Le carote per il mio ego


Esiste un’applicazione per sportivi che si chiama Strava.

Con Strava puoi registrare le tue corse in bici, a piedi, a nuoto, per poi pubblicarle nel mondo social. Puoi verificare i tuoi progressi e condividerli con gli amici; i quali ti potranno poi elogiare pubblicamente con il classico ‘Mi piace’, o meglio ancora con commenti di stima.

Da appassionato di ciclismo e, di recente, di running quale sono, uso spesso questa applicazione. Molto spesso. Al punto da esserne diventato quasi dipendente: se il GPS ha dei problemi durante un’uscita ed il percorso non viene registrato, si rasenta il dramma: se non pubblico la prestazione è un po’ come se non l’avessi mai effettuata.

Molti miei amici (lo confesso: per lo più maschi) soffrono di questa evidente patologia psichica (e dai, non ti offendere, lo dico con ironia, giusto per sdrammatizzare). Alcuni di loro tengono addirittura a precisare, in fase di pubblicazione, che il GPS non ha registrato l’ultimo Km, oppure che c’era vento contrario, oppure ancora che si trattava di un giro di ‘scarico’ finalizzato al recupero.

Complesso da celodurismo tipicamente maschile, direi. Ma conosco donne, forse più testosteroniche della media, non del tutto esenti dal fenomeno.

Mi sono spesso colpevolizzato per questo mio modo di essere, ed anche un po’ vergognato. L’ho sempre considerata una deprecabile debolezza.

Poi ho riflettuto. Io sono fatto così. E allora?

Affrontare la questione sciorinando giudizi è quanto di più controproducente possa esser fatto. I dati del problema sono questi: invece di additarli o cercare di cambiarli, è molto meglio sfruttarli per generare vantaggi.

Dopotutto, durante una gara il tifo del pubblico è considerato benefico, giusto? Non c’è nulla di male ad essere incitati al fine di produrre endorfine che migliorino la prestazione.

Ebbene, nel mio caso i ‘Mi piace’ dei social sono un surrogato 2.0 del tifo. Il mio ego ha bisogno di queste piccole gioie per collaborare e spingermi a pedalare più forte? E diamogliele! Cosa mi costa in fondo?

Messi da parte i sentimenti auto accusatori, restano i giudizi altrui. Quelli delle persone che dicono che sono un esaltato. Ma che mi frega di loro? Ho bisogno di una carota per muovermi più in fretta, e me la auto fornisco. Se altri non ne hanno bisogno, buon per loro.

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Ciò che mi salva dalla patologia è la parziale consapevolezza: io so di avere bisogno di queste piccole cose per avere uno stimolo e, anzi, proprio perché lo so, sfrutto la cosa a mio vantaggio. Magari in una fredda mattina di pioggia non avrei voglia di uscire per allenarmi… ma poi penso a ciò che diranno gli amici quando pubblicherò la corsa con tanto di selfie sotto la pioggia… ed esco lo stesso. Debolezza, certo… bisogno di approvazione, certo… ma intanto alla fine sono uscito, vincendo la parte di me che non voleva abbandonare la comfort zone!

Se pensi di giudicarmi dal calduccio della tua poltrona, fallo liberamente: ti farà star meglio. In fondo anche tu hai diritto alle tue debolezze.

Le aspettative e i sensi di colpa


L’unico modo che hai per evitare delusioni è quello di non avere aspettative. Soprattutto nelle relazioni interpersonali.

Già, perché se ci rifletti, non hai alcuna valida ragione per pretendere che il tuo prossimo si comporti conformemente a quanto vorresti. Certo, magari lo farà, e ne sarai felice… ma non è questo il punto.

Il punto è che non puoi aspettarti che si adegui ai tuoi desideri, né più né meno di quanto puoi aspettarti che i giorni di sole saltino fuori puntuali nei weekend e nei giorni di festa. Non puoi piegare la libertà altrui ai tuoi voleri.

Beh, adesso mi dirai, che fregatura, siamo alle solite, gira che ti rigira la colpa è sempre mia dunque…

Hai detto… colpa?

