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Sulla sfera


Quello che mi piace di una sfera è che sulla sua superficie qualsiasi punto può essere considerato un centro; è così che da sempre immagino l’infinito, ed è questa la forma che sembrerebbe avere l’Universo in cui viviamo.

Quando negli anni trenta Edwin Hubble osservò che le galassie si stavano allontanando una dall’altra, ebbe la curiosa impressione che la nostra Via Lattea fosse al centro dell’espansione, un pensiero decisamente in odore di geocentrismo tolemaico per essere aderente alla realtà.

L’ipotesi che l’Universo sia in realtà la superficie di una sfera a quattro dimensioni ci sottrae da quella presunzione di centralità che da sempre cerchiamo di arrogarci: immaginando dei puntini disegnati sulla superficie di un palloncino, infatti, se questo si gonfia (l’equivalente dell’Universo che si espande), ogni puntino si allontana da tutti gli altri e può essere ragionevolmente considerato come il centro dell’espansione, anche se si tratta solo di un mero gioco di vedute.

Ed è attraverso questa metafora che mi piace guardare all’illusione del mio ego: dal mio punto di vista tutto ruota attorno a me, e mi sento a buon diritto al centro di ogni cosa, e lo stesso immagino capiti a te… ma siamo solo dei puntini sulla superficie della sfera della vita: tutti sono al centro, ma non lo è nessuno.

Beh… ‘solo’ è un po’ riduttivo: siamo dei meravigliosi puntini su quella superficie, ma se impariamo a collocarci nella giusta ottica capiamo che la nostra vera essenza è la sfera, e non il puntino.

Che potente cambio di prospettiva!

Per sottrazione


Io non sono il mio nome.

Non sono lo sviluppatore software.

Non sono il marito, non sono il padre.

Non sono colui che scrive in un blog poco conosciuto, non sono l’appassionato di ciclismo, non sono il podista dilettante.

Non sono l’amico su cui puoi contare, non sono la persona inaffidabile che dice bugie.

Io non sono lo studente modello, né il lavoratore serio, né il pasticcione distratto che dimentica le cose e talvolta combina guai.

Non sono l’improvvisato strimpellatore di chitarra, né il canterino dalla voce incostante che ama esibirsi al karaoke così, tanto perché qualcuno gli presti attenzione.

Non sono i muscoli doloranti dopo un pesante allenamento, non sono le mani che tremano prima di una prova, non sono il cuore che si restringe dopo un dispiacere.

Non sono chi ha bisogno di sentirsi dire ‘bravo’, che cerca l’approvazione altrui per sentirsi a posto.

Non sono quel naso pronunciato, né quella nuca sfuggente; non sono quel paio di occhiali tanto temuti in gioventù, né quei capelli che iniziano ad ingrigire.

Non sono chi ama produrre manufatti in legno, non sono lo psico filosofo.

Non sono l’amante della montagna, né il sognatore perso davanti alla vastità del mare.

Già, il mare.

Neppure il mare è l’onda, nessuna di quelle migliaia di onde che lo increspano, lo rendono armonioso, talvolta temibile, minaccioso: il mare è lo spazio che permette all’onda di esistere.

Io non sono questo o quello. Io semplicemente sono, senza necessità di completare con alcuna connotazione positivista.

Sono lo spazio delle possibilità entro cui si concretizzano quelle manifestazioni accidentali che costruiscono una personalità illusoria.

Io sono il vuoto, e a questo voglio ritornare, perché questo è il mio senso di esistere.

A me che sono, semplicemente sono.

Contraddizioni egoiche


Mi capita talvolta di osservarmi e di notare una forte contraddizione.

Da un lato tengo comportamenti che tradiscono una bassa autostima ed una scarsa fiducia in me: penso che il mondo sia un posto difficile in cui vivere, mi guardo intorno e vedo tanti problemi e poche sfide, raramente mi metto alla prova, temo i riflettori, evito la competizione per paura della classifica.

Dall’altro lato, invece, mostro di valutarmi assai: difendo strenuamente la mia persona verso l’esterno, non accetto di essere svilito in pubblico, prendo le osservazioni nei miei riguardi come affronti personali e sono attaccato alle questioni di principio, perché è necessario che il mondo sappia che a me nessuno può mettere i piedi in testa; guidato da questi valori, scivolo talvolta nella supponenza e nell’arroganza.

Mi sono domandato come spiegare questa apparente incoerenza, e mi sono anche dato una risposta: non esiste alcuna contraddizione, perché ci stiamo riferendo a due diverse immagini di me.

