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Io non sono


Un grazie a Federico Cimaroli che, col suo ultimo video, ha finalmente liberato le strofe di questa canzone, chiuse in me da tempo.

Parole e musica di Marco Perasso, Licenza Creative Commons.

 Do                       Sol                     
Io non sono questo nome a cui rispondo da decenni
Lam Fa
io non sono quel bambino che non ha conosciuto i nonni
Rem Fa
io non sono lo scolaro intimorito dai compagni
Sol
io non sono il bravo figlio che cullava i propri sogni

Do Sol
Io non sono il genitore che accudisce figlio e figlia
Lam Fa
io non sono il buon marito onesto padre di famiglia
Rem Fa
io non sono l’infedele che tradisce la fiducia
Sol
io non sono lo sportivo che si allena con tenacia

Fa Do
Quando cade l’illusione di poter esser qualcuno
Sol Fa Lam
resta solo questo mantra, io non sono, io non sono
Sol
quando lasci la prigione di dover esser qualcuno
Fa Sol Lam
resta solo la non strada, io non sono, io non sono
Sol
io non sono

Do Sol
Io non sono lo scrittore che romanza la sua vita
Lam Fa
io non sono il cantautore che ora arpeggia con le dita
Rem Fa
io non sono l’impiegato che esce tardi dall’ufficio
Sol
io non sono lo sgobbone tutto impegno e sacrificio

Do Sol
Io non sono il diplomato fantozziano ragioniere
Lam Fa
io non sono il laureato col futuro da banchiere
Rem Fa
io non sono chi ti ascolta se hai bisogno di un aiuto
Sol
io non sono quel ribelle che sbandiera il suo rifiuto

Fa Do
Quando cade l’illusione di poter esser qualcuno
Sol Fa Lam
resta solo questo mantra, io non sono, io non sono
Sol
quando esci dal copione di dover esser qualcuno
Fa Sol Lam
resta solo il grande vuoto, io non sono, io non sono
Sol
ma io chi sono?

Do Sol
Io non sono la paura che mi sveglia nella notte
Lam Fa
io non sono il mio dolore dopo avere fatto a botte
Rem Fa
io non sono le parole, i pensieri e le ragioni
Sol
io non sono la certezza delle mie convinzioni

Do Sol
Io non sono ciò che penso che tu pensi che io sono
Lam Fa
io non sono ciò che penso che tu senta quando suono
Rem Fa
io non sono questa voce, ciò che mostro a questo mondo
Sol
io non sono il primo piano, puoi trovarmi nello sfondo

Fa Do
Se gli togli tutto questo cosa resta ad un uomo
Sol Fa Lam
che ha di fronte la domanda io chi sono io chi sono
Sol
sono il foglio su cui traccio questi segni di passione
Fa Sol Do
o le pause fra le note di questa bella canzone

The nearest wisdom


C’è stato un periodo della mia vita in cui agivo guidato dal mito della produttività, in parte influenzato dagli studi economici che stavo portando avanti.

Un atteggiamento mutuato dalla cultura anglosassone e improntato alle logiche di mercato, alla crescita, alla competizione, al business.

Col tempo ho realizzato quanto fosse fallace e illusorio questo modo di rapportarsi alla vita, e mi sono spostato nel campo delle discipline olistiche, della spiritualità, della crescita personale.

Oggi mi sto rendendo conto che questo nuovo mondo non è poi tanto diverso dal precedente; anche qui trovo atteggiamenti egoici da parte dei guru di turno, per non parlare dei loro discepoli in costante gara per essere più spirituali del vicino, e soprattutto un fattore unificante che mi fa sentire in perenne stato di inadeguatezza: quello del dover essere.

Come per il vecchio mondo, anche nel sedicente nuovo emergono modelli di riferimento, pratiche, suggerimenti, ricette che mi mettono di fronte a ciò che non sono e che potrei (o dovrei) diventare.

Alla fine mi sto convincendo che la vera saggezza si trovi nella semplicità che ho appreso dai vecchi dell’appennino ligure: non c’era bisogno di allontanarsi molto per ottenere ciò che già avevo a portata di mano.