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Bravo, hai toccato un punto interessante. Ora ti dico dove secondo me sta il bello della faccenda.

Cosa sono in fondo i sensi di colpa? Beh, detto in soldoni, io mi sento in colpa quando ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare; oppure quando non ho fatto qualcosa che avrei invece dovuto fare.

Ma un momento… avrei dovuto… in base a quale criterio? Chi stabilisce la regola?

Le aspettative altrui, mi sembra ovvio! Aspettative del singolo, o aspettative collettive: leggi, morale, religione, eccetera. Ci si aspetta da me un comportamento, ed io non l’ho tenuto. Cattivo!

Ma una volta che abbraccio il principio secondo il quale non posso aspettarmi alcunché dagli altri, posso legittimamente e simmetricamente applicarlo anche a loro.

Io non mi aspetto alcunché da voi, ma voi non aspettatevi alcunché da me, ok? E se lo fate… beh, peggio per voi… perché mai dovrei assumermi il costo delle vostre mal poste aspettative con inutili sensi di colpa? Se ci sarà da pagare per le mie mancanze lo farò, rimedierò ai miei errori… ma per favore abbiate la decenza di non chiedermi di sentirmi in colpa!

Come dice giustamente l’avvocato Milton, i sensi di colpa sono come un sacco di mattoni: un’inutile zavorra da scaricare quanto prima!

La mia azienda


La mia azienda è fatta di molte persone. Suddividere in classi è sempre fuorviante, ma tenendolo bene a mente e accettando un po’ di errori di approssimazione potremmo raggrupparle in tre categorie.

  1. Gli operai. Si occupano di creare il prodotto: non è loro richiesto grande spirito di iniziativa se non quello di portare a termine nel migliore dei modi i compiti loro assegnati.  Sono dei bravi esecutori, ma, attenzione, non si tratta di individui stupidi o ignoranti: in caso di emergenza, quando non c’è tempo per chiedere ad altri il da farsi, spetta a loro prendere le decisioni, talvolta anche di portata strategica. Perché loro sono sempre sul pezzo e hanno una velocità di intervento formidabile.
  2. Gli addetti del marketing. Sono i creativi, i sognatori, quelli con la testa perennemente fra le nuvole; spetta a loro individuare le esigenze del mercato, trovare nuove idee per soddisfarle, suggerire la rotta. Sono i trascinatori, gli entusiasti, i motivatori. Hanno il senso del bello, sanno individuare ciò che piace o non piace. Metaforicamente parlando, sono la fonte di calore dell’azienda. Senza di loro, nulla varrebbe la pena di essere fatta.
  3. Gli amministrativi, in senso lato; freddi contabili che misurano l’andamento degli affari, managers, addetti alla gestione e controllo. Spetta a loro indicare la direzione da seguire, dopo aver sistematizzato e razionalizzato l’enorme mole di idee proveniente dall’ufficio marketing.

E poi ci sono io, il proprietario della baracca. Devo occuparmi di coordinare tutti questi soggetti in modo da agevolare il loro lavoro, badando a non soffocare mai le loro potenzialità, e soprattutto facendo il modo che non ci siano sconfinamenti di competenze: ognuno faccia il suo, senza interferire presuntuosamente nel lavoro degli altri.

Ti confesso però che qualche volta cado nella trappola di identificarmi con uno o più di questi reparti, finendo col credere di essere qualcuno di loro. Questo accade soprattutto nei periodi di crisi, quando le cose vanno meno bene.

Invece dovrei essere sempre ben conscio che io non sono la mia azienda.

Certo, devo impegnarmi perché questa resti sempre in buona salute, ma i suoi problemi, in definitiva, non sono i miei. Intendo dire, forse un po’ cinicamente: se l’azienda fallisce, io resto tutto sommato in buona salute, no? Troverò il modo di sbarcare il lunario in altro modo. Morto un Papa, se ne fa un altro.

