Realtà virtuale


Osservo mio figlio che viene manovrato da un videogioco; è totalmente immedesimato, ora si agita, ora esulta, ora si arrabbia. Gli input sonori e visivi che lo raggiungono creano nella sua mente un mondo che percepisce, a tutti gli effetti, reale.

D’altra parte non merita forse questo appellativo, un fenomeno che provoca cambiamenti fisiologici come l’aumento del livello di adrenalina o il rilascio di ormoni?

Dall’alto della mia presunzione lo guardo con alterigia e gli suggerisco che il mondo vero è diverso, di uscire fuori e sudare calciando una palla; perché lui in quel momento sta vivendo una realtà virtuale, simulata, profondamente diversa da quella che ci circonda, nella quale dovrà poi abituarsi a fronteggiare problemi e difficoltà.

Parlo di presunzione perché, riflettendo, io non sono poi diverso da lui. Attenzione però: con un notevole balzo di qualità, perché io non uso videogiochi ed il mio simulatore è molto più comodo e sofisticato, visto che mi è stato installato direttamente nel cervello.

Per spiegarti cosa intendo ti faccio un esempio: un automobilista mi taglia la strada. Questo evento provoca nel mio corpo una serie di cambiamenti chimici che mi faranno reagire in un certo modo. Se mantengo l’autocontrollo, non lo manderò a quel paese, ma quantomeno i battiti del cuore risulteranno accelerati. Altre alterazioni chimiche andranno a coagularsi per formare il ben noto concetto di ‘incazzatura’. Più in generale, a queste alterazioni chimiche possiamo attribuire un’etichetta: emozioni.

Quanto appena descritto è quello che definirei un evento reale (qualsiasi cosa possa voler dire, posto che pure questa asserzione non è pacifica; ma evitiamo di cavillare troppo). Ma vediamo che succede dopo.

L’automobilista si è allontanato, ho avuto la forza di non insultarlo. Eppure, la mia mente continua a ripropormi l’accaduto.

“Hai visto che rischio? Non ha nemmeno messo la freccia. Non andavi veloce, ma potevi comunque prendere una bella botta! Avresti dovuto dirgli qualcosa. Bisognerebbe andare in giro con un carro armato e colpirli tutti, quelli che fanno un lavoro del genere. Pensa se non lo vedevi per tempo. Ma perché certa gente è libera di circolare? Chissà quanti incidenti avrà causato quell’idiota! Il problema di andare per strada non è stare attenti alla propria guida, ma a quella degli altri… ti è passato vicinissimo, per un soffio non l’hai preso…”

Ecco, questa invece è simulazione, è realtà virtuale.

Realtà, perché quei pensieri sono in grado di provocare le stesse alterazioni chimiche dell’evento originario; sono in grado di scatenare emozioni.

Virtuale, perché l’evento originario ormai se ne è andato; non c’è più alcun automobilista vicino a me, eppure sono qui, nel caldo del mio letto, e rivivo quegli istanti riprovando le stesse emozioni come se tutto stesse riaccadendo ora.

matrix

L’aspetto interessante e, se vogliamo, tragico è che si può venire a creare una spirale auto rinforzante: il pensiero provoca emozioni, le emozioni rendono reale il pensato, con conseguente rafforzamento del pensiero; il cerchio si chiude e viene reiterato in un automatismo difficile da arrestare.

Come vedi, il potere del nostro cervello è enorme, ma spesso non ce ne rendiamo conto; così finiamo per assaporare la nostra vita in minima percentuale, lasciando il resto a film mentali, rivisitazioni più o meno fedeli di accadimenti passati. Masturbazioni cerebrali. Già, perché il nostro simulatore è bravo anche nella fiction, riproponendoci eventi in chiave rivisitata, idealizzata ed in definitiva ancor meno reali.

Alla luce di queste considerazioni, mi restano ben pochi consigli da dispensare a mio figlio: meglio impegnarsi per imparare a disinnescare la moviola, edulcorante o acidificante che sia, ed apprezzare in toto l’unica realtà che, allo stato attuale delle mie conoscenze, ci è dato di vivere: quella del momento presente.

