocchi sul sasso cercando di non fare la stessa fine, ripieghi le maniche fino al gomito ed immergi le braccia nell’acqua fredda. Lo fai con irruenza, spinto dall’ansia di dover ad ogni costo rientrare in possesso di quel simbolo di unione.

La stazionarietà delle acque viene repentinamente interrotta dal tuo intervento, ed il fango che riposava sul fondo entra in azione sollevandosi con impressionante frenesia.

In poco tempo le acque cessano di essere limpide, e quella che poteva essere una facile attività di ricerca diviene improvvisamente un’impresa ardua. Mano a mano che l’acqua intorbidisce, l’idea che tu possa non ritrovare l’anello si rafforza, e le tue mani esasperano i movimenti, che non fanno che peggiorare la situazione sollevando altro fango.

Il senso della vista ormai non ti è più utile, fai appello al tatto, ma anch’esso è ostacolato dalla bassa temperatura dell’acqua.

La mani affondano nella fanghiglia, la stringono nel pugno per farla defluire fra le dita, nella speranza che all’interno rimanga l’anelato oggetto.

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Dopo una decina di minuti di vana ricerca, il freddo ti fa desistere e prendi una pausa, quasi rassegnato alla perdita. Rimani sul sasso ed osservi l’acqua torbida ed il movimento caotico delle particelle fangose in sospensione.

La tua mente si lascia andare alle riflessioni: quanto è stato immediato provocare quel turbinio nel fluido, e quanto tempo invece occorre per ritornare allo stato di quiete.

Ma nessuna azione ti potrà aiutare a migliorare la situazione, se non quella di aspettare pazientemente: aspettare che le acque si calmino, rimandare ogni tentativo di risolvere il problema, perché qualsiasi comportamento tu metta in atto adesso non farebbe che peggiorare ulteriormente la situazione.

È difficile resistere alla tentazione di agire, di fare qualcosa, eppure ti convinci che non c’è altra strada: bisogna sforzarsi di restare lì, inerti ad osservare.

Metti in atto il proposito, ed ecco che lentamente il fango cede il passo alla trasparenza, ed il sole torna ad illuminare ogni angolo dell’acquitrino. Alcuni suoi raggi vengono fortuitamente riflessi dall’anello, che si è spostato di alcuni centimetri dal luogo originario, per essere rimbalzati sulla tua retina; ma stavolta non commetti l’errore di gettare avidamente gli artigli in acqua.

Avvicini delicatamente la mano destra alla superficie e la immergi con attenzione, per limitare al minimo le perturbazioni. E questa finalmente, ferma e sicura, raggiunge l’oggetto che ormai non speravi più di riavere.

Lo cogli con leggerezza, privo di qualsiasi atteggiamento possessivo, e lo riporti all’asciutto; quindi ti fermi a riflettere sul quel cieco comportamento ossessivo che ha rischiato di fartelo perdere per sempre.

Avere le tette


Oh, adesso voglio un po’ divertirmi con una provocazione; so che il titolo urterà la tua suscettibilità femminista, cara lettrice: sforzati di sospendere il giudizio, perlomeno ancora per qualche riga, te ne sarei grato.

Non so quali siano stati i tuoi pensieri iniziali; ti pongo però la seguente domanda: se invece avessi scritto ‘avere le palle’, sarebbero stati dello stesso tenore? Che tu sia un lettore o una lettrice, sono convinto della risposta negativa: lo scopo di questo articolo è puntare il dito contro la forte dose di maschilismo di cui è intrisa la nostra cultura, a prescindere dal fatto che chi se ne fa portavoce sia un esponente del sesso maschile o femminile.

Se tu, lettrice femminile, ti senti sulla difensiva mentre stai leggendo, un po’ me ne dai riscontro: anche le donne sono portatrici (sane?) di preconcetti maschilisti.

In ogni caso fai questa prova: apri la pagina di Google e cerca ‘avere le palle‘, poi aprine un’altra e ripeti l’esperimento con ‘avere le tette‘, quindi confronta i risultati. E poi abbiamo il coraggio di criticare il burqa.

cultura-maschilista

In effetti quando sento dire ‘quella è una donna con le palle’ rimango un po’ stupito, in parte per la contraddittorietà del complimento: di fatto si sta affermando che è in gamba perché assomiglia tanto ad un uomo; in parte perché so che se invece si dicesse: ‘quella è una donna con le tette’, il significato che emerge sarebbe completamente diverso.