Ho voluto tradurre questa esperienza nelle strofe di una canzone che ho intitolato, appunto, The nearest wisdom (La saggezza più vicina).

Rem            	    Sib                   
Profit and loss keep in trouble your boss
(Profitti e perdite fanno preoccupare il tuo capo)
Fa                    La7
fly on the top, never run for a flop
(vola in alto, non correre mai per un flop)

      Rem            	            Sib                   
hands out of your pockets, you’ve to sell out your tickets
(mani fuori dalle tasche, devi vendere tutti i tuoi biglietti)
Fa                         La7
plan fine the budget, lubricate up your gadgets
(pianifica bene il tuo budget, e lubrifica i tuoi attrezzi)

Rem            	             Sib                   
business is business, there’s no room for forgiveness
(gli affari sono affari, non c'è spazio per il perdono)
Fa                        La7
sharpen your nails and do boost up the sales…
(affila le tue unghie e aumenta le vendite)

       Sib                      Fa
No, la vita non può esser tutta qua
       La7                   Rem
devi accrescere la spiritualità
    Sib                      Fa
meditare in astinenza e povertà
      La7                    Rem
ti solleva dalla tua meschinità
     Sib                  Fa
abbandona questa materialità
     La7                         Rem
a prepara il nuovo mondo che verrà

            Do
entrerai in 5D…
                     La7
oa stamme un pö a sentî...
(adesso stammi un po' a sentire...)

Fa                        Do     
Quande a vitta a l’ê un casin
(Quando la vita è un casino)
              Do7                Fa
battinene u belin, battitene u belin
(sbattitene il cazzo, sbattinene il cazzo)
                        Do     
caccia doe euve inte un tianin
(caccia due uova in un tegamino)
         La7                    Rem
bazzañe, salamme e un gòttin de vin
(fave, salame e un bicchierino di vino)

         Fa              Do     
Quande a vitta a l’ê un casin
(Quando la vita è un casino)
              Do7                Fa
battinene u belin, battitene u belin
(sbattitene il cazzo, sbattinene il cazzo)
                         Do     
danni in baxo ai teu foentin
(dai un bacio ai tuoi bambini)
             La7               Rem
e ascadite e òsse davanti au camin
(e scaldati le ossa davanti al camino)

Mim            	     Do                   
Focus your target and do control the market
(Metti a fuoco l'obiettivo e controlla il mercato)
Sol                        Si7
watch at the share, social media aware
(guarda lo share, poni attenzione ai social media)

      Mim             	      Do                   
don’t care for rest, you’ve to shine out your best
(non ti preoccupare del riposo, devi brillare dando il tuo meglio)
Sol                            Si7
improve your strategy, this is war, not a comedy
(migliora la tua strategia, questa è guerra, non una commedia)

       Do                       Sol
No, la vita non può esser tutta qua
      Si7                        Mim 
vibra forte ed orientato all’aldilà 
      Do                    Sol
abbandona questa rozza densità 
     Si7                              Mim 
a apri il cuore al nuovo mondo che verrà
 
             Re
una terra in 5D…
                 Si7
oa danni mente a mi…
(ora dai retta a me...)


Sol                       Re     
Quande a vitta a l’ê un casin
(Quando la vita è un casino)
              Re7                Sol 
battinene u belin, battitene u belin
(sbattitene il cazzo, sbattinene il cazzo)
                       Re     
piggia exempiu dai ciù piccin
(prendi esempio dai più piccoli)
           Si7               Mim 
e gödite u fresco du teu giardin
(e goditi il fresco del tuo giardino)

        Sol              Re     
Se a tò vitta a l’ê un casin
(Se la tua vita è un casino)
          Re7             Sol 
cöse ti mogogni co-o to vexin
(cosa mugugni col tuo vicino)
                      Re     
danni lustro au tò viulin
(lustra il tuo violino)
                         Si7                Mim 
piggine tanta, paga u tò conto e nu rompî u belin
(prendine tanta, paga il tuo conto e non rompere il cazzo)
          Si7                  Mim 
paga u tò conto e nu rompî u belin
(paga il tuo conto e non rompere il cazzo)
          Si7                        Mim 
paga u tò conto... e nu me rompî u belin!
(paga il tuo conto... e non mi rompere il cazzo!)

