Ieri mattina ero fermo in coda sulla strada che mi porta al lavoro; riflettevo oziosamente sulle numerose volte, nel corso degli anni, in cui mi sono trovato a passare in quel punto.
Poi, improvvisa, la riflessione: io non sono mai passato di lì, quella era la prima volta!
Già, perché come dice Einstein, lo spazio separato dal tempo non esiste, ma esiste lo spaziotempo; ed allora, considerata la faccenda da questo punto di vista, io mi trovavo per la prima volta in vita mia in quel luogo spaziotemporale.
In effetti, al di là di sofistiche considerazioni scientifiche, ho notato sul cavalcavia poco più avanti un uomo appoggiato al guardrail che osservava le macchine ferme in fila; a mia memoria, non l’avevo mai visto prima: chiaro indizio della mia sbadataggine, o del fatto che non ero mai stato lì?
E anche la disposizione delle nuvole sopra di me era completamente nuova: ne ho notata una dalla forma bizzarra, mai vista prima, proprio dietro al cavalcavia!
E più mi soffermavo sui particolari, più avvertivo quel senso di novità che rendeva unica la mia esperienza; buffo come il banale ritrovarsi in coda possa portarti, se sei nel giusto stato d’animo, a vivere esperienze illuminanti!
Sai da cosa derivava la mia errata riflessione iniziale? Dal fatto che non si basava sul reale ambiente nel quale mi stavo muovendo, ma su una mia mappa mentale.
In quella mappa, come in ogni mappa che si rispetti, non c’erano persone, né nuvole, né altri elementi trascurabili dal punto di vista dell’obiettivo per cui è stata creata: raggiungere il luogo di destinazione.
Una mappa in scala uno a uno sarebbe inutile, giusto? Occorre semplificare, tagliare i dettagli, ridurre le dimensioni. Tutto giusto, corretto, utile: ma non va dimenticato che resta una mappa, non va confusa con la realtà.
Purtroppo nella vita quotidiana commettiamo invece in continuazione l’errore di confondere le nostre semplificazioni mentali col mondo reale.
E allora per forza ci si ritrova a vivere una vita piatta, monotona, sempre uguale a sé stessa: invece di guardare là fuori, guardiamo il nostro personale pezzo di carta!
Le semplificazioni ed i modelli vanno usati quando servono, ma non devono assurgere a riferimento assoluto, altrimenti ci limitano.
E se osservi appunto tutte le tue limitazioni, vedrai che nascono proprio dallo scorretto uso delle tue mappe mentali: preconcetti, luoghi comuni, assunzioni mai verificate sulle quali poggi quotidianamente le tue decisioni, che ti accompagnano subdolamente verso la fine della tua vita senza che tu l’abbia realmente vissuta.
Ebbene sì, ho cambiato idea. Questo è un articolo, spero il primo di una lunga serie, in cui mi ricredo su quanto espresso in precedenza nel presente blog. Che si tratti di evoluzione o involuzione poco importa, comunque sia è un cambiamento e ciò mi basta.
L’articolo da cui voglio prendere le distanza è quello in cui dichiaro guerra a Silvio; da allora sono passati poco più di quattro anni, ma posso affermare con una punta di soddisfazione che la mia visione della vita è cambiata profondamente.
A quel tempo reputavo indispensabile eliminare una parte di me che costituiva un impedimento alla mia evoluzione, alla possibilità di essere me stesso. La chiamai Silvio, con un ben preciso intento di distacco; esternai il mio odio verso quel personaggio figurato, e gli dichiarai apertamente guerra.
Quello che allora non avevo però chiaro era che qualsiasi forma di guerra, pur se solo figurata, non porta da alcuna parte: combattere il nemico significa l’annientamento di entrambi; perché i nemici non vanno eliminati, vanno trascesi. E, trascendendoli, si può arrivare a comprendere che in fondo non sono davvero dei nemici e, forse forse, li si può persino trasformare in alleati.
Chi è dunque veramente Silvio?
