Amo la mia famiglia, mi piace la mountain bike, odio il perbenismo, ricerco la libertà, detesto chi mi dice quel che devo fare, ignoro chi si crede migliore degli altri e predica la retta via.
Penso che per capire il mondo occorra abbandonare i punti di vista a cui si è abituati, liberandosi dai propri vincoli mentali.
Credo che ognuno di noi debba imparare ad adottare un'opinione che sia genuinamente propria, non presa a prestito da genitori, scuola, religione o società.
Nigredo è la prima delle tre fasi della trasformazione alchemica, quella della putrefazione: le strutture biologiche si decompongono nei loro fondamentali, sfumando nel plasma da cui poi emergerà nuova vita, su un’ottava superiore.
Traslando la metafora sul piano mentale questo si traduce nel venir meno di convinzioni, idee, modelli, regole: tutte le strutture cognitive sfumano nel vuoto della totale mancanza di riferimenti; ogni cosa perde di significato e di valore.
Credo che sia proprio questo che mi sta accadendo in questi anni, si tratta di un processo per me piuttosto doloroso e ho voluto tradurlo in una canzone, che ho intitolato, appunto, Nigredo.
Parole e musica Marco Perasso, licenza Creative Commons.
Mi La Do
Mi
La mia vita è questa qua
La
il domani è presto ieri
Do
il traghetto dell’età
Mi
solca il fiume dei doveri
Mi
Albe sature di attese
La
di un fanciullo spensierato
Do
che abortiscono sorprese
Mi
nel tramonto paventato
Mi
Labbra gonfie di parole
La
scrigni di promesse vane
Do
e sentenze forcaiole
Mi
di comari ciarlatane
Mi
Una madre idolatrante
La
la presunta mia eccellenza
Do
poi là fuori solo gente
Mi
che dispensa indifferenza
Mi
Amicizie, amori e miti
La
relazioni e sentimenti
Do
che si sono rivelati
Mi
meri e gretti investimenti
Mi
Obiettivi da smarcare
La
faticando come un mulo
Do
che mi lasciano il sapore
Mi
di una presa per il culo
Mi
La carota che mi attende
La
come donna voluttuosa
Do
che poi fluida mi sorprende
Mi
alle spalle, minacciosa
Mi
Il caparbio inseguimento
La
di un futuro promettente
Do
sfocia nello sfinimento
Mi
di trovarsi in mezzo al niente
Mi
Grazie a questa mia canzone
La
sciolgo in note il mio fardello
Do
disarmante delusione
Mi
per chi aspetta un ritornello
C’è stato un periodo della mia vita in cui agivo guidato dal mito della produttività, in parte influenzato dagli studi economici che stavo portando avanti.
Un atteggiamento mutuato dalla cultura anglosassone e improntato alle logiche di mercato, alla crescita, alla competizione, al business.
Col tempo ho realizzato quanto fosse fallace e illusorio questo modo di rapportarsi alla vita, e mi sono spostato nel campo delle discipline olistiche, della spiritualità, della crescita personale.
Oggi mi sto rendendo conto che questo nuovo mondo non è poi tanto diverso dal precedente; anche qui trovo atteggiamenti egoici da parte dei guru di turno, per non parlare dei loro discepoli in costante gara per essere più spirituali del vicino, e soprattutto un fattore unificante che mi fa sentire in perenne stato di inadeguatezza: quello del dover essere.
Come per il vecchio mondo, anche nel sedicente nuovo emergono modelli di riferimento, pratiche, suggerimenti, ricette che mi mettono di fronte a ciò che non sono e che potrei (o dovrei) diventare.
Alla fine mi sto convincendo che la vera saggezza si trovi nella semplicità che ho appreso dai vecchi dell’appennino ligure: non c’era bisogno di allontanarsi molto per ottenere ciò che già avevo a portata di mano.
Ho voluto tradurre questa esperienza nelle strofe di una canzone che ho intitolato, appunto, The nearest wisdom (La saggezza più vicina).
