La vetta: OK, target panic!


La vedo, è lassù, illuminata e riscaldata dal sole; dalla cengia umida e ombrosa in cui mi trovo riesco a scorgere piuttosto chiaramente il cammino che porterebbe a riscaldarmi le ossa e l’anima; so benissimo che è alla mia portata e che dipende esclusivamente da me, e tuttavia resto qui, a contemplare dalla distanza.

E so anche perché.

Perché, tutto sommato, chi sono mai io per meritare questo? Perché arrogarmi in prima persona i benefici di quel posto al sole? Perché sottrarlo a qualcun altro più meritevole di me?

Prendere l’iniziativa sposta su di me il peso psicologico dell’esito delle mie azioni; molto meglio reagire ai casi della vita, potrò sempre raccontare agli altri e a me stesso che mi ci sono trovato costretto.

E poi… dove mi trovo è freddo e umido, certo, ma si tratta di un posto che gode di una notevole stabilità, da qui non posso certo cadere. Mentre, se salissi lassù… eh, che diamine, da lassù le possibilità di caduta sono molteplici. Come mi sentirei se arrivassi in vetta, godessi appieno di quel bel sole, e poi con uno scivolone improvviso ruzzolassi di nuovo giù, per piombare dolorante nel luogo di partenza o, peggio, ancora più sotto? Il dolore alle ossa sarebbe nulla in confronto a quello che proverei al cuore al ricordo dell’agio ottenuto e poi perduto, per sempre.

C’è inoltre da considerare che a questo mondo se sei felice non sei mica tanto ben visto. Chissà perché, sembra sempre che il tuo star bene in qualche modo implichi lo star male di qualcun altro. Ed in effetti, se vado ad occupare quel posto nessun altro potrà goderne. Ma a prescindere da questo: che brutta persona sarei ad essere felice quando attorno a me c’è pieno di gente triste? Quanto mi farebbe sentire in colpa starmene lassù al caldo a guardare dall’alto la sofferenza altrui?

No, meglio rimanere qui. Non è affatto confortevole, ma almeno so cosa aspettarmi, so che ho poco da temere. E poi, ostentare la propria sofferenza ha il suo bel perché, il fatto di portare una croce è sempre ben spendibile in società.

Ma devo essere onesto; questa strategia di vita è per molti versi comprensibile, e tuttavia in cuor mio so di non avere il diritto di fare una cosa: recitare il ruolo della vittima. Perché la situazione che sto vivendo nasce da una scelta tutta mia, e sarebbe davvero ipocrita dare la colpa al destino, al mondo, agli altri.

Fare la vittima significherebbe rifiutarsi di guardare in faccia la realtà, perché alla fine anche la non azione è una scelta ben precisa che si compie, anche se molto più facile da lasciar passare inosservata.

E mentre faccio queste considerazioni e ammiro la vetta tuttora libera, alcuni dubbi provenienti dal cuore si insinuano striscianti nella mia mente.

Non sarà forse che, a sommare tutti questi periodi di sofferenza, latente ma sopportabile, lungo l’arco di una vita, alla fine incassare qualche saltuario ruzzolone sia il male minore? Nell’economia generale dei profitti e delle perdite, non converrà forse rischiare?

Soprattutto: e se quel bel posto lassù, che al momento è vacante, mi fosse stato riservato da una qualche sorta di equilibrio cosmico? Passami per comodità un linguaggio religioso, d’altra parte finora sono stato moralista a mio svantaggio: e se fosse un posto che  Dio ha creato proprio per me, nella sua infinita benevolenza? Parlo dei famosi talenti della parabola, con riferimento ai quali abbiamo un ben preciso compito: quello di farli fruttare e non tenerli nascosti al sicuro in cassaforte.

Che arrogante, supponente, presuntuoso e irriconoscente sarei in questo caso, a rifiutare una simile opportunità!

L’arbitrarietà del reale


“Hai visto che coraggio quella scimmia?”

“Quale scimmia?”

“Quella laggiù, quella che sta tenendo testa alla leonessa!”

“Leonessa? Scimmia? Ma di che stai parlando?”

“Oh ma insomma, oggi avere un dialogo con te è più faticoso del solito! Laggiù! Non vedi una scimmia muso a muso con una leonessa?”

“Dici vicino a quell’albero?”

“Albero?”

“Albero!”

“Senti, cerchiamo di fare un passetto indietro, non ci stiamo capendo. Io non vedo nessun albero.”

“Mi dici che non vedi quel gigantesco albero di fronte a noi, dal quale si involano due grossi uccelli, e pretendi che io veda invece una scimmia e una leonessa? Dobbiamo farne più di uno, di passi indietro!”

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“Senti, non mi prendere in giro, non è possibile che tu non veda quei due animali, sono enormi! Finora abbiamo scherzato, ok, ma adesso torniamo seri, per favore, questo dialogo mi sta mettendo a disagio!”

