Dopo una buona bottiglia di rosso (2)


Prendiamoci ora una pausa da tutti questi articoli imbevuti di sofismi, e vediamo di tornare ad essere seri.

Oggi durante un viaggio in autostrada ho avuto la dimostrazione che la separazione è solo un’illusione della mente, e tutto è uno; il mondo è disseminato di indizi in tal senso, basta solo saperli cogliere; così è stato per me oggi, per l’appunto.

Allora, il fatto è questo: leggo sotto ad un cartello di divieto che esso si riferisce solo ai mezzi pesanti; ora, converrai con me che stando così le cose, tale divieto non riguarda i mezzi leggeri.

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Ma se un veicolo è mezzo leggero, per l’altra metà dovrà essere necessariamente pesante, giusto?

Ne consegue che la separazione dei veicoli nelle categorie dei mezzi leggeri e dei mezzi pesanti è puramente illusoria, posto che un mezzo leggero deve essere per necessità logica anche mezzo pesante.

E che a questo punto, rispettare o meno quel divieto si riduce ad una mera questione di interpretazione.

L’illuminazione talvolta si raggiunge anche passando per un fatto apparentemente banale.

Quello che hai dentro


Ti chiedo, prima di proseguire nella lettura, di guardare attentamente questo video.

Sei riuscito ad arrivare fino in fondo? Bene. Adesso prova a descrivere ciò che hai visto, e le emozioni che hai provato.

Hai visto crudeltà? Ferocia? Sofferenza? Cinismo? Spietatezza? Hai provato compassione? Odio?

Oppure hai visto armonia, leggiadria, perfezione, equilibrio? Hai provato ammirazione, stupore?

Cerca di mettere bene a fuoco questi sentimenti, perché contrariamente a quanto puoi immaginare, non hanno nulla a che fare con la scena del video.

Ipotizziamo che tu abbia provato una sensazione di crudeltà; ebbene, sappi che il ghepardo non è affatto crudele: ha semplicemente aperto il freezer e tirato fuori il suo pasto, esattamente come fai tu quotidianamente, anche se con molto meno fatica.

Se davvero hai visto crudeltà, prendi coscienza del fatto che essa non risiede nel video, ma si trova da qualche parte nascosta in te, ed emerge in quanto evocata da quella scena.

Tutti questi sentimenti appartengono all’uomo, e nascono da interpretazioni della sua mente. L’odio non esiste nel regno animale, se da tale regno abbiamo cura di tenerci fuori; se non fosse spinto dalla fame, al ghepardo non passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello di sbattersi tanto in questa eccezionale impresa, emblema di perfezione ed equilibrio.

Quello che vedi là fuori è nel tuo cuore. Come vedi il mondo, e come vorresti invece che fosse? Non è forse il caso che inizi a prenderti la tua parte di responsabilità?

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Accettazione o rassegnazione?


Un’esperienza vissuta di recente da una mia amica mi riporta alla mente un tema che ho già affrontato in un precedente articolo e voglio qui riprendere per l’occasione.

Questa donna aveva un compagno violento, che la maltrattava; lui era normalmente dolce ed affettuoso, ma quando perdeva la pazienza cambiava completamente: diceva che era lei la responsabile di quell’ira, che era colpa sua se usciva di testa; e quando accadeva non volavano solo brutte parole.

Finché un giorno la misura si è colmata e lei è finita al pronto soccorso con naso e alcune costole rotti.

A questo punto ha finalmente trovato il coraggio di lasciarlo e denunciarlo; è iniziato un periodo di stalking, minacce miste a implorazioni di riconciliazione, deliranti quanto poco credibili dichiarazioni d’amore, conclusosi con la condanna di lui.

Anche grazie all’aiuto di uno psicologo lei è poi uscita da questa brutta condizione, e adesso ha un nuovo compagno.

Ecco un esempio lampante che evidenzia la differenza fra accettazione e rassegnazione. Per un lungo periodo la mia amica è rimasta con quell’uomo violento perché rifiutava la situazione; non accettava che fosse un manesco, non accettava il fatto che le cose non sarebbero cambiate, insomma non accettava la realtà.

Poi è accaduto l’evento shock che le ha permesso di aprire gli occhi, ed ha finalmente accettato.

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Ha accettato il presente, ha accettato di avere sbagliato compagno, ha accettato ciò che stava accadendo; e muovendo da questa base, resa solida dal nuovo atteggiamento, ha preso la giusta decisione, affinché non accadesse più in futuro.

Capisci la differenza fra rassegnarsi ed accettare? Se si fosse rassegnata, starebbe ancora con quell’uomo; invece ha accettato lo stato dei fatti, e si è comportata di conseguenza.

