Racconto ora di un evento accaduto in settimana a mia moglie che, recatasi a fare la spesa al supermercato, è stata avvicinata da una giovane donna che le ha chiesto di comprarle qualcosa da mangiare, possibilmente del latte per il figlio, perché si trovava in uno stato di bisogno.
Mia moglie ha dunque comprato un litro di latte in più oltre a quelli che aveva in lista (della marca abc che normalmente compra, un po’ più economica delle altre) e, dopo aver pagato, lo ha portato alla giovane donna che attendeva poco dopo le casse con una busta contenente altri viveri (forse donazione di altri clienti?).
Al momento della consegna la donna ha però rifiutato il latte dicendo che suo figlio consumava solo la marca xyz. Di rimando mia moglie, un po’ spiazzata, ha risposto: ‘Noi invece prendiamo questo perché costa meno” e lo ha rimesso insieme al resto della spesa, tenendolo per sé.
La sera mi ha raccontato questo fatto, dicendomi (a ragione) di come si fosse sentita presa in giro, di come si fosse abusato della sua fiducia, di come questa vicenda potesse andare a discapito di un potenziale futuro ‘vero’ indigente, che forse non avrebbe ricevuto aiuto a causa di un inevitabile aumento di sospettosità.
La riflessione che voglio sottoporre è la seguente: possiamo provare a dare una lettura non convenzionale a questo accadimento? Dopo tutto, il dato oggettivo evidenzia che è stata comunque compiuta una buona azione, e per giunta a costo zero (quel latte poi noi lo abbiamo utilizzato nel naturale ciclo di consumo familiare).
In altri termini: il beneficiario della buona azione deve per forza goderne affinché l’esecutore ‘meriti il paradiso’, o è sufficiente il semplice gesto di mettersi a disposizione? Se la ragazza avesse accettato il latte, e poi a seguito di qualche strana coincidenza questo fosse tornato indietro per altre vie (ad esempio perché la commessa del supermercato richiamava mia moglie dicendo: “Signora, che sbadata, dimenticavo che comprando tre litri di latte questa settimana un quarto è in offerta, passi pure a prenderlo allo scaffale!”), allora si sarebbe intravista una sorta di giustizia divina, ci si sarebbe convinti che le buone azioni prima o poi tornano sempre indietro, insomma ci si sarebbe rallegrati.
Ebbene, in questo caso è accaduto un cortocircuito e la buona azione è tornata indietro all’istante, prima ancora di partire. Non è la stessa cosa? Perché risentirsi? Dove sta la differenza fra le due situazioni, è oggettiva o solo un fatto di percezione?
E da qui possiamo poi passare al caso duale, quello di chi compie una buona azione per suo vantaggio. Un tale atto ipocrita è per molti alquanto deprecabile: il fatto che esista la convenienza fa perder molto alla buona azione, anzi quasi le dipinge attorno una luce maligna. Ma anche qui è opportuno considerare solo i dati oggettivi, non i giudizi di valore: se io faccio bene a qualcuno e nel contempo ne traggo vantaggio, sto incrementando il benessere di due persone. Se lo faccio a mio discapito, probabilmente l’incremento complessivo di benessere è vicino allo zero, in ogni caso inferiore al caso precedente.
E allora? Meglio stare bene in due, oppure devo per forza soffrire per meritare il paradiso?
So che con queste mie considerazioni difficilmente incontrerò la tua approvazione, ma la mia intenzione è quella di provocare uno scossone; se tu fossi d’accordo con me, proseguiremmo allegramente la nostra passeggiata dentro al solco comune, ma allora perché affannarsi a scrivere?…
Devi sapere che io ed i miei figli facciamo parte del Fronte di Liberazione della Gallina.
Di che si tratta? Presto detto. La mia anziana madre, esponente di una scuola contadina di vecchio stampo, ha un pollaio con quattro galline, che alimenta quotidianamente fornendo loro mangime ed acqua in abbondanza, spesso anche pastoni a base di pane e crusca. Le galline non devono fare il benché minimo sforzo per sopravvivere (produrre uova rientra nel loro ciclo biologico, non si può certo configurare come attività lavorativa), a loro non manca nulla se non la possibilità di razzolare liberamente nell’ampio prato nel retro della casa.
Ora, è risaputo che il pollo allevato a terra produce uova di migliore qualità rispetto a quello allevato in cattività o peggio in batteria, quindi è iniziata prima blandamente, poi sempre più intensamente, una battaglia per liberare le galline dal giogo del pollaio, che nell’ottica del Fronte rivoluzionario deve rappresentare un ricovero per la notte, non una prigione.
Passando nei pressi di casa mia potresti vedere pertanto scene divertenti e un po’ surreali in cui un’anziana donna raduna le galline nel pollaio e poi, dopo che si è allontanata, due bambini (ebbene si, io sono la mente del movimento e loro il braccio operativo) le liberano nuovamente portandole a razzolare nell’aia; a volte potresti assistere a discussioni animate circa l’opportunità di rimetterle nel recinto per evitare che scavino nell’aiuola o nell’orto, o circa i benefici salutari ma anche economici derivanti da un’alimentazione ricavata direttamente dalle risorse del terreno.
Credo che non si troverà mai un accordo fra la vecchia scuola di pensiero e la nuova; certo, la libertà va gestita, ci vorrà parecchio tempo prima che le galline imparino ad evitare le zone interdette, non si possono programmare come i robottini aspirapolvere. Ma i membri del Fronte non hanno dubbi: questa è la strada, per quanto difficile va percorsa fino in fondo, sentono che è quella giusta.