Parole e musica di Marco Perasso, Licenza Creative Commons.

I parassiti


Ho sempre creduto che la funzione delle leggi e dei regolamenti fosse quella di garantire la pacifica convivenza fra gli individui.

Recentemente di fronte allo stupore di un avvocato, meravigliato di come due controparti fossero arrivate ad un comune accordo usando il buon senso, e di fronte al suo tentativo di alterare l’equilibrio raggiunto spostandolo verso qualcosa di maggiormente aderente alla norma, ho maturato la seguente riflessione.

Che senso avrebbe l’esistenza di una legge, o di un avvocato, o di un giudice che la applica, o di un legislatore che la produce, se tutti andassero d’accordo e usassero il buon senso?

Nessuno.

Esiste un enorme apparato che si nutre del fatto che litighiamo e siamo incapaci di usare il buon senso; questi burocrati non hanno alcun interesse al raggiungimento della pacifica convivenza, perché significherebbe il loro annientamento.

Anche a livello macro, i capi di stato (o chi per loro) non hanno la minima intenzione di far cessare le guerre, perché proprio dalla loro esistenza traggono sostentamento.

Sappi dunque, la prossima volta che proverai sentimenti negativi o fattivamente cercherai di intentare una causa contro qualcuno per fargli vedere chi sei, che in quel momento starai alimentando dei parassiti che si nutrono della tua energia.

Se andassimo tutti d’accordo e sapessimo usare il buon senso, non ci sarebbe bisogno di uno stato, né di un apparato di burocrati che campano sui nostri litigi e la nostra incapacità di stare al mondo.

Ebbene, vuoi ancora dimostrare chi sei, o preferisci dedicare le tue energie a goderti la vita?

Uomo Nero


E’ inutile che io cerchi di combattere qualcuno o qualcosa là fuori, perché l’unico vero nemico si trova dentro di me.

Ho compreso che è il mio desiderio di vedere la luce ad alimentare il buio, perché nel mondo duale in cui sono immerso l’unico modo per fare esperienza della prima è confrontarsi con la presenza del secondo.

Di conseguenza, quanto più mi ostino a volere luce, tanto più creo buio. Quanto più ho bisogno di sentirmi buono, tanto più dovrò essere circondato da cattivi.

Di questo si alimenta l’Uomo Nero dentro di me.

Continuerà a succhiarmi la vita, fintanto che non vedrò in faccia il mio bisogno, lo accoglierò senza giudicarlo, e lascerò che svanisca da sé, senza far nulla perché ciò accada.

Lam Mim Lam Mim

              Lam                             
Mi sveglia di notte nella tenebra oscura

gorgoglia racconti dalla fine più nera
Mim
è la sua natura, la sua natura  
              
l’Uomo Nero ha fame della mia paura
                Lam                             
L’angoscia mi avvolge, temo la dittatura

distorto presagio di affogare in miniera
Mim
cresce a dismisura, cresce a dismisura  
              
l’Uomo Nero si nutre della mia paura
           Do                             
Velata blandizia di una cupa dimora

l’ombra della sfiga, quanto è lusinghiera!
Mim
è tutta una iattura, tutta una iattura
              
l’Uomo Nero esiste nella mia paura
             Do                             
Imploro la mamma che mi abbracci ancora

questa dipendenza è la menzogna più vera
Mim
è una fregatura, è una fregatura
              
l’Uomo Nero è frutto della mia paura
            Lam                             
Io sono una vittima, ho bisogno di cura

un fragile bimbo, coccolatemi ancora!
Mim
è la mia sventura, la mia sventura  
              
perché in fondo fa comodo questa paura
          Lam                             
Diabolico scambio, divina stortura

tu mi succhi la vita, io poltrisco ancora
Mim
sei la mia creatura, la mia creatura 
              
sono io che ho bisogno di questa paura... 
                Do                             
Quindi resto in casa, surrettizia galera