Ma ora debbo svelarti un piccolo segreto: ti ho ingannato. Nella realtà, io non ho alcuna azienda che corrisponda alla descrizione appena fornita. Però… però…

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…però a ben vedere qualcosa di simile lo posseggo:

  1. Ho un corpo, che con la sua fisicità ed istintività mi permette di muovermi e fare cose.
  2. Ho delle emozioni, che mi indicano al ritmo degli impulsi cardiaci ciò che mi piace e ciò che non mi piace.
  3. Ho una mente razionale, che interviene per fornire uno schema logico e coerente agli input altrimenti scoordinati provenienti dagli altri reparti.

Il parallelo a mio avviso è impressionante: tutto sommato io sono effettivamente titolare di una simile struttura organizzativa. Ma, quel che più conta, io non sono la struttura organizzativa.

Eppure quante volte mi identifico col mio stato di allenamento fisico? Quante volte perseguo il soddisfacimento dei miei desideri contraddittori? Quante volte idolatro al mia razionalità come se fosse l’unica sorgente di verità?

Meglio sarebbe se lasciassi a tutte queste componenti la libertà di svolgere il proprio compito, coordinandone a debita distanza l’attività.

Ma la paura che ho ad accettare di non essere tutto questo, per poi magari scoprire di essere qualcos’altro di poco piacevole o, peggio, di essere nulla, è forte… molto forte… e mi condiziona, e mi limita… mi impedisce di capire chi sono veramente!

Che elemento!


Se mi chiedessero a quale dei quattro elementi desidero assomigliare, non avrei dubbi: l’acqua.

Perché l’acqua ha la capacità di adattarsi al contenitore che la ospita: ha mille forme e non ne ha alcuna. Può essere solida, liquida o gassosa, ma mai nessuna di queste modalità dice alcunché sulla sua vera essenza.

Perché l’acqua sa essere cheta, ma sa anche incazzarsi e dimostrare con inusitata violenza la propria forza, se necessario.

Perché l’acqua non si imbriglia: se ha deciso che deve scendere a valle, puoi creare quante barriere vuoi, ma prima o poi vincerà lei; se le chiudi un passaggio, ne troverà un altro.

Perché l’acqua è dinamica: si muove incessantemente da uno stato all’altro, evapora, si condensa, precipita sotto forma di pioggia, grandine, neve. L’acqua è onda.

L’acqua raffredda, e riscalda. L’acqua mitiga. L’acqua è vita.

L’acqua è tutto questo, e questo è ciò che mi impegno a diventare.

La favola di Yamir Youssef


Ecco un altro articolo che brilla di luce riflessa: desidero riportare qui di seguito una favoletta, ascoltata recentemente ad un concerto di Roberto Vecchioni.

Yamir Youssef viveva al Il Cairo, e tutte le notti faceva lo stesso sogno: sognava un uomo, tutto bagnato, che si toglieva una moneta di bocca e gli diceva: – Yamir, la tua fortuna è a Teheran. Tu devi partire, e andare a Teheran.

Una settimana, un mese, un anno, sempre lo stesso sogno: finalmente Yamir prese il fagottino e partì.

Arrivò a Teheran sull’imbrunire, nello stesso momento in cui nella piazza dove si trovava arrivavano dei briganti.
I briganti rapinarono tutti, lasciarono tre o quattro morti in giro e scapparono.

Quando giunse la polizia c’era solo Yamir, come un fesso, in mezzo alla piazza.

La polizia lo arrestò, lo prese a legnate per tre giorni, gli fece perdere 18 kg, e dopo una settimana arrivò il capitano per interrogarlo. Yamir gli raccontò:  “è colpa del sogno”.

Il capitano lo guardò ridendo e gli disse: “Yamir! Ma tu non devi credere ai sogni: i sogni sono delle falsità, delle bugie… pensa che io è un anno che sogno un giardino con una meridiana, e dietro la meridiana un pozzo, e dietro il pozzo un cespuglio, e dietro il cespuglio un immenso tesoro. Se avessi creduto a quel sogno sarei partito a cercarlo, invece no: è una gran puttanata, non devi pensarci. Ti vedo molto male: adesso ti faccio curare e poi ritorni a casa”.

Infatti, dopo una settimana Yamir, un po’ ritemprato, tornò a casa.

Andò subito nel suo giardino, e passò la meridiana, passò il pozzo, passò il cespuglio e trovò il tesoro.

Mi sembra pregna di significati: mi piace perché insegna in modo molto leggero l’importanza di credere nei sogni, e che il più delle volte la felicità si trova proprio accanto a noi, anche se talvolta può rendersi necessario allontanarsi da ciò che abbiamo per arrivare a comprenderlo.

Le prove del nostro valore


Ognuno di noi è un essere meraviglioso, in grado di fare grandi cose; certo, nessuno può essere al top in ogni campo, per questo è essenziale che ciascuno sappia capire le proprie potenzialità, che lo porteranno ad eccellere in qualcosa.

Tu, proprio tu, in quanto persona di valore, puoi creare grandi cose. Ma attenzione, c’è un problema, ed è questo: normalmente non ragioniamo così, ma alla rovescia; siccome compio imprese eccezionali, allora sono una persona eccezionale. Il cui duale, alquanto abusato, diventa: siccome non compio imprese eccezionali, allora non valgo una lira.

Ti è chiara la differenza? Ciò che facciamo diventa la causa, la prova, di ciò che valiamo. Ma non è così! L’origine di tutto sta nel nostro valore, e nella consapevolezza che ne portiamo, anche se non abbiamo ancora combinato alcunché che sia apparentemente degno di nota.

Se siamo consci del nostro valore, troveremo l’energia per fare bene; se aspettiamo da noi stessi una prova che dimostri quanto siamo bravi, non arriveremo mai da nessuna parte e rimarremo fermi sulla linea di partenza.

Muovendo da questa nuova prospettiva non ci sarà fallimento che potrà spaventarci, perché non potrà mai trasformarsi in una prova della nostra presunta inettitudine.

Magari (e mi auguro non sia il tuo caso) potresti essere troppo affezionato al ruolo di fallito per accettare questo punto di vista; sapere di essere all’altezza aumenta il nostro amor proprio, ma mette in crisi la tranquillità e minaccia l’essere pigro che è in noi.

Ma se sono stato in grado di solleticare in te un minimo di riflessione con queste mie parole, ricorda: la vera vita inizia dove finisce la nostra comfort zone.

Il termometro della fede


Voglio condividere con te lo splendido dialogo fa Al Pacino e Keanu Reeves tratto da uno dei miei film preferiti, “L’avvocato del diavolo”:

“Voglio che tu sia te stesso. Lasciatelo dire: il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni, non devi fare altro che scaricarlo! Perché ti accolli tutti quei mattoni? Dio… non è così? Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio. A lui piace guardare: è un guardone giocherellone! Lui dà all’uomo gli istinti, gli concede questo straordinario dono, poi che fa? Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate, perché è un moralista! E’ un gran sadico! E’ un padrone assenteista, ecco cosa è! E uno dovrebbe adorarlo? No, mai!
“Meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso: non è così? ”
“Perché no? Io sto qui col naso ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato. E sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato, nonostante le sue maledette imperfezioni. Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista! Sono probabilmente l’ultimo degli umanisti! E chi, sano di mente, potrà mai negare che il XX secolo è stato interamente mio?”

Premetto che non è mia intenzione schierarmi fra le fila di una qualche fazione religiosa o atea; trovo che la spiritualità debba essere e rimanere un fatto squisitamente personale; per soddisfare una tua eventuale curiosità, ma forse più perché il mio ego ama parlare di sé, dirò che, per quanto riguarda il mio orientamento religioso, mi si potrebbe definire un agnostico che sta cercando di smettere.

Al di là di questo, trovo che le parole di Pacino offrano un’ottimo spunto di riflessione, perché puntano il dito contro un Dio giudicante, moralista e ‘troppo umano’ per essere effettivamente considerato tale. Sono parole che portano decisamente fuori da solco.

Ritengo che il Dio di cui si parla sia l’aberrazione creata nel tempo dall’uomo interpretando a proprio uso e consumo gli insegnamenti spirituali dei maestri e delle scritture, come strumento per imporre la propria volontà sulle masse. E credo ci sia decisamente riuscito. E penso anche che il vero Dio, qualora esista, sia tutt’altro.

Eppure, ciascuno di noi potrebbe essere convinto, in totale buona fede, di essere un buon religioso. Quale strumento adottare dunque per capire se siamo nel giusto? Esiste un metodo pratico per misurare quanto effettivamente la nostra religiosità sia sentita a livello interiore?

Bada, non intendo suggerirti di misurare la fede del vicino di casa, o della bigotta di turno. Ti propongo semplicemente una riflessione da applicare su di te, per verificare quanto salda sia la tua fede (in Cristo, Allah, Budda, nella ragione, nella scienza, scegli pure tu il tuo totem di riferimento).

Ebbene, io penso che la fede, quella vera, implichi assenza di paura. E, di riflesso, assenza di sofferenza e di infelicità.

Perché in fondo l’infelicità discende dalla non accettazione della realtà, dal volerla diversa. Ma chi ha fede non può non credere che, pur se nascosta, una ragione sottostante ci sia. E che quindi ogni situazione vada bene così com’è. E, proiettando il ragionamento sul futuro, che non ci sia nulla da temere, posto che qualunque cosa accada, sarà per una giusta ragione. Sarà per il nostro bene, la nostra crescita.

Semplice no? Se sei sereno ed in pace con te stesso, se non ti senti inadeguato, se accetti ogni accadimento della vita senza recriminare, allora la tua fede è salda. In caso contrario, poniti delle serie domande, perché con ogni probabilità stai adorando il Dio sbagliato.

Tanto per fare un esempio di quanto vado dicendo, mi basta farti notare tutta la sofferenza e la tristezza che riempie i luoghi di culto durante i funerali; mi sembra evidente che ci sia qualcosa che non va, perché se i nostri cari si sono ricongiunti a Dio, e ne siamo convinti nel profondo dell’animo, che motivo avremmo mai per non gioire e fare di ogni funerale un momento di festa, più ancora che per un matrimonio?

Sabato pomeriggio


Ero triste, in preda alla depressione più nera. Sai quando ti senti arrivato al capolinea, e non vedi sbocchi? Fine della pista, tutto è già stato visto, nulla per cui valga più la pena di combattere.

La neve scendeva lieve dietro i vetri appannati; ormai neppure più quell’evento, un tempo così dirompente nella vita di un allora giovane ragazzino, riusciva a dare gioia a chi ormai da molto aveva rinchiuso il fanciullino dietro a spessi muri di convenzioni sociali.

Sgomberai il tavolo dalle stoviglie della colazione, e buttai le briciole fuori dalla finestra.

Il gesto non passò inosservato ad un pettirosso affamato, che coraggiosamente si posò sul davanzale per pascersi degli abbondanti avanzi del primo pasto della mia giornata.

E fu allora che accadde.

Emise un canto soave, così dolce che sembrava provenire da un’altra dimensione, ovattato nel candore del manto nevoso eppure così pervasivo. Fu come risvegliarsi d’improvviso da un profondo torpore, e trovare tutto il senso e la bellezza della vita in un piccolo angolo di mondo.

Volò via dopo pochi minuti, il tempo sufficiente per farmi iniziare la giornata all’insegna di una rinnovata energia.

Tornò a farmi visita anche il mattino successivo, e quello dopo. E così per giorni. Imparai a lasciare volutamente delle briciole sul davanzale, un po’ in segno di ricompensa, un po’ per rafforzare quel legame che aveva saputo infondermi tanta serenità.

Arrivò la primavera col suo carico di colori, ed io avevo ritrovato definitivamente la gioia di vivere; senza un vero motivo, almeno a valutare da un punto di vista razionale.

tesoro

Un giorno di aprile la consueta visita mattutina tardò ad arrivare; lì per lì non diedi peso alla cosa, ma lentamente un velo di preoccupazione iniziò a frapporsi fra i miei pensieri e il mondo; sentivo la mancanza di quel canto che sapeva così abilmente allontanare le nubi dal mio cuore.

Poi ecco presentarsi il ritardatario, e con lui ritornare la gioia; ma il tarlo aveva iniziato a lavorare dentro di me: e se quei ritardi fossero destinati a diventare più frequenti? Se la turbolenza degli stimoli primaverili avesse portato lontano gli interessi del mio amico?