I comportamenti del primo tipo nascono da una scarsa considerazione di quella che ritengo essere la mia immagine privata, ciò che penso di essere veramente, mentre quelli del secondo tipo sono relativi all’immagine pubblica, ossia il modo in cui credo di essere visto dagli altri.

Capita spesso che quanto minore sia la considerazione dell’immagine privata, tanto maggiore sia l’esigenza di lustrare per bene e difendere l’immagine pubblica, nel tentativo di compensare o nascondere quello che viene ritenuta una situazione di difetto.

Peccato che sia l’immagine privata sia quella pubblica non siano altro che rappresentazioni mentali che non hanno alcunché di reale; sono solo immagini, per l’appunto, nascono dall’identificazione con i nostri processi razionali e vanno a consolidare una rappresentazione distorta ed illusoria del sé: un falso io che prende il nome di ego.

L’ego è un’ostacolo formidabile allo sviluppo. E’ a causa sua che temiamo tanto il giudizio altrui, che ingaggiamo lotte senza quartiere col vicino di casa, che ci affanniamo in assurde battaglie per difendere posizioni di principio, che rinunciamo ad un’impresa prima ancora di averla cominciata per paura del fallimento.

L’ego nasce spesso come risposta ad un bisogno di accettazione (da parte dei genitori, in particolare) e viene nel tempo ad assumere un’identità a sé stante, inizia a vivere autonomamente a spese del nostro vero io, che viene schiacciato e compresso dall’esuberanza delle due immagini mentali in antitesi.

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L’ego è l’attore che vive la vita al nostro posto: l’abbiamo ingaggiato come controfigura e ne abbiamo perso il controllo.

Magari otteniamo successi, raggiungiamo brillanti traguardi, e tuttavia ci sentiamo insoddisfatti; perché? Perché abbiamo soddisfatto i bisogni dell’ego, e non quelli della nostra anima (termine che qui uso senza alcuna accezione mistica o religiosa, ma solo per etichettare la vera essenza di ciascuno di noi).

Anzi, mi capita spesso di osservare quanto il successo sia insidioso da questo punto vista: quante persone conosco dall’ego spropositato, ingigantito dalle conquiste e prigionieri della necessità di mantenere la propria immagine pubblica ai livelli di prestigio raggiunti? Quanta ansia può creare una situazione del genere se per di più l’immagine privata è completamente diversa ed insinua il dubbio che il successo ottenuto sia immeritato?

Ho iniziato a mettere sotto i riflettori queste mie battaglie interiori, le vedo negli altri e capisco che sono fonte di inutile sofferenza perché impediscono di vivere la vita in modo pieno.

L’ego è stata una mia valida difesa per anni, non lo voglio demonizzare, mi ha offerto protezione e gli sono grato: ma adesso è giunto il tempo di crescere; già… ma se non sono ciò che credevo di essere, allora chi sono io?

La sfera


Mi piace immaginarmi come una sfera; sulla superficie si trovano i miei diversi stati d’animo, che si materializzano nei tanti falsi io con i quali tendo ad interagire con l’ambiente, le varie maschere dell’ego, mentre al centro si trova il mio vero io, la mia essenza.

La sfera ruota, e di volta in volta mostra una faccia diversa: di fronte ad uno stesso evento potrò allora rispondere con fastidio, o con entusiasmo, o con piacere; la mia reazione dipenderà dalla posizione della sfera, non dall’evento in sé.

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Ecco come l’amore che provo per qualcuno (o quello che credo tale) possa improvvisamente trasformarsi in odio, dopo una mezza rivoluzione della sfera; ecco come una passione diventa improvvisamente un fastidio, un’attrazione diventa di colpo repulsione.

Tutto questo capita perché vivo in superficie, dove il mare è increspato dalle impetuose onde delle emozioni; ma se riuscissi a scendere in profondità, raggiungere il centro, dove tutto è quiete… la rotazione della sfera non avrebbe più la minima influenza sul mio atteggiamento col mondo, ed io potrei finalmente essere io.

I rischi della falsa identità


Voglio ora riprendere alcune considerazioni che ho già espresso in passato, perché mi stanno particolarmente a cuore; uno dei miei articoli precedenti muoveva dalla domanda: ma tu, chi sei?

Probabilmente controbatterai: a che serve chiederselo? Io sono io… e poi mi sembrano inutili sofismi filosofici.