“A chi lo dici! Se qui c’è uno che sta prendendo in giro, quello sei tu, non è davvero possibile non vedere quella quercia che hai davanti agli occhi!”

“Ti avviso, la mia pazienza sta per terminare. Un bel gioco dura poco, e tu lo stai tirando un po’ troppo, mi sembra. Ti ho già spiegato che mi inquieta non riuscire a confrontarmi con qualcuno sulla realtà, ti prego smettila!”

“E va bene. Mi sembra che qui nessuno sia disposto a fare il minimo passo incontro all’altro. Facciamo così: perché non chiediamo l’intervento di una terza persona?”

“Mi sembra sensato. Ecco, guarda, sta passando Remo, possiamo chiedere a lui.”

“Remo lo svitato? Non mi pare una grande idea!”

“Non vedo nessun altro… meglio di nulla, no?”

“E va bene, lo chiamo io. Remo! Ehi, Remo, scusami…”

“Ciao ragazzi, come va?”

“Bene Remo, bene, grazie. Senti, avremmo bisogno di un favore. Potresti dirci cosa vedi laggiù, dove indica il  mio dito?”

“Mmm…”

“Dunque?”

“Intreccio bianco nero.”

“Cosa?”

“Intreccio bianco nero!”

“Nessun albero?”

“Nessuna scimmia? Nessuna leonessa?”

“Intreccio bianco nero!”

“Adesso capisci, perché gli danno dello svitato?”

“Eccome se capisco! Non ha la minima capacità di dare un senso alla realtà!”

Tutto più chiaro che qui


Lo so, lo fai in buona fede, per alleviare il malessere che leggi nei miei occhi. Immagino che visto da fuori sia tutto più chiaro, e la soluzione ai miei problemi così evidente che ti domandi com’è possibile che non riesca a tirarmi fuori da questa situazione con pochi semplici passi.

Lo so, probabilmente se mi comportassi come tu suggerisci potrei levarmi d’impiccio.

Lo so.

Eppure, vedi, i tuoi consigli mi sono tutt’altro che di aiuto.

Perché quello che non sai è che il mio malessere non deriva dal problema in sé, ma da come io mi sento in relazione ad esso. E, allora, il grosso nodo da sciogliere non è il primo, ma il secondo.

Vorrei che capissi quanto mi sento inadeguato, sbagliato, impotente; vorrei comprendessi che tutti quei sassolini mi appaiono enormi massi; e vorrei che lo accettassi; vorrei che mi accettassi così come sono, in questo mio essere sbagliato, fragile, indifeso, e mi dicessi: “ehi, lo so che ti senti inadeguato, ma va bene così, non ti crucciare, vedrai che presto troverai le forze per venirne fuori, per ora hai fatto tutto quanto era nelle tue possibilità; ehi, va tutto bene così, adesso riposa un poco, ok?”

Perché da troppo tempo sento la mancanza dell’affettuosa comprensione di un genitore.

In questo modo mi sentirei meno solo, meno incompreso. Meno sbagliato.

Come posso compiere una qualsiasi azione, pur piccola, se mi sento inadeguato? Dove posso trovare l’energia necessaria per muovere anche un solo passo nella giusta direzione, se dentro di me c’è la profonda convinzione che il vero problema sia io?

E’ questo che non comprendi, è questa la mia vera difficoltà. Ed i tuoi consigli, perdonami, non fanno che accentuarla, confermandomi che sì, sono inadatto, e forse un poco sciocco a non vedere una soluzione così evidente, e che lo sono sicuramente nel lamentarmi senza fare alcunché per migliorare la situazione.

I tuoi consigli mi fanno anche pensare (lo so che non è questa la tua intenzione, ma il subconscio è subdolo) che tu mi voglia liquidare con una pasticca anti infiammatoria, per non sentire più parlare del mio malessere.

A me non serve qualcuno che mi risolva i problemi, ma qualcuno che mi stia vicino, creda in me, e mi conceda la sua fiducia. Così potrei trovare più facilmente l’energia per credere a mia volta nelle mie possibilità, e raggiungerla con le mie forze, la mia soluzione.

Se pensi di non potermi dare questo non ti preoccupare, lo so che è difficile, non te ne farò una colpa; cerca però di tenere per te i tuoi consigli: costruirò da solo l’autostima necessaria per andare avanti, ci vorrà forse un po’ più di tempo, ma intanto tu, ti prego, non mi ostacolare.

Il vicolo cieco


Qualche giorno fa la mia amica Lisa mi ha raccontato un fatto che mi ha riempito di ottimismo e mi ha fatto riflettere, lo voglio qui condividere con te; beh, in verità lei non si chiama così, uso degli pseudonimi per proteggere la privacy, e per lo stesso motivo non ti racconterò tutti i dettagli della vicenda, ma lascerò inalterato il succo della storia.