Lo immaginavo un individuo egocentrico, narcisista, insicuro, subdolo, che agisce dietro le quinte con l’intento di mettermi i bastoni fra le ruote. Lettura molto dura ed aggressiva… tale da sembrare una creazione della mente di quel Silvio da cui tanto volevo prendere le distanze.
Invece Silvio non è nulla di tutto questo; è solo un bambino che ha bisogno di attenzioni. Coi bambini la linea dura non porta a nulla: se lui piange e tu gli urli di smetterla, quello piange ancor più forte. Occorre invece un approccio materno, comprensivo.
E’ vero, ogni tanto fa i capricci: vuole sentirsi dire che è bravo, vuole mettersi in mostra; vuole sentirsi accettato, compreso. E cosa ho fatto invece io? Mi sono messo a sgridarlo, ad additarne l’inadeguatezza, rimarcandola. Linea dura! Dichiarazione di guerra! Ma ti pare sensato?
Non so se hai mai visto il film ‘Il sesto senso’, nel quale il bambino protagonista viene continuamente spaventato dalla visione agghiacciante di persone morte: ebbene, questi fantasmi cercano solo di essere ascoltati, aiutati; e finché lui, terrorizzato, li rifugge, loro continuano a presentarsi. Alla fine però capisce che stanno solo chiedendo aiuto, e decide di ascoltarli; solo allora riesce a liberarsene.
La trovo una metafora squisita: Silvio è solo un fantasma, il fantasma del bambino che non ha ricevuto le attenzioni di cui aveva bisogno; e adesso le vuole da me, vuole che lo accetti, lo abbracci e gli dica: vai bene così come sei, stai tranquillo.
Solo allora, appagato, si dissolverà.
Ti ritrovi in questa situazione? Anche tu pensi di avere aspetti che non sopporti, che vorresti a tutti i costi cambiare, e che cerchi di nascondere e soffocare il più possibile? Ebbene, finché non li accetterai, questi continueranno a riaffiorare e a perseguitarti. Abbraccia il bambino imperfetto che è in te, e crescerete insieme.
Mia moglie mi prende talvolta in giro perché, a detta sua, amo soffrire; infatti, le rare volte che ho mal di testa difficilmente prendo un antidolorifico, e quando ho la febbre resisto più a lungo che posso senza assumere un antipiretico.
E’ vero: ritengo che la nostra società non tolleri in alcun modo la sofferenza, in particolare quella fisica, e le case farmaceutiche appoggiano alla grande questo modo di vedere.
Tuttavia rigetto con fermezza l’accusa di masochismo, e voglio qui delineare per sommi capi la mia arringa difensiva; a tal proposito, mi sembra di poter individuare due tipi di sofferenza: una primaria, utile ed ineliminabile, ed una secondaria, decisamente dannosa e da evitare.
Ti faccio un esempio.
Una volta, quando ero bambino, dovetti fare per una intera settimana le iniezioni di antibiotico; ero terrorizzato dall’ago, ed i minuti prima del tragico evento erano intrisi di sofferenza, molto più del breve istante della punturina.
I miei muscoli si raggrumavano un unico fascio teso, e ricordo le raccomandazioni di mia madre: rilassa la chiappa, tieni il muscolo morbido, altrimenti l’ago non riesce a penetrare, e sentirai molto più dolore!
Tralasciando i dubbi sull’efficacia di un consiglio così formulato, ti domando: qual era la causa della mia tensione muscolare? Evidente: il rifiuto della sofferenza; l’iniezione era fonte del dolore primario, quello inevitabile, utile; la resistenza che vi opponevo era fonte del dolore secondario: inutile e molto più acuto e prolungato del primo.
Riesco a spiegarmi? Il dolore secondario è in qualche modo un derivato di quello primario, ed emerge dalla nostra mancata accettazione di quest’ultimo.
Questa analisi è applicabile anche ai casi di sofferenza emotiva; supponi ad esempio di avere un litigio con una persona che ti provoca nell’immediato un forte malessere. Una volta lontano dalla situazione conflittuale, tuttavia, rifiuti di accettare che le cose siano andate in quel modo, e continui a rimuginare per tutta la giornata e anche oltre su quanto è successo; in pratica replichi nella tua testa una simulazione dell’accaduto, ed il malessere si protrae molto più a lungo del dovuto.