Eppure non hai idea di quali importanti risvolti pratici discendano dalla risposta che hai più o meno consapevolmente deciso di dare a questa domanda; perché la tua mente compie ogni singola decisione in funzione di un unico obiettivo: preservare la tua esistenza, ossia la tua identità!

Sicuramente il tuo corpo è un buon candidato a rappresentarti, ed infatti la mente tende normalmente a mantenerne l’integrità fisica (anche se non è sempre vero, ad esempio nei casi di anoressia o più in generale di autolesionismo).

Ma possiamo andare oltre la fisicità: se pensi di essere un importante uomo di affari, ogni scelta sarà improntata a preservare questo ruolo; la tua più grande paura sarà allora rappresentata dal fallimento, perché significherebbe per te cessare di esistere.

Oppure potresti farti carico dell’immagine della persona altruista, quella che aiuta gli altri, che mette il prossimo davanti a sé; ecco allora che la minaccia alla tua identità sarà rappresentata da un’accusa di egoismo, o dalla necessità di mettere in atto comportamenti che in qualche modo ledano chi ti sta a fianco.

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Il caso peggiore, e ahimé assai frequente, è quello di chi ricopre il ruolo della vittima, nelle varie sfumature in cui questa si può manifestare; per farti un esempio concreto ti parlerò di una persona che ho conosciuto molto bene, quella che mi è stata più vicina, ossia mia madre.

Mia madre ha passato gli ultimi vent’anni della propria vita completamente identificata col ruolo della donna anziana, sola e malata. Ovviamente questo ruolo l’ha portata a profondi stati depressivi, ma ogni tentativo di tirarla fuori è stato vano; sai perché? Perché per la sua mente accettare di rinunciare a quell’immagine avrebbe significato perdere la propria individualità e, in definitiva, morire.

Ti capita mai di parlare con persone che non fanno che ostentare i loro problemi, i loro acciacchi, le loro disgrazie? E tu magari tenti di sollevare loro il morale, cercando di far notare che tutto sommato i problemi non sono così gravi, nella convinzione di aiutarli, col risultato di farli invece mettere sulla difensiva? Nella migliore delle ipotesi ti accuseranno di non comprenderli.

Già, perché attaccare quello stato di infelicità significa attaccare loro stessi; quando ti parlano dei loro problemi, mica lo fanno perché vogliono da te una soluzione: vogliono soltanto che tu ratifichi la loro esistenza, confermando che sì, effettivamente loro sono lì, ci sono, e tu li riconosci. Se togli di mezzo il problema, che rimarrebbe di loro?

Capisci, in questi casi estremi (ma non rari come potresti immaginare), che rischi comporta l’identificazione e la falsa immagine di sé?

Se ad esempio ti identifichi con una malattia, come è accaduto a mia madre, a livello conscio desidererai guarire, ma il tuo inconscio remerà contro, perché tutto sommato è meglio esistere malati che non esistere affatto.

Tutto questo per arrivare ad una conclusione: è essenziale imparare a riconoscere gli stati di identificazione, e se ti eserciti capirai quanto sono numerosi nella tua vita. Ogni attaccamento, ogni paura, ogni ansia, ogni forma di sofferenza, deriva da uno stato di identificazione.

Ma tu mi dirai: se li abbandono tutti, cosa mi rimane? Che motivo ho di continuare a vivere?

Una volta lasciata andare ogni forma di identificazione col mondo materiale, corpo compreso, resta un motivo molto importante per vivere, il più importante: Tu.

Sally: quello che non…


Credo che imboccare un percorso di crescita e sviluppo personale finalizzato a vivere pienamente la propria vita significhi innanzitutto abbandonare i nostri preconcetti su chi pensiamo di essere, o su chi pensiamo di dover sembrare per venire accettati dalla società.

Per farlo le chiacchiere non servono a nulla, bisogna agire; compiere azioni che smantellino le nostre maschere, di fronte al mondo e di fronte a noi stessi, correndo talvolta il rischio di essere presi per sciocchi se non addirittura pazzi, come accadde al Moscarda di pirandelliana memoria.

Si tratta semplicemente di scegliere fra vivere e fingere.

Credo, nel mio piccolo, di avere iniziato a percorrere questa strada, e questo articolo vuole rappresentare un altro passettino del lungo cammino che ho davanti.

Devi sapere che a me piace molto cantare, oltre che suonare la chitarra; fino a poco tempo fa l’ho sempre fatto per me, nell’ambiente protetto delle quattro mura domestiche; per paura del giudizio altrui, fondamentalmente.