Lisa ha per molti anni rivestito un ruolo di aiuto nei confronti di Filippo, che si trovava e si trova tuttora in uno stato di bisogno; inizialmente questo la faceva stare bene, si sentiva utile ed in pace con sé stessa; fra i due si era venuto a creare un legame molto forte, nel quale Filippo era però di fatto dipendente da lei.

Col passare degli anni questa situazione è venuta a pesare a Lisa, che ha iniziato a non provare più lo slancio e la passione che fino ad allora le avevano fatto vivere con gioia quella relazione di aiuto.

Negli ultimi tempi si era resa conto di non riuscire più a ricoprire un ruolo che adesso viveva come un dovere, ma abbandonare Filippo avrebbe significato dargli un dolore immenso, di questo lei era certa; e di riflesso pure lei sarebbe stata malissimo.

Insomma, era imprigionata in una situazione senza via di uscita: questa la sentenza della sua parte razionale.

Improvvisamente, ecco il fatto inaspettato: un’altra persona entra nella vita di Filippo, una persona che catalizza tutte le sue attenzioni; si tratta di un evento eccezionale nella sua improbabilità, un evento davvero imprevedibile, e tuttavia accade; contemporaneamente lei tocca il fondo, capisce che non ce la fa proprio più ad andare avanti in quella situazione, e forte dei nuovi accadimenti prende la decisione: comunica a Filippo che non potrà più aiutarlo.

Sta malissimo per qualche giorno, tormentata dai sensi di colpa… poi poco a poco il ritorno alla normalità. Gli scenari catastrofici presagiti, nei quali lui avrebbe provato un immenso dolore per l’abbandono(?) di lei, non si verificano, anche grazie alla presenza in scena del nuovo protagonista.

Insomma, quella che a priori sembrava una situazione senza via di uscita, alla fine non si è rivelata tale.

A posteriori.

Quando Lisa mi ha raccontato della sua decisione coraggiosa mi sono sentito pervaso da un’ondata di ottimismo e rinnovata fiducia nella vita, ed ho maturato le riflessioni che ora sto condividendo con te.

Perché era così convinta di non avere via di scampo? La risposta che mi sono dato è: perché usava la mente per analizzare la situazione. Il cuore (forse l’anima?) le suggeriva che avrebbe dovuto cambiare, ma la mente intimava che non era possibile, che non c’era margine di azione, tutte le strade disponibili erano precluse perché troppo costose.

Tutte? Ma la ragione non può conoscerle tutte! Essa si basa sul passato, anzi, sulla sola porzione di cui è a conoscenza, e non può fare affidamento sull’infinito bagaglio di possibilità che il futuro ha in serbo.

Insomma, la razionalità è limitata perché non possiede tutti gli elementi necessari per compiere una valutazione adeguata, e tuttavia pretende con presunzione di poterlo fare, col risultato che sovente arriva a conclusioni errate e spesso depotenzianti.

Se penso che la mia tesi di laurea si è basata in gran parte sulla teoria delle decisioni, che pretende di formalizzare dei criteri elevando appunto al rango di teoria tutta questa serie di str… ehm, stupidaggini… mi viene da sorridere e darmi una pacca affettuosa sulla spalla!

Ogni volta che la mente ti intima di lasciar perdere, che non ce la potrai fare, che stai per commettere una sciocchezza… ebbene, mandala delicatamente a quel paese e segui invece ciò che l’istinto suggerisce.

Metti da parte la presuntuosa convinzione di non potercela fare. Anche solo per gioco, così, per vedere almeno una volta che succede. E se non puoi correre e nemmeno camminare, allora impara a volare!

Grazie Lisa.

Il sociale e l’antisociale


“Ma perché fai così?”

“Così come?”

“Non ti rendi conto che di questo passo rimarrai solo? Per stare in mezzo agli altri un minimo di educazione è necessaria.”

“Ma perché, che ho fatto?”

“A volte è tutto OK, ma altre volte, come ad esempio oggi, neanche saluti, sei scorbutico… qualche ‘grazie’ in più o un sorriso ogni tanto aiuterebbero a farti ben volere dagli altri, non credi?”

“Mi stai dicendo che dovrei dire ‘grazie’ per farmi accettare dagli altri?”

“Beh, è un modo per integrarsi.”

“Non trovi che sia piuttosto ipocrita tutto questo?”

“Sono semplici regole sociali, non ci vedo nessuna ipocrisia.”

“D’accordo, supponiamo che sia come dici; ma che valore posso dare alla benevolenza di qualcuno che mi valuta non già in base a quello che sono veramente, ma per la parte che interpreto? Così non diventa forse tutto una recita?”

“Non ti seguo.”