ho la scusa ideale per dormire ancora
Mim
nella mia clausura, la mia clausura
              
che alibi perfetto è questa paura
               Do                             
Mi nascondo al mondo, temo la bufera

meglio stare in prigione che varcar la frontiera
Mim
è una fregatura, una fregatura
              
sono identificato nella mia paura!
Lam                             
la mia paura, la mia paura 

la mia paura è la menzogna più vera 
Mim
la mia paura, la mia paura  
              
la mia paura è la menzogna più vera 
Lam                             
che seccatura, è una sciagura

passare la vita dietro a una ringhiera
Mim
che scocciatura, è una tortura
              
che ansiogena lagna questa partitura!
       Re
Voglio aprirmi alla primavera...
         Sol 
E allora succhiati la mia gioia
       Sim 
e sì, lo so, la troverai amara
            Re 
è il dolce nettare della vita di Madre 
Mim
Gaia
          Sol 
Mastica piano il mio riso e ingoia
          Sim 
questo tripudio di amore, impara
        Re 
voglio gustarmi le meraviglie della 
Mim
vecchiaia
        Sol 
Divincolarmi da ogni pastoia
             Sim 
vibrare di leggerezza chiara
         Re 
cantando nella serena attesa che tu
Mim
scompaia
        Re 
io canterò nella calma attesa che tu
Mim
scompaia
        Re 
io danzerò nella ferma attesa che tu
Mim
scompaia

Indifferenza


E così l’ho fatto.

Un gesto sciocco, secondo molti punti di vista. Un gesto inutile, secondo altri. Un gesto temerario, secondo altri ancora.

Ne avevo bisogno, volevo sentire cosa si prova a stare da quella parte, dalla parte di chi viene visto con sospetto, con curiosità, talvolta con derisione, ma spesso, ahimé, non viene visto affatto.

Lo desideravo da mesi, senza mai trovare il coraggio di farlo. Finché sono riuscito a silenziare il giudice interiore, a soffocare ogni valutazione di merito, a chiudere gli occhi e buttarmi.

Ho preso la mia chitarra e gli spartiti, alcune copie del mio libro e sono andato in piazza a suonare, nel tentativo, miseramente fallito, di venderne qualcuna; ma in realtà era solo un pretesto: il vero obiettivo era vincere ogni spinta che vorrebbe preservare una certa immagine di me, smantellare ogni parvenza di accettabilità all’interno di un certo tipo di società.

Una società che ormai non sento più mia. Ammesso che lo sia mai stata. E dell’immagine che voglio tanto difendere, importa forse a qualcuno, all’infuori di me?

Mi hanno sempre affascinato i suonatori o artisti di strada che regalano un briciolo di gioia al passante distratto, che per un breve istante forse cessa di esserlo, distratto. Almeno a me è accaduto: i miei spiccioli trovano sempre calda accoglienza nel cappello di chi dona un pizzico di sé agli sconosciuti.

In piazza ho sentito l’indifferenza e la lontananza, mi è entrata dentro e mi ha fatto male, riportandomi a momenti della fanciullezza ormai lontani ma sempre vivi in me. In fondo non sono mai stato a mio agio in questo mondo, anche se per qualche breve periodo sono stato bravo a raccontarmela e a convincermi di potercela fare.

D’altra parte è scritta nel romanzo, la mia storia passata, presente e futura; realtà e fantasia si mescolano e si intrecciano, fino a non permettere più di distinguere l’una dall’altra. Che voglia di sfogliare voracemente le pagine fino a cadere nel vuoto che si nasconde oltre la parola ‘fine’!

Dopo questa esperienza vedo un pochino meglio le mie dinamiche, in fondo si tratta solo di un rifiuto, un non voler accettare la mia incapacità di guardarmi dentro; o forse è semplice indolenza, ignavia. Perché di sforzi da fare ce ne sono molti, e la zona di comfort è calda e accogliente.

Quella sterilità che avverto nel mondo che mi circonda è solo un invito a modificare la direzione dei miei sforzi, perché là fuori non troverò mai ciò che io stesso ho sepolto dentro di me.

Quando questo sentire sarà sceso fin giù, nella pancia, anche le cose là fuori inizieranno finalmente a cambiare.