Poi mi sono detto: ma se questo ti dà piacere, a prescindere dal risultato della performance, perché non farlo liberamente anche in pubblico? Perché non condividere col mondo questo aspetto di te?

Se sei timido come me allora saprai che, pur sembrando una cosa semplice, in realtà non lo è affatto… e infatti per me non lo è stata; ci sono riuscito facendo leva su un’altra delle mie debolezze: l’egocentrismo. Ed ecco che mi sono esibito nei primi karaoke: non saprei dire con che risultati esterni, ma sono certo che quelli interni ci sono stati. Perché ho liberato una parte di me che era imprigionata.

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Sotto questo punto di vista, potrò dire di essere veramente maturo quando riuscirò ad esibirmi per le strade cittadine, magari con un cappello per le offerte di chi avrà provato qualche emozione grazie a me (sperando che non si tratti di pena); ma per arrivare a questo punto la strada è ancora lunga.

Ti domandi il perché di un obiettivo tanto eccentrico? Perché sarebbe un modo per abbandonare l’attaccamento all’immagine che ho di me e che sto ostentando al mondo. Che direbbero quelli che mi conoscono? Che sono caduto in disgrazia? Che sono patetico? Che sono impazzito? Solo riuscendo ad essere indifferente a tutto questo potrei veramente dire di avere raggiunto un distacco sostanziale. In fondo, a ben pensarci, che reale differenza passa fra il cantare in casa propria o per i vicoli di Genova?

Ma andiamo per gradi. Per ora, un obiettivo sicuramente più abbordabile è quello di condividere le stonature mie e della mia chitarra col pubblico della rete. Ed ecco il motivo di questo articolo, in calce al quale troverai due fra i più cliccati video di YouTube. Ti confesso che rivedermi e riascoltarmi non è per nulla piacevole, perché sono il più spietato giudice di me stesso: ma è soprattutto quel parassita che devo far fuori.

Le canzoni che ho scelto sono fra le mie preferite, ed a mio avviso molto in tema con questo blog; al di là di questo mio giochetto, ti prego di ascoltarne le versioni originali, perché i loro testi sono molto profondi.

Chiudo con un estratto di uno di questi, la canzone Sally di Vasco Rossi.

Forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l’ultimo.

Questo mio sforzo lo dedico a te, Sally, con l’augurio che anche tu riesca a trovare la forza di uscire dal solco. Perché l’importante è essere veri, non perfetti.

Ma tu, chi sei?


Tempo fa scrissi un articolo che parlava di primo piano e sfondo. Allora non mi rendevo conto delle potenzialità a cui poteva portare questo embrione di ragionamento; a distanza di qualche anno desidero ora rivalutarlo, come punto di partenza per trattare una delle domande più delicate, difficili ed utili dell’esistenza: chi sono io?

Immagino che il collegamento fra le due tematiche non sia immediato, ma lascia che provi a spiegarmi; attenzione però: l’argomento è spinoso e per nulla facile da esporre, io poi non sono certo un maestro di dialettica, per cui se vuoi abbandonare la lettura, questo è il momento giusto!

Ma torniamo a noi; partirei proprio col domandarti: ma tu, chi sei?

Ed eccoti rispondere tronfio e sicuro alla mia domanda apparentemente banale:

Ma come chi sono, sono io! Il ragionier Luca Rossi, quello che lavora alla ACME S.p.A, figlio del dottor Mario Rossi, medico di famiglia del paese di Altavalle…

No no, aspetta! Non mi hai capito.

Intanto un ‘sono io’ autoreferenziale non aggiunge alcun contenuto informativo, e lo eviterei.

Non ho poi neppure chiesto qual è il tuo nome, dopotutto non è che un’etichetta arbitraria, una vale l’altra e, anche se ce l’hai appiccicato dalla nascita… non contribuisce certo ad individuare la tua identità: non è che una parola… con dignità di nome proprio di persona, certo, ma alla fine pur sempre un’etichetta: negli Stati Uniti ti sarebbe toccato Luke… che è diverso da Luca, giusto?

Non ti ho neppure chiesto che lavoro fai: ti trovi alla ACME S.p.A. perché lì ti hanno condotto gli eventi, ma potevi benissimo lavorare in banca no? Hai il diploma di ragioniere…

Già, in effetti non ti ho neppure chiesto qual è il tuo titolo di studi… guarda che lo so che, se fosse dipeso da te, ti saresti iscritto al liceo e non a ragioneria… ma dovevi arrivare in fondo ai cinque anni col famoso pezzo di carta in mano, per tranquillizzare i tuoi genitori.