E le mie impressioni trovano talvolta conferma osservando le donne in carriera: mi è capitato di incontrarne, che si fanno strada lungo la catena gerarchica facendo leva sulla loro aggressiva mascolinità, e non su punti di forza prettamente femminili.

Allora la mia proposta provocatoria è questa: se proprio vogliamo evidenziare le capacità di mettersi in gioco della donna usando un’espressione ad effetto, perché non farlo avvalendosi di attributi femminili? Se le ‘palle’ sono l’emblema della virile capacità di riproduzione maschile, le ‘tette’ lo sono per la femminile capacità di alimentare la vita…

Lo so, l’argomento di superficie è banale, ma mira a far riflettere, stuzzicando con ironia, su quello sottostante, che invece non lo è… e merita attenzione. Perché usare attributi maschili per dispensare complimenti ad una donna non è diverso che farla comportare da uomo per raggiungere la parità dei sessi.

E allora, mentre vado a chiudere l’articolo con questo – solo in apparenza maschilista – video di Vecchioni, mi gioco pateticamente tutti gli ipotetici punti che ho fin qui faticosamente tentato di guadagnare mandando la mia esortazione al mondo femminile: coraggio ragazze, fate vedere chi siete, è giunta l’ora di tirare fuori le tette!

L’intelligenza dei computer


I computer sono stupidi.

A dispetto di quanto vuol farci credere la cinematografia nella quale ci si affida spesso al responso del cervello elettronico, i computer non sanno fare più di ciò per cui sono stati istruiti. Paragonati ad un essere umano, sono in grado di farlo molto velocemente: è questo che regala loro un’aura di pseudo intelligenza.

I computer funzionano grazie a programmi, codificati da esseri umani. A volte esistono programmi che creano altri programmi, in una catena che può anche essere anche lunga, ma risalendola a ritroso si arriva sempre ad un’origine di natura umana.

Riducendolo ai minimi termini, un programma per computer può essere ricondotto alla seguente sequenza:

Se si verifica questo
  allora fai questo
altrimenti se si verifica quest'altro
  allora fai quest'altro
...
altrimenti se ti hanno detto di terminare
  allora termina
altrimenti ripeti dall'inizio

Ovviamente la sequenza di se… allora… è mostruosamente lunga, ma questo non aggiunge complessità al modello.

Risulta subito evidente un fatto: se si verifica un evento non previsto, il programma non sa che fare; non riuscendo a gestire la situazione si bloccherà, andrà in errore, o semplicemente ignorerà il fatto.

Il programma viaggia lungo solchi rigidi ed immutabili.

Il cervello umano è diverso, in particolare quello dei bambini. Il cervello umano crea nuove regole in base all’esperienza ed agli errori. In pratica è un programma che si auto adatta, pur se non strutturato nella maniera rigida schematizzata sopra. Il cervello umano può permettersi di ignorare tutte le istruzioni, per inventarsene una nuova sul momento. Il cervello umano ha il grosso vantaggio di poter sbagliare.

Che gli succede col passare del tempo? Col passare del tempo tende a comportarsi come il programma. Mano a mano che cresce l’esperienza, che gli accadimenti quotidiani possono essere ricondotti a modelli già visti, entra in gioco l’automatismo, molto efficiente perché permette di dare una risposta quasi immediata allo stimolo esterno.

Il cervello diventa infallibile nell’ambito di un certo dominio applicativo: fornisce risposte immediate ed invariabilmente corrette. Ma stereotipate ed in ultima analisi stupide.

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Le risposte di un anziano sono molto meno originali di quelle di un giovane, e spesso le idee di quest’ultimo sono giudicate errate dal primo perché da lui non catalogabili nella sequenza di istruzioni del proprio programma.

L’anziano ha molte più probabilità del giovane di “andare in blocco”, perché col tempo dimentica di avere la possibilità di auto aggiornarsi, immerso com’è nella presunzione alimentata dai propri successi.

In parole povere, invecchiando si tende a diventare stupidi. Ma non a causa di deficit mentali, demenze senili o affini, ma della propria presunzione e pigrizia che offrono rifugio nel confortevole calore delle abitudini.

Occorre un grosso sforzo di volontà per non cadere nella trappola, ma è l’unico modo per non invecchiare sul serio.

La fionda gravitazionale


Sai di cosa si tratta? Provo a spiegarlo con le poche conoscenza a mia disposizione.

Quando un veicolo spaziale deve raggiungere un punto remoto nello spazio e l’energia necessaria per affrontare un percorso diretto sarebbe proibitiva per la tecnologia a disposizione, si utilizza un trucco ingegnoso nella sua semplicità, in pratica consistente nello sfruttare fonti di energia alternative che si trovano lungo il cammino.

