E’ passato un anno dal primo articolo che ho scritto, e mi piace ora tirare un po’ le fila del discorso, non tanto per fare dei bilanci, ma per provare a mettere qualche punto fermo.
Intanto la prima domanda che ci si pone è: ma interessa a qualcuno quello che scrivo? Detto più freddamente: ma quanti leggono questo blog?
La risposta è incoraggiante: pochi. Dopo la prima fase, in cui per la novità tutti gli amici e conoscenti leggono i tuoi articoli ed inizi a fantasticare di trend positivi in vista del futuro coinvolgimento di chi non ti conosce ma viene raggiunto dal passaparola, arriva l’impietosa fase del consolidamento: chi già aveva il sospetto che dicessi cose poco sensate e ti aveva dato l’ultima possibilità, ne ha avuto conferma scritta e ha lasciato perdere i casi umani; chi non ti conosceva più di tanto, adesso si è chiarito le idee e ha reputato prudente non perdere tempo. Poi c’è chi pensa che scrivi di temi poco concreti, spesso difficili, noiosi. Anche loro persi per strada.
Per questi e altri motivi, il trend è calato invece di salire. E lo si vede anche nella dinamicità delle interazioni: minori commenti. A questo punto ho due alternative:
- inserirmi nel blog di qualche saccente politico poco intelligente (pensi riesca a trovarne almeno uno?) facendogli perdere le staffe e costringendolo a dire che non sono nessuno perché ho pochi followers; questo mi darebbe un bel boost di popolarità;
- apprezzare questo stato di cose e continuare per la mia strada, con uno sguardo benevolo al nocciolo duro che continua a leggere e commentare (per iscritto o a voce) quanto scrivo, a volte anche manifestando un certo (a me gradito) dissenso.
La scelta fra le due alternative dipende fondamentalmente da una cosa: perché si dovrebbe uscire dal solco? Perché ne scrivo?
Uscire dal solco è appagante e liberatorio. Quando ti impegni in una cosa nuova, ne affronti tutte le difficoltà, oltrepassi le prime fasi di scoramento ed inizi a vedere i primi risultati, non hai bisogno dell’incoraggiamento o approvazione degli altri per trovare la forza di proseguire, sei in qualche modo autosufficiente.
Osservare la realtà in modo non convenzionale è questo in fondo: provare a fare qualcosa che non si era mai fatto prima. Il mese scorso ho indossato i pattini per la prima volta nella mia vita, per giocare assieme a mia figlia. Non ho la benché minima forma di equilibrio su quegli aggeggi, di fatto cammino con la grazia di un primate; eppure, dopo le prime volte che ho pensato ‘ora mi rompo in due’, il cervello si è iniziato ad adattare, una molla è scattata ed il flusso dei pensieri motori ha iniziato a seguire un’altra strada.
Sembro sempre un primate, probabilmente non pattinerò mai nel vero senso della parola, ma credo di aver compreso il meccanismo. E questa comprensione provoca una gioia grande: ricordi il piacere che provavi le prime volte, quando avevi appena imparato a guidare l’auto o il motorino?
Affrancarsi dal giogo degli automatismi cerebrali per raggiungere nuovi e più elevati equilibri regala serenità, produce energia.
E allora la strada è chiara: poco importa se questo blog interessa solo a pochi, quei pochi a cui arriva il messaggio sono per me importanti e vanno curati. Se fossero molti, allora forse potrebbe essere il caso di smettere di scrivere, perché quando si raggiunge la massa critica il fenomeno acquisisce una propria individualità ed inizia ad evolvere in maniera autonoma; i figli vanno seguiti finché son piccoli, poi vanno lasciati andare.
Già, i figli. Anche per loro scrivo, perché un domani, quando avranno tutti gli strumenti per capire, forse leggeranno queste mie considerazioni e potranno comprendere, in totale libertà, chi è, o chi era, loro padre.