Riferimenti bibliografici:

Eckhart Tolle – Il potere di adesso. Una guida all’illuminazione spirituale

Per lei


Questo articolo è dedicato a lei; perché lei ha la capacità di far accelerare bruscamente ed inusitatamente i battiti del mio cuore, fino a sentirlo in gola a supplicare tregua.

Per lei il mio respiro si accorcia, poi improvvisamente diventa affannoso, più sovente pulsa ordinatamente ed armonioso nella sua cadenzata ritmicità.

Per lei mi sono lasciato andare ad innumerevoli pazzie, rischiando (e talvolta ottenendo) lo sprezzante giudizio di anormalità dispensato dai tristi benpensanti di un piccolo paese di provincia.

Per lei ho sofferto: ho patito il caldo afoso di un’assolato pomeriggio estivo, mentre salate gocce di sudore mi bruciavano gli occhi, rigavano la fronte e le guance, o stillavano fastidiosamente dal naso attirando nugoli di tafani che impietosi conficcavano le loro acuminate mandibole nei miei capillari; ho patito il freddo affondando i piedi ormai fradici ed insensibili nella neve, mentre minuscole e sottili lame di ghiaccio aprivano varchi nella pelle secca delle caviglie, tingendo di rosso l’immacolato candore di un rigido paesaggio invernale.

Per lei ho pedalato nell’ovattato silenzio di una strada innevata, provando sensazioni fuori dal tempo e dallo spazio, che le parole non riescono ad imprigionare; ho vibrato dell’improvvisa emozione per lo spuntare di un capriolo sulla mia strada; ho lasciato che il mio cuore si inebriasse dell’infinito che solo la visuale offerta da una vetta conquistata con fatica può regalare.

Per lei ho avuto momenti di sconforto, assalito dalla paura di non riuscire più a sopportare gli sforzi e dalla tentazione di mollare tutto; lei mi ha insegnato a contare su me stesso, ad andare avanti nonostante tutto, e che i limiti di un essere umano sono molto al di là di quello che l’assopita vita quotidiana lascia intravedere.

Per lei ho pedalato, all’uscita dal lavoro, al buio e sotto la pioggia di una rigida sera d’inverno, insultato dagli schizzi di pozzanghera delle automobili che mi sorpassavano, lo sguardo fisso sulle gocce oblique che attraversano il fascio di luce del mio faretto ed in testa il solo pensiero di arrivare a casa, per scaldarmi al calore della stufa e della mia famiglia.

Per lei sono precipitato al suolo, con l’asfalto che abradeva il mio zigomo destro e venava il mio caschetto, dopo essere stato colpito lateralmente da un predatore di latta, al centro di una comune rotonda del traffico cittadino.

Grazie a lei ho imparato a restare solo con me stesso, a capire un po’ di più chi sono; è stata lei ad insegnarmi che il filo che ci tiene in vita è molto sottile, mentre respiravo per ore ansia e panico vicino ad un amico sofferente caduto rovinosamente in fondo ad una scarpata, in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

Grazie a lei ho capito che gioia e sofferenza sono facce di una stessa medaglia, e che non puoi ottenere la prima se non sei disposto a metterti in gioco e donare parte di te, e soprattutto a faticare.

Grazie a lei ho avuto l’affetto di molti bambini, che mi hanno insegnato l’importanza della semplicità e della spontaneità mentre cercavo di offrire loro spunti di divertimento pedalando nei prati o nel fango delle pozzanghere di un tratturo di campagna.

Questi ed altri sono i regali che ho ricevuto da lei, ma per amore di chiarezza vorrei sgomberare il campo da possibili fraintendimenti; all’inizio dell’articolo avrai immaginato che parlassi di una donna, ed in effetti trovo molto plausibile ed auspicabile che una donna possa rappresentare una siffatta fonte di emozioni e spunti di crescita per un uomo; ma, se hai avuto la pazienza di proseguire fin qui nella lettura, avrai capito che in effetti mi sto riferendo ad altro.

Potresti aver allora intuito che si tratti di lodi intessute alla mia fida mountain bike, che da anni mi accompagna nelle ore di tempo libero.

Eppure devo dirti che no, nemmeno di questo si tratta; se un oggetto inanimato fosse veramente in grado di suscitare in me tali emozioni io avrei di che preoccuparmi, ed i miei sopracitati compaesani finalmente del materiale concreto con cui costruire i propri castelli.