La fonte di energia in questione è la forza di gravità: in parole semplici si dirige la navicella in prossimità di un pianeta o altro corpo celeste dotato di notevole massa, non troppo vicino altrimenti ne verrebbe risucchiata, e questo le imprime un’accelerazione dandole una bella spintarella in modo completamente gratuito.

Ad esempio, per raggiungere Saturno non si manda la sonda direttamente verso quel pianeta: la si manda invece verso Giove, il quale le fornisce l’energia aggiuntiva necessaria per raggiungere la destinazione. Una sorta di tappa tecnica ai box.

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Questo mi ha stimolato una riflessione: tutti gli eventi della nostra vita caratterizzati da una certa ‘massa’ possono essere sfruttati in base allo stesso principio; se ci avviciniamo troppo possono risucchiarci, ma se manteniamo la giusta distanza possono darci la spinta aggiuntiva che può proiettarci verso le stelle.

Ogni evento dotato di un certo spessore (sia esso positivo o negativo: la nascita di un figlio, la morte di un caro, una vincita alla lotteria) rappresenta per noi un profondo avvallamento lungo il cammino, qualcosa in grado di inghiottirci e farci perdere il controllo della situazione; ma se riusciamo a non avvicinarci troppo, a non rimanere coinvolti, a mantenere il distacco, ecco che ci può caricare di energia addizionale, che avremo a disposizione per raggiungere obiettivi ancor più lontani.

Credo che nella vita non esistano eventi oggettivamente positivi o negativi; lo sono soggettivamente, quello sì.

Ma oggettivamente si tratta dell’equivalente di corpi celesti dotati di massa, più o meno grandi: sta a noi non lasciarci attrarre e sfruttarli intelligentemente per proiettarci con rinnovata energia verso l’infinito.

 

Libere associazioni mnemoniche accendendo la stufa


Fuori piove, il tempo è uggioso; sto accendendo il fuoco nella stufa, la fiamma è timida e ci mette un po’ ad affermarsi.

Ho messo qualche legnetto sottile in basso, che sì è già incendiato, poi sopra qualche pezzo più grande che al momento è solo annerito.

Osservando la fiamma, nella mia mente riemerge per associazione la spiegazione sul calore che ho dato qualche giorno prima ai miei figli quando il più grande, che fa la prima media, si stava confrontando col concetto di agitazione termica.

Ecco la spiegazione del buon padre di famiglia, pur se non nell’esatta versione della sua enunciazione originaria.

“Per immaginare il calore pensate ad una classe piena di bambini seduti e immobili al banco. Quello è il freddo, diciamo che è il ghiaccio. Improvvisamente entra nella stanza un altro bambino agitato portando una notizia allarmante: quelli seduti si alzano in piedi ed iniziano ad agitarsi pure loro, muovendosi a destra e a manca. Il ghiaccio inizia a sciogliersi. Qualcuno magari esce e va a portare la notizia nella classe a fianco. Il calore si propaga, esercita pressione sulle pareti esterne. Se la notizia è di grave pericolo imminente, ad un certo punto l’impulso si sarà diffuso in tutta la scuola. L’incendio divampa. Questa è l’agitazione termica.”

I miei figli mi hanno guardato un po’ perplessi e preso vagamente per i fondelli, ma credo che il concetto sia passato.

Ora, di fronte alla stufa che recalcitra, rifletto: effettivamente tutti i fenomeni di massa sono assimilabili ad un incendio. Quando un’idea attecchisce e diventa di moda si comporta esattamente come una fiamma: superata la massa critica il fenomeno vive di vita propria e diventa incontrollabile. Il pezzo di legno non può più evitare di essere bruciato.

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Ecco, ora la temperatura della stufa è salita oltre un certo livello; il rumore causato dal tiraggio della canna fumaria subisce un deciso cambio di frequenza, rievoca l’entrata in coppia del motore degli scooter che usavamo in gioventù, la rottura del fiato dell’atleta che improvvisamente non avverte più la fatica, una sorta di orgasmo che ti fa ritrovare di punto in bianco lungo una ripida discesa, così ripida che non è più possibile tornare indietro.

In maniera analoga si possono agevolmente pilotare masse di individui ormai non più pensanti.

Lascio al genio di Daniele Silvestri l’epilogo dell’articolo.

Obbligazioni di mezzi e di risultato


Il diritto è una materia che mi è sempre stata indigesta; questo non significa tuttavia che non abbia alcune reminiscenze, più o meno vaghe: una di queste riguarda la distinzione fra obbligazioni di mezzi e di risultato, distinzione che voglio qui riproporre.