D’altra parte il frutto cade quando è maturo.

Il proiettore dell’ego


Ti chiedo uno sforzo immaginativo: visualizza un grosso tubo con una sorgente luminosa ad una delle estremità, che proietta la sua luce su una parete situata di fronte all’estremità opposta.

All’interno del tubo ostruzioni di varia natura impediscono il pieno passaggio delle onde luminose, producendo ombre cinesi sul muro.

Tu agisci sulla disposizione e la forma delle ostruzioni e poi osservi le ombre, e ti senti pervaso da una piacevole sensazione di controllo, perché ad ogni cambiamento che apporti vedi un corrispondente adattamento delle forme.

A lungo andare ti convinci di essere quelle ombre. Hai un bisogno viscerale di questa identificazione, perché è l’unico strumento a tua disposizione per sapere che esisti; ogni tua azione produce sistematicamente una reazione, peraltro conforme a certi schemi prevedibili che via via maturano nel tuo campo intellettivo: una perfetta verifica sperimentale della tua esistenza.

Ci provi gusto, e col tempo aggiungi elementi: nuove ostruzioni proiettano altre ombre sul muro, permettendoti di creare ulteriori forme che vanno via via a riempire il campo luminoso. Hai la sensazione di crescere, ti senti appagato e rassicurato dalla fedele sistematicità con cui le ombre rispondono ad ogni tua mossa.

Ma poco a poco inizi ad avvertire un senso di oppressione: il tubo diventa sempre più ostruito e il buio inizia a dominare la parete su cui un tempo si stagliava un radioso cerchio di luce.

Ogni tua azione produce ora forme confuse e sovrapposte, non hai più una chiara percezione dei risultati che sei in grado di ottenere. Il tubo è troppo pieno, e la luce non riesce più a mostrarti chi sei.

A questo punto cadi in una profonda depressione, dalla quale riesci finalmente a tirarti fuori solo quando scopri l’errore che hai commesso.

Tu non sei quelle ombre; le ombre servivano solo per creare quelle discontinuità che potessero farti percepire, per contrasto, l’esistenza della luce, che in assenza di termini di confronto non saresti stato in grado di apprezzare, nella sua uniforme e accecante radiosità.

Questa presa di coscienza ti permette di trascendere: tu non sei le ombre, non sei neppure le ostruzioni all’interno del tubo, ma sei il tubo.

Sei un canale attraverso cui fluisce la luce, ora che l’hai compreso non hai più bisogno di prove, e ti preoccupi solo di lasciarlo il più possibile sgombro, affinché l’energia della vita possa attraversarti.

Non è stato tempo perso: hai avuto bisogno di passare nell’oscurità e nell’inganno, per comprendere quanta luminosità potevi canalizzare.

Comunque vada, sarà successo


Saltuariamente tengo lezioni di mountain bike ad un allievo dotato di molta determinazione, si impegna con costanza per riuscire.

Talvolta lo filmo affinché possa rivedersi mentre compie il gesto tecnico, troviamo sia funzionale all’apprendimento.

Talvolta pubblico le sue gesta sui social, per gratificare un poco il mio e suo ego, farmi conoscere in quanto insegnante, e anche diffondere la passione per questo sport che amo.

Capita un giorno che ci imbattiamo in un esercizio di tecnica, su fondo bagnato e fangoso, che risulta particolarmente difficoltoso: per quanto si impegni, non riesce ad eseguirlo correttamente. La frustrazione è alle stelle.

Capita che, molto umilmente, il mio discente decida di lasciar comunque filmare e pubblicare l’apparente sconfitta, perché è utile mostrare anche quelle, oltre alle vittorie.

Capita che qualcun altro veda il filmato e trovi il coraggio di mettersi in gioco, cimentandosi in un’attività che lo spaventava da tempo proprio per lo spauracchio dell’insuccesso. Alla fine, visto da fuori, non riuscire in un’attività non gli sembra più così drammatico, c’è addirittura chi non teme di mostrarlo in pubblica piazza!