E allora di che scrivo, ti chiederai?

Vignetta - Paolo Della Bella - Passione e politica

Scrivo della passione; passione intesa nella sua accezione più globale, come molla motivazionale per ogni nostro gesto quotidiano. Passione che vuol anche dire sofferenza, certo, ma una sofferenza finalizzata, costruttiva, mai maligna. Potresti forse dare un’accezione negativa alla passione di Cristo?

In questo articolo ho parlato a scopo esemplificativo di una delle mie passioni, la mountain bike; ma in senso più generale voglio celebrare l’importanza della categoria, non importa verso cosa siano dirette, purché siano genuine, non effimere e non schiavizzanti.

Le passioni sono l’espressione della nostra vera essenza, ciò che da significato alla vita; che alla fine è breve, e va impiegata al meglio facendo ciò in cui crediamo.

Ciascuno ha in potenza le proprie, deve solo trovarle dentro di sé; fatto questo, non ci sarebbero più ragioni né modo di interferire con la vita altrui dispensando giudizi o consigli, ed il male di vivere, così diffuso ai giorni nostri, diverrebbe finalmente solo un lontano ricordo.

Pensiero analitico e scacchi


I computer moderni hanno raggiunto livelli di sofisticazione tali da poterci quasi illudere di surclassare il cervello umano; in alcuni articoli precedenti ho trattato, se pur di sfuggita, l’argomento dell’intelligenza, ed in particolare di come esistano diversi livelli di elaborazione del pensiero.

Voglio ora prendere spunto dai programmi di computer che giocano a scacchi per presentarti un divertente caso in cui il pensiero analitico, così come lo intendiamo comunemente, si rivela insufficiente. Se tu dovessi creare un programma del genere, che strada seguiresti? Come troveresti una regola automatica per stabilire la prossima mossa?

Ora ti dico quale sarebbe il mio approccio.

Primo: trovare un criterio per assegnare un punteggio all’attuale disposizione dei pezzi, uno per il bianco e uno per il nero; complicato in pratica forse, ma facile in linea di principio: un giocatore di scacchi di livello medio non avrebbe grosse difficoltà.

Secondo: simulare una prima mossa, e ricalcolare i punteggi; confrontandoli con i precedenti, possiamo avere un’idea della bontà di quella mossa, ad un livello di profondità uno.

Terzo: poiché un tale grado di analisi è un po’ pochino, ci addentriamo ulteriormente nei meandri delle possibilità, simulando una contromossa dell’avversario; anche qui calcoliamo i nuovi punteggi. Possiamo scendere a piacere nei livelli di profondità, applicando ricorsivamente il criterio di valutazione esposto, arrivando ad esempio a calcolare un migliaio, o un milione, di mosse; ovviamente, dopo ogni bivio si creano altri bivi, venendosi a delineare una sorta di albero delle mosse possibili. I limiti di questo approccio sono rappresentati solo dalle capacità di calcolo dell’elaboratore, che agli standard attuali possiamo ritenere molto elevate: i computer sono velocissimi ad eseguire questo tipo di operazioni, enormemente più veloci del cervello umano.

Quarto: ripetiamo questo processo per tutte le mosse possibili, attribuendo ad ognuna un punteggio; quindi, eseguiamo quella dal punteggio più elevato.

Ecco fatto, il nuovo programma è pronto a sfidare i migliori campioni del mondo. Abbiamo appena usato al meglio le nostre capacità di pensiero analitico, prestandole al computer ed istruendolo per usare queste semplici regole.

Ora ti mostro un caso simulato che è stato in passato presentato a Deep Thought, l’allora migliore programma di scacchi. La mossa spetta al bianco.

stilldiagram

Ad un occhio umano risulta subito evidente la schiacciante superiorità del nero, il quale, tuttavia, è bloccato dai propri stessi pezzi. Sai cosa ha fatto il computer in quella situazione? Ha mangiato la torre col pedone, liberando la via ai pezzi dell’avversario!

Evidentemente, per quanto in profondo si sia addentrato nell’analisi delle possibilità, non è stato in grado di capire che l’unica scappatoia era quella di lasciare i pedoni dove stavano, e muovere ripetutamente il re fino ad ottenere la patta. Ma questo implica comprensione della situazione, mentre avere un elenco di regole da applicare ciecamente non significa comprendere.