Troppo spesso confondiamo i due livelli, e rimaniamo imprigionati nell’inerzia dovuta al rifiuto della realtà; ogni cambiamento evolutivo deve invece obbligatoriamente passare attraverso una fase di accettazione: accettare ciò che non ci piace, affinché tutto cambi.

La sfera


Mi piace immaginarmi come una sfera; sulla superficie si trovano i miei diversi stati d’animo, che si materializzano nei tanti falsi io con i quali tendo ad interagire con l’ambiente, le varie maschere dell’ego, mentre al centro si trova il mio vero io, la mia essenza.

La sfera ruota, e di volta in volta mostra una faccia diversa: di fronte ad uno stesso evento potrò allora rispondere con fastidio, o con entusiasmo, o con piacere; la mia reazione dipenderà dalla posizione della sfera, non dall’evento in sé.

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Ecco come l’amore che provo per qualcuno (o quello che credo tale) possa improvvisamente trasformarsi in odio, dopo una mezza rivoluzione della sfera; ecco come una passione diventa improvvisamente un fastidio, un’attrazione diventa di colpo repulsione.

Tutto questo capita perché vivo in superficie, dove il mare è increspato dalle impetuose onde delle emozioni; ma se riuscissi a scendere in profondità, raggiungere il centro, dove tutto è quiete… la rotazione della sfera non avrebbe più la minima influenza sul mio atteggiamento col mondo, ed io potrei finalmente essere io.

Gli spari sopra… sono per te


Sì, lo so, vorresti essere contornato da persone che ti fanno stare bene, e non doverti confrontare continuamente con quell’odioso rompiscatole del tuo collega, che devi sopportare ogni giorno sul posto di lavoro.

Questo è ciò che desideri; ma lo sai qual è la realtà? Che tu hai bisogno dell’esistenza di personaggi simili; ne hai bisogno perché, che tu lo sappia o meno, ne corso della vita hai accumulato odio, e adesso ti serve un pretesto per scaricarlo.

Se attorno a te fossero tutti irreprensibili, troveresti comunque il modo di avercela con qualcuno, la fantasia di certo non ti manca.

Quel rompipalle è lì ad assillarti perché tu hai rancore da smaltire, altrimenti nemmeno lo noteresti.

D’altra parte, hai mai osservato in te il sottile piacere che provi quando sul finire del film il cattivo riceve la crudele punizione che si merita? Senza cattivo e senza punizione, credi che quel film ti piacerebbe ugualmente?

Liberati dal marcio che hai dentro, ed il mondo diventerà un posto piacevole in cui vivere.

Inferno, Purgatorio e Paradiso


Non hai bisogno di attendere la grande dipartita per sapere se esistono Paradiso, Inferno e Purgatorio, e nemmeno per sapere come sono fatti: li puoi trovare qui e ora, in questa vita.

  • Puoi visitare l’Inferno attribuendo le colpe di ciò che ti accade agli altri.
  • Puoi visitare il Purgatorio attribuendole a te stesso.
  • Puoi visitare il Paradiso liberandoti dal concetto di colpa.

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Un sant’uomo chiese a Dio: “Come sono il Paradiso e l’Inferno?” Dio lo condusse verso due porte. Aprì una delle due, quella dell’inferno. Al centro della stanza c’era una grandissima tavola rotonda imbandita con cibi profumati. L’uomo sentì l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, affamate. Avevano forchette e cucchiai dai manici lunghissimi, per mangiare dovevano impugnare l’estremità della posata e non ce la facevano. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio aprì poi la seconda porta, la scena era identica alla precedente: c’era la grande tavola rotonda, imbandita delle stesse succulente pietanze. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse le posate dai lunghi manici. Questa volta, però, le persone erano ben nutrite, felici e sorridenti. Il sant’uomo disse a Dio: “Non capisco!”.  “E’ semplice, rispose Dio. Qui c’è amore, ognuno imbocca l’altro”.

Perché Inferno, Purgatorio e Paradiso non sono luoghi, ma modi di relazionarsi alla vita.

Perdono, perché sono egoista


Secondo Wikipedia, il perdono è

la cessazione del sentimento di risentimento nei confronti di un’altra persona; è quindi un gesto umanitario con cui, vincendo il rancore, si rinuncia a ogni forma di rivalsa di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore.

La nostra cultura cattolica ci fa poi associare il concetto di perdono a quello di porgere l’altra guancia.

E’ dunque piuttosto naturale che il nostro istinto di sopravvivenza ci renda riluttanti a perdonare, perché vediamo questo atto come una pericolosa apertura nelle nostre difese, che ci lascia in balia dell’ennesimo attacco di chi già una volta ci ha trattato male.

Ma per come la vedo io, il perdono non è nulla di tutto ciò, ed è ben lontano dall’essere un atto altruistico.

Se ci rifletti, la rinuncia ad ogni forma di vendetta lascia di fatto inalterato il destinatario del tuo perdono, che magari neppure ne è a conoscenza; ha invece enormi benefici su di te!