“Io voglio essere accettato per ciò che sono, non per ciò che fingo di essere; se tu apprezzi la mia compagnia solo quando mi adeguo a certe tue aspettative, io non potrò mai essere libero di essere me stesso, quando sto con te. Fingere in continuazione per paura di rimanere soli è un modo di arrivare allo stesso risultato a prezzo di una maggiore fatica: sei solo comunque, perché nessuno ti conosce veramente e nessuno è disposto a confrontarsi coi tuoi veri difetti (che poi potrebbero rivelarsi anche dei pregi, ma non avrai mai la possibilità di scoprirlo), e in più hai fatto i salti mortali per cercare di capire cosa vogliono gli altri da te, e per farglielo avere. Che senso ha tutto questo?”

“Quindi dovrei essere io ad adeguarmi alle tue bizzarrie, a farmi andare bene i tuoi comportamenti che mi danno fastidio? Non sarei forse io, in quel caso, a recitare?”

“Dipende dal tipo di comportamento a cui ti riferisci; se questo ha effetti concreti anche su di te, ad esempio perché voglio tenere la finestra aperta e tu hai freddo, allora hai tutte le ragioni di lamentarti. Ma se gli effetti ricadono esclusivamente su di me, e tu ne sei influenzato solo per via di tue costruzioni mentali, allora no, non hai proprio nessun diritto di volerlo! Il fatto che tu abbia l’esigenza di sentirti dire ‘grazie’ è un’aspettativa sul mio comportamento fine a sé stessa, che non ti aggiunge o toglie nulla.”

“Ammettiamo che tu abbia ragione, che sia una recita; non credi di avere comunque convenienza ad interpretarla? Magari resterai solo ugualmente, come dici tu, ma almeno quando avrai bisogno di aiuto troverai persone ben disposte nei tuoi confronti.”

“Magari sì, magari ne vale la pena; basta essere però consapevoli che lo stiamo facendo per opportunismo, e non perché siamo intrinsecamente ‘brave persone’. Va bene essere ipocriti con gli altri, ma arrivare ad esserlo pure con se stessi no, non lo posso accettare!”

“La chiami addirittura ipocrisia! Mi sembra eccessivo. Quindi saresti disposto a rinunciare alla mia amicizia in nome di un sofisma del genere?”

“Se la tua amicizia nei miei confronti è subordinata a certi schemi che dovrei rispettare, allora tu non vuoi essere amico mio, ma di una persona idealizzata che esiste solo nella tua mente, alla quale dovrei adeguarmi per essere accettato da te; ma io non voglio essere quella persona lì, io voglio essere me stesso.

Quindi, se ti va di essere mio amico, devi accettarmi per come sono realmente, e rinunciare ai modelli mentali che dicono come dovrei essere in un mondo ideale. E, già che ci sei, abbandonali tutti, quegli stupidi modelli mentali, anche quelli che non riguardano persone; perché queste ultime magari vi si adeguano, per compiacerti, ma gli eventi della vita non lo faranno di certo!”

Per leggere questo articolo ci vuole un fisico bestiale


Elio Massa era un tipo tutto d’un pezzo, dal carattere talvolta irascibile e turbolento, anche se di lui non si poteva certo dire che non sapesse donare calore a chi gli stava vicino.

Aveva però un difetto: il suo marcato egocentrismo lo portava a tenere un atteggiamento eccessivamente arrogante, a comportarsi con chiunque come se fosse il centro dell’Universo.

Certo, i fatti dimostravano inconfutabilmente che aveva una notevole influenza su chi lo circondava, anche se c’era chi non si trovava d’accordo e, anzi, non sopportava proprio questa sua presuntuosa convinzione.

La più accanita contestatrice era senz’altro Gaia Mondo, una frizzante e rotondetta giovane dalla lingua tagliente che non teneva certo per sé le sue pungenti e provocatorie osservazioni.

“Dovresti ridimensionarti un poco, ma chi credi di essere?” gli diceva spesso.

“Fai la sostenuta, eh? Ma se mi gironzoli attorno in continuazione, è evidente che sei innamorata di me, accecata dalla mia bellezza! Perché non o ammetti?”

“Bellezza? Ma non farmi ridere, sei sempre così trasandato, hai visto che macchie hai addosso?”

Lui glissava, facendo finta che l’osservazione non fosse mai stata fatta: quando qualcuno toccava certi argomenti avrebbe preferito eclissarsi; spostava allora per difesa l’accento sul comportamento dell’interlocutore, in questo caso sull’attrazione che Gaia provava nei suoi confronti.

Era, questo, uno dei principali motivi di discussione fra i due; a sentire Elio, Gaia gli girava attorno in continuazione, mentre lei era di tutt’altro avviso: non faceva che andare diritta per la propria strada, e se lo ritrovava sempre fra i piedi.