Rem Sib
Profit and loss keep in trouble your boss
(Profitti e perdite fanno preoccupare il tuo capo)
Fa La7
fly on the top, never run for a flop
(vola in alto, non correre mai per un flop)
Rem Sib
hands out of your pockets, you’ve to sell out your tickets
(mani fuori dalle tasche, devi vendere tutti i tuoi biglietti)
Fa La7
plan fine the budget, lubricate up your gadgets
(pianifica bene il tuo budget, e lubrifica i tuoi attrezzi)
Rem Sib
business is business, there’s no room for forgiveness
(gli affari sono affari, non c'è spazio per il perdono)
Fa La7
sharpen your nails and do boost up the sales…
(affila le tue unghie e aumenta le vendite)
Sib Fa
No, la vita non può esser tutta qua
La7 Rem
devi accrescere la spiritualità
Sib Fa
meditare in astinenza e povertà
La7 Rem
ti solleva dalla tua meschinità
Sib Fa
abbandona questa materialità
La7 Rem
a prepara il nuovo mondo che verrà
Do
entrerai in 5D…
La7
oa stamme un pö a sentî...
(adesso stammi un po' a sentire...)
Fa Do
Quande a vitta a l’ê un casin
(Quando la vita è un casino)
Do7 Fa
battinene u belin, battitene u belin
(sbattitene il cazzo, sbattinene il cazzo)
Do
caccia doe euve inte un tianin
(caccia due uova in un tegamino)
La7 Rem
bazzañe, salamme e un gòttin de vin
(fave, salame e un bicchierino di vino)
Fa Do
Quande a vitta a l’ê un casin
(Quando la vita è un casino)
Do7 Fa
battinene u belin, battitene u belin
(sbattitene il cazzo, sbattinene il cazzo)
Do
danni in baxo ai teu foentin
(dai un bacio ai tuoi bambini)
La7 Rem
e ascadite e òsse davanti au camin
(e scaldati le ossa davanti al camino)
Mim Do
Focus your target and do control the market
(Metti a fuoco l'obiettivo e controlla il mercato)
Sol Si7
watch at the share, social media aware
(guarda lo share, poni attenzione ai social media)
Mim Do
don’t care for rest, you’ve to shine out your best
(non ti preoccupare del riposo, devi brillare dando il tuo meglio)
Sol Si7
improve your strategy, this is war, not a comedy
(migliora la tua strategia, questa è guerra, non una commedia)
Do Sol
No, la vita non può esser tutta qua
Si7 Mim
vibra forte ed orientato all’aldilà
Do Sol
abbandona questa rozza densità
Si7 Mim
a apri il cuore al nuovo mondo che verrà
Re
una terra in 5D…
Si7
oa danni mente a mi…
(ora dai retta a me...)
Sol Re
Quande a vitta a l’ê un casin
(Quando la vita è un casino)
Re7 Sol
battinene u belin, battitene u belin
(sbattitene il cazzo, sbattinene il cazzo)
Re
piggia exempiu dai ciù piccin
(prendi esempio dai più piccoli)
Si7 Mim
e gödite u fresco du teu giardin
(e goditi il fresco del tuo giardino)
Sol Re
Se a tò vitta a l’ê un casin
(Se la tua vita è un casino)
Re7 Sol
cöse ti mogogni co-o to vexin
(cosa mugugni col tuo vicino)
Re
danni lustro au tò viulin
(lustra il tuo violino)
Si7 Mim
piggine tanta, paga u tò conto e nu rompî u belin
(prendine tanta, paga il tuo conto e non rompere il cazzo)
Si7 Mim
paga u tò conto e nu rompî u belin
(paga il tuo conto e non rompere il cazzo)
Si7 Mim
paga u tò conto... e nu me rompî u belin!
(paga il tuo conto... e non mi rompere il cazzo!)
Parole e musica di Marco Perasso, Licenza Creative Commons.
Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera della ASL nella quale sono invitato ad aderire ad una campagna di analisi gratuita delle feci, allo scopo di prevenire il tumore al colon; si tratta di una comunicazione che ricevo ogni anno, da quando ho varcato la soglia del mezzo secolo.