Eccoti un esempio per spiegare meglio cosa intendo.

Qualcuno ti fa un torto, ed in quel momento tu provi una certa sofferenza; te la leghi al dito e ti riprometti di fargliela pagare in futuro.

La tua mente, per aiutarti a non dimenticare questo sano proposito, continua a proiettarti il film del torto subito, e tu riprovi le stesse emozioni provate in origine; l’evento si è verificato una volta sola, ma tu lo rivivi più e più volte, per mantenere vivo l’intento di vendicarsi.

Ecco che la sofferenza che potevi provare solo per qualche minuto, grazie all’aiuto dell’efficace memoria di cui sei dotato, si protrae per un tempo indefinito. E’ un po’ come se un virile maschio si tagliasse gli attributi per fare un dispetto alla moglie, non trovi?

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Che succede invece se perdoni?

Perdonare significa accettare il fatto accaduto, che essendo appunto accaduto è ormai ineluttabile: desiderare il contrario è privo di senso. Non significa certo non prendere precauzioni affinché non si ripeta: si tratta solo di smettere di continuare a rimuginare su quanto è successo.

Vuol dire accettare il fatto che qualcuno si è comportato in un certo modo perché, secondo la sua scala di valori (che magari è molto diversa dalla tua) era corretto fare così.

Hai idea del risparmio di energia che permette tutto questo?

Magari non sarai d’accordo con me, il tuo desiderio di vendetta è troppo forte, e poi che diamine, è una questione di principio e di immagine, non puoi lasciare che ti si veda come un debole che accetta di farsi fare qualunque cosa senza fiatare.

Non ti sto suggerendo questo, ma di chiudere con il passato, smettere di tenerlo in vita con tutto il suo carico di dolore, e andare avanti.

Io sono sufficientemente egoista da fare così, e perdono non già per altruismo, ma perché mi voglio troppo bene per permettere a chi mi ha già fatto del male una volta nella realtà di continuare a farlo ripetutamente nella mia immaginazione.

I rischi della falsa identità


Voglio ora riprendere alcune considerazioni che ho già espresso in passato, perché mi stanno particolarmente a cuore; uno dei miei articoli precedenti muoveva dalla domanda: ma tu, chi sei?

Probabilmente controbatterai: a che serve chiederselo? Io sono io… e poi mi sembrano inutili sofismi filosofici.

Eppure non hai idea di quali importanti risvolti pratici discendano dalla risposta che hai più o meno consapevolmente deciso di dare a questa domanda; perché la tua mente compie ogni singola decisione in funzione di un unico obiettivo: preservare la tua esistenza, ossia la tua identità!

Sicuramente il tuo corpo è un buon candidato a rappresentarti, ed infatti la mente tende normalmente a mantenerne l’integrità fisica (anche se non è sempre vero, ad esempio nei casi di anoressia o più in generale di autolesionismo).

Ma possiamo andare oltre la fisicità: se pensi di essere un importante uomo di affari, ogni scelta sarà improntata a preservare questo ruolo; la tua più grande paura sarà allora rappresentata dal fallimento, perché significherebbe per te cessare di esistere.

Oppure potresti farti carico dell’immagine della persona altruista, quella che aiuta gli altri, che mette il prossimo davanti a sé; ecco allora che la minaccia alla tua identità sarà rappresentata da un’accusa di egoismo, o dalla necessità di mettere in atto comportamenti che in qualche modo ledano chi ti sta a fianco.

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Il caso peggiore, e ahimé assai frequente, è quello di chi ricopre il ruolo della vittima, nelle varie sfumature in cui questa si può manifestare; per farti un esempio concreto ti parlerò di una persona che ho conosciuto molto bene, quella che mi è stata più vicina, ossia mia madre.

Mia madre ha passato gli ultimi vent’anni della propria vita completamente identificata col ruolo della donna anziana, sola e malata. Ovviamente questo ruolo l’ha portata a profondi stati depressivi, ma ogni tentativo di tirarla fuori è stato vano; sai perché? Perché per la sua mente accettare di rinunciare a quell’immagine avrebbe significato perdere la propria individualità e, in definitiva, morire.

Ti capita mai di parlare con persone che non fanno che ostentare i loro problemi, i loro acciacchi, le loro disgrazie? E tu magari tenti di sollevare loro il morale, cercando di far notare che tutto sommato i problemi non sono così gravi, nella convinzione di aiutarli, col risultato di farli invece mettere sulla difensiva? Nella migliore delle ipotesi ti accuseranno di non comprenderli.

Già, perché attaccare quello stato di infelicità significa attaccare loro stessi; quando ti parlano dei loro problemi, mica lo fanno perché vogliono da te una soluzione: vogliono soltanto che tu ratifichi la loro esistenza, confermando che sì, effettivamente loro sono lì, ci sono, e tu li riconosci. Se togli di mezzo il problema, che rimarrebbe di loro?