Un giorno si trovarono costretti ad affrontare una volta per tutte la questione: non era possibile che avessero punti di vista così divergenti, la realtà era una sola e uno di loro si stava certamente sbagliando nell’interpretare i fatti; si trattava di capire chi fosse dei due.

Eppure erano entrambi animati da una convinzione così genuina che, per amor di curiosità scientifica, decisero di abbandonare le rispettive posizioni, per andare alla ricerca di un terreno comune che sciogliesse il nodo in modo definitivo.

Perché lui vedeva effettivamente che lei gli girava attorno, di questo era certo; come altrettanto certa era lei nell’affermare di andare sempre diritta per la propria strada.

Fu Alberto, un caro amico di Gaia, a svelare finalmente l’arcano; e lei non perse l’occasione per sbattere la verità in faccia a quel presuntuoso, che sì, aveva in un certo qual modo ragione nel difendere la propria posizione, ma questo non voleva affatto dire che Gaia fosse innamorata di lui perché, a ben vedere, anche lei era nel giusto quando affermava di andare diritta per la propria strada senza considerarlo minimamente.

“La verità, caro il mio Elio Lo Sbruffone, è che tu modifichi lo spazio.”

Elio trasalì. “Modifico lo spazio? Cosa vorresti dire?”

“Proprio quello che ho detto! Anzi, per essere più precisi, modifichi lo spazio-tempo. Me l’ha detto Alberto, quello che lavora all’ufficio brevetti. Siccome hai molta massa (e se mangiassi un filino di meno forse potresti migliorare la situazione), lo spazio-tempo attorno a te si curva, si piega. E guarda caso, io mi trovo a muovermi proprio dentro a quello spazio-tempo che tu hai incurvato. Ma io mica me ne accorgo, che è curvo! Per me è tutto lineare, diritto! E me ne vado per la mia strada, non mi importa affatto di te, come ti ho detto più volte! Se poi, percorrendo la mia strada rettilinea in uno spazio curvo, a te sembra che ti stia girando attorno, questo è un problema tuo! Ma ti ripeto, e spero che ti sia chiaro una volta per tutte, che tu su di me non hai la minima influenza!”

Elio accusò il colpo. Fece fatica ad accettare un tale stato di cose, e una parte di lui forse non l’avrebbe accettato mai; ma si trovò costretto ad arrendersi a questo nuovo modo di vedere la realtà, perché certamente spiegava molti più fatti di quanto non l’avessero fatto in precedenza le loro convinzioni.

E poi… modificare lo spazio-tempo sembrava molto più fico che attrarre a sé fanciulle belle ma dal carattere spigoloso come Gaia.

Ma cosa diavolo era, poi, questo spazio-tempo?!?

Il diapason


L’altro giorno con alcuni amici si discuteva del fatto che siamo gli unici responsabili della nostra felicità; l’obiezione di una di loro è stata degna di attenzione, perché secondo me ha centrato un punto cruciale.

Per farci notare quanto sia difficile convincersi che le cose stiano davvero così, l’amica in questione ha raccontato un episodio che le era accaduto giorni addietro, quando andando a lavoro con lo scooter ha fatto una manovra che un automobilista ha giudicato azzardata, ed è stata pertanto pesantemente insultata con conseguente inizio della giornata in uno stato d’animo pessimo.

A questa obiezione mi viene da rispondere pensando al diapason.

Il diapason produce normalmente il LA e viene utilizzato per accordare gli strumenti musicali, ma a seconda della lunghezza dei suoi rebbi può produrre svariate tonalità; lo tiro in ballo perché ci permette di osservare un fenomeno parecchio interessante: quando due diapason che producono la stessa nota sono vicini, se percuotiamo il primo facendolo entrare in vibrazione, la nota emessa produrrà la stessa oscillazione anche nel secondo, che entra in risonanza.

In pratica il primo vibra, fa vibrare l’aria attorno a sé e l’aria, a sua volta, fa vibrare il secondo, che emette la stessa nota.

Ma se il secondo, invece di produrre il LA, fosse stato strutturato per produrre ad esempio un SOL, allora sarebbe rimasto immobile, indipendentemente da quanto forte avessimo percosso il primo.

Il diapason si lascia influenzare per risonanza da un altro solo quando viaggia sulla stessa lunghezza d’onda.

Intuisci dove voglio arrivare? E’ certamente vero che non posso trascurare le influenze del mondo esterno sui miei stati d’animo, ma è altrettanto vero che questo non mi deresponsabilizza affatto: se un insulto ha il potere di destabilizzarmi, significa che viaggio su frequenze troppo basse, ed è su questo che devo lavorare, iniziando intanto ad osservare il fenomeno in modo neutro, senza giudizio.

Ti ricordo che siamo fatti di energia, in ultima analisi di onde elettromagnetiche, e che l’attività cerebrale si misura appunto in base alla frequenza di queste ultime.

Ti sembra dunque così azzardato pensare che siamo dei complessi diapason soggetti a fenomeni di risonanza?