Qualche tempo fa avrei giudicato l’iniziativa più che lodevole; dopo il delirio della psico pandemia, la mia opinione sull’azienda sanitaria (e sottolineo la parola azienda) è cambiata drasticamente, e mi domando se non si tratti invece di una campagna di marketing finalizzata all’acquisizione di nuovi clienti per la chemioterapia.
Sia chiaro, non ti sto invitando alla non prevenzione, il punto è che sono convinto che la strada non sia questa, e mi sento anche vagamente preso in giro.
Se davvero si avesse a cuore la salute del cittadino si educherebbe ad una sana e poco abbondante alimentazione, alla vita all’aria aperta, all’attività fisica, ad evitare le situazioni stressanti.
Pare invece che questa via sia troppo impervia per chi la deve praticare, o poco redditizia per chi la deve mettere a disposizione, e si preferisce optare per la comoda pillola blu elargita da papà Stato.
Ebbene, io non ci sto: ho ben presente che questo pseudo papà putativo è lo stesso che, da un lato, è unico venditore sul territorio di sigarette (previo lavarsi la coscienza scrivendo sul pacchetto che il fumo uccide), dall’altro offre la cura per il tumore ai polmoni.
È anche lo stesso che ha causato una strage degli innocenti nella regione in cui vivo, imponendo la macellazione di migliaia di suini sani in piccoli allevamenti privati allo scopo di preservare gli allevamenti intensivi dalla peste; sulle nostre tavole arriverà così abbondante cibo esente dal morbo, ma pieno zeppo di ormoni e antibiotici, per non parlare delle tossine diffuse nel corpo di un povero animale che vive in condizioni indicibili.
Insomma, se l’azienda sanitaria avesse davvero a cuore la mia salute credo proprio che adotterebbe misure di ben altra natura.
Quindi grazie ma no, credo che continuerò a prevenire a modo mio. Fate il vostro business sulla pelle di qualcun altro, il cancro che più temo è quello delle grandi aziende private infiltrate nelle pubbliche istituzioni.
Se fossi un uomo di comando che esercita il proprio potere su una moltitudine di persone e mi rendessi conto che una frangia della popolazione è animata da malcontento nei miei confronti, al punto da mettere in discussione la mia posizione, cosa potrei fare?
Una soluzione sarebbe quella di combattere i dissidenti in modo più o meno violento (potrei usare la forza, o la persuasione, la politica, la dialettica, la manipolazione o quant’altro).
Quale che fosse lo strumento usato, avrebbe per me un discreto costo in termini di risorse impiegate e potrebbe anche rivelarsi controproducente, perché rendendo palese la dinamica conflittuale rischierebbe di avvalorare la tesi di chi sostiene che sono ‘cattivo’. Insomma, finirebbe col dare energia al fenomeno che intendo combattere.
Una soluzione più sottile e intelligente sarebbe invece quella di favorire la creazione di un movimento che apparentemente vada a favore della frangia dei dissidenti, anche se nella sostanza non ha la minima intenzione di darmi alcun fastidio.
In questo modo, chi è animato da malcontento troverebbe una risposta ai propri bisogni e si sentirebbe tutelato, a bordo di un carrozzone che va nella giusta direzione.
Questa sensazione potrebbe in qualche modo calmarlo e fargli abbassare la guardia, perché adesso c’è qualcuno che guarda ai suoi interessi.
Ebbene, io credo che questo sia proprio quello che sta accadendo in questi anni, ma forse è così da sempre e solo adesso mi risulta più evidente.
Sono fermamente convinto che i partiti politici sorti di recente seguano esattamente questa logica; anche i sindacati, che pure un tempo hanno ottenuto risultati importanti per i lavoratori, adesso sono conniventi con datori di lavoro e governo, e badano solo a racimolare iscritti, fingendo di offrire tutela.