Capisci, in questi casi estremi (ma non rari come potresti immaginare), che rischi comporta l’identificazione e la falsa immagine di sé?

Se ad esempio ti identifichi con una malattia, come è accaduto a mia madre, a livello conscio desidererai guarire, ma il tuo inconscio remerà contro, perché tutto sommato è meglio esistere malati che non esistere affatto.

Tutto questo per arrivare ad una conclusione: è essenziale imparare a riconoscere gli stati di identificazione, e se ti eserciti capirai quanto sono numerosi nella tua vita. Ogni attaccamento, ogni paura, ogni ansia, ogni forma di sofferenza, deriva da uno stato di identificazione.

Ma tu mi dirai: se li abbandono tutti, cosa mi rimane? Che motivo ho di continuare a vivere?

Una volta lasciata andare ogni forma di identificazione col mondo materiale, corpo compreso, resta un motivo molto importante per vivere, il più importante: Tu.

La felicità


Qualche giorno fa qualcuno mi ha chiesto che cos’è secondo me la felicità.

Se poni questa domanda in giro, sentirai che per alcuni è vincere una grossa somma in denaro, per altri trovare l’amore della vita, per altri il posto di lavoro da tempo agognato, per altri ancora la nascita di un figlio… e chi più ne ha più ne metta.

Queste che ho elencato sono indubbiamente cause di felicità, variabili da persona a persona; esiste però una definizione di felicità sufficientemente generale che accomuni tutte queste cause sotto uno stesso ombrello? Perché ci capita così di frequente di cercare con ogni forza di raggiungere un obiettivo, convinti che questo ci renda felici, per poi scoprire con amarezza che non è così, una volta raggiunto?

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Non sono così presuntuoso da arrivare a parlare di un tema così personale estendendolo all’essere umano nel suo genere; proverò quindi a cimentarmi nel già di per sé arduo compito di parlare di me.

Credo in ogni caso di avere le idee abbastanza chiare in proposito: io sono felice ogniqualvolta vivo una situazione tale da non desiderare altro oltre all’esperienza di quel momento.

Sembra di per sé banale e forse tautologico, ma lasciami spiegare meglio: ciò che intendo dire è che per me la felicità non è legata ad alcunché di particolare relativo al mondo circostante, ma è invece associata ad uno stato mentale caratterizzato da assenza di tensioni interne.

E’ questo stato di centratura, di uniformità di intenti, che io identifico con la felicità.

Accade ad esempio quando mi trovo di fronte ad un panorama mozzafiato, che cattura ogni mia attenzione; magari non dura a lungo, ma in quei brevi istanti la mente cessa di pensare ad altro, ciò che sto facendo è perfettamente adeguato e non sento l’esigenza né mi sento in dovere di essere altrove, o di fare altro.

Viceversa, succede ahimé più di frequente il contrario: sfalcio il prato ma penso che forse dovrei riordinare la cantina; sono in ufficio, ma penso che il mio tempo sarebbe speso meglio se fossi a girare in bici; sono davanti ad una birra con gli amici, ma i sensi di colpa mi fanno pensare che sarebbe più giusto se fossi a casa con la famiglia.

Tutte queste tensioni, che ho qui esemplificato come esercitate da due poli attrattivi ma che nella realtà ne hanno molteplici, provocano uno stiramento della volontà, come una miriade di cavalli che tirano lo stesso carro in direzioni differenti lasciandolo per lo più nell’immobilità, eppure soggetto a tensioni enormi.

Vista da questa prospettiva, raggiungere la felicità non sarebbe, per me, nulla di trascendentale o particolarmente difficoltoso: si tratterebbe semplicemente di riuscire a trovare il giusto stato di centratura che mi permetta, in ogni istante della vita, di sentirmi al posto giusto, di sentire che sto facendo la cosa più appropriata, in quel momento.

Detto in altri termini, di essere sempre presente a me stesso.

Una ricetta relativamente semplice, ma stranamente difficile da mettere in pratica.

L’atteggiamento da perdente


Ad una conferenza tenuta da manager di successo a cui ho partecipato di recente è stato detto che l’importante è vincere, e che il secondo classificato è il primo dei perdenti.

Io sono invece dell’idea che chi occupa la posizione in fondo alla classifica è solo l’ultimo dei vincitori, e si pone di parecchie spanne davanti alle migliaia di potenziali partecipanti che non si sono messi in gioco perché è mancato loro il coraggio di affrontare un posizionamento.

E quel coraggio è venuto meno proprio a causa di un modo di vedere la competizione che ne travisa completamente la reale natura, che è quella di confrontarsi con se stessi.

Quello di dover vincere a tutti i costi, a ben vedere, è il vero atteggiamento da perdente.