Ed il programma che abbiamo appena creato? Anche applicando all’infinito la sua bella procedura, non arriverà mai ad individuare la giusta mossa.

Ti è mai capitato di non riuscire a districarti in un problema, di ritrovarti sempre al punto di partenza con le stesse soluzioni evidentemente non adeguate? Probabilmente sei finito nella trappola del pensiero analitico, che ti vincola in binari predefiniti precludendoti lo scatto di comprensione.

E’ proprio in queste situazioni che si rivela più che mai utile uscire dal solco, ricordandoci che siamo esseri umani.

Riferimenti bibliografici:

Roger Penrose – Ombre della mente. Alla ricerca della coscienza

Le soluzioni di mia moglie


Le attitudini logico-matematiche di mia moglie sono decisamente inferiori alle mie, su questo tema la sfotto benevolmente dai tempi dell’esame di statistica all’università.

Quando ci troviamo a risolvere un problema congiuntamente, spesso propone soluzioni argomentandole con motivazioni che a me paiono decisamente irrazionali, ed il più delle volte logicamente inconsistenti; la tentazione conseguente è quella di archiviarle nel cesto delle stupidaggini.

Eppure, l’evidenza empirica dimostra che spesso le sue idee sono valide, mentre le mie, provenienti da una rigorosa dimostrazione, appena accettabili o addirittura inapplicabili. Quanto più il problema da risolvere è di difficile soluzione, tanto più il suo approccio è valido ed il mio fallace.

Per quanto il mio orgoglio maschile tenti di appellarsi a giustificazioni, invocando quale spiegazione dei fatti quella che eufemisticamente chiamo buona sorte, la legge dei grandi numeri mi punta contro prove schiaccianti: dev’esserci qualcosa, nel suo approccio, che lo rende di gran lunga più efficace del mio.

Diciamo che esistono, grossolanamente parlando, due metodi per affrontare un problema, che chiamo rispettivamente ordinato e disordinato; provo a spiegartelo usando come esempio il calcolo dell’area del cerchio.

Dai tempi delle scuole inferiori sappiamo che l’area del cerchio è calcolabile con la ben nota formula

raggio x raggio x 3,14

che rappresenta un approccio ordinato alla risoluzione del quesito.

Esiste però un metodo più divertente, e meno rigoroso, per ottenere lo stesso risultato: disegni il cerchio su un foglio di medie dimensioni, che appoggi su una superficie piana, vi lasci cadere sopra un buon numero di chicchi di riso, gettandoli a caso, e poi calcoli la frazione di quelli caduti all’interno della figura su quelli totali. Se conosci l’area del foglio, con questa frazione sei in grado di conoscere approssimativamente l’area del cerchio.

Circle area

Ecco, lo so, stai pensando quello che penso io quando mia moglie mi presenta le sue soluzioni. Improponibile! Molto meglio la formula esatta, precisa, rigorosa della prima strada.

Comincio col farti osservare che questa non è poi così precisa: dopotutto 3,14 è un’approssimazione del vero pi-greco, che come è ben noto contiene infinite cifre decimali. Ma al di là di ciò, il vero punto è un altro: calcolare l’area del cerchio è facile; il metodo ordinato è palesemente di gran lunga migliore.

Ma se l’area che devi calcolare è quella della figura seguente? Quale formula tirerai fuori dal cilindro?

strange area

Per questo genere di faccende, il metodo analitico non aiuta; quando il problema è confuso, destrutturato, dai margini sfumati, la logica non ti può aiutare. Occorre in questo caso lasciare da parte la mente e ricorrere al cuore: che poi è una metafora poetica per riferirsi all’uso di una parte del cervello sommersa, spesso bistrattata, che lavora dietro le quinte e talvolta, quando le diamo ascolto, ci propone soluzioni geniali sotto forma di intuizioni. Delle quali la mente razionale cerca poi tronfiamente di appropriarsi con una razionalizzazione a posteriori.