Il moltiplicatore dei depositi, ovvero: la fiducia nel processo


Si tratta di un giochetto contabile che ho imparato studiando economia; per illustrarlo partirò da un esempio, presentandoti innanzitutto i miei amici Paolo, Carlo ed Anna.

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I miei amici vivono in uno strano paese, isolato dal resto del mondo e del quale sono gli unici abitanti; ciascuno ha una dotazione iniziale in moneta e dei beni per il soddisfacimento dei reciproci bisogni; non è il caso di scendere troppo nei dettagli, sappi solo che:

  • Paolo è il più ricco, possiede 90 mercuzi e sogna di acquistare il bene A,  posseduto da Carlo, del valore di 70 mercuzi;
  • Carlo non è molto ricco in termini monetari, possiede solo 30 mercuzi, però ha due beni molto richiesti: il bene A, tanto agognato da Paolo, ed il bene B, del valore di 50 mercuzi, desiderato da Anna; sfortunatamente, per soddisfare i propri bisogni necessiterebbe del bene C, ma questo non è ancora in commercio;
  • Anna, come Carlo, possiede solo 30 mercuzi, però è una brava industriale: potrebbe produrre il pregiato bene C, del valore di 100 mercuzi, ma per farlo necessita della materia prima B, posseduta da Carlo.

Ti piacciono i miei amici? Bene; adesso ti racconto come evolvono i loro rapporti.

Paolo acquista il bene A da Carlo; dopo la transazione, la situazione risulta la seguente:

Paolo: possiede 20 mercuzi ed è felice per avere ottenuto l’oggetto dei suoi desideri;

Carlo: possiede 100 mercuzi, è felice del buon affare ma tuttora insoddisfatto perché ancora alla ricerca del bene C;

Anna: situazione invariata con 30 mercuzi. Vorrebbe acquistare il bene B da Carlo, ma purtroppo non ha soldi a sufficienza. Le sue ambizioni imprenditoriali sono frustrate.

A questo punto i giochi finiscono: la liquidità presente nel sistema non permette altre transazioni. Peccato, perché i bisogni di Carlo ed Anna rimangono insoddisfatti, l’unico contento è Paolo. Però…

Però qualcuno potrebbe prestare i soldi che mancano ad Anna, dopotutto basterebbero solo 20 mercuzi!

Carlo non è disponibile, adesso è diventato il più ricco ma preferisce tenere i soldi nel caso trovasse il bene C… però Paolo non ha problemi: presta i 20 mercuzi che gli rimangono ad Anna e sblocca la situazione.

A questo punto Anna acquista il bene B da Carlo, che diventa ricchissimo; ecco la situazione:

Paolo: ha un credito di 20 mercuzi verso Anna ed è felice con il bene A;

Carlo: ha 150 mercuzi ed è in trepidante attesa che il bene C diventi disponibile;

Anna: ha un debito di 20 mercuzi con Paolo ma è felice perché ora può avviare le attività produttive.

Lo scenario può adesso evolvere ulteriormente: terminata la produzione, Anna vende il bene C a Carlo, e col ricavato può appianare il proprio debito con Paolo; la storia finisce nella soddisfazione generale:

Paolo: è tornato in possesso dei suoi 20 mercuzi e si gode il bene A;

Carlo: possiede 50 mercuzi e si gode il bene C;

Anna: ha finalmente soddisfatto le proprie aspirazioni di industriale, è felice per avere in cassa 80 mercuzi derivanti dall’ottimo affare concluso con Carlo (al netto del rimborso a Paolo) e si sente realizzata.

Cosa è accaduto in questa storia? In pratica la liquidità del sistema era di 150 mercuzi, un livello ed una distribuzione di ricchezza non sufficienti per completare tutti gli scambi commerciali desiderati; il gesto di Paolo, però, ha avuto l’effetto di aumentare in modo virtuale la liquidità totale, perché pur mantenendo la propria ricchezza nominale di 20 mercuzi, ha reimmesso queste risorse nel sistema, dandogli fiducia; il nuovo livello di liquidità (virtuale) è salito a 170, e questo ha permesso la prosecuzione degli scambi fino al coronamento dei desideri di ciascuno.

Paolo ha scommesso sull’affidabilità del processo, ed ha avuto ragione: la sua fiducia ha permesso a ciascuno di realizzare i propri obiettivi, e se andassimo avanti con la simulazione probabilmente scopriremmo che prima i poi i benefici di vivere in questo sistema virtuoso lo avrebbero ricompensato.

Il moltiplicatore dei depositi è proprio questo, ed è un meccanismo che si basa appunto sulla fiducia: ovviamente opera in uno scenario più complesso, con attori che istituzionalmente svolgono l’attività di Paolo, ossia le banche.