Per questo motivo sono riluttante ad aderire a qualsiasi forma di movimento collettivo: se da un lato l’unione fa la forza, dall’altro un gruppo ben coeso è più facilmente strumentalizzabile e manipolabile.
Mi si potrebbe obiettare che così facendo non si va da nessuna parte e si lascia sgombro il campo a chi ha le redini del potere.
Io rispondo che se ciascuno agisce individualmente in base ai propri valori, e se questi valori sono diffusi (in proposito penso che più si scende nel profondo, più esistono valori universali che accomunano ogni essere umano, perché se non erro apparteniamo tutti alla stessa specie) è possibile ottenere un fenomeno di massa senza che ci sia alcun tipo di accordo manifesto e formalizzato.
Tanto per fare un esempio non troppo distante da quanto sta effettivamente accadendo, se viene promulgata una legge che ritengo ingiusta e in base al mio sentire decido di optare per la disobbedienza civile, qualora la legge vada effettivamente contro il diritto naturale è molto probabile che altre persone condividano questo atteggiamento, e che si finisca per agire in modo coerente e coeso semplicemente rimanendo aderenti al proprio sistema di valori, al limite senza neppure rendersi conto di appartenere a una moltitudine.
Certo, questo richiede una certa dose di coraggio, perché si tratta di correre il rischio di rimanere da soli a combattere i mulini a vento, e di esporsi alla potenziale berlina di una società discriminatoria verso chiunque esca dal seminato.
Ma questo sito si chiama “Fuori dal Solco”, giusto?
Questo articolo è dedicato a te, giovane studente in difficoltà sui banchi di scuola, che sei stato etichettato con acronimi fantasiosi come DSA, o classificato come appartenente alla categoria dei discalculici, o dei disgrafici, o dei dislessici, o dei dispitagorici (quest’ultimo è per il momento di mio conio ma sono certo che prima o poi salterà fuori, o un suo equipollente).
Insomma, quale che sia la categoria esotica a cui appartieni, è stato deciso che il tuo processo di apprendimento necessita di una corsia dedicata, e, forse, a seconda del grado di eccentricità della tua divergenza, di un insegnante di sostegno.
Non so come ti senta in tale situazione, perché da studente primo della classe, sempre uscito a pieni voti da questo sistema scolastico, non ho grossi elementi di valutazione; eppure anche io ho meritato la mia etichetta, nella fattispecie ‘secchione’, e in quanto tale stavo un po’ sulle palle a tutti e mi sono sempre sentito diverso dagli altri.
In ogni caso, voglio ora proporti una chiave di lettura alternativa: l’insegnante di sostegno, o qualsiasi altro tipo di strumento compensativo, non serve a sostenere te, ma il suo collega, cosiddetto ‘di ruolo’, che è incapace di gestire la diversità che caratterizza qualsiasi mente umana, non solo la tua.
E non per sua mancanza, bada bene; alla peggio può essere considerato connivente di un sistema scolastico che tende all’omologazione e alla standardizzazione, e proprio qui risiede il problema.
L’insegnante di sostegno ha l’arduo e ingrato compito di sopperire all’inadeguatezza di una offerta formativa che, invece di lasciar emergere le potenzialità di ciascun individuo, tende all’appiattimento e all’inquadramento all’interno di rigidi programmi di studio.
Forse per mera comodità, ma preferisco non approfondire troppo i retroscena, la scuola mira a produrre tanti bravi soldatini che eseguono ligi il compito assegnato, e io sono un esemplare uscito alla perfezione da questo tritacarne di pilkfloydiana memoria.
Che vantaggi ho avuto? Uno sicuramente, e non è di poco conto, per una psiche fragile: sentirmi adeguato alle aspettative del mondo.
Ma una volta compreso che questo stato dei fatti giova più agli altri che a me, una volta interiorizzata l’idea che compiacere il mondo risponde ad una strategia manipolatoria volta a trattare gli individui come vacche da latte, allora i vantaggi dell’essere un bravo soldatino vengono improvvisamente meno: i soldati sono utili solo per fare le guerre, e su questo fronte non ho bisogno di prove scientifiche per dimostrare l’esistenza dell’acqua calda.