Questi processi mentali sotterranei hanno purtroppo un grosso svantaggio: scaturiscono dal di fuori della nostra area di consapevolezza e non sono verbalizzabili; senti che la spiegazione deve essere quella, ma non sai perché, né da dove è arrivata. Quando provi a descriverla, tiri fuori argomentazioni strampalate della cui validità non riuscirai mai a convincere il tuo interlocutore: prova a farti spiegare nel dettaglio da un camionista come fare una manovra in uno spazio angusto con un autotreno.

Proprio quello che accade con mia moglie (non mi riferisco all’autotreno); lei è in grado di risolvere i problemi difficili della nostra famiglia, io me la cavo egregiamente con quelli facili. Per com’era iniziata ai tempi dell’università, non avrei mai immaginato una simile disfatta.

Riferimenti bibliografici:

Guy Claxton – Il cervello lepre e la mente tartaruga. Pensare di meno per capire di più

Luciano De Crescenzo – Ordine & disordine

Errori di progettazione


Anni fa, fronteggiando le problematiche legate ai miei due figli neonati, osservai (ahimé, il passato remoto è più che mai adeguato) che gli esseri umani sono affetti da almeno due errori di progettazione:

  1. il cibo e l’aria entrano dalla stessa apertura, per poi prendere strade separate grazie ad una valvola (l’epiglottide) che ne decide la destinazione; questo comporta il grosso rischio di soffocamento in caso di malfunzionamento accidentale del meccanismo; sarebbe stato sicuramente più sicuro separare in modo netto gli orifizi di ingresso;
  2. nel caso delle femmine, la vagina vicino all’ano crea problemi di infezioni della prima in caso di contaminazioni da feci; anche in questo caso, meglio sarebbe stato posizionare i due apparati in maniera differente.

Ora, la riflessione che pongo in merito al dibattito creazionismo/evoluzionismo, argomento peraltro già affrontato in un articolo precedente, è la seguente: se veramente l’essere umano non fosse un prodotto dell’evoluzione ma oggetto di creazione da parte di qualche entità senziente, ciò non evidenzierebbe le forti carenze ingegneristiche di quest’ultima? Simili svarioni non verrebbero accettati da un reparto di controllo qualità.

grasso

Mi preme puntualizzare che il mio essere a favore dell’evoluzione non vuole negare l’esistenza divina, casomai ridimensionare un poco l’ingombrate ego degli esseri umani, molti dei quali ancora convinti, nonostante le loro evidenti imperfezioni, di essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Radici fuori dal solco


Giorni fa, durante un’escursione, ho avuto modo di osservare alcuni alberi molto particolari; l’immagine tradizionale di albero, quello che tutti da bambini abbiamo avuto modo di disegnare, prevede un tronco verticale che sale in modo ordinato dall’alto verso il basso e che verso la parte alta si ramifica, di solito in due tronconi che svaniscono sotto ampi cespugli di fronde. Le radici, ben nascoste, sono saldamente ancorate al terreno.

Ebbene, alcuni di quelli che ho visto quel giorno si discostano decisamente da questa figura; per sopravvivere alle sfide loro imposte da Madre Natura si sono trovati costretti ad adottare una visione sicuramente fuori dal solco: ecco alcune delle foto scattate in quell’occasione.

alberi1

alberi2

alberi3

Come puoi osservare, queste piante hanno avuto la capacità di adattarsi ad un evento che, considerato dal nostro punto di vista, si può ben definire catastrofico: un enorme albero sradicato dal vento e dalle intemperie.

Poiché però ad esso pare manchi la mente razionale, ha proseguito imperterrito nel suo cammino di crescita, senza perdersi in disperate lamentele contro il fato avverso e senza essere limitato dagli stereotipi dell’immaginario comune; il presunto cadavere della grossa vecchia pianta è divenuto il substrato per la crescita delle nuove, che traggono nutrimento da una serie di canali linfatici che funzionano talvolta sfruttando il consueto meccanismo della capillarità, talaltra – suppongo – grazie alla forza di gravità, in questa fantasiosa costruzione in cui le radici sono sopraelevate rispetto al tronco.

Mi piace condividere con te queste immagini, che mi ricordano un po’ un vecchio nonno che tiene sulle ginocchia il nipotino, perché testimoniano come dalla morte possa nascere la vita, come nessun evento possa essere aprioristicamente catalogato fra i positivi o i negativi, come la capacità di adattarsi e di leggere i fatti in modo alternativo permettano a qualunque essere vivente di andare sempre avanti, nonostante tutto.