Col passare dei giorni, il tarlo mi rendeva sempre più possessivo: non potevo permettere che il nostro legame si sciogliesse. Ne andava della mia felicità.

Altri ritardi nei giorni successivi corroborarono le mie paure: di lì a poco avrei perso la fonte della mia serenità. Fu così che presi la decisione.

Una piccola trappola sul davanzale; costruita con perizia, per non fare del male alla creatura amata. E, se tutto fosse andato per il meglio, il legame fra noi sarebbe diventato finalmente indissolubile, con indiscutibili vantaggi da ambo le parti. Perché avrei trattato quella piccola creatura con tutto l’amore di cui ero capace, gli avrei dato una casa e cibo sicuri, lo avrei tenuto al riparo dai pericoli del mondo.

E così accadde. La trappola funzionò, e la convivenza ebbe inizio.

Ma le cose non proseguirono come atteso. Il canto, che tanto aveva saputo allietare le mie giornate pur se ascoltato per pochi minuti, smise di inondare lo spazio attorno a me.

Il mio male era tornato, e si era impossessato anche del mio amico. La tristezza aveva imprigionato il suo spirito, così come io avevo fatto col suo corpo. Avevo assorbito, come un vampiro, ogni sua energia vitale. E fu solo allora che capii l’origine del mio male.

L’attaccamento, il voler ancorare la felicità ad una qualche fonte esterna; il voler rinchiudere in cassaforte le gioie, per paura di perderle; capii che così non poteva funzionare. Capii che, se volevo esser felice, dovevo sviluppare quella sensibilità che permette di vedere il bello in ogni cosa, di fare di ogni attimo un momento di festa.  Dovevo sviluppare la capacità di lasciare andare.

Capii che la ricetta era semplice, ma che per metterla in pratica avrei avuto molta strada da compiere, tutta in salita.

Aprii la gabbia al piccolo prigioniero, che mi ringraziò per un’ultima volta col suo dolce cinguettio e volò via per sempre.

La mia ex moglie (forse non lo sai ma pure questo è amore)


Un tempo ero sposato.

Non si trattava di una donna, ma di un’azienda; eh, sì, lo ammetto, sono un po’ strano. Ma, a ben riflettere, non molto: perché, se ci pensi, il rapporto di lavoro dipendente (quanto è brutta questa parola!) è molto simile al vincolo matrimoniale: non è ammessa l’infedeltà, visto dalla parte dell’imprenditore è praticamente inscindibile, e ti obbliga a passare assieme almeno otto ore al giorno (in verità molte di più di quante ne passeresti col coniuge).

Dopotutto un’azienda è, a tutti gli effetti, un essere ‘senziente e pensante’, con una volontà propria che scaturisce dagli equilibri di forza degli individui che la compongono, talvolta polarizzati dalla presenza di un capo carismatico.

Perché il divorzio? Beh, i motivi sono elencati in un articolo che scrissi al tempo della separazione. In breve, dopo tredici anni, la mia vita lavorativa era diventata una routine: io e te, tu ed io, che barba, che noia. Ma, soprattutto, era diventata opprimente: obblighi di varia natura (orario, procedure da seguire, aspettative a cui adeguarsi) mi facevano sentire in prigione, per quanto il lavoro in sé continuasse a piacermi, e capi e colleghi continuassero ad essere persone gradevoli con cui confrontarsi.

Da qui la decisione di licenziarmi. Presa non senza dubbi, sofferenza e paure di sorta. Che successe poi? Dopo un breve intervallo di riflessione, mi sono armato di partita IVA e ripresentato sul mercato del lavoro, stavolta come lavoratore autonomo.

Così è ricominciata la collaborazione con la mia ex, in veste rinnovata; collaborazione che dura ormai da tre anni, e che ha ridato smalto ad un rapporto ormai logoro. Perché il problema non era lei, non ero io, ma il legame malato che ci univa.

Oggi in pratica continuo a fare lo stesso lavoro di prima, ma da spirito libero: niente più vincoli di orario, di presenza fisica in ufficio, di procedure da rispettare; nessun obbligo di fedeltà (nel frattempo ho svolto anche lavori minori per altre aziende), solo obiettivi di risultato.