Quindi, caro studente, il sunto del messaggio è questo: non sei tu ad essere inadeguato, ma sono loro, e anche se sono in molti questo non significa che abbiano ragione; lascia che pensino di te ciò che più preferiscono, gli orizzonti mentali limitati non si possono ampliare dall’esterno; ma non lasciarti convincere, non lasciare che l’opinione che hanno di te diventi anche la tua.
Lo so, è difficile. Ma provaci, abbi fiducia in te, datti una possibilità.
Ora voglio fare due chiacchiere con te a tu per tu (cioè tu2), in confidenza.
Quando (concedimi un metaforico francesismo) schiacci una merda e qualcuno ti dice che porta fortuna o, declinato altrimenti, subisci una qualsiasi sfiga e il guru di turno ti fa notare che si tratta invece di una grande opportunità di crescita e che bisogna uscire dalla comfort zone… ecco, detto fra noi… non manderesti questi signori, sempre per rimanere conformi nell’utilizzo degli appropriati termini tecnici, allegramente a cagare?
Vedi, io mi rendo conto che le difficoltà rafforzano e permettono di crescere, il fatto è che mi sarei anche stufato di prendere bastonate e sentirmi quasi nella condizione di dover ringraziare, di baciare il bastone, come si suol dire. A volte quel bastone lo prenderei a due mani e lo spaccherei in testa a qualcuno!
E allora? Dove sta il giusto? Cosa è più utile per me? Nascondere questi bassi istinti sotto il tappeto in nome della evoluzione spirituale, o dar loro voce in nome di un sacrosanto sfogo? Non sarà forse che anche questi biechi impulsi terreni nascondano importanti messaggi?
Io mi sono fatto questa idea: la situazione è simile a quella dell’allenamento. Si dice che in esso la fase più importante sia il recupero, il che è forse una esagerazione, tutte le sue fasi sono importanti; in ogni caso, l’allenamento si basa sul principio della supercompensazione, e funziona più o meno nel modo seguente.
Si sottopone il fisico a uno sforzo che lo impegni al di sopra del livello a cui è abituato, provocandogli uno stress. Dopodiché, gli si lascia il tempo di recuperare con un adeguato periodo di riposo; in questo tempo vengono riparati i danni e ripristinati i livelli energetici, riportandoli ai livelli di prima, più un margine aggiuntivo. E un po’ come se, essendo stati esposti a uno sforzo maggiore rispetto alle attese, si corra ai ripari in modo da non venire colti nuovamente impreparati.
Se però al corpo non viene lasciato il tempo per il recupero, i risultati ottenuti non sono quelli sperati; un pantofolaio che si mette in testa di punto in bianco di correre una mezza maratona al giorno per una settimana non diventa improvvisamente allenato, ma stramazza al suolo quanto prima. Lo sforzo è importante, ma lo è altrettanto il recupero.
Per uscire dalla metafora, dunque, a mio avviso non è vero che uscire in continuazione fuori dalla propria zona di comfort porti a una veloce crescita, al contrario logora, stanca, mette fuori gioco. Occorre trovare un giusto equilibrio, il giusto ritmo di marcia. Fare un’uscita, quindi rientrare e recuperare. Ci vuole un buon coach!
Eh, dico bene io, fosse facile trovarlo!
E invece il coach adatto a te esiste, anche se si è nascosto bene, il mattacchione, in un posto in cui non cercheresti mai.
E’ dentro di te, il coach sei tu. Solo tu, concedendo la giusta attenzione alle sensazioni, puoi capire ciò che è più adeguato a te.
Osservati, ascoltati, conosciti. Inizia a guardare dentro e smetti di dare retta ai sapientoni là fuori.
Parole e musica Marco Perasso, licenza Creative Commons.