Perché? Semplice, perché rifiuti la sofferenza, anche a posteriori! Se, dopo il litigio, avessi accettato le cose per come sono andate, non ti saresti fatto del male aggiuntivo ed in modo totalmente gratuito.
Per tornare al punto di partenza: non prendo l’antidolorifico o l’antipiretico (finché riesco a resistere) perché ritengo che il dolore che sto provando abbia una propria ragion d’essere: la febbre alta, ad esempio, ha la funzione di stimolare il sistema immunitario, e finché resta entro limiti ragionevoli è alquanto utile; sono convinto che contrastarla sospenda solo temporaneamente la sofferenza e si traduca in un suo sostanziale prolungamento a livello globale.
Inoltre il dolore, sia esso fisico o emotivo, è un messaggio del corpo: occorre imparare a ascoltarlo, non zittirlo sul nascere; accettarlo per quello che è, senza aggiungerci nulla di più, ci preserva da una sua recrudescenza al livello di simulazione mentale.
Insomma, come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso opporre resistenza può essere molto, molto più doloroso che lasciare andare.
Ogni volta che, dopo abbondanti piogge, passo davanti a questa cascatella, non posso fare a meno di fermarmi a guardarne la bellezza; è accaduto anche qualche giorno fa, e in quell’occasione mi sono tornate alla memoria riflessioni che espressi in uno dei miei precedenti articoli.
La vedi quella roccia? La foto non rende appieno, ma ti assicuro che è parecchio dura, e tuttavia è stata scavata assai profondamente; volendolo personificare, quel ruscello è riuscito in un’impresa davvero eccezionale.
Lo sai perché?
Per la sua costanza, dirai: certo, è vero, questa è la prima cosa che salta agli occhi, gutta cavat lapidem; ma scendiamo un poco più al di sotto della superficie.
Sempre seguendo la metafora della personificazione, ti chiedo: secondo te, il ruscello ha mai dubitato per un istante di farcela? Si è mai chiesto se ne valesse la pena? Si è mai sentito in affanno, in preda all’ansia e spaventato dall’enorme lavoro che aveva da compiere?
Tu risponderai: ma il ruscello non si è mai posto alcun obiettivo di scavare la roccia, questo è avvenuto per il solo fatto che il suo corso passava in quel punto. Non c’è alcuna intenzionalità in tutto questo, la metafora non regge più, se spinta così lontano.
Bravo, ha centrato il punto! Il ruscello non ha alcun obiettivo, semplicemente segue il suo corso, si limita ad essere sé stesso; e tuttavia, guarda che bel risultato ne è venuto fuori!
E allora mi domando: non sarà forse il caso che pure io abbandoni affanni, preoccupazioni, ansie da prestazione… e mi limiti semplicemente ad essere me stesso? Potrebbe essere interessante scoprire a quali grandi imprese porta tutto ciò, non credi?
Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente
di gente e me o di quest’aria bassa.
Ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.
Un buon capo deve essere al servizio dei propri collaboratori, deve guidarli ed indirizzarli, avendo come faro guida l’obiettivo lavorativo che insieme si vuole raggiungere; quando si comporta così, allora cessa di essere un mero capo e diventa un leader. In tutto questo il potere non entra in gioco: essere leader significa prima di tutto avere delle responsabilità.
Troppo spesso invece ci troviamo di fronte a semplici capi nel senso riduttivo del temine, che pensano prima di tutto a soddisfare le proprie esigenze egoiche di supremazia; cedere spazio decisionale ai propri collaboratori è da loro visto come una pericolosa apertura verso la perdita di prerogative, preludio per la venuta meno del ruolo a cui tanto sono attaccati.
Da questo nasce il senso di frustrazione dei collaboratori, che cessano di formulare pensieri propri e si piegano ad esprimere ciò che immaginano che il capo si aspetti da loro (quanti livelli di costruzione mentale di una realtà inesistente in tutto questo!).