L’obbligazione, in termini giuridici, è costituita da un comportamento che un debitore deve tenere nei confronti di un creditore; quello più semplice e terra terra riguarda il conferimento di una somma in denaro, ma più in generale può trattarsi di un qualsiasi genere di adempimento.

Ebbene, considerandoli dal punto di vista del criterio di valutazione di assolvimento dell’obbligazione, questi adempimenti si possono suddividere in due categorie:

  1. obbligazione di risultati: è da considerarsi assolta se è stato ottenuto un certo risultato; ad esempio, l’automobile non funziona e la porto a riparare: pagherò il meccanico solo se me la restituisce funzionante; questo è il risultato che lui si impegna, per la natura stessa del suo lavoro, a garantirmi;
  2. obbligazione di mezzi: è da considerarsi assolta se sono state adottate tutte le ragionevoli misure per ottenere un certo risultato, a prescindere dal fatto che questo sia stato raggiunto; tipica obbligazione di mezzi è quella derivante da lavoro subordinato: il lavoratore è da considerarsi solvente se ha prestato al principale il proprio tempo e la propria opera con la dovuta diligenza, anche se poi non sono stati raggiunti i risultati sperati.

Da un punto di vista pratico è piuttosto evidente come quello che conta siano i risultati, per cui la distinzione sembra un mero esercizio accademico, una di quelle masturbazioni cerebrali che ho sempre attribuito, dal basso dei miei preconcetti, ai giuristi; non me ne volere, so di muovermi in fondo al solco scavato dalla mia avversione per la materia.

debito

Poi mi sono chiesto: di che natura sono le obbligazioni che assumo nei confronti del creditore più importante, cioè me stesso? Devo limitarmi a considerare i soli risultati, oppure posso dirmi solvente nella misura in cui ho messo il massimo dell’impegno in ciò che sto facendo?

Dalla mia affermazione precedente sembrerei propendere per la prima opzione, ed in effetti fino a poco tempo fa era così; poi mi sono convinto di una cosa: i risultati non dipendono solo da ciò che facciamo. Basarsi unicamente sul risultato conduce inevitabilmente alla frustrazione e non ha alcuna utilità: alla fine ci scoraggia e ci fa mirare in basso per vincere facile.

Ad esempio: io scrivo un libro, ci metto il massimo dell’impegno, curo con attenzione i particolari, non lascio nulla al caso. Diventerà automaticamente un best seller? No di certo, perché sono infinite le variabili, al di fuori del mio controllo, che influenzeranno tale risultato. Se dovessi valutare l’opportunità di impegnarmi con me stesso nella scrittura di un’opera che venda milioni di copie con ogni probabilità nemmeno inizierei, sapendo già a priori di avere un’alta probabilità di rivelarmi insolvente.

Il giusto compromesso diventa allora: puntare in alto, ma non avere la pretesa di centrare il bersaglio. Mirare al risultato, ma concentrarsi sui mezzi.

Ritenersi soddisfatti se siamo riusciti a fare del nostro meglio, a prescindere da ciò che si ottiene. Finiamola di essere usurai di noi stessi, se eliminiamo la stretta creditizia ci verrà più naturale porci obiettivi ambiziosi e magari, perché no? Raggiungerli!

I vincoli della libertà


Una delle mie supposte di saggezza recita:

Lasciatemi libero di scegliere la mia prigione.

Voglio ora delineare meglio questo argomento.

Da sempre aspiro alla libertà, perché da sempre mi sento in catene; in realtà però credo di non aver mai compreso appieno da dove nasca questa sensazione, e quale sia la vera natura della mia irrequietudine.

Ho sempre dato per scontato che i vincoli venissero da fuori: obbligo di andare a scuola, di fare i compiti, di andare a militare (ahimé questo rivela certe scomode informazioni anagrafiche), di andare in ufficio, di fedeltà coniugale finché morte non vi separi e così via, risalendo con livelli crescenti di nobiltà dell’entità vincolante fino a giungere ai famosi dieci comandamenti.

Poi mi sono chiesto: cos’è questa tanto anelata libertà? Va intesa come assenza di alcun limite? Non è logicamente possibile, perché ogni nostra azione è fonte di vincoli. Prendo l’aereo per Parigi? Sono obbligato ad andare in quella città. Vendo la macchina? Devo spostarmi con mezzi alternativi. Accetto quel posto di lavoro? Devo recarmi ogni giorno in ufficio. Finisco le scorte alimentari? Devo uscire a fare la spesa.

Guardando l’intera faccenda da quest’altra prospettiva, l’origine delle mie limitazioni non sono gli altri, ma io stesso.

Questa è al contempo una brutta e una bella notizia. Brutta, perché non posso più riversare sull’esterno la colpa delle mie sfighe. Bella, perché se le leve del comando sono in mano mia, posso fare qualcosa per migliorare.

Questo, accettato fino alle sue estreme conseguenze, porta ad un’altra presa di coscienza, la più difficile da metabolizzare: la vera libertà non consiste nel fare quello che più ci piace, ma nel rispettare rigorosamente gli obblighi che ci siamo auto assegnati. Sì, perché se è relativamente semplice andare a messa nei giorni comandati o prendere le medicine prescritte dal dottore, non lo è altrettanto seguire la dieta, smettere di fumare, rinunciare alle nostre malsane abitudini.

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Questa è la nostra vera prigione, ma non la vediamo, pensiamo sia altrove e forse ci fa comodo così: la prigione sta nella nostra impossibilità di prendere decisioni e portarle a compimento con ferrea volontà.

Libertà allora significa imporci degli obiettivi e perseguirli con determinazione, tracciare dei binari che conducano ad un risultato ed avere la forza di non deragliare mai. Sembra paradossale, eppure è dall’incapacità di rimanere aderenti ad un comportamento prefissato che scaturisce la nostra vera natura di schiavi.

Tu credi che posticipare l’inizio della dieta sia stato frutto di una tua libera scelta (ma sì, inizia pure dopo le feste) mentre in realtà non hai fatto che adottare l’unico comportamento che la tua natura umana ti metteva a disposizione. Non c’era possibilità di scelta, ma la tua mente, con un prodigio di strategia psicologica, ti ha convinto sia stata una tua decisione.

Lo so, pensi si tratti di sciocchezze. Dimostramelo. Anzi, fai qualcosa di più utile: dimostra a te stesso di avere ragione. Scegli, in totale libertà ed onestà, di rinunciare per un mese ad una delle tue abitudini. Sempre in totale libertà, prova a metter in pratica questo intento.

Misura, con galileiano metodo scientifico, quanto sei libero di raggiungere l’obiettivo.

Il costume di Superman


Riporto di seguito una frase tratta dal film Kill Bill volume 2 di Quentin Tarantino.

Come sai, io sono un grande appassionato di fumetti, soprattutto di quelli sui supereroi. Trovo che tutta la filosofia che circonda i supereroi sia affascinante. Prendi il mio supereroe preferito: Superman. Non un grandissimo fumetto, la sua grafica è mediocre. Ma la filosofia, la filosofia non è soltanto eccelsa, è unica! […] Dunque, l’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana. (Bill)

Questa teoria sulla filosofia dei supereroi mi ha fatto riflettere: in fondo è vero, l’essere umano è debole, non crede in sé stesso ed è vigliacco.

Ma questa è l’interpretazione fuori dal solco che voglio offrirti: ciascuno di noi nasce Superman, coi propri poteri che lo rendono speciale ed unico.

Mano a mano che diventiamo adulti però ci assale una voglia di omologazione, di sentirci uguali agli altri, forse per paura di non essere accettati dal branco, perché alla fine l’uomo è un animale sociale.

La società (partendo dai genitori, passando per la scuola e risalendo fino ai mass media e, perché no, alle istituzioni) ci abitua inoltre ad essere tutti uguali, a pensare allo stesso modo, a comprare gli stessi prodotti e vedere gli stessi spettacoli.

Se non lo fai sei uno sfigato: sei out.

superman

Sotto questa spinta tutti quanti finiscono col sembrare più o meno simili. Ognuno si sente ovviamente diverso, ma temendo di essere emarginato si sforza di apparire come gli altri, che fanno altrettanto a sua insaputa.

Alla fine tutti questi supereroi si ritrovano travestiti da Clark Kent, inibendo le loro potenzialità in nome di un appiattimento generalizzato che però li fa sentire parte del tutto. Una sorta di livellamento verso il basso.

Bisogna invece trovare il coraggio di esaltare l’individualità, mettendo in mostra le proprie peculiarità che devono essere viste come punti di forza, non di debolezza.

Sentiamoci uguali agli altri nella nostra diversità, se proprio vogliamo soddisfare questa esigenza di appartenenza al gruppo: spogliamoci degli abiti che ci siamo cuciti addosso e facciamogli vedere chi siamo, a Lex Luthor!