Ti faccio una domanda: credi forse che i soldi che hai depositato sul conto corrente si trovino fisicamente nei caveau dell’istituto di credito?

Ebbene, sappi che non è così: perché una parte dei tuoi depositi sono rientrati in circolazione, sotto forma di prestiti: e poiché tu pensi di avere 100 mercuzi in banca, e l’azienda che ha ricevuto il prestito pensa di averne (diciamo) 80, globalmente siete convinti che i mercuzi totali siano 180, quando in realtà continuano ad essere 100.

Per inciso: tecnicamente parlando tu non hai 100 mercuzi in banca, ma un credito di 100 mercuzi nei confronti della banca, che è ben diverso!

Detto in altri termini, la banca centrale stampa moneta per 100, ma siccome ci sono di mezzo gli istituti finanziari che ricevono depositi e concedono prestiti, la liquidità complessiva disponibile è maggiore.

Qual è il punto debole del meccanismo? Ma ovviamente la fiducia: se all’improvviso tutti quanti ci presentassimo in banca per riprenderci i soldi, questa non avrebbe i mezzi per far fronte a tutte le richieste e si arriverebbe alla bancarotta!

Cosa posso però imparare dai miei amici? Mi sembra evidente: la fiducia è un potente amplificatore di risorse, ed è in grado di creare ricchezza dal nulla, semplicemente spostandola nel tempo: è una specie di macchina del tempo virtuosa che rende reali i sogni.

E questo ragionamento non si può certo fermare ai freddi aspetti monetari, non credi? Se vuoi vivere in un mondo migliore, è il caso di iniziare a dargli fiducia! O vuoi continuare ad essere sospettoso come le banche che stanno in realtà abdicando al loro principale ruolo istituzionale?

Contraddizioni egoiche


Mi capita talvolta di osservarmi e di notare una forte contraddizione.

Da un lato tengo comportamenti che tradiscono una bassa autostima ed una scarsa fiducia in me: penso che il mondo sia un posto difficile in cui vivere, mi guardo intorno e vedo tanti problemi e poche sfide, raramente mi metto alla prova, temo i riflettori, evito la competizione per paura della classifica.

Dall’altro lato, invece, mostro di valutarmi assai: difendo strenuamente la mia persona verso l’esterno, non accetto di essere svilito in pubblico, prendo le osservazioni nei miei riguardi come affronti personali e sono attaccato alle questioni di principio, perché è necessario che il mondo sappia che a me nessuno può mettere i piedi in testa; guidato da questi valori, scivolo talvolta nella supponenza e nell’arroganza.

Mi sono domandato come spiegare questa apparente incoerenza, e mi sono anche dato una risposta: non esiste alcuna contraddizione, perché ci stiamo riferendo a due diverse immagini di me.

I comportamenti del primo tipo nascono da una scarsa considerazione di quella che ritengo essere la mia immagine privata, ciò che penso di essere veramente, mentre quelli del secondo tipo sono relativi all’immagine pubblica, ossia il modo in cui credo di essere visto dagli altri.

Capita spesso che quanto minore sia la considerazione dell’immagine privata, tanto maggiore sia l’esigenza di lustrare per bene e difendere l’immagine pubblica, nel tentativo di compensare o nascondere quello che viene ritenuta una situazione di difetto.

Peccato che sia l’immagine privata sia quella pubblica non siano altro che rappresentazioni mentali che non hanno alcunché di reale; sono solo immagini, per l’appunto, nascono dall’identificazione con i nostri processi razionali e vanno a consolidare una rappresentazione distorta ed illusoria del sé: un falso io che prende il nome di ego.

L’ego è un’ostacolo formidabile allo sviluppo. E’ a causa sua che temiamo tanto il giudizio altrui, che ingaggiamo lotte senza quartiere col vicino di casa, che ci affanniamo in assurde battaglie per difendere posizioni di principio, che rinunciamo ad un’impresa prima ancora di averla cominciata per paura del fallimento.

L’ego nasce spesso come risposta ad un bisogno di accettazione (da parte dei genitori, in particolare) e viene nel tempo ad assumere un’identità a sé stante, inizia a vivere autonomamente a spese del nostro vero io, che viene schiacciato e compresso dall’esuberanza delle due immagini mentali in antitesi.

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L’ego è l’attore che vive la vita al nostro posto: l’abbiamo ingaggiato come controfigura e ne abbiamo perso il controllo.

Magari otteniamo successi, raggiungiamo brillanti traguardi, e tuttavia ci sentiamo insoddisfatti; perché? Perché abbiamo soddisfatto i bisogni dell’ego, e non quelli della nostra anima (termine che qui uso senza alcuna accezione mistica o religiosa, ma solo per etichettare la vera essenza di ciascuno di noi).