Lam
Aggrappato contro il muro della scuola
Mim
che mi protegge come una madre, fredda, rigida e dura
Do
guardo Antonio dall’altra parte della strada
Sol
quanta forza in quei ‘cazzo’ sputati dentro a una battuta
Sim
e lei ride, illuminata da quel sole
Fa#m
e io me ne sto qui nascosto, sull’altra faccia della luna
La
ma la maestra ha dato compiti difficili a casa
Mim
e lei dovrà pur telefonarmi, questo fine settimana
Lam
quanti bimbi raccolti attorno al loro capo
Mim
mi domando come possa meritare tutta questa attenzione
Do
certo, lui è un anno più grande, è stato bocciato,
Sol
e io sono così incantato dal suo parlare senza paura
Sim
e lei lo ascolta, affascinata da quel cuore
Fa#m
e io me ne sto qui indifeso a scongiurare il mio destino
La
che non si accorgano di me, che non decidano
Mim
di prendermi in giro, che arrivi a salvarmi il pulmino
Do
ma tu pensa se un bel giorno l’orizzonte
Sol
si oscurasse all’improvviso invaso dai dischi volanti
Re
e dall’astronave madre minacciosi
Mim
scendessero a terra dei mostri giganti
Do
il re di Vega, malvagio ha deciso
Re
che è giunto il tempo di conquistare la terra
Sol
e implacabile ogni angolo del mondo ha invaso
Mim
con le sue terribili macchine da guerra
Lam
e lei solleverà tremante lo sguardo al cielo
Re
e i suoi occhi finalmente trafiggeranno il velo
Sol
Antonio fuggirà chissà dove, impaurito
Mim
e ogni bimbo sentirà di essere stato abbandonato
Lam
e allora correrò nella la mia base segreta
Re
e mi trasformerò con il mio gesto di atleta
Sol
mi piroetterò nella cabina di comando
Mim
piloterò il mio robot sulla scuola volando
Lam
lei si sorprenderà nello scoprire chi sono
Re
e tutti urleranno il mio vero nome in coro
Sol
punteranno il loro dito indicando ed incitando
Mim
proprio mentre io per loro starò ancora combattendo
Lam
e in questo modo tutti, proprio tutti mi vedranno
Re
e il loro grande sbaglio finalmente ammetteranno
Sol
e tutti quanti assieme con mia gioia applaudiranno
Mim
tutti quanti assieme finalmente capiranno
Lam
tutti quanti mi vedranno
Re
tutti quanti scopriranno
Sol
che io sono Goldrake
Mim
io sono Goldrake
Lam
io sono Goldrake
Re
io sono Goldrake
Sol
io sono Goldrake
Sol Do
Ma chi è
Sol Do
Ma chi è
Mim Re Sol
U Fo Robot
Do
Si trasforma in un razzo missile
Sol
con circuiti di mille valvole
Fa Sol
fra le stelle sprinta e va
Do
mangia libri di cibernetica
Sol
insalata di matematica
Fa Sol
e a giocar su Marte va
Do
lui respira dell’aria cosmica
Sol
è un miracolo di elettronica
Fa Sol
ma un cuore umano ha
Do Fa Sol
Sono contento che ti piaccia! Come dici? Vuoi conoscere la ricetta?
Piuttosto semplice. Ho messo delle pere tagliate e pezzettini in un pentolone, sulla stufa accesa. Ho aggiunto una mela, dello zenzero, un limone, anche loro tagliati a tocchetti. Ah, anche dello zucchero, e un poco di cannella.
Quando hanno iniziato a perdere consistenza, col frullatore a immersione li ho ridotti a una poltiglia, quindi ho aspettato che il tutto si addensasse per bene.
Ho versato poi il contenuto della pentola in tanti vasetti di vetro, sterilizzati preventivamente in forno, e richiusi successivamente con capsula ermetica.
Come dici? Questa è la ricetta della marmellata? No no, non è marmellata, è perticola di pere.
Vedi, se l’avessi chiamata marmellata avresti avuto delle aspettative, comparando il contenuto dei vasetti con la tua idea di marmellata. E allora avresti potuto pensare che è troppo densa, o troppo liquida, o poco zuccherