Esiste la cucina di casa tua?


Ritieni che sia più reale qualcosa che hai visto di persona o di cui hai solo sentito parlare? Ad esempio, è più reale l’automobile che hai in garage o il villaggio turistico dove è stato il tuo collega l’estate scorsa e di cui non avevi mai sentito parlare prima?

La domanda è ovviamente retorica, sto solo cercando di portarti, come si dice a Genova, nel mio caruggio.

E’ pacifico che una cosa di cui abbiamo avuto esperienza abbia per noi un carico di sensazioni, ricordi, odori, profumi, emozioni che contribuiscono a darle quella connotazione che noi andiamo etichettando con la parola realtà.

Immagino ad esempio che stamattina avrai fatto un’abbondante colazione nella tua bella casetta; che ore erano? Le 7.30. Bene, non avrai dunque problemi ad affermare che la cucina di casa tua (alle 7.30 di stamattina) esista realmente.

Adesso dove ti trovi? In palestra. Che ore sono? Le 18.30. Anche in questo caso, non avrai ragione di dubitare che la palestra, alle 18.30 di oggi pomeriggio, esista realmente.

Ma che dire della cucina di casa tua alle 18.30? Esiste realmente? Mi dirai ovviamente di sì, che non sei ancora rincasato ma stamattina era sicuramente lì.

Ma non è questo che ti sto chiedendo: io voglio sapere se esiste adesso, alle 18.30.

Pongo la domanda in modo diverso: siccome mi hai appena confermato di dare maggior credibilità a ciò che hai esperito, cos’è per te più reale, la cucina di casa tua alle 7.30 (che hai visto, sentito, toccato, gustato, annusato), o la cucina di casa tua alle 18.30 (che non stai vedendo, sentendo, toccando, gustando, annusando)?

Siamo così inclini ad affermare che il futuro non esista ancora, il presente duri un attimo e il passato non esista più, ma quanto abbiamo più o meno concordato finora sembrerebbe portare da tutt’altra parte; non hai come me il sospetto che la cucina alle 7.30 di oggi debba considerarsi più reale della cucina alle 18.30? O per essere più risoluti: che la cucina delle 18.30 non esista, ed esista quella delle 7.30?

Sto sbagliando qualcosa?

Riferimenti bibliografici:

Rudy Rucker – La quarta dimensione. Un viaggio guidato negli universi di ordine superiore

Il pendolo e le aspettative adattive


E’ da un po’ di tempo che osservo i miei stati d’umore altalenanti, alla ricerca delle loro cause e di un modo per averne maggior controllo.

Esistono in realtà varie spiegazioni del fenomeno, sulle quali non mi voglio qui soffermare; ho voluto invece trovare una mia risposta, per la formulazione della quale mi sono avvalso delle mie reminiscenze degli studi di economia, nella speranza che un probabile premio Nobel possa finalmente livellare la sinusoide delle mie energie psichiche.

No so se hai mai sentito parlare di aspettative adattive: in breve si tratta di un modo (o di una famiglia di modi) con cui si suppone gli operatori economici (produttori, consumatori) formulino le proprie opinioni circa un evento futuro. Dal punto di vista economico è molto importante capire questi meccanismi, perché da loro può ad esempio dipendere il successo di un nuovo prodotto commerciale o di una manovra finanziaria.

Ebbene, secondo questa teoria gli operatori (ma alla fine parliamo di esseri umani) formulerebbero le proprie attese circa gli eventi futuri basandosi sull’esperienza passata, il che è forse un po’ come scoprire l’acqua calda, ma lasciamo pure che anche gli economisti si guadagnino da vivere. Il punto è che, se oggi le cose mi sono andate bene, il mio umore è alle stelle e sono al massimo dei giri, e mi aspetto che domani continui così.

Ciò che mi accade oggi mi crea un’aspettativa su ciò che accadrà domani.

pendolo

Per esemplificare, supponiamo che il mio superiore giudichi positivamente un mio lavoro, mi elogi e proponga un premio produzione. Io sono contento, identifico questo giudizio sul mio lavoro con un giudizio sulla mia persona, e mi pongo mentalmente su un gradino più alto.

Il mio umore è al massimo, oggi è stata una grande giornata. Finalmente le mie capacità sono state valorizzate; chissà poi che dirà il capo quando vedrà questo nuovo progetto che sto portando a termine: lo stupirò ulteriormente, sento aria di promozione.