Riflessioni sullo specchio


Vagando nelle mie letture ludiche mi sono più volte imbattuto nella seguente domanda trabocchetto: perché gli specchi invertono la destra con la sinistra ma non l’alto con il basso?

Se cerchi in rete troverai parecchie risposte a questo apparente paradosso, la cui spiegazione è tanto banale quanto rivelatrice del grado di affossamento nel solco della nostra visione antropomorfa: in realtà la domanda non ha senso, in quanto mal posta; l’equivoco affonda le sue radici nello stesso terreno che ci ha portato, in un passato ormai lontano, a sostenere – talvolta con inusitata ferocia – che il sole gira attorno alla terra.

In effetti gli specchi non invertono alcunché, riflettono semplicemente la realtà per quello che è; siamo piuttosto noi ad operare mentalmente l’inversione, immaginando la posizione che ci troveremmo ad avere dopo aver girato su noi stessi così da situarci virtualmente al posto dell’immagine riflessa.

Se tu fossi l’Uomo Ragno, che come ben sai preferisce spostarsi lungo le pareti ed il soffitto ruotando in verticale e non in orizzontale, avresti la convinzione opposta, ossia che gli specchi invertono l’alto con il basso; ma, pur se dotato di super poteri, ti troveresti lo stesso dentro ad un solco che ti fornisce un’impressione altrettanto errata.

spiderman

La spiegazione di questa finta stranezza mi piace particolarmente, perché rivela ancora una volta quanto siamo saldamente ed inconsciamente ancorati alle nostre prospettive, che carichiamo senza motivo di valenze assolute nonostante molta acqua sia passata sotto ai ponti dagli errori di Tolemaica memoria, e ci sentiamo così superbamente evoluti rispetto a chi aveva preso certe cantonate.

Riflessioni durante un giro in bici: lo stallo del binario


Sono in sella alla mia mountain bike, sulle alture del ponente ligure. Sto passando a fianco a numerose pale eoliche, la mente che saltella oziosamente di pensiero in pensiero. Improvvisamente uno di questi prende il sopravvento sugli altri: perché tre?

Perché tre pale, e non due? O quattro? Non ho conoscenze di tipo ingegneristico, la risposta che mi sono dato, e che ti propongo, è basata unicamente sul buon senso, con tutte le imprecisioni del caso. Ad onor del vero, prima mi sono premurato di verificarla chiedendo consiglio a Google; non ti riproporrò però le spiegazioni tecniche che ho trovato, ma solo la mia originaria, sicuramente non rigorosa ma non così lontana dal vero. E che comunque nulla toglie al succo del discorso a cui mi preme di arrivare.

Una sola pala è insufficiente, la ruota non potrebbe girare con tutto il peso da una parte. Perché non due? Due potrebbero essere sufficienti… tanti sono i pedali della mia bici, e funzionano a dovere dopotutto…

Invece, se osservi il disegno, ti renderai conto che due sole pale creano una sorta di situazione indeterminata, quando si trovano ad essere allineate perpendicolarmente alla direzione del vento.

eolo

Come vedi, la spinta viene esercitata con uguale intensità tanto sulla pala superiore quanto su quella inferiore. Ovviamente l’equilibrio è instabile, quindi prima o poi una delle due forze prevarrà sull’altra; ma dal punto di vista del rendimento questo non è ottimale, perché di fatto una frena l’altra; inoltre, la situazione di indeterminatezza toglie fluidità alla rotazione, portando a situazioni in cui un po’ si ruota in un verso per poi magari rallentare, invertire rotta e ruotare nell’altro.

Con tre pale, tutto cambia radicalmente: non si potrà mai verificare che il vento spinga contemporaneamente con uguale angolo di incidenza su più pale, inoltre l’inclinazione delle due pale che si trovano per così dire ‘oblique’ rispetto alla direzione del vento è tale da minimizzare la forza di resistenza.

eolo1

Quattro? No, quattro no, si tornerebbe al caso di due pale con in più altre due inerti, poste parallelamente alla direzione del vento, che aggiungono solo peso inutile.