L’obiettivo vero cessa di essere quello dichiarato, ma diventa surrettiziamente la soddisfazione delle esigenze del principe. E la frustrazione provoca malessere diffuso in tutto il gruppo di lavoro, al cui interno si vengono a creare conflitti fra pari, guerre fra poveri sobillate dal malato desiderio auto celebrativo del vertice.
Quanto scrivo è piuttosto demagogico, ed immagino sia facile trovarti d’accordo con me, a patto che tu sia dalla parte del collaboratore (ma finiamola con queste ipocrisie: chiamiamolo pure dipendente). Se è così, non ti sentirai minimamente tirato in ballo dal mio dito puntato, ed annuirai deciso col capo.
Col capo?
Curiosa questa ambivalenza terminologica, vero? Beh, non si tratta affatto di ambivalenza; e se in questo discorso ti senti privo di ogni responsabilità, allora stai sbagliando: perché anche tu sei un capo, ed un capo ben più importante di quello di cui ho fin qui parlato solo a scopo metaforico.
Intendiamoci, parlo usando la seconda persona solo per catturare la tua attenzione: in realtà non posso permettermi di esprimere alcunché su di te, le mie sono solo proiezioni; la verità è che sto parlando di me, con me, che ho in passato ricoperto il ruolo di capo egoico sul lavoro e lo sto tuttora ricoprendo nel rapporto interiore.
Ma torniamo a parlare di te; quante volte ti fermi ad ascoltare i segnali provenienti dal tuo corpo? Quante volte ti prendi cura di esso, assumendo decisioni che vadano nella direzione del suo benessere globale e non del mero appagamento del tuo edonismo? Non ti rendi conto che la tua attenzione è concentrata solo sui tuoi pensieri, sulle tue preoccupazioni, sulle tue aspettative, in pratica è cortocircuitata all’interno della mente, e non si rivolge al tuo essere nella sua globalità?
Ogni cellula del tuo corpo possiede una propria intelligenza, e te lo dimostra ogniqualvolta di procuri una ferita, che guarisce miracolosamente anche se tu, ipotetico depositario del sapere supremo, non fornisci alcuna indicazione sul da farsi.
Hai a disposizione una vastità di validi collaboratori: miliardi di cellule dotate di intelligenza, organizzate in organi, strutture, sistemi complessi. Un’enorme ricchezza, un’azienda ben avviata che tu porti al fallimento, prostituendola alle follie della mente.
Non ti rendi conto di essere pure tu in questa situazione? E la posta in gioco qui non è il budget aziendale, ma la tua vita! Non sarà forse il caso che la tua mente, capo egoico per eccellenza, inizi finalmente a delegare e la smetta una volta per tutte di spadroneggiare seminando disagio e malcontento?
Supponi di avere una busta contenente un messaggio e di doverla recapitare ad un destinatario all’altro capo del mondo; non puoi però usare la posta ordinaria, ma esclusivamente il passamano.
Decidi allora di consegnarla alla persona, fra i tuoi conoscenti, che a tuo avviso ha maggior probabilità di farla quantomeno avvicinare alla meta (un amico che lavora in una ditta di import export, o che sta partendo per un viaggio, ad esempio).
Questa persona, poi, dovrà fare altrettanto; l’obiettivo dichiarato è sempre raggiungere il destinatario stampato sulla busta, e la strategia sempre la stessa: concentrarsi solo sul prossimo destinatario (intermedio o finale poco importa).
Si sono fatti dei calcoli statistici in proposito: hai idea di quanti passaggi in media sono richiesti perché la busta arrivi a destinazione? Cento? Cinquecento? Spara!
Ebbene, tempo fa lessi di questo studio che ti ho ora esposto: non ricordo il numero esatto, ma so che si aggira attorno alla decina, forse addirittura meno di dieci.
Per me è già incredibile questo numero, ma ciò che ancor più mi affascina è la mancanza di pianificazione della rotta: una volta definito il principio informatore, questa segue praticamente un percorso casuale. Lo stesso che accade peraltro al pacchetto di bit che viaggia nella rete per raggiungere il destinatario del tuo messaggio di posta elettronica.