Anzi, mi capita spesso di osservare quanto il successo sia insidioso da questo punto vista: quante persone conosco dall’ego spropositato, ingigantito dalle conquiste e prigionieri della necessità di mantenere la propria immagine pubblica ai livelli di prestigio raggiunti? Quanta ansia può creare una situazione del genere se per di più l’immagine privata è completamente diversa ed insinua il dubbio che il successo ottenuto sia immeritato?

Ho iniziato a mettere sotto i riflettori queste mie battaglie interiori, le vedo negli altri e capisco che sono fonte di inutile sofferenza perché impediscono di vivere la vita in modo pieno.

L’ego è stata una mia valida difesa per anni, non lo voglio demonizzare, mi ha offerto protezione e gli sono grato: ma adesso è giunto il tempo di crescere; già… ma se non sono ciò che credevo di essere, allora chi sono io?

Analogico o digitale? Ovvero: olismo o riduzionismo?


Questo articolo vorrebbe declinare in parole un pensiero che ho nella testa, ma il contenuto stesso di quanto desidero trasmetterti mette in discussione la possibilità che io riesca a farlo… insomma mi trovo di fronte ad un paradosso, ad ogni modo ci provo.

Qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza al festival della scienza nella quale si raccontava degli strumenti matematici, e dei rispettivi scopritori, di cui Einstein si è avvalso per dimostrare la sua teoria della relatività; al termine, al consueto giro di domande da parte del pubblico, una mi è sorta spontanea: perché mai il linguaggio matematico si presta così bene a descrivere i fenomeni fisici? In altri termini: perché la natura comunica con noi attraverso il linguaggio della matematica?

Le risposte dei relatori mi hanno convinto della affidabilità di questo strumento, ma non hanno dato ragione del perché, né mi aspettavo che fosse possibile farlo: in effetti la domanda sconfina molto nel campo delle speculazioni filosofiche più che della scienza.

Argomento archiviato; senonché stamattina, parlando di tutt’altro con mia moglie, è venuta fuori questa considerazione: secondo i recenti studi di fisica quantistica, che hanno poi riscoperto in forma nuova tradizioni e conoscenze millenarie, il mondo sarebbe un sistema unitario, olistico, di cui noi facciamo parte; la nostra sofferenza discenderebbe quindi unicamente dal fatto che noi ci sentiamo separati da esso, e non parte integrante.

nubi sole

 

Secondo questa visione percepiamo il mondo come noi da un lato, gli altri dall’altro; il tutto viene scomposto in parti, ma è solo un’operazione di comodo, la realtà è ben diversa.

E perché mai abbiamo bisogno di questa suddivisione? In altri termini: perché abbiamo l’esigenza di introdurre una separazione dove non esiste al fine di lasciar emergere la comprensione nel nostro campo di consapevolezza?

Detto diversamente: la realtà è analogica, un tutto unico, e noi dobbiamo vederla come digitale per poterla comprendere; lo stesso linguaggio verbale che usiamo per descriverla viene definito digitale, proprio perché scompone in pacchetti la realtà creando degli scomparti (di comodo, artificiali) e appiccicandovi sopra delle etichette (‘libro’, ‘sedia’, ‘fame’, e così via), a differenza di un disegno che invece descrive la realtà per analogia.

Insomma, la realtà è un fenomeno continuo che noi approssimiamo con un modello discreto.

Sembrerebbe che per poter interpretare il mondo, e comunicarlo ad altri, una parte del nostro cervello (l’emisfero sinistro) abbia bisogno di questa operazione di digitalizzazione, un po’ come un’immagine viene scomposta ed impacchettata in sequenze di bit e byte per poter essere trasferita attraverso l’etere da un cellulare all’altro.

Improvvisamente, con mia grande sorpresa ho notato come questa osservazione fosse di fatto la stessa, anche se vista da un’altra angolazione, che feci giorni addietro alla conferenza: la matematica non è altro che un processo di digitalizzazione della realtà di cui ci serviamo per poterla interpretare e, per qualche strana ragione, noi non saremmo in grado di comprendere il mondo senza questa preliminare operazione di ‘scomposizione in fattori’.

O meglio: è la nostra mente razionale, quella che ci fornisce la consapevolezza di esistere, ad averne bisogno; il nostro senso del sé necessita di approssimare la realtà analogica con un modello digitale, artificioso, al fine di interagire con esso. Ma è solo un artificio, in ultima analisi un’illusione!

Questa considerazione mi affascina non poco, e mi chiedo se possa esistere una strada per arrivare a comprendere senza usare questa finzione: sento in cuor mio che la risposta è affermativa, e che la strada in questione porta ad una sorta di illuminazione liberatoria e catartica, ma so che nel momento in cui la trovassi, per sua stessa natura, mi troverei nell’impossibilità di descriverla utilizzando gli strumenti digitali di questo blog: ti invito perciò a trovare la tua personalissima via per capire come è fatta la realtà che ti circonda, al di là della matrix.