Cinque? Si tratta solo di una complicazione del caso tre, con peso e resistenza aggiuntivi; meglio fermarci qui, l’ottimo è tre.

E, a ben pensarci, mi sembra di ricordare che anche i motori elettrici abbiano tre bobine disposte a triangolo: sono pronto a scommettere che la ragione sia, nei fondamenti, la stessa.

Ora voglio spingermi in una illazione azzardata: non sarà forse che il nostro modo duale di pensare sia affetto da problemi simili? Come avevo già argomentato in un articolo precedente, la logica binaria su cui si basa il nostro pensiero razionale è utile in certi contesti, ma deleteria in altri: noi invece la eleviamo ad unico strumento di comprensione, e così facendo a mio avviso commettiamo un grosso errore. Con due sole forze polarizzanti non si va da nessuna parte, ce ne vuole quantomeno una terza che faccia la differenza, per non restare in una situazione di indecidibilità, di stallo infruttuoso.

Secondo alcune tradizioni esoteriche, in natura esisterebbero tre forze (legge del tre): attiva, passiva e neutralizzante. Due sole non sarebbero sufficienti a produrre un fenomeno, perché si verrebbe a creare lo stato di indeterminatezza che ho illustrato sopra.

Non voglio qui addentrarmi o sostenere questo punto di vista, lascio a te il piacere di approfondire se lo riterrai opportuno; il mio obiettivo è puntualizzare quanto sia utile ma al tempo stesso tremendamente limitante ragionare per insiemi, catalogando ogni esperienza con approccio binario: appartiene o non appartiene, è romanista o laziale, è di destra o di sinistra, e ateo o credente.

La testa ragiona così, ma il cuore ragiona diversamente. La prima fornisce le risposte utili nell’immediato, il secondo quelle utili nella vita; credo valga la pena di puntare lo sguardo un po’ più in là.

Oltre l’ostacolo


Devi sapere che nel tempo libero faccio l’istruttore di mountain bike; beh, ridimensioniamoci: diciamo piuttosto che, avendo la passione per questo sport, cerco di trasmetterlo ad alcuni bambini attraverso il gioco.

Ebbene, fra i vari esercizi che propongo loro ce n’è uno che prevede di passare su di una stretta tavola sospesa nel vuoto, sopra un fossato infestato dai coccodrilli; beh, ridimensioniamoci, la tavola si trova a qualche centimetro dal prato, e non ci sono coccodrilli, solo qualche gallina qua e là,  ma molti di loro si comportano come se fosse vera la prima situazione.

Comunque: ho notato che quelli che riescono bene nell’esercizio puntano lo sguardo in avanti, concentrandolo su un punto al di là della tavola, e si muovono decisi verso di esso, mentre lo sguardo di quelli che non ci riescono si ferma prima, sulla tavola; questi ultimi puntualmente cascano di lato.

Ai pochi che mi è riuscito di salvare dalle fauci del coccodrillo ho provato a suggerire questa strategia, ovviamente con parole più semplici ma il succo non cambia: prima guardare l’ostacolo, memorizzarne le caratteristiche, e poi concentrarsi sul punto di arrivo, focalizzando l’attenzione su di esso.

Sembra che il problema sia proprio la focalizzazione: certo, l’ostacolo non deve essere ignorato, ma chi si sofferma troppo su di esso, e non guarda al punto di arrivo, ha più probabilità di sbagliare; chi lo lascia, per così dire, sullo sfondo, ha maggiori probabilità di successo.

E questa considerazione ricade nella la casistica più generale di consigli che normalmente elargisco ai giovani virgulti: la bici va sempre dove si punta lo sguardo; devo svoltare a sinistra? Allora girerò la testa a sinistra e guarderò in quella direzione; devo partire da fermo? Allora occorre guardare avanti, e non i pedali. Non è tanto un discorso di vedere dove si va, ma di sfruttare l’attrazione verso il punto osservato.

Da queste considerazioni, il salto di qualità che mi ha portato ad un’illuminante presa di coscienza, di cui voglio rendere partecipe te, fortunato lettore: il principio è generalizzabile al di là di questioni ciclistiche; per riuscire in ciò che si fa occorre puntare sull’obiettivo, senza soffermarsi sulle difficoltà che si frappongono fra noi ed esso.

ostacoli

E modestamente, mi rendo conto di commettere spesso lo stesso errore dei miei allievi; tendo a lasciarmi sottrarre energie dai problemi da risolvere, invece di sfruttare la carica energetica che potrei avere pensando al dopo, quando saranno finalmente risolti. Per fare questo occorre un certo distacco dal problema, bisogna sopraelevarsi sul labirinto.