Allora mi chiedo: in base a cosa valutiamo i nostri successi? Quanto è stato utile non riuscire in quell’esercizio e comunicarlo al mondo?

Nel caso specifico l’apparente fallimento ha avuto una valenza di portata ben più ampia di quella che avrebbe avuto un’esecuzione impeccabile, e sorprendentemente inattesa!

La mente non ha strumenti adeguati per definire il successo, questa è la verità.

Lasciamo dunque che succeda quel che deve succedere, se vogliamo che sia successo.

E tu, cosa metti in bacheca?

Resurrezione


Nell’articolo Overlook Hotel ho riportato ciò che ricordavo di un sogno fatto poco tempo fa, di cui ora credo di comprendere meglio il significato.

Quel sogno mi ha messo di fronte al mio bisogno di essere riconosciuto, di avere la conferma di esistere; bisogno che ritrovo in ogni mia interazione con le persone, e mi riporta ai primi tempi della scuola elementare, quando fuori in cortile si giocava a guardie e ladri, e da ladro ero fiero di me perché nessuno mi prendeva… finché ho realizzato che nessuno mi stava inseguendo, non mi consideravano proprio!

Adesso ho compreso che cercare la conferma della mia esistenza negli altri è un’illusione, così come cercare di essere ben voluto: nessuno mi vede veramente per ciò che sono, perché tengo nascosti molti miei aspetti per paura di non essere accettato e amato, col risultato di convogliare l’amore altrui verso un avatar virtuale, distogliendolo da me.

Che valore può avere la benevolenza di chi mi circonda, quando nel mio intimo so che regge su una finzione? Il vero amore nasce dall’accettazione incondizionata dell’altro, soprattutto degli aspetti spiacevoli; trovare il coraggio di essere me stesso ha il vantaggio di filtrare chi davvero mi ama, la paura che non resti nessuno è ciò che continua a tenermi nella recita.

Ma tutti questi sono solo giochetti della mente: alla fine esiste una sola, inoppugnabile conferma della mia esistenza: le mie sensazioni, le mie emozioni mi dicono costantemente che io ci sono, che sono vivo.

Cercavo prove nel posto sbagliato. La dissoluzione delle persone del sogno, la mia solitudine, la mia morte, rappresentavano solo la fine dell’ego.

Io sono altro. Chiudo gli occhi e sento che ci sono.

Non c’è bisogno di ulteriori conferme.

Il foglio bianco: gnōthi seautón


Credo che conoscere sé stessi sia un po’ come disegnare la propria immagine idealizzata su un grande foglio bianco.

Si inizia con qualcosa di semplice, e per un po’ si resta appagati.

Poi si avverte la necessità di espandere quei contorni che appaiono limitanti, e altri segni vengono tracciati sul foglio, che gradualmente si va a riempire di linee, curve, sfumature.

Questa attività occupa buona parte della propria vita, e tuttavia quell’immagine continua a lasciare un retrogusto di insoddisfazione, nonostante l’impegno profuso.

Si inizia così a sospettare che, per quanto ci si impegni, il disegno non sarà mai completo.

Allora si attraversa un periodo di smarrimento, di sconforto, di frustrazione.

Poi, anche grazie a quel periodo buio, una sorta di ‘clic’ interiore suggerisce di spostare l’attenzione dai segni sul foglio agli spazi bianchi, dal primo piano allo sfondo.

Questo cambio di prospettiva permette di trascendere il campo, uscire dalle due dimensioni del disegno e comprendere di essere l’intero foglio.

A quel punto appare evidente, e tutto sommato banale, che tutti i segni tracciati servivano solo ad arrivare a questa presa di coscienza, e che non c’era una forma migliore di altre; quale che fosse stata l’immagine avrebbe comunque svolto la sua funzione, forse in un modo tanto più efficace quanto più insoddisfacente poteva sembrare.

Ma per arrivare a questa conclusione, quei segni andavano tracciati.

Donna


Non madre, non figlia affettuosa
non moglie, né fedele compagna,
non amante lussuriosa
non massaia, non segretaria né manager.

Una bimba dagli occhi di rugiada
che brillano di stupore
riflettendo un cielo stellato.