Adesso mi presento saltuariamente in azienda, ma ci vado volentieri, a volte anche più del necessario (e la battuta ormai scontata dei colleghi non si fa attendere: ‘sei di nuovo qui?’).

Quanto ho imparato da questa esperienza è evidente: non siamo nati per stare in gabbia, ma per esprimere liberamente la nostra individualità. Eppure viviamo in una società che ci opprime con i suoi tentativi di incasellarci in ruoli standard, uguali per tutti: dipendente, coniuge, amico.

Esiste ovviamente la necessità pratica di creare rapporti stabili, ma si è scelto la via più semplicistica per saldare il legame: la coercizione. Ma così non funziona, non può funzionare. Così si creano solo persone infelici e frustrate. La stabilità deve basarsi su fondamentali solidi, su un collante che vada al di là degli obblighi di legge o di contratto.

Il nuovo rapporto con la mia compagna di lavoro non si scioglierà finché io potrò dare qualcosa a lei, e lei qualcosa a me. Forse terminerà già a partire da domani, forse no. Ma non importa. Se non altro è genuino, perché da entrambe le parti c’è la consapevolezza che nulla è per sempre.

Finché buon senso non ci separi.

Consulenza o counseling?


Attualmente sbarco il lunario come sviluppatore software; mi capita spesso di interagire con un collega piuttosto in gamba, col quale ci si aiuta vicendevolmente per risolvere problemi di lavoro.

E’ già successo diverse volte che mi chieda aiuto (ma è più frequente il contrario) seguendo uno schema piuttosto caratteristico, che ti voglio qui raccontare per avere uno punto di partenza per le riflessioni successive. Accade più o meno questo.

Non riesce a venire a capo di un malfunzionamento del programma; dopo aver lasciato girare le rotelle invano per un po’, mi chiama per un aiuto; io arrivo; lui inizia ad espormi il problema partendo dalle origini, più o meno dai tempi dell’albero della conoscenza, fornendomi dettagli molto circostanziati sulle cause a monte, sui tentativi fatti, sui risultati attesi che non arrivano, sulle ipotesi a contorno.

Io penso che sarebbe molto meno time consuming se mi esponesse il tutto partendo dalla fine (cosa non funziona), così che io possa fare le mie elucubrazioni a mente libera ed in modo maggiormente orientato. Troppe informazioni confondono solamente il quadro della situazione e sviano dal nocciolo della questione.

Ma lui no; prosegue ad esporre i fatti, fa domande ma non mi lascia il tempo di rispondere, perché risponde lui stesso. La scena prosegue così per qualche minuto, a volte anche una decina, poi improvvisamente gli si illuminano gli occhi e prorompe in un festoso Eureka!

Ha capito dov’è il problema (io non ho neanche ancora capito qual è il problema).

Me ne vado, e lui ringrazia per  l’aiuto.

Sono stato di aiuto?

Certo, lo sono stato, ma non nel modo a cui normalmente si pensa. Quello di cui aveva bisogno non era una consulenza tecnica, ma di qualcuno di fiducia con cui confrontarsi. Di qualcuno che parlasse la stessa lingua, che potesse comprenderlo.

La soluzione ce l’aveva con sé, non stava da qualche parte là fuori. Ma parlarne lo ha aiutato a mettere ordine nei pensieri; dovendo esporre ad un terzo è stato costretto a seguire un flusso di ragionamento più lineare, più consapevole. Si è inoltre trovato suo malgrado ad adottare un punto di vista alternativo, mettendosi più o meno consapevolmente nei miei panni. E’ questo uscire dal problema che lo ha portato alla soluzione dello stesso.

A volte lo prendo affettuosamente in giro dicendo che ho agito da counselor, e non da programmatore, ma credo di non essere troppo distante dalla realtà.

Così come credo che, il più delle volte, la risposta che andiamo cercando sia dentro di noi. Forse abbiamo solo bisogno di un amico che ci aiuti a trovarla. Semplicemente ascoltando.