Esempio: devo sistemare casa con delle opere di ristrutturazione; posso pensare al macello che faranno gli operai quando inizieranno i lavori, allo sforzo finanziario che dovrò sopportare, oppure posso immaginare come mi sentirò al termine, nella mia nuova, accogliente dimora. Un bel cambio di prospettiva, no?

Pare che proprio questa sia la strategia utilizzata dagli sportivi di successo (ahimé, non ho esperienze in proposito): molti di loro visualizzano se stessi nel momento della vittoria, ne anticipano le emozioni, le sensazioni, e così facendo si mettono nello stato d’animo più propizio perché questa arrivi veramente. Non pensano alla fatica, agli sforzi che dovranno sopportare: questo toglierebbe loro energia e motivazione.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Però vale la pena di provare no?

Io ho deciso di impegnarmi in questo senso.

Chi nu cianze nu tetta


Si tratta di un proverbio ligure. Letteralmente: chi non piange non succhia il latte dal seno.

Credo si tratti di un proverbio alquanto veritiero, indicatore di un atteggiamento molto diffuso negli adulti e a mio avviso alquanto dannoso.

Il bambino ha un problema che non può risolvere da solo: cibarsi; per risolverlo, attira l’attenzione della mamma piangendo: se ci sono due gemelli, la mamma allatterà quello che piange per primo, o piange più disperatamente. Meccanismo innato, evolutivamente vincente.

Crescendo, il bambino non perde quest’abitudine; come da infante riusciva a risolvere un proprio problema scaricandolo su altri (non potendo fare diversamente, dato che non ne aveva i mezzi) così pure da adulto prova a farsi togliere le castagne dal fuoco lamentandosi. E a Genova, si dice, il mugugno è libero: l’abitudine di lagnarsi perché c’è sempre qualcosa che non va è tipica dei genovesi, e dei liguri più in generale. Categoria di cui peraltro faccio parte.

mugugno1

Recentemente, in campo lavorativo, ho avuto riprova di quanto dannoso sia questa aberrazione di un comportamento infantile altrimenti virtuoso. Si è verificato un problema, e questo ha scatenato tutta una serie di lamentele su quanto fosse andato storto, convogliando enormi quantità di energie sul pianto isterico e distogliendole dall’attività di risoluzione dello stesso. Ben pochi di coloro che lo subivano hanno fornito informazioni utili per la sua eliminazione: tutti a lamentarsi e a fare un polverone che è servito solo a complicare le cose. Certo, costoro non avrebbero potuto risolverlo direttamente; ma avrebbero potuto aiutare altri a farlo migliorandone la comprensione con informazioni circostanziate, invece di ostacolarli sparando nel mucchio.

Su scala più grande, la dannosità di questo atteggiamento è ben visibile laddove si sono verificate catastrofi naturali, ad esempio il terremoto, che ha negli anni colpito diverse zone d’Italia. L’evento è stato ovunque lo stesso, ma non tutti hanno reagito allo stesso modo; alcuni si sono rimboccati silenziosamente e dignitosamente le maniche ed hanno avviato l’opera di ricostruzione, altri sono ancora oggi a lamentarsi dell’assenza dello Stato. Lamentela fondata, ma che non ha risolto la situazione.

E qui voglio ricordare un’eccezione ligure, vissuta in prima persona, di cui vado fiero: l’autunno scorso il paese in cui abito ha subito una pesante alluvione che ne ha distrutto il centro mettendo in ginocchio molte attività commerciali. Ebbene, a distanza di pochi mesi dall’accaduto, anche grazie all’aiuto solidale proveniente un po’ da tutta Italia e ad una macchina statale che non si è rivelata poi così assente, gran parte delle attività sono ripartite e lentamente si sta tornando alla normalità. I danni sono stati parecchi, ma i mugugni pochi.

Per fortuna almeno in questa occasione si è capito che la stagione dell’infanzia è definitivamente passata.