Ed ora sposto il ragionamento sull’ottava superiore: così come la meta della busta ti appare lontana quando in realtà è così facilmente raggiungibile, non potrebbe essere altrettanto vero per i tuoi obiettivi di vita?
Forse non sono così irraggiungibili come sembrano, e soprattutto, forse non è necessario che pianifichi nel dettaglio la linea di azione per arrivare dove vorresti, perché questo è faticoso e mentalmente dispendioso: molte imprese muoiono sul nascere perché ci si scoraggia solo ad elencare tutto ciò che manca per arrivare in fondo. Che dire dell’effetto deprimente del guardare la vetta, punto di arrivo della nostra escursione, quando ancora stiamo affrontando le fatiche iniziali a fondo valle?
Inoltre non è detto che gli esatti passaggi siano conoscibili a priori, ed una rigida pianificazione non terrebbe conto di eventuali imprevisti incontrati strada facendo; meglio una strategia basata sul disordine, dunque.
Per estremizzare mi appoggio a quanto mi ha insegnato l’esperienza avuta con la depressione, che ha attanagliato pesantemente persone a me vicine e talvolta fa dei timidi capolino nei miei stati d’animo: quando sei depresso tutto appare irraggiungibile, ti senti in fondo al pozzo e nulla sembra possa tirarti fuori: ed invece, proprio in quella situazione, basterebbe un solo piccolo passo, in qualunque direzione, per provocare un sensibile miglioramento.
La verità è che in molti annaspiamo nella depressione della vita quotidiana, percependo quel lieve senso di disagio a cui ormai ci siamo abituati, un rumore di fondo che ti fa arrivare a fine giornata col mal di testa ma che ormai sei stato educato a non sentire neanche più.
Se ti trovi in questa situazione, voglio lasciarti questo messaggio di incoraggiamento: per dare un senso alla tua vita non ti è richiesto di partire domani per le missioni nel Terzo Mondo; molto probabilmente è sufficiente che ti iscriva a quel corso di canto che è da un po’ che vorresti fare ma non reputi ne valga mai la pena.
Ti è mai capitato di provare fastidio per qualcuno? Uno di quegli individui che sanno tirare fuori il peggio di te, in grado di rovinarti la giornata, che decisamente non sopporti?
Non aspetto la tua risposta, credo di conoscerla.
Mi auguro d’altra parte che ti sia anche successo di godere della compagnia di una persona che, tutto al contrario, è in grado di farti stare bene, con cui hai una buona sintonia; si parla allora di amicizia e, se appartiene al sesso a te complementare, capita che questo stato d’animo tenda normalmente a sfociare nell’innamoramento.
E mentre per la prima categoria la ricetta è (relativamente) semplice, basta starne lontani (sarà poi così semplice?), per la seconda sorgono talvolta alcune complicazioni. Infatti, poiché imputi il tuo benessere a quella persona, potresti vivere nell’angoscia di perderla: da qui forme di gelosia o di possessività, o più in generale di indebita invadenza nell’altrui sfera esistenziale (eccesso di protezione, asfissiante presenza, consigli non richiesti, ecc…). Arrivando alla conclusione paradossale che, quanto più la persona ti è cara, tanto più rischi di farle del male.
Quella che ti propongo qui ora è un tentativo di lettura diversa; supponiamo che le persone in oggetto non siano le depositarie delle leve per influenzare i tuoi stati d’animo, buoni o cattivi che siano, ma agiscano semplicemente da specchio.
Ossia, chi ti fa incazzare possiede semplicemente delle caratteristiche in grado di attivare un aspetto di te che non sopporti. Lei/lui non c’entra, sei tu a fare tutto il lavoro. Semplicemente, attraverso di lei/lui, viene ad esprimersi una parte di te.
Poco piacevole vero? Concedimi per un istante il beneficio di crederci incondizionatamente: se è davvero così, allora esiste una parte di te che decisamente non ti piace. Sempre se è così, si deduce che ogniqualvolta qualcuno ti fa incazzare sei di fronte ad una buona occasione per capire un poco di più sulla tua essenza; ammesso che tu abbia il coraggio di farlo.