Ciò che è successo oggi mi crea aspettative per domani; e siccome non mi accontento, devo dare il massimo, per fare ancora meglio: so di essere sulla strada buona.

Passa una settimana, il nuovo lavoro è terminato e lo sottopongo al superiore, che lo accoglie tiepidamente; non lo denigra, mi dice che va bene, ma neppure lo esalta; suggerisce alcuni miglioramenti. Ma come, io ho dato il massimo! Perché non mi viene riconosciuto? Dove ho sbagliato?

Il mio umore inizia a declinare, la terra comincia a mancarmi sotto i piedi; oggi non è stata granché come giornata, e domani non sarà certo migliore.

In realtà si tratta puramente di costruzioni mentali che nulla hanno a che vedere con la realtà; la magagna sta tutta nell’aspettativa sul futuro: tolta quella, tolti i malesseri. Riflettendoci, non avevo alcuna ragione di pensare che anche il nuovo lavoro sarebbe stato accolto con bottiglie di champagne, solo perché ciò è accaduto col precedente; e forse anche il mio superiore si aspettava da me qualcosa di più solo perché avevo svolto bene il compito precedente, e questo ha senza dubbio contribuito ad alzare l’asticella.

Se il buon andamento di oggi mi suggerisce un buon andamento per domani e io me lo aspetto, le probabilità che domani sia percepito peggiore di oggi aumentano, anche solo per un mero fatto statistico e di prospettiva.

Non so come sia per te, ma per quanto mi riguarda tutto questo accade molto frequentemente; nonostante gli sforzi, ancora non riesco ad essere veramente libero da aspettative.

Ho ancora parecchio da lavorare sulla sinusoide.

La quarta gallina


Ho già avuto modo di raccontare come le mie galline siano maestre di vita: ebbene, l’altro giorno ne ho avuto l’ennesima conferma; ecco in breve cosa è accaduto.

Dopo che ho aperto la porta del pollaio perché uscissero a razzolare nell’aia, tre di esse si sono prontamente proiettate fuori mentre una quarta, la più distratta, è rimasta a beccheggiare sulla ciotola del mangime; dopo pochi secondi si è però accorta dell’occasione di libertà, avendo visto le colleghe fuori dal recinto, ed ha provato ad unirsi a loro.

Tuttavia, come puoi vedere dal disegno, volendo raggiungere le compagne al di là della griglia, ha cercato di farlo passando per la via diretta, insistendo a proseguire in una direzione che non l’avrebbe portata molto lontano.

polli alla riscossa

La quarta gallina era troppo tesa sull’obiettivo, così tesa da non capire che perseguendolo in un modo così diretto e ossessivo non sarebbe mai stata in grado di raggiungerlo. E più le compagne si allontanavano, più questa si schiacciava contro l’angolo del pollaio e minori possibilità aveva di capire quale fosse la corretta via di fuga.

Se avesse utilizzato la giusta dose di pensiero laterale avrebbe capito che per raggiungere le compagne bisognava prima allontanarsene, così da raggiungere l’uscita che avrebbe poi permesso la successiva ricongiunzione.

E qui scatta l’insegnamento avicolo: quante volte ci troviamo nella stessa posizione? Quanto spesso, per l’affanno di raggiungere un obiettivo a cui teniamo tanto, finiamo in una situazione di stallo e ci troviamo bloccati a pochi passi da quest’ultimo senza riuscire mai a raggiungerlo?

A me è capitato e capita in continuazione: a scuola, sul lavoro, nelle situazioni sentimentali, sempre e ovunque.

Se sei troppo calato nel problema che devi risolvere, finisci col non vederne al soluzione che hai a portata di mano.

Se temi di perdere l’affetto di una persona cara e ti lasci andare ad atteggiamenti possessivi, finisci con l’allontanarla.

Se vuoi dimostrare al tuo superiore quanto sei bravo e ti prodighi in dimostrazioni di bravura, finisci col fare una figura patetica.

Se vuoi essere simpatico ad ogni costo con gli amici, finisci col diventare pesante.

Se vuoi essere un genitore perfetto, produci dei figli frustrati.

Potrei continuare ad oltranza ma, proprio in virtù di quanto vado dicendo, mi allontanerei dall’obiettivo. E allora la cosa giusta è terminare l’articolo, che può ben essere così sintetizzato: nella vita talvolta occorre essere contraddittori, uscire dalla direzione palese, logica e razionale, per seguire le indicazioni del cuore (o, detta in altri termini, le indicazioni dell’emisfero cerebrale destro, che troppo spesso vive relegato in un ruolo da comprimario); solo così avremo qualche possibilità di raggiungere i nostri amici pennuti.

Prima di mettere al mondo un figlio aspetto di diventare un buon genitore…


Ti sembra paradossale vero? In effetti lo è,  si tratta di una mera provocazione: purtroppo o per fortuna, al ruolo di padre o madre non è possibile prepararsi in anticipo; genitori non si nasce, si diventa, l’esperienza va fatta sul campo e non ci sono libri o maestri che ti possano aiutare, perché ogni bambino è diverso da qualunque altro, non ci sono pattern da applicare, se non quello di aprirsi alle indicazioni del proprio cuore.

Il ruolo del genitore è spesso fatto di paradossi, di contraddizioni, di non sensi; i figli ti cambiano il modo di vedere la vita, a patto che tu sia disposto ad imparare qualcosa dagli errori che sicuramente commetterai nel rapportarti a loro. Chi è genitore non avrà difficoltà ad essere d’accordo con me, quante volte si sente pronunciare la frase: “se non hai figli non puoi capire”…

Eppure non ci si rende conto di una cosa: il campo di applicazione di queste mie considerazioni è molto più vasto, non si limita al rapporto coi figli. In ogni attività della vita quello che alla fine veramente conta è l’esperienza, le dichiarazioni d’intenti o le considerazioni teoriche lasciano il tempo che trovano. L’unico modo che hai per imparare a fare una cosa, o per sapere se sarai mai in grado di riuscirci, è quello di farla!

A domani Low

Credo nell’importanza della scuola, certo, ma il ruolo prioritario che un tempo assegnavo alla teoria mi ha portato più volte fuori strada; vale più la pratica della grammatica, si dice, e credo sia vero. Per troppo tempo sono stato un teorico, uno che sapeva come si fanno le cose e che non sbagliava mai, certo, perché non metteva nulla in pratica: chi non fa non falla, questo è sicuro.

Ma col tempo mi sono convinto che è meglio commettere errori piuttosto che rimanere inerti, una scelta sbagliata è migliore dell’indecisione; è meglio fare che parlare. E allora, il mio suggerimento è questo: non aspettare di raggiungere l’onniscienza prima di lanciarti in un’impresa, è tutta un’illusione: informati sul tema, cerca di capire dove si va a parare, ma poi buttati; leggendo migliaia di libri non imparerai mai a nuotare o ad andare in bicicletta, la vita è questa, non temere gli errori, perché sarà grazie a loro, e non ai libri, che potrai diventare esperto!

E bada: quella di indugiare sulla preparazione teorica il più delle volte è solo una bugia che ti stai raccontando, il cui vero scopo è quello di procrastinare l’inizio dell’attività per paura del fallimento.

«Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.» (Mahatma Gandhi)

Gelatai e pensiero laterale


L’altro giorno ero in coda in gelateria ed il signore davanti a me, che aveva chiesto un gelato da 2 euro e uno da 2 e 50, dopo che è stato servito ha guardato perplesso i due coni ed ha chiesto con tono polemico: “uno costa di più ma mi sembra che siano uguali…”; ed il gelataio ha prontamente risposto: “certo, le ho fatto più grande quello da 2 euro”.

Il signore se ne è andato imbarazzato ed ha pure dovuto tirar fuori un “grazie”.

gelataio

Il fatto in sé è banale, ma racchiude l’essenza di quello che è il pensiero laterale da un lato e le tecniche di combattimento orientali dall’altro: ribaltare il punto di vista di una situazione ed usare la forza dell’avversario per metterlo fuori gioco.

Una prontezza di riflessi invidiabile; quel gelataio è stato il mio mito per un giorno.

Il mondo rettangolare


Ho già avuto modo di rimarcare come la canalizzazione dei processi mentali all’interno di solchi più o meno profondi possa costituire una forte limitazione allo sviluppo di nuove idee; con questo articolo voglio rincarare la dose: poiché la formazione dei solchi avviene progressivamente in base alla sequenza di input che ci arrivano dall’esterno, la loro conformazione difficilmente sarà quella ottimale, in quanto le informazioni non arrivano tutte subito ma sono distribuite nel tempo; se cambia l’ordine di arrivo degli input, cambia anche il paesaggio mentale che si viene a formare.

Se gli input arrivassero tutti assieme avremmo forse più difficoltà a creare i nostri modelli mentali, visto il maggior numero di informazioni da gestire contemporaneamente, ma avremmo meno probabilità di sbagliarli.

Ti faccio un esempio; supponi che nel mondo immaginario e semplificato in cui ti trovi arrivino le seguenti informazioni:

1 2

La tua mente tenterà di combinarle secondo modelli conosciuti, probabilmente così:

1 e 2

ed è così che la tua visione di un mondo rettangolare inizia a prendere forma.

Ma gli input esterni non si fermano: adesso arriva un’altra informazione:

3

che tu non hai problemi a collocare nel modello mentale appena creato:

1 e 2 e 3

e pensi che, effettivamente, il mondo deve proprio essere rettangolare. Tutto torna, ti senti tranquillo.

Le informazioni non si arrestano, eccone altre:

45

ma anche in questo caso non c’è problema:

1 e 2e 3 e 4 e 5

Eh si, non c’è proprio dubbio, il mondo è rettangolare! Com’è confortevole avere delle certezze, e avere continue conferme che le nostre supposizioni sono giuste.

Ma un brutto giorno, ecco che arriva questa informazione:

6

e qui inizi ad avere dei problemi. Per quanto ti sforzi, la tua visione del mondo rettangolare non riesce a spiegare questo nuovo fatto. Ai tuoi occhi il mondo ha perso coerenza, dev’esserci qualcosa che non va. Questa è una vera e propria crisi, che mina tutte le tue certezze. Fino ad oggi avevi pensato che il mondo fosse comprensibile, spiegabile, prevedibile. Ed ecco che tutto crolla, la tua fiducia viene meno, cadi in depressione, nulla ha più senso perché le convinzioni che fino ad oggi ti sono state così utili non sono più in grado di spiegare il mondo che ti circonda.

Da questa situazione puoi venire fuori, ma ad una condizione: abbandonare i preconcetti. E si tratta di uno sforzo mica da poco, perché devi mandare all’aria idee che si sono formate e cristallizzate nel corso degli anni. Devi avere il coraggio di ammettere che i modelli mentali che ti sei creato erano sì utili, ma forse non erano i migliori. Forse esiste un modello che mette assieme le informazioni in modo completamente diverso e riesce a spiegare più cose.

Alla fine pensi di non potercela fare da solo e ti rivolgi ad uno psicologo per uscire da questa situazione, il quale ti propone un’eresia: il mondo non è rettangolare, ma è un parallelogramma! Figurati! Com’è possibile?

Ma poi, da persona ragionevole quale sei, provi ad accettare i suoi consigli, ed effettivamente riesci a riorganizzare le informazioni in modo diverso:

1 e 2 ok

Beh, tutto sommato lo psicologo potrebbe essere nel giusto. Ma proviamo ad andare oltre:

1 e 2 e 3 ok

Caspita! Vuoi vedere che ha ragione? Ancora:

1 e 2 e 3 e 4 e 5 ok

Incredibile! Non avevi mai considerato il mondo sotto questo punto di vista! Ma riesce a spiegare anche l’ultimo fatto?

1 e 2 e 3 e 4 e 5 e 6 ok

Sì! Funziona! Allora il mondo è proprio un parallelogramma! E tu che hai sempre pensato che fosse rettangolare! Com’è evidente adesso il tuo errore! Finalmente hai ritrovato la tua serenità, finalmente hai un nuovo modo per dare coerenza al mondo.

Adesso possiedi un modello valido per spiegare ogni fatto che accade intorno a te, ma per trovarlo sei dovuto passare per una fase di crisi, nella quale hai dovuto demolire tutte le tue certezze per ricostruirle in modo nuovo; ora puoi finalmente rilassarti e tornare ai tuoi automatismi quotidiani.

Almeno fino a quando non arriveranno nuove informazioni che non riuscirai a collocare nei tuoi schemi…

Riferimenti bibliografici:

Edward De Bono – Creatività e pensiero laterale

Ridare vita a vecchi oggetti


Ecco un altro articolo che brilla di luce riflessa: confesso infatti che l’idea per la sua creazione non è mia, ma di una blogger mia amica che è diventata molto brava ad uscire dal solco guardando il mondo da un’altra prospettiva. In questo suo blog ha pubblicato una serie di articoli nell’ambito della rubrica “Diamo una seconda vita a…”, nella quale sono presentati utilizzi alternativi di vecchi oggetti che sarebbero altrimenti destinati alla discarica.

Siccome questo mi sembra un modo molto divertente ed utile per uscire dal solco, non ho resistito alla tentazione di presentare qui alcune mie creazioni, in modo palesemente e stucchevolmente auto celebrativo.

Metti dunque un po’ di tara al mio egocentrismo e prova a tenere per te quanto di utile può rimanere, magari cercando e proponendo a tua volta idee creative di recupero. Trovi ovviamente altre idee nel blog da cui ho rub – ehm – tratto l’ispirazione.

Ecco dunque le mie idee di recupero:

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Un cancelletto per bambini adesso è una rastrelliera porta bici.

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Un vecchio cestello porta pacchi della Panda adesso è un comodo stendibiancheria.

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Un fasciatoio, alcune tavole di recupero e le ruote di un passeggino adesso sono un portavivande.

Ti piace la libertà?


La domanda è banale, la risposta che spesso ci diamo pure: ovvio che mi piace, però non si può fare sempre ciò che si vuole, perché viviamo in una società e la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri.

Profondo, non fa una piega.

Ma facciamo finta che gli altri non ci siano, oppure che siano molto accondiscendenti nei tuoi confronti. La tua libertà ne trarrebbe giovamento? Il tuo raggio di azione ne risulterebbe ampliato?

Immagina per un attimo di trovarti catapultato in un territorio sconosciuto, con tanto di strade, ferrovie, fiumi, montagne, abitazioni, e di doverlo esplorare a piedi. Incontreresti qualche ostacolo, ma avendo molto tempo a disposizione, con un po’ di impegno e parecchia fatica riusciresti alla fine a visitarne ogni angolo; se dovessi trovare un buon posto dove costruire la tua nuova casa, avresti sicuramente la possibilità di trovare il posto migliore.

Supponi invece di non poterti spostare a piedi, ma solamente in bicicletta: da essa non puoi scendere neanche per un minuto durante la tua attività di esplorazione; ebbene, ti rimarrebbero comunque molti gradi di libertà, ma sicuramente meno di prima: ci sono posti che puoi raggiungere a piedi ma non in bicicletta.

Immagina ora di poterti spostare solo in auto: la situazione peggiora ulteriormente, arriveresti unicamente dove è presente una strada carrabile, molte zone impervie rimarrebbero inesplorate.

Per non parlare del treno: dovendoti spostare solamente lungo binari saresti veramente penalizzato.

La metafora che ti propongo è questa: il territorio che stai esplorando è il tuo paesaggio mentale, ed i mezzi che hai a disposizione dipendono da quanti preconcetti sono presenti in questo paesaggio; maggiori i preconcetti, minore la libertà di movimento.

Molti di noi sono nella situazione di chi si può spostare unicamente utilizzando il treno: sono così attaccati alle proprie idee che non hanno la benché minima possibilità di scartare di lato: i posti che potranno raggiungere si contano sulla punta delle dita, le nuove idee che potranno trovare sono inesistenti.

Ora, se ti trovassi in queste condizioni, credi davvero che sarebbe sufficiente rimuovere i vincoli esterni per guadagnare la libertà? Chi è il carceriere, l’ambiente in cui vivi o tu stesso?

Le debolezze del sesso forte


Ciao, oggi ti voglio raccontare quanto è accaduto ieri durante un’escursione in mountain bike con gli amici; si tratta di un fatto banale di per sé ma che offre buoni spunti di riflessione: se sei una donna potresti leggere divertita ciò che scrivo; se sei un uomo, avrai l’occasione per individuare alcuni punti deboli della categoria, sui quali a mio avviso c’è parecchio da lavorare; anche per te comunque è il caso di leggere con un sorriso quanto segue.

I fatti si sono svolti più o meno così.

Una domenica mattina un gruppo di 14 ardimentosi bikers si arrampica lungo i verdi pendii della Val d’Ayas; uno del gruppo fa da guida, gli altri non conoscono il posto e seguono; uniche informazioni a disposizione quelle fornite dal primo la settimana antecedente la partenza sulla pagina degli appuntamenti del loro sito Internet, una sintetica descrizione del percorso che riporto fedelmente qui di seguito.

“Partenza ORE 9 nei pressi di Busson, quota 1300 m, prima parte salita asfaltata, poi ripida sterrata ma tutta ciclabile fino all’ampio rifugio Arp, a quota 2440 m, dove si mangia; si salirà poi ancora un brevissimo tratto fino alla splendida conca dei laghi Palasinaz a quota 2480. Per chi volesse gustare ancora meglio il panorama, da li breve e facoltativa salita a spinta fino al colle Brenguez, quota 2692, da cui e’ possibile ammirare altri 2 meravigliosi ed imperdibili laghi alpini e ridiscendere giù con breve tratto bello tecnico.”

La prima parte dell’escursione avviene senza intoppi e raggiungono per pranzo il rifugio Arp, dove gustano una deliziosa polenta e si prendono il dovuto riposo. Dopo aver pranzato, un po’ appesantiti si apprestano ad affrontare la seconda parte dell’escursione; inizia a piovigginare, qualche tuono si sente in lontananza.

Raggiungono con crescente fatica (complice la polenta e la minore ciclabilità del sentiero) la conca dei laghi Palasinaz, e qui sono di fronte ad una scelta: proseguire a spinta aggiungendo un tratto facoltativo (e faticoso), oppure ridiscendere a valle; a questo punto la guida prova a coinvolgerli con argomentazioni degne di un Bossi d’annata: ‘Adesso chi ce l’ha duro prosegue a spinta fino a quella conca lassù, gli altri possono aspettare qui il nostro ritorno’.

Se tocchi un uomo nell’orgoglio con argomentazioni di questo genere, stai pur sicuro che lo condurrai dove vuoi. Qualcuno ha ovviamente provato a mantenere il gruppo compatto ed evitare a tutti la sfacchinata con argomentazioni legate all’appesantimento post prandiale, al temporale in avvicinamento, eccetera eccetera; ma sono state sufficienti poche adesioni pro risalita, ed ecco che tutti eccetto uno (lascio a te immaginare chi) hanno iniziato a spingere il proprio mezzo lungo lo scosceso sentiero; la strategia che a suo tempo aveva contribuito a garantire a Bossi una marea di voti ha funzionato anche stavolta.

Verrebbe comunque da concludere che tutti eccetto uno siano degnamente dotati, ma ecco che la fatica della risalita inizia a far perdere pazienza e controllo: inizia il mugugno, le lamentele, le battute ironiche, tutto ovviamente all’indirizzo della guida reo di aver costretto il gruppo in quell’assurda sfacchinata. Qualcuno gli fa anche notare che quando si conduce un gruppo si è responsabili (quantomeno moralmente) di ciò che può accadere.

bikers

Alla fatica di quella lunga mezz’ora da sherpa si aggiunge dunque il fastidio di un clima negativo pregno di lamenti e talvolta insulti. Ovviamente, quando si raggiunge la vetta l’ironia dilaga: ‘bello il posto, ne valeva proprio la pena’, ‘perché non saliamo anche su quel crinale lassù?’ e così via.

Per fortuna la discesa che segue subito dopo appaga la sete di emozioni e placa gli animi, per cui tutto rientra nei binari di una allegra gita fra amici; resta il ricordo di quella piccola parentesi negativa caratterizzata da momenti di frizione.

coraggio

La mia riflessione in proposito è questa: ma non era chiaro da principio ciò a cui si andava incontro? Non era chiaro il fatto che quel tratto in più era facoltativo? A partire dalla descrizione scritta del percorso, in cui si spiega bene la quota da raggiungere ed il fatto che si deve spingere, arrivando alla presa visione, sul campo, del punto da raggiungere e del tragitto da percorrere, un essere umano in età adulta non è in grado di decidere per sé ciò che è meglio fare? Perché rimettersi alle decisioni di altri o peggio dar loro la colpa per decisioni che non si è avuto il coraggio di prendere? Questo vuol dunque dire ‘avere gli attributi’?

A mio avviso non avere il coraggio di sottrarsi pubblicamente a pseudo prove è certo una debolezza (superiore a quella di non riuscire ad affrontare la prova stessa, non ho dubbi), ma sbandierare il proprio disappunto puntando il dito indice quando tutto questo ci conduce in cattive acque è decisamente imperdonabile, nella migliore delle ipotesi poco dignitoso.

Nella fattispecie, la paura di sfigurare quando si tratta di ‘mostrare i muscoli’ è un fenomeno prevalentemente maschile, ma poggia su basi di portata più generale, ossia la difesa dell’ego personale dall’attacco dei giudizi altrui. Ti invito considerare quanto sia liberatorio svincolarsi da simili legacci, e mi accingo a concludere. Non prima di aver sgomberato il campo da equivoci, però.

Magari potresti essere portato a pensare che sia io l’unico che non ha temuto di rimanere ad attendere a valle… beh, no, non è così, io sono salito fino in cima, e senza batter ciglio.

Pensavi forse che non avessi le palle per farlo?

Perché uscire dal solco?


E’ passato un anno dal primo articolo che ho scritto, e mi piace ora tirare un po’ le fila del discorso, non tanto per fare dei bilanci, ma per provare a mettere qualche punto fermo.

Intanto la prima domanda che ci si pone è: ma interessa a qualcuno quello che scrivo? Detto più freddamente: ma quanti leggono questo blog?

La risposta è incoraggiante: pochi. Dopo la prima fase, in cui per la novità tutti gli amici e conoscenti leggono i tuoi articoli ed inizi a fantasticare di trend positivi in vista del futuro coinvolgimento di chi non ti conosce ma viene raggiunto dal passaparola, arriva l’impietosa fase del consolidamento: chi già aveva il sospetto che dicessi cose poco sensate e ti aveva dato l’ultima possibilità, ne ha avuto conferma scritta e ha lasciato perdere i casi umani; chi non ti conosceva più di tanto, adesso si è chiarito le idee e ha reputato prudente non perdere tempo. Poi c’è chi pensa che scrivi di temi poco concreti, spesso difficili, noiosi. Anche loro persi per strada.

Per questi e altri motivi, il trend è calato invece di salire. E lo si vede anche nella dinamicità delle interazioni: minori commenti. A questo punto ho due alternative:

  1. inserirmi nel blog di qualche saccente politico poco intelligente (pensi riesca a trovarne almeno uno?) facendogli perdere le staffe e costringendolo a dire che non sono nessuno perché ho pochi followers; questo mi darebbe un bel boost di popolarità;
  2. apprezzare questo stato di cose e continuare per la mia strada, con uno sguardo benevolo al nocciolo duro che continua a leggere e commentare (per iscritto o a voce) quanto scrivo, a volte anche manifestando un certo (a me gradito) dissenso.

La scelta fra le due alternative dipende fondamentalmente da una cosa: perché si dovrebbe uscire dal solco? Perché ne scrivo?

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Uscire dal solco è appagante e liberatorio. Quando ti impegni in una cosa nuova, ne affronti tutte le difficoltà, oltrepassi le prime fasi di scoramento ed inizi a vedere i primi risultati, non hai bisogno dell’incoraggiamento o approvazione degli altri per trovare la forza di proseguire, sei in qualche modo autosufficiente.

Osservare la realtà in modo non convenzionale è questo in fondo: provare a fare qualcosa che non si era mai fatto prima. Il mese scorso ho indossato i pattini per la prima volta nella mia vita, per giocare assieme a mia figlia. Non ho la benché minima forma di equilibrio su quegli aggeggi, di fatto cammino con la grazia di un primate; eppure, dopo le prime volte che ho pensato ‘ora mi rompo in due’, il cervello si è iniziato ad adattare, una molla è scattata ed il flusso dei pensieri motori ha iniziato a seguire un’altra strada.

Sembro sempre un primate, probabilmente non pattinerò mai nel vero senso della parola, ma credo di aver compreso il meccanismo. E questa comprensione provoca una gioia grande: ricordi il piacere che provavi le prime volte, quando avevi appena imparato a guidare l’auto o il motorino?

Affrancarsi dal giogo degli automatismi cerebrali per raggiungere nuovi e più elevati equilibri regala serenità, produce energia.

E allora la strada è chiara: poco importa se questo blog interessa solo a pochi, quei pochi a cui arriva il messaggio sono per me importanti e vanno curati. Se fossero molti, allora forse potrebbe essere il caso di smettere di scrivere, perché quando si raggiunge la massa critica il fenomeno acquisisce una propria individualità ed inizia ad evolvere in maniera autonoma; i figli vanno seguiti finché son piccoli, poi vanno lasciati andare.

Già, i figli. Anche per loro scrivo, perché un domani, quando avranno tutti gli strumenti per capire, forse leggeranno queste mie considerazioni e potranno comprendere, in totale libertà, chi è, o chi era, loro padre.