La mia azienda


La mia azienda è fatta di molte persone. Suddividere in classi è sempre fuorviante, ma tenendolo bene a mente e accettando un po’ di errori di approssimazione potremmo raggrupparle in tre categorie.

  1. Gli operai. Si occupano di creare il prodotto: non è loro richiesto grande spirito di iniziativa se non quello di portare a termine nel migliore dei modi i compiti loro assegnati.  Sono dei bravi esecutori, ma, attenzione, non si tratta di individui stupidi o ignoranti: in caso di emergenza, quando non c’è tempo per chiedere ad altri il da farsi, spetta a loro prendere le decisioni, talvolta anche di portata strategica. Perché loro sono sempre sul pezzo e hanno una velocità di intervento formidabile.
  2. Gli addetti del marketing. Sono i creativi, i sognatori, quelli con la testa perennemente fra le nuvole; spetta a loro individuare le esigenze del mercato, trovare nuove idee per soddisfarle, suggerire la rotta. Sono i trascinatori, gli entusiasti, i motivatori. Hanno il senso del bello, sanno individuare ciò che piace o non piace. Metaforicamente parlando, sono la fonte di calore dell’azienda. Senza di loro, nulla varrebbe la pena di essere fatta.
  3. Gli amministrativi, in senso lato; freddi contabili che misurano l’andamento degli affari, managers, addetti alla gestione e controllo. Spetta a loro indicare la direzione da seguire, dopo aver sistematizzato e razionalizzato l’enorme mole di idee proveniente dall’ufficio marketing.

E poi ci sono io, il proprietario della baracca. Devo occuparmi di coordinare tutti questi soggetti in modo da agevolare il loro lavoro, badando a non soffocare mai le loro potenzialità, e soprattutto facendo il modo che non ci siano sconfinamenti di competenze: ognuno faccia il suo, senza interferire presuntuosamente nel lavoro degli altri.

Ti confesso però che qualche volta cado nella trappola di identificarmi con uno o più di questi reparti, finendo col credere di essere qualcuno di loro. Questo accade soprattutto nei periodi di crisi, quando le cose vanno meno bene.

Invece dovrei essere sempre ben conscio che io non sono la mia azienda.

Certo, devo impegnarmi perché questa resti sempre in buona salute, ma i suoi problemi, in definitiva, non sono i miei. Intendo dire, forse un po’ cinicamente: se l’azienda fallisce, io resto tutto sommato in buona salute, no? Troverò il modo di sbarcare il lunario in altro modo. Morto un Papa, se ne fa un altro.

Ma ora debbo svelarti un piccolo segreto: ti ho ingannato. Nella realtà, io non ho alcuna azienda che corrisponda alla descrizione appena fornita. Però… però…

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…però a ben vedere qualcosa di simile lo posseggo:

  1. Ho un corpo, che con la sua fisicità ed istintività mi permette di muovermi e fare cose.
  2. Ho delle emozioni, che mi indicano al ritmo degli impulsi cardiaci ciò che mi piace e ciò che non mi piace.
  3. Ho una mente razionale, che interviene per fornire uno schema logico e coerente agli input altrimenti scoordinati provenienti dagli altri reparti.

Il parallelo a mio avviso è impressionante: tutto sommato io sono effettivamente titolare di una simile struttura organizzativa. Ma, quel che più conta, io non sono la struttura organizzativa.

Eppure quante volte mi identifico col mio stato di allenamento fisico? Quante volte perseguo il soddisfacimento dei miei desideri contraddittori? Quante volte idolatro al mia razionalità come se fosse l’unica sorgente di verità?

Meglio sarebbe se lasciassi a tutte queste componenti la libertà di svolgere il proprio compito, coordinandone a debita distanza l’attività.

Ma la paura che ho ad accettare di non essere tutto questo, per poi magari scoprire di essere qualcos’altro di poco piacevole o, peggio, di essere nulla, è forte… molto forte… e mi condiziona, e mi limita… mi impedisce di capire chi sono veramente!

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