La bella notizia è che nessuno può neppure essere il depositario della tua felicità: le persone che ti fanno stare bene attivano parti di te, che magari non sai di avere, che anche in situazioni di totale solitudine ti permetterebbero di stare altrettanto bene.
Certo, tu dirai: ma se lui/lei non ci fosse più, io non potrei più attivare queste parti di me.
Non è vero. Se il meccanismo in te esiste, è sufficiente che tu trovi il modo di stimolarlo. Sarà senz’altro una grossa difficoltà, lo ammetto, ma se la tua felicità dipendesse esclusivamente da un altro che non c’è più sarebbe molto peggio, sarebbe un’impossibilità.
Lo so, è difficile entrare in quest’ordine di idee. Ma vuoi davvero delegare la tua felicità agli altri? In fondo sei l’unica persona che da sempre è stata e sempre resterà a fianco a te, per tutta la vita…
Credo che imboccare un percorso di crescita e sviluppo personale finalizzato a vivere pienamente la propria vita significhi innanzitutto abbandonare i nostri preconcetti su chi pensiamo di essere, o su chi pensiamo di dover sembrare per venire accettati dalla società.
Per farlo le chiacchiere non servono a nulla, bisogna agire; compiere azioni che smantellino le nostre maschere, di fronte al mondo e di fronte a noi stessi, correndo talvolta il rischio di essere presi per sciocchi se non addirittura pazzi, come accadde al Moscarda di pirandelliana memoria.
Si tratta semplicemente di scegliere fra vivere e fingere.
Credo, nel mio piccolo, di avere iniziato a percorrere questa strada, e questo articolo vuole rappresentare un altro passettino del lungo cammino che ho davanti.
Devi sapere che a me piace molto cantare, oltre che suonare la chitarra; fino a poco tempo fa l’ho sempre fatto per me, nell’ambiente protetto delle quattro mura domestiche; per paura del giudizio altrui, fondamentalmente.
Poi mi sono detto: ma se questo ti dà piacere, a prescindere dal risultato della performance, perché non farlo liberamente anche in pubblico? Perché non condividere col mondo questo aspetto di te?
Se sei timido come me allora saprai che, pur sembrando una cosa semplice, in realtà non lo è affatto… e infatti per me non lo è stata; ci sono riuscito facendo leva su un’altra delle mie debolezze: l’egocentrismo. Ed ecco che mi sono esibito nei primi karaoke: non saprei dire con che risultati esterni, ma sono certo che quelli interni ci sono stati. Perché ho liberato una parte di me che era imprigionata.
Sotto questo punto di vista, potrò dire di essere veramente maturo quando riuscirò ad esibirmi per le strade cittadine, magari con un cappello per le offerte di chi avrà provato qualche emozione grazie a me (sperando che non si tratti di pena); ma per arrivare a questo punto la strada è ancora lunga.
Ti domandi il perché di un obiettivo tanto eccentrico? Perché sarebbe un modo per abbandonare l’attaccamento all’immagine che ho di me e che sto ostentando al mondo. Che direbbero quelli che mi conoscono? Che sono caduto in disgrazia? Che sono patetico? Che sono impazzito? Solo riuscendo ad essere indifferente a tutto questo potrei veramente dire di avere raggiunto un distacco sostanziale. In fondo, a ben pensarci, che reale differenza passa fra il cantare in casa propria o per i vicoli di Genova?
Ma andiamo per gradi. Per ora, un obiettivo sicuramente più abbordabile è quello di condividere le stonature mie e della mia chitarra col pubblico della rete. Ed ecco il motivo di questo articolo, in calce al quale troverai due fra i più cliccati video di YouTube. Ti confesso che rivedermi e riascoltarmi non è per nulla piacevole, perché sono il più spietato giudice di me stesso: ma è soprattutto quel parassita che devo far fuori.
Le canzoni che ho scelto sono fra le mie preferite, ed a mio avviso molto in tema con questo blog; al di là di questo mio giochetto, ti prego di ascoltarne le versioni originali, perché i loro testi sono molto profondi.
Chiudo con un estratto di uno di questi, la canzone Sally di Vasco Rossi.
Forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l’ultimo.
Questo mio sforzo lo dedico a te, Sally, con l’augurio che anche tu riesca a trovare la forza di uscire dal solco. Perché l’importante è essere veri, non perfetti.
La giornata è piovosa e uggiosa; le cose da fare, che hai lì davanti a te in minacciosa attesa, ti sembrano problemi enormi, scogli insormontabili; peraltro nulla sembra valer la pena di esser fatta. O forse non hai proprio alcunché da fare, non hai preoccupazioni, eppure ti senti triste, la malinconia permea ogni tuo pensiero.
E allora combatti, cerchi di reagire… perché in fondo, eccheccazzo, non c’è proprio nulla che non vada, e questo tuo stato d’animo decisamente non ti va giù; perché sottrae energia, ti impedisce di godere appieno quanto di bello ti circonda. Hai decisamente la sensazione di buttare al vento la giornata, e maledici ogni volta che ti trovi in questa situazione senza motivo.
Poi, improvvisamente, ti arrendi: ti accorgi che non vale la pena di lottare contro te stesso. E allora metti quella canzone triste che ami tanto, e ti abbandoni; ascolti la malinconia che arriva lenta ma inesorabile fino a raggiungere ogni tua cellula, la accogli indifeso e la lasci fare, senza opporre resistenza.
Qualche lacrima inizia a fare capolino fra le ciglia, seguita da un’altra, e poi altre ancora, come acqua che ha aperto un varco fra le mura della diga.
Dura una decina di minuti, forse un quarto d’ora; osservi con meraviglia la tristezza che ha finalmente sconfitto quella mente che cercava invano di soffocarla, e quasi la smorfia che il pianto disegna sul tuo viso si tramuta in sorriso; e a questo punto, finalmente, capisci.
Capisci che non c’era alcun problema da risolvere, ma questo già lo avevi intuito; capisci soprattutto che dentro di te c’era solo un bambino che voleva essere ascoltato, compreso, coccolato. Un bambino a cui non importava nulla di sapere che tutto va bene, e che non c’è ragione di esser tristi: lui voleva soltanto piangere fra le braccia della mamma, per ricevere le sue carezze e la sua comprensione.
E adesso che lo hai accontentato, adesso che hai finalmente deciso di ascoltare ed accogliere senza giudizio il fanciullo che è nascosto in te, solo ora il pianto si placa, e tu ritorni alla vita con rinnovata energia; perché ora, cascasse il mondo, non può davvero succedere nulla che possa oscurare anche solo per un istante la tua gioia di essere vivo!
L’educazione ci insegna che è bene essere altruisti. L’istinto di sopravvivenza ci spinge verso l’egoismo. Il giusto sta nel mezzo. Bene, ma che bella ricetta! Il problema è che si tratta di un ragionamento piuttosto superficiale, intriso di moralismi e poco aderente a ciò che ciascuno, nel proprio intimo, sente.
Perché diciamocelo, alla fine di un serio percorso altruistico arrivi al punto in cui vorresti prendere le teste di tutti quelli che ti circondano, metterle nel sacchetto della tombola e shakerarle per bene.
Il famoso economista Adam Smith era fautore del principio della mano invisibile, secondo il quale ogni sistema economico deve essere lasciato a sé stesso, ed ogni operatore può agire al suo interno spinto unicamente dal proprio interesse: ciascuno per sé e Dio per tutti; questo garantirebbe il raggiungimento spontaneo di un punto di equilibrio che si stabilizza su una situazione ottimale per tutti.
Peccato che i presupposti di questa teoria si basino sulla libera circolazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) e soprattutto delle informazioni: tutto questo nella pratica è utopistico, e la realtà dei fatti ci mette di fronte ad enormi disparità nella distribuzione del reddito e del benessere. Teoria interessante in linea di principio, ma non applicabile nel quotidiano.
Esistono d’altra parte punti di vista che affermano che il vero altruismo non esiste, in quanto ogni forma di aiuto verso il prossimo nasconderebbe in realtà un qualche tornaconto, anche solo di tipo morale: per esempio il rafforzamento dell’autostima in quanto persona buona, o l’appagamento dell’esigenza di sentirsi utili, di avere uno scopo nella vita, o semplicemente di non sentirsi divorato dai sensi di colpa. Queste forme di egoismo mascherate, in quanto tali, sarebbero di gran lunga peggiori, perché subdole e nascoste.
Ma fin qui stiamo usando il metro del giudizio: cos’è bene? Cos’è male? A mio avviso questo registro non porta da nessuna parte; proviamo ad essere pratici e ad applicare il buon senso.
Una verità a mio avviso incontrovertibile è che se non stiamo bene noi per primi, non possiamo essere in grado di aiutare gli altri. Le stesse procedure di emergenza lo suggeriscono: per prima cosa mettere in salvo sé stessi, quindi adoperarsi per gli altri.
A questo punto l’educazione religiosa che hai ricevuto inizierà a parlare attraverso di te, prorompendo con un: ma in base a questo principio ognuno può fare ciò che gli pare, anche rubare o commettere altri delitti, se questo lo fa stare bene. Bisognerà pur dare delle regole, altrimenti ci ritroviamo nel Far West!
Ma le regole ci riportano ad una morale esterna, condivisa quanto vuoi, ma pur sempre arbitraria e non necessariamente in linea con quella che è la vera essenza di ciascuno. Il rischio è quello di un’invasione della sfera privata dell’individuo, riempiendogli la testa di dogmi e precetti spesso obsoleti e talvolta assurdi. Quello che sta accadendo nella società odierna.
Come conciliare quest’apparente paradosso, dunque?
Io sono senza dubbio un fautore del sano egoismo: non ho la presunzione di sapere cosa è giusto per un altro individuo, tendenzialmente cerco di lasciarlo libero di fare ciò che ritiene più opportuno, e non ammetto che mi si venga a dire ciò che dovrei o non dovrei fare.
E di solito non rubo. Cosa me lo impedisce? Dopotutto mi procurerebbe del benessere.
E qui entra in gioco un fattore misconosciuto nella cultura occidentale ma ben noto in quella orientale: yin e yang, la complementarietà degli opposti, l’unitarietà del tutto.
Come ho già sostenuto in questo articolo, la pretesa separazione fra noi e resto del mondo è illusoria, perché tutto è uno! Il sistema universo non è scindibile in una lista di componenti fra loro separate, perché è olistico, come ogni sistema che si rispetti. La separazione che vediamo deriva da esigenze pratiche della mente, ma non corrisponde ad alcunché di reale; è un modello di comodo.
Lo so, questo punta di vista proprio non ti va giù… ma a prescindere che tu sia d’accordo o meno, pensa a dove potrebbe condurre se lo si accettasse: se tutto è uno, che senso ha parlare di altruismo ed egoismo? Non avrebbe alcuna utilità infliggere un torto arbitrario a qualcuno, perché lo infliggerei a me stesso! Pensa alla potenza di questo argomento, e quanti nodi è in grado di sciogliere.
Ha senso farti un taglio ad un braccio? Beh in linea di principio no… ma se applico una piccola incisione per far fuoriuscire un corpo estraneo, allora sì. E se in luogo del braccio, mettiamo un altro individuo, ecco che in certi casi può aver senso andare contro la cosiddetta morale, e procurargli un apparente danno in nome del proprio benessere (ehi tu, moralista dal posto fisso, lo sai che lo stai sottraendo ad un povero disoccupato vero? Saresti dunque disposto a cederglielo, in virtù dei tuoi sani principi?)
Mi dirai che questa visione è arbitraria e può essere facilmente strumentalizzata per fare ciò che si vuole; vero, ma resta il fatto che le tue azioni avranno un risultato, indipendentemente da come riesci a giustificarle; e che se tutto è uno, questo risultato riguarderà inevitabilmente pure te.
Le leggi degli uomini si possono eludere, ma quelle di natura sono di ben altro tipo.