Già, i genitori… beh, loro sono sicuramente più legati a te, se parliamo di identità… i loro geni sono dentro alle tue cellule, ed i loro insegnamenti dentro alla tua struttura neurale… ma individuare un’entità attraverso un’altra non fa che spostare il problema altrove, in una ricorsione infinita prima di utilità: chi sono allora i tuoi genitori? Chi sono i tuoi nonni? E così via. Tant’è che, per spiegare meglio chi è tuo padre, hai sentito l’esigenza di precisarne il nome, la professione ed il luogo in cui esercita. Insomma, una risposta che necessita di altre spiegazioni non è poi una gran risposta.

Giacché hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui, adesso voglio vibrarti il colpo fatale: sappi che tutte quelle che hai elencato sono solo false identità che contribuiscono pesantemente a mantenere vivo il tuo stato di infelicità, e sarà opportuno per il tuo bene-essere abbandonarle quanto prima!

Ricordi quando da piccolo ti attribuivano quel fastidioso nomignolo, e tu ti arrabbiavi tanto? Lo sai perché? Perché nella tua mente stavano attaccando il falso io che credevi di essere, rappresentato dal tuo nome che veniva storpiato. Attaccano il mio nome, quindi attaccano me. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione.

E lo sai perché sei così legato al posto fisso, e continui a lavorare in ACME anche se sei infelice e vorresti fare tutt’altro? Perché sei convinto di essere quello che fai di lavoro.  Altro che balle sulla sicurezza economica. Se perdi il lavoro, perdi la tua identità. Quante depressioni fra i neo pensionati che non sanno più chi sono. Ma tu non sei il ragioniere, tu fai il ragioniere…

Hai poi mai udito le barzellette sui titoli di studio? Quelle che se la prendono con ingegneri, fisici e matematici in particolare… sono tutti modi per stuzzicare la suscettibilità di alcune persone favorendo un sorriso in altre; e su cosa si basa il giochino? Sull’attacco di una falsa identità, basata sul titolo di studio!

E adesso cominciamo a fare sul serio, gran figlio di puttana!

Pesante vero? Quale insulto peggiore riusciresti ad immaginare? Anche qui, si sta cercando di attaccare una tua falsa identità. Tu non sei tua madre né, tanto meno, l’attività che esercita. E se davvero si occupasse del mestiere più antico, lo stesso varrebbe per lei: fa la puttana, non è una puttana.

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Ti sembrano sofismi, vero? Eppure ragionare in un modo o nell’altro fa la differenza, provare per credere. Perché se davvero non pensi di essere tutto ciò, qualsiasi cosa accada che lo metta in discussione non ti toccherà più di tanto. Non è filosofia, ma pratica di vita.

Se mi stai seguendo, la tua mente sta lentamente sfrondando tutta una serie di falsi io, e sta riducendo all’osso tutte le possibilità, forse abbandonando l’astrazione per arrivare alla fisicità: io sono quello alto un metro e ottanta, con gli occhi verdi ed i capelli castani, il naso pronunciato, magro e poco muscoloso. La stempiatura sta cominciando ad essere fastidiosamente evidente.

Ebbene, mi spiace deluderti, ma sospetto fortemente che tu non sia neppure nulla di tutto ciò. E questo è più difficile da digerire, lo so. Eppure, tu hai gli occhi verdi, non sei i tuoi occhi verdi. Tranquillizzati, non sei neppure la tua stempiatura incipiente. Ricordi il Vitangelo Moscarda di pirandelliana memoria, col suo naso che pende verso destra?

Ma allora, se ti chiedo di abbandonare tutte queste false sicurezze, che cosa rimane alla fine?

Questo articolo è insidioso perché, se lo fai tuo fino in fondo, rischi di creare un vuoto che porta allo smarrimento e forse alla depressione. Ma io so che difficilmente gli attribuirai una qualche validità, perché questo metterebbe a rischio le tue certezze, ti priverebbe di punti di riferimento. Non sei abbastanza folle per farlo.

Per me, che invece non disdegno un pizzico d follia, è stato effettivamente così, finché non ho trovato un modo per riempire quel vuoto; provvisoriamente, perché nessuna risposta deve mai essere quella definitiva.

E l’ho colmato grazie a letture che facevano leva sulla distinzione fra primo piano e sfondo; forse avrai iniziato ad intuire dove voglio andare a parare, ma direi che per il momento ho scritto ed annoiato a sufficienza: è il caso di terminare qui, con l’impegno di proseguire i miei deliri in uno dei prossimi articoli.