L’altro giorno, rientrando in ufficio dopo la pausa pranzo e osservando la transumanza di impiegati che convergevano verso i luoghi di lavoro, non ho potuto fare a meno di attivare il collegamento: caspita, anche io sono come le galline! Mi danno il mangime in cambio delle uova (fra l’altro non mi riesce neanche troppo spontaneo farle), uova che non sono di eccelsa qualità perché prodotte in condizioni sub ottimali (luoghi chiusi, stretta vicinanza con individui dalle abitudini diverse dalle mie, orari rigidi, inevitabile scollamento fra le mie esigenze e quelle dell’azienda), ma tutto sommato non ho grosse preoccupazioni, ho l’illusione del posto fisso! E come le galline ormai abituate alla cattività, se anche la porta è aperta io non esco, perché ho paura, o forse solo per inerzia. Ho troppo da perdere a guadagnarmi la libertà? O forse non ho la piena percezione di quanto piacevole sarebbe? Certo, non si tratterebbe di libertà incondizionata, dovrei pur sempre evitare di razzolare nell’aiuola o nell’orto, dovrei fare attenzione che qualche cane sciolto non mi scambi per una pernice, però che ampio prato avrei a mia disposizione!
Ecco un altro simpatico esercizio per uscire dal solco. Abbiamo visto in un articolo precedente come la nostra visione dualistica della realtà sia fuorviante, visto che quest’ultima è un tutt’uno inscindibile la cui comprensione richiede che si parta da una visione olistica e non da una suddivisione in parti.
Uno dei tanti criteri con cui siamo avvezzi ad applicare divisioni arbitrarie è quello di distinguere fra primo piano e sfondo: ciò appare intuitivo quando si parla di una fotografia o di un quadro, ma il concetto può essere esteso per andare ad abbracciare le situazioni più variegate: in un film, il protagonista fa parte del primo piano, le comparse dello sfondo; in un concerto, il cantante fa parte del primo piano, la band dello sfondo; ad una festa di teenager, il bel ragazzo fa parte del primo piano, i brufolosi dello sfondo; alla presentazione aziendale di un nuovo prodotto, il capo progetto fa parte del primo piano, i membri del team dello sfondo.
Voglio ora proporti una visione alternativa (si badi, non quella giusta, si tratta semplicemente di un cambio di prospettiva) per ribaltare la situazione: sforzati, quando interpreti il mondo che ti circonda, di invertire i ruoli; il primo piano diventa sfondo e viceversa. Questo non ti darà ovviamente una visione migliore, né più veritiera; ma la sensazione surreale che tutto questo produrrà ti avvicinerà maggiormente ad una percezione di insieme, meno polarizzata, più ricca.
Le occasioni in cui applicarti non mancheranno sicuramente, ma voglio fornirti un punto di partenza; primo piano e sfondo si ritrovano anche in musica, ad esempio in una canzone sono rappresentati dalla melodia e dall’arrangiamento. Ascolta il seguente giro di chitarra, estratto da una canzone, che ti ripropongo ripetuto per un certo periodo di tempo affinché tu lo possa interiorizzare:
Adesso ascolta la canzone completa, ma sforzati di non concentrare l’attenzione sulla melodia cantata, come normalmente accade; continua invece a seguire mentalmente solo il giro di accordi iniziale; a mano a mano che entrano gli altri strumenti ti renderai conto di quanto sia difficile non “perderlo d’udito” e ad un certo punto, col ritornello, avrai la sensazione di averlo smarrito, per poi ritrovarlo quando, terminato il primo ciclo della canzone, gli altri strumenti si placheranno e tornerà a galleggiare la chitarra.
Sebbene ad un ascolto superficiale potesse sembrare che la chitarra fosse presente solo nella fase iniziale del brano, eseguendo questo esercizio ti sarai reso conto che invece non cessa mai di suonare, è sempre presente e contribuisce a dare quel senso di completezza al pezzo, assieme ad altri strumenti che vanno a formare quello che chiamiamo normalmente arrangiamento; senza di questo, la sola melodia ci sembrerebbe incompleta, insoddisfacente.
L’arrangiamento aiuta la melodia a scalare la vetta della classifica, ma poi noi ci ricordiamo solo di quest’ultima. Non è sicuramente una percezione onesta della realtà, e non vale solo in musica…
A distanza di alcuni giorni dalla pubblicazione de “Le oscillazioni della vita” ho letto in rete un bel racconto che mi ha colpito particolarmente (anche per la casuale concomitanza di tempi con cui mi è giunto) e ho pensato di riportarlo in questo nuovo articolo (che brilla decisamente di luce riflessa), perché mi sembra rappresenti il naturale completamento del precedente. La fonte da cui è stato tratto è la pagina Facebook dello scrittore Paulo Coehlo, anche se ho visto che in rete è piuttosto diffuso, non sono in grado di dirti la fonte originaria.
Ecco la storiella.
L’asino e il contadino
Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, L’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice. Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso l’alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci condurrà verso l’uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se nessuno ci da una mano per aiutarci. La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra. Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema.
Il racconto ha secondo me molteplici livelli di interpretazione; uno è quello esplicito, evidenziato dalla morale finale; ne trovo almeno un secondo, un po’ più recondito, legato alla diffusa opinione che vuole associare all’asino i concetti di ignoranza e stupidità, laddove invece si tratta di animale particolarmente intelligente; trovo che anche chi ha il coraggio di affrontare la vita in un modo inedito sia visto dagli altri un po’ come uno sciocco che vive in un proprio mondo svincolato dalla realtà (leggasi: pensare comune), laddove invece si tratta di persona illuminata che si eleva al di sopra della mediocrità.
Per completare l’operazione di riciclo, riporto un piccolo enigma di pensiero laterale, anche questo piuttosto diffuso in rete, che riprende un po’ gli stessi argomenti.
Buon divertimento.
L’enigma dei sassi bianchi e dei sassi neri
Un mercante, che sta attraversando tempi duri, chiede un prestito ad un uomo molto ricco ma malvagio.Il mercante paga la prima rata del prestito ma il giorno successivo arriva il servitore del ricco signore per informarlo che deve pagare altri interessi. Gli interessi sono così alti che per il mercante è impossibile pagarli. Dice al servitore di informare l’uomo ricco che egli non è in grado di pagare una somma così alta e offre il suo bestiame come forma di pagamento. Il servitore torna con una controproposta : il mercante ha una figlia molto bella e molto intelligente, desiderata da tutti gli uomini del regno; se darà sua figlia come schiava il suo debito sarà cancellato. L’alternativa sarebbe perdere tutto e morire di fame. La figlia, di sua spontanea volontà, sceglie, malgrado la tristezza, di offrirsi al ricco signore. Ora, il ricco signore non è solo malvagio ma anche sadico e molto astuto. Un mese dopo convoca la famiglia della ragazza dicendo di avere una proposta per loro. Quando la famiglia di contadini arriva sul posto trova il cortile del castello colmo di gente, in attesa di uno spettacolo. Il cortile è ricoperto di sassi bianchi e neri. Il ricco signore si fa largo tra la folla. Arriva al centro e rivolgendosi al contadino: “Ho qui una borsa nella quale metterò una pietra bianca e una nera raccolte da terra. Se tua figlia prenderà la pietra bianca sarà libera. Se dovesse prendere la pietra nera, sarà mia prigioniera per sempre e non potrai più vederla”. Il ricco signore raccoglie due pietre, mettendosi di spalle al pubblico, per non far vedere di aver preso due pietre nere. La ragazza, invece, se ne accorge. Sbigottita comincia a pensare ad un modo per salvarsi da una vita di schiavitù. Come farà la ragazza ad uscire da questa brutta situazione?
La nostra economia sta attraversando un periodo di crisi, non c’è media che si stanchi di ricordarcelo. Mi chiedo, ma cos’è esattamente questa crisi? E soprattutto, se adesso stiamo peggio di prima, vuol dire che un tempo stavamo meglio, eppure non ricordo alcuna notizia che dicesse: “l’economia sta attraversando un periodo di abbondanza”; ne deduco che dev’essere parecchio tempo che le cose non fanno che peggiorare… o forse la vera risposta è in questo articolo.
Sicuramente ci rendiamo più conto dei peggioramenti che dei miglioramenti… in ogni caso, è innegabile che la crisi riguardi anche le nostre vite: ti sarà certamente capitato di affrontare dei periodi negativi, in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato…
Ebbene, con questo articolo vorrei dare una lettura fuori dal solco del fenomeno, chiamandolo col suo vero nome: opportunità.
Partiamo da qui: secondo te, data una situazione di equilibrio è possibile raggiungerne una migliore? La risposta è si, ma ad un prezzo: rompere l’equilibrio, e passare di conseguenza attraverso una fase di crisi.
Un esempio? La tua casa è mal disposta, dovresti buttar giù quel muro e aprire una porta in quell’altro. Chi ha vissuto questa esperienza non avrà esitazioni a chiamarla ‘periodo di crisi’, soprattutto se si è occupato di rimuovere la polvere lasciata in giro dai muratori. Eppure è stata una crisi necessaria, vissuta con fastidio sì, ma con la prospettiva di un futuro migliore, perché finalmente ci si è potuti comprare quella cucina che ci piaceva tanto.
Un altro esempio: sono stanco dell’attuale posto di lavoro, decido di cambiare; dovrò passare iniziali momenti di difficoltà, in cui mi trovo ad essere l’ultimo arrivato, a dovermi ambientare, privo di punti di riferimento; ma dopo qualche mese, quando sarò entrato a far parte degli ingranaggi della nuova macchina, sarò ripagato di tutti gli sforzi.
Ogni fase di assestamento deve passare per un brutto periodo, e la mia lettura vuole che sia vero anche il viceversa: ogni brutto periodo deve significare una transizione verso un equilibrio migliore.
Ecco come la vedo io:
Come vedi, nella figura sono rappresentati gli alti e i bassi della vita, ma con un’importante caratteristica: ogni punto di massimo è più alto di quello precedente; potrai obiettare che potrebbe anche essere il contrario, cioè che sia più basso, ma io ribatto che questo è quello che accade a chi insiste a riempirsi la bocca con la parola crisi e a piangersi addosso invece di cogliere le opportunità.
Credo fermamente che le persone che hanno raggiunto il successo (qualsiasi cosa significhi questa parola, raccomandati esclusi) abbiano ragionato così.
A chi è sportivo, questa figura ricorderà anche il meccanismo della super compensazione: a seguito di uno sforzo prolungato, le energie del corpo si abbassano raggiungendo una soglia minima. Segue poi una fase di recupero in cui si riacquistano le forze, che è fondamentale nell’allenamento: in questa fase, il corpo non ritorna esattamente ai livelli potenziali in cui si trovava prima, ma un po’ al di sopra: è per questo che periodi di sforzo opportunamente intervallati da periodi di riposo producono un miglioramento della risposta fisica.
E se questo vale per il corpo, perché mai non dovrebbe applicarsi al cervello, o alle dinamiche della vita? Il corpo umano non è che un’applicazione di principi di funzionamento universali su cui poggia ogni fenomeno fisico.
Illazioni, certo, speculazioni. Mica ho le prove scientifiche di ciò che dico.
In questo articolo voglio proporti un modo un po’ stravagante di uscire dal solco e dare una lettura alternativa alla tua vita. Come al solito, ti chiedo di portare pazienza, scardinare i tuoi preconcetti e seguire la lettura fino in fondo, anche se potrà sembrarti un po’ ridicola o sconcertante.
Immagina di essere uno scrittore dalla fantasia piuttosto fervida che produce con trasporto racconti di vita quotidiana; la narrazione usa la prima persona, in un modo così efficace e coinvolgente da risucchiare chi legge all’interno della storia, facendolo immedesimare a tal punto da distinguere con difficoltà la realtà dalla fantasia.
I racconti nascono di notte, mentre dormi: la tua mente in quel momento è infatti libera dai condizionamenti della coscienza e può prendere le strade più imprevedibili e non censurate; in un miscuglio onirico creativo, ogni notte generi il capitolo di un libro che l’indomani trascinerà il lettore in nuove esperienze di vita.
Adesso viene la parte difficile: immagina di essere tu stesso il fruitore delle storie da te prodotte; ogni mattina ti risvegli con un capitolo nuovo nuovo da leggere, ti immergi nella lettura e questa ti coinvolge, ti trascina, scatena emozioni per te reali, ti fa perdere la consapevolezza che si tratti solo di un libro… e allora ti arrabbi per l’automobilista che prevarica lo sfortunato protagonista incolonnato nel traffico, ti dispiaci per le difficoltà che deve superare, ti rallegri per gli accadimenti a lui favorevoli.
Per quanto coinvolto tu possa essere, alla fine ti rendi però conto che si tratta solo di un racconto, non della realtà, e quindi confini le tue emozioni entro i limiti di un accettabile distacco: proprio quando ti rendi conto di esserti calato eccessivamente nella parte, allora capisci che è il momento di prendere una pausa dalla lettura, per ritornare alla realtà.
Bene, se sei riuscito a seguirmi fin qui, questo è l’esercizio mentale che ti propongo: prova per un giorno a comportarti come se la tua vita fosse davvero così; stasera andrai a letto sapendo che durante la notte produrrai il capitolo che descriverà per filo e per segno quanto ti accadrà domani. E domani, ogniqualvolta succederà qualcosa, sia esso positivo o negativo, lo tratterai come un frutto della tua fantasia, con la consapevolezza di essere stato tu ad aver creato quella realtà, l’unico responsabile, l’unico che poteva fare andare le cose diversamente.
Potrà sembrarti che questo approccio così surreale ti addossi una responsabilità eccessiva, ma se rifletti ha una serie di benefici; primo fra tutti, sposta su di te le leve decisionali: sei tu l’unico che può intervenire, che può fare qualcosa, o ti rimbocchi le maniche o ti rassegni, in ogni caso non c’è nessuno all’infuori di te con cui potrai prendertela. In secondo luogo, elimina alla radice la sensazione di persecuzione presente nella maggior parte di noi, che ci crediamo vittime di un mondo ostile, quando in realtà siamo i soli responsabili di quanto ci accade.
Facciamo degli esempi di come si possa tradurre in pratica tutto ciò.
La giornata appena trascorsa non ti ha soddisfatto, torni a casa stanco e infastidito? Cerca di convogliare le tue emozioni verso sentimenti positivi, che ti predispongano benevolmente nell’attività di gestazione notturna, per fare in modo che l’episodio di domani sia più gradevole. Fai il possibile per allontanare le emozioni negative, o il tuo subconscio genererà mostri che dovrai affrontare il giorno dopo.
Il capoufficio ha comportamenti irritanti nei tuoi confronti? Sappi che sei tu a dipingerlo così, è un personaggio di tua creazione; prova ad immaginartelo più morbido, cerca di fare in modo che il corso degli eventi nella tua immaginazione prenda un’altra direzione. Visto sotto questa nuova luce, tutto appare ridimensionato, meno preoccupante: in fondo, si tratta solo di un racconto…
Mandi curricula a svariate aziende perché vuoi cambiare lavoro ma nessuno ti convoca a colloquio? Non dare la colpa alla crisi economica o all’età avanzata: in realtà il vero responsabile è il tuo subconscio, che teme il cambiamento, non intende affatto fare un salto nel buio e produce coerentemente una storia in cui nessuno ti vuole, per sollevare la tua coscienza dal peso della decisione. Sei tu a non voler cambiare, ma ti sei inventato una storia molto credibile in cui dai la colpa agli altri. Che genio letterario!
Cerca di sovvertire causa ed effetto, contenitore e contenuto: non sei tu ad essere calato nella realtà esterna, ma la realtà ad essere contenuta nella tua mente; nulla esiste realmente là fuori: tu non sei dentro la stanza, è la stanza ad essere nel tuo cervello; questo vale per ogni altra entità: il passerotto sul davanzale, la pioggia, il traffico, la crisi economica, le tensioni in Medio Oriente; tutto è frutto della tua fantasia, sei tu che stai scrivendo il libro, sei tu l’artefice, è il tuo stato mentale a generare mostri o arcobaleni, sono i tuoi incubi o i tuoi sogni notturni a fare la differenza.
Assurdo vero? Eppure non puoi provare che le cose non stiano davvero così. Mi dirai: non è vero, chiedo ad altri cosa vedono là fuori, e questi mi confermano una realtà coerente con quanto da me percepito, quindi la realtà è questa. Ti rispondo: coloro a cui chiedi lumi sono essi stessi prodotti della tua mente, e tu sei un buon narratore, mica scrivi storie campate per aria… per forza ottieni risposte non contraddittorie.
E poi rifletti: per quanto assurdo possa sembrare, se questo esercizio servisse a darti una percezione meno preoccupante e più attiva della vita, perché non provare? Non mi aspetto ovviamente che tu lo riesca a fare con vera convinzione, però puoi iniziare per gioco, anche solo per stemperare con l’aiuto della fantasia alcune situazioni difficili.
Per lo meno, così facendo affiderai a te stesso la scrittura del racconto che ti anestetizzerà la mente, e non allo sciamano di turno che predica da un pulpito o da dietro ad un altare…
Nell’articolo precedente ho fatto notare come un successo vissuto in modo superficiale possa spingere verso il dannoso consolidamento di schemi comportamentali, quelli che ci hanno portato in cima al podio. Voglio adesso proporti un gioco per dimostrare come agisca questo meccanismo.
Supponi di trovarti in riva ad un lago ed avere a disposizione tre secchi: uno dalla capacità di 17 litri, uno di 37 e uno di 6; il tuo scopo è misurare 8 litri d’acqua effettuando il minor numero di travasi.
Prima di proseguire nella lettura, ti invito a trovare la soluzione del problema, tutto sommato non difficile per chi se la cava con addizioni e sottrazioni; cerca di non cedere alla tentazione di proseguire oltre se non hai prima risolto il quesito, altrimenti viene meno l’esperimento mentale che ti sto proponendo.
Fatto?
Bene, adesso ti sottopongo un secondo problema; hai sempre tre secchi, questa volta con 31, 61 e 4 litri. Devi misurare 22 litri di acqua.
Tutto OK? Ancora uno: i secchi sono da 10, 39 e 4 litri, devi misurare 21 litri.
Risolto? Bene, cominci a capire il meccanismo. Eccone un altro: i secchi sono da 23, 49 e 3 litri, devi misurarne 20.
Se hai brillantemente risolto tutti e quattro i quesiti, probabilmente ti sarai accorto di uno schema ricorrente nell’individuazione della soluzione: dopo le difficoltà incontrate col primo problema, per il quale hai definito partendo da zero una strategia risolutiva, hai realizzato che la stessa può essere riapplicata a quelli successivi, che adesso ti sembrano banali: il secondo problema ti avrà fatto suonare il campanello di allarme (“ma questo è di fatto come quell’altro!”), il terzo ti avrà confermato la validità del cliché, il quarto sarà stato risolto meccanicamente.
Questo è lo schema mentale più probabile:
problema 1: riempio il secchio da 37, da questo travaso acqua in quello da 17 fino a riempirlo (rimanendo con 20 litri), quindi riempio il secchio da 6 (rimanendo con 14 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 8 litri)
problema 2: riempio il secchio da 61, da questo travaso acqua in quello da 31 fino a riempirlo (rimanendo con 30 litri), quindi riempio il secchio da 4 (rimanendo con 26 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 22 litri)
problema 3: riempio il secchio da 39, da questo travaso acqua in quello da 10 fino a riempirlo (rimanendo con 29 litri), quindi riempio il secchio da 4 (rimanendo con 25 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 21 litri)
problema 4: riempio il secchio da 49, da questo travaso acqua in quello da 23 fino a riempirlo (rimanendo con 26 litri), quindi riempio il secchio da 3 (rimanendo con 23 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 20 litri).
E qui casca l’asino. Perché l’ultimo problema ha due soluzioni e una di queste implica minori travasi, anche se molto probabilmente tu avrai applicato (senza pensare) quella meno efficiente.
La soluzione migliore è quella di riempire il secchio da 23 e travasare in quello da 3, rimanendo subito con 20 litri.
Il solco mentale che hai scavato si è rivelato utile nelle prime situazioni, ma una trappola nell’ultima, quando hai abbassato la guardia ed applicato il modello senza riflettere.
Nei casi peggiori, questo può portare alla mancata individuazione della soluzione; il concetto può essere meglio rappresentato con l’aiuto di un’infografica.
Supponiamo che la tua struttura cerebrale sia quella di seguito rappresentata: ogni nodo è associato ad un’idea, le idee sono fra loro connesse da linee di attivazione più o meno marcate (i solchi della mente); il loro spessore dipende da quante volte le connessioni si sono rivelate utili, alla luce della tua esperienza.
Immagina di essere alla ricerca di una soluzione ad un problema; l’idea che ti serve si trova in Z, ma per arrivarci devi passare di nodo in nodo (associazione di idee) seguendo i sentieri più marcati.
Se il tuo ragionamento parte dall’idea rappresentata dal nodo A, seguendo ad ogni bivio la strada più marcata, rimarrai intrappolato in un circuito senza via di uscita; è la classica situazione in cui continui a girare attorno al problema senza trovare soluzioni.
Se invece parti da un altro presupposto, che magari hai sempre ignorato perché ti sembrava assurdo o ridicolo, e cambi la prospettiva di ragionamento, ecco che la soluzione di appare improvvisamente sotto gli occhi, e magari ti domandi come hai fatto a non vederla prima…
Tutto questo potrà sembrarti banale, eppure non immagini quante volte giornalmente, sul lavoro, in famiglia, nell’esprimere giudizi, opinioni, o anche nella semplice decisione di un acquisto, hai occasione di incappare in questa subdola trappola…
Non sto parlando di quella di Facebook, ma di quella tradizionale, dove sempre tradizionalmente si mettono i trofei; nel collezionarli non ci trovo ovviamente nulla di male: mettere in bella mostra i propri successi fa bene all’autostima, anche se può attirare qualche antipatia o invidia.
Con questo articolo voglio però suggerirti di fare altrettanto con gli insuccessi: potrà sembrare un paradosso, ma se ci pensi bene gli errori possono essere molto utili; quando eseguo alla perfezione un compito, ho fatto qualcosa di positivo nell’ambiente che mi circonda, ma dentro di me poco è cambiato, a parte l’appagante sensazione di aver centrato il bersaglio; anzi, si rafforza in me l’idea che il comportamento adottato sia quello giusto, l’unico giusto: il solco diventa più profondo.
L’errore invece è un maestro, ci evidenzia le lacune, ci offre possibilità di crescita che il successo non dà; al pari del dolore fisico, che in sé è utile in quanto ci segnala situazioni di malfunzionamento, l’insuccesso ci offre la possibilità di migliorarci, a patto che si impari ad osservarlo con occhio neutro e lo si tenga sempre in bella vista.
Ovviamente la tendenza comune è quella di rimuovere lo scivolone dalla nostra memoria, perché non ci piace l’idea di aver sbagliato, e dalla pubblica piazza, perché teniamo al giudizio altrui; ma analizziamo entrambe le questioni, e vediamo quanto solide siano le basi su cui poggiano.
Il disagio che ci porta l’aver commesso uno sbaglio non dipende dall’errore in sé, ma da come noi ci rapportiamo ad esso: razionalmente sappiamo che errare è umano, ma emotivamente tendiamo a confondere i livelli: identifichiamo la nostra persona col comportamento erroneo, arrivando alla conclusione di essere noi stessi ad avere qualcosa di sbagliato. E’ questa confusione di livelli che ci logora e ci fa vivere malamente gli insuccessi: in realtà non siamo noi, in quanto individui, ad essere messi sotto accusa, ma un nostro comportamento; non è la stessa cosa!
Se riusciamo ad essere più impersonali, ad uscire dal problema, possiamo analizzare con distacco quanto è andato storto, e applicare dei correttivi evitando di ricascarci in futuro, il tutto senza sensazioni di malessere. A questa precisazione tengo particolarmente, perché non si confondano i miei suggerimenti con istigazioni al vittimismo: guardare con serenità ai propri errori non può che apportare dei benefici, così come può farlo la lucida individuazione del dente dolorante senza per questo essere dei masochisti.
Non si tratta di vivere in uno stato di perenne autoaccusa, senza mai essere soddisfatti di sé e sottolineando sempre e solo gli aspetti negativi; tutto è questione di misura: semplicemente quando qualcosa va storto bisogna avere il coraggio di capire quel che è accaduto, guardare in faccia il problema senza fronzoli o giustificativi e applicare i dovuti correttivi.
Per quanto riguarda il giudizio altrui, invece, dobbiamo distinguere due casistiche.
Se stiamo parlando di persone intelligenti, non ci si deve preoccupare di nascondere loro un fallimento per paura di perdere posti in graduatoria: prendiamoci pure gioco di noi stessi, scherziamoci sopra, enfatizziamolo quasi: è un ottimo modo per esorcizzarlo, e non potremo che guadagnare punti ai loro occhi.
Se viceversa si tratta di persone che non brillano per acume… beh, in questo caso, perché mai preoccuparsi del loro giudizio?
Ci siamo lasciati mentre giocavi a palla in giardino; bravo, fai bene a giocare anche se sei adulto, il gioco è il modo più efficace per imparare cose nuove.
Adesso però rendiamolo più interessante: invece di lanciare una palla attraverso due porte, proviamo a lanciarne un frammento piccolissimo, addirittura una molecola, attraverso fenditure ridotte delle debite proporzioni (ti ricordo che la molecola è la più piccola parte in cui puoi dividere una sostanza mantenendone inalterate le caratteristiche: una molecola di acqua possiede tutte le proprietà dell’acqua ed è, a tutti gli effetti, acqua; se procedi oltre nella sua scomposizione in atomi, invece, perdi l’identità della sostanza di origine: nella fattispecie ti ritroverai con atomi di ossigeno e idrogeno, molto diversi dall’acqua).
Ora, siccome il concetto di ‘molecola di palla’ è piuttosto indefinito, ti suggerisco di provare l’esperimento seguendo le tracce dei fisici, che lo hanno eseguito usando molecole di fullerene, composte da 60 atomi di carbonio (non so dove si possa comprare del fullerene a buon mercato, lascio a te i dettagli di implementazione).
Le condizioni dell’esperimento sono di fatto le stesse, cambia solo la scala, che adesso è a livello microscopico. Dopo un bel po’ di lanci di queste ‘piccole palline’ ci dovremmo pertanto attendere, nella parete retrostante (che adesso è qualcosa di simile ad una lastra fotografica, in grado di registrare i punti di impatto delle molecole), due strisce più marcate in corrispondenza delle due fenditure.
E invece, sorpresa! Un puntino dopo l’altro, quello che si viene a comporre non è una doppia striscia, ma una serie di strisce di interferenza, come se invece di utilizzare palline avessimo usato onde!
Come dobbiamo interpretare tutto questo? Le particelle a livello microscopico hanno dunque un comportamento ondulatorio, che diventa corpuscolare quando le dimensioni aumentano? Se le cose stanno così, a che scala avverrebbe il cambiamento?
Ma lo sconcerto aumenta se si riflette bene su quello che è successo: noi abbiamo lanciato una molecola alla volta, e ciò è testimoniato chiaramente dal fatto che dall’altra parte appare un singolo puntino per volta; quindi, quando arriva a destinazione, la molecola è chiaramente ‘una pallina’. Però, la sua traiettoria viene decisa come se fosse un’onda: detto in altri termini, sembra che la particella interferisca con sé stessa. Sembra cioè che parta come particella, diventi onda mentre è in viaggio (e non interagisce con alcunché) e si ritrasformi in particella alla prima interazione con qualche altra sostanza (la lastra fotografica).
A questo punto ti potresti chiedere: ma da quale delle due fenditure è passata la molecola-pallina? Quando giocavo felice nel mio giardino la traiettoria era piuttosto evidente, ed era chiaro che era passata da una oppuredall’altra parte. Ebbene, lascia da parte le tue certezze: in questo caso, la risposta è che la pallina è passata da entrambe le fenditure, oppure da nessuna, oppure meglio ancora che la domanda che hai fatto è priva di senso e pertanto non ha risposta!
La verità che ha sconvolto i fisici del primo novecento è proprio questa: finché non effettui una misurazione, la realtà sottostante è indeterminata; ma attenzione: quando dico indeterminata, non intendo in senso blando (la traiettoria esiste, ma io non la conosco), intendo proprio indeterminata: la traiettoria non esiste, e solo la sua misurazione la porta ad esistenza.
A livello microscopico, dunque, non esiste una realtà fatta in un modo o nell’altra indipendentemente dal fatto che la si osservi o meno; l’osservatore contribuisce alla creazione della realtà attraverso il processo di misurazione.
Se tutto questo ti risulta nebuloso, proseguiamo con l’esperimento, non può che peggiorare.
Non sei convinto di quanto dico, e alla fine pretendi una risposta alla domanda ‘da che parte è passata la molecola?’. Quindi, furbo come una faina, piazzi un rilevatore di fullereni, preso in un negozio di cineserie, nei pressi di una delle due fenditure, in modo che ti informi se la pallina è passata di lì, pur lasciandola proseguire indisturbata (questo almeno è quello che credi). Ovviamente viene fuori che nel cinquanta per cento dei casi la molecola passa da una parte, e nel restante cinquanta passa dall’altra (“Visto? lo sapevo!”, dici trionfante).
Certo, ma osserva cosa succede nella lastra fotografica: la figura di interferenza è sparita, adesso è come se non ci fosse più comportamento ondulatorio! Sembra proprio che le particelle ti prendano per i fondelli; siccome volevi conoscere un’informazione circa lo stato corpuscolare della particella, questa ti ha accontentato, ma al prezzo di nasconderti le informazioni di tipo ondulatorio. Essa possiede entrambe le caratteristiche, ma tu sei condannato a conoscerne solo una per volta, non entrambe allo stesso tempo! Fra l’altro ti domandi: ma come faceva la molecola a sapere, quando è partita, che poco dopo la fenditura avrebbe trovato un rilevatore e quindi che doveva assumere aspetto corpuscolare?
Quello che succede, in termini non rigorosi, è questo: la molecola parte dal nostro ‘fucile a fullereni’ ed assume una traiettoria indeterminata, propagandosi come un’onda in tutte le direzioni; finché non incontra nessun’altra particella, l’indeterminazione persiste, ed è come se la molecola esistesse in più posti allo stesso tempo, anche se solo a livello ‘potenziale’; non appena avviene un’interazione significativa con altre particelle (quello che noi chiamiamo ‘misurazione’), l’indeterminazione scompare, e tutti questi diversi stati potenziali sovrapposti (la pallina è qua, là, altrove tutto allo stesso tempo) collassano in un’unico stato (la pallina è là), lo stato che ci è tanto familiare.
Ed il collasso è probabilistico: la pallina apparirà là con una certa probabilità. Più ripetizioni dello stesso esperimento non condurranno a stessi risultati: ecco che quello che la teoria della relatività sembrava averci tolto, il libero arbitrio negato da una realtà predeterminata e bloccata, adesso ci viene restituito a piene mani dalla fisica quantistica, ed in un modo così sconcertante e affascinante al tempo stesso!
Ma la teoria, che a questo punto diventa piuttosto speculativa, ci porta ancor più giù nella tana del Bianconiglio: un possibile modo di interpretare le cose è che esistano infiniti mondi, uno in cui la palla va a destra, uno in cui va un po’ più a sinistra, uno in cui va su, ecc. ecc.; quando effettui la misurazione, ti scindi in tanti te stesso, ed ogni copia di te percepisce una delle possibili traiettorie come reale (mentre in realtà tutte lo sono, e per ognuna esiste una copia di te convinta di essere unica e di aver colto in flagrante la pallina nel suo passaggio, ad esempio, per la fenditura di destra!).
Gli esperimenti che qui ti ho riportato sono reali e fuori discussione, e sono stati eseguiti per la prima volta usando fotoni (l’unità fondamentale di luce), quindi elettroni e, solo da ultimo, molecole quali i fullereni; le spiegazioni del loro perché sono invece più controverse; è indubbio tuttavia che le implicazioni sul nostro modo di percepire il mondo siano notevoli, che si voglia o meno credere alla teoria dei molti mondi. Per ora non andrei oltre, spero comunque di averti lasciato qualche spunto di riflessione e, perché no, la voglia di approfondire la tematica, che per me è estremamente affascinante e coinvolgente.
E le sorprese non finiscono qui: ma ne parleremo in uno dei prossimi articoli.
Immagina di essere in giardino con una palla; davanti a te, ad una ventina di passi, un muro bianco. Calci la palla in modo deciso e questa, seguendo una traiettoria rettilinea, colpisce il muro in un qualche punto. La palla è sporca di fango, per cui lascia un evidente segno nella zona di contatto. Immagina di ripetere più volte l’esperimento (magari prima che arrivi il proprietario del muro): alla fine questo risulterà macchiato in un modo che dipende dal numero e dalla posizione delle collisioni: marcatamente dove è stato colpito più volte, moderatamente altrove.
Adesso complichiamo le cose: mettiamo un altro muro fra te ed il precedente, con una porta aperta; il gioco consiste nel ‘fare goal’, ossia far passare la palla attraverso l’apertura. E’ evidente che a questo punto le collisioni nel muro retrostante andranno a disegnare una figura che riflette la posizione dell’apertura: ci sarà una zona maggiormente segnata e le tracce di fango degraderanno via via che ci si allontana da essa.
Bene. Adesso cambiamo gioco. Sei in riva ad un laghetto; un muro ne delimita il bordo dalla parte opposta a quella in cui ti trovi. Sulla superficie galleggia del materiale fangoso. La giornata non è ventosa, pertanto il lago è in quiete, non vedi una sola increspatura. A questo punto prendi un sasso e lo getti in acqua. Dal punto in cui il sasso si è immerso puoi notare che si dipartono delle onde concentriche, che sollevano e abbassano la superficie dell’acqua, fino a smorzarsi ai bordi del lago. Le onde raggiungono ovviamente anche il muro, lasciandovi tracce di fango in modo più evidente nei punti dove è arrivata la cresta dell’onda. Lanci più sassi nel lago: anche in questo caso si viene a creare una figura nel muro, che dipende dal numero di sassi e dalla posizione in cui questi hanno incontrato l’acqua.
Come prima, introduciamo una complicazione: un muro al centro del lago, che lo separa in due metà comunicanti attraverso la solita apertura. Le onde che generi con i tuoi sassi adesso raggiungeranno il muro retrostante solo dopo essere passate per il varco, che le ‘costringerà’ a colpirlo in modalità più prevedibili: otterrai, come nel caso della palla, una zona centrale maggiormente segnata che degraderà via via che ci si sposta verso la periferia.
Il risultato ottenuto è simile, anche se i fenomeni appartengono a categorie che, almeno a prima vista, sono concettualmente molto distanti.
Dove sta la grossa differenza fra i due fenomeni? Per capirlo, devi pensare di avere non una, ma due aperture nel muro. Cosa succede nel caso della palla? Ebbene, tu deciderai di farla passare ora di qua, ora di là: dall’altra parte si verranno ad evidenziare due zone distinte, individuate dai punti a più frequente contatto.
E nel caso dell’onda? Attenzione: in questo caso succede una cosa completamente diversa, perché la singola onda, che si diparte dal sasso, raggiunge le due aperture del muro intermedio; dall’altra parte si dipartiranno duemovimenti ondosi, che interferiranno l’un l’altro: se l’avvallamento di un’onda si somma alla cresta dell’altra, il risultato è zero: le onde, in quel punto, si annullano a vicenda; viceversa, se due creste si incontrano, il risultato è doppio: si rafforzano a vicenda. Nel muro non troverai pertanto due segni marcati, ma delle strisce di interferenza, la cui struttura è funzione del fatto che i due movimenti ondosi in quel punto si siano reciprocamente rafforzati, annullati o depressi.
Tieni presente che ho descritto il fenomeno con parole mie, in un modo che mi aiuta a capirlo anche se sicuramente non rigoroso dal punto di vista scientifico. Se risultasse chiaro anche a te, preoccupati: potresti avere una struttura cerebrale simile alla mia. Se invece non risultasse poi così chiaro, prova a gettare contemporaneamente due sassi nell’acqua e osserva come si comportano i due treni di onde che si vengono a creare: noterai qualcosa di simile al mio disegno.
A questo punto ti chiederai dove voglio arrivare; forse risulterà più chiaro nel seguito della mia dissertazione, anche se per ora i punti fermi a cui siamo giunti sono: esistono due entità profondamente diverse, le onde e le particelle, e nella nostra visione dualistica del mondo le une escludono le altre; o mi trovo di fronte ad un fenomeno ondoso, e questo ha caratteristiche ben precise, oppure di fronte ad un fenomeno corpuscolare, con tutt’altre regole di funzionamento.
Ma siamo proprio sicuri che la realtà sia questa?
Per il momento credo di averti annoiato a sufficienza, mi fermerei qui. In uno dei prossimi articoli dirò come questi concetti, ora applicati su scala macroscopica, possano riferirsi anche a particelle subatomiche, su scala microscopica: se avrai la pazienza di seguirmi, vedremo che questo ci riserverà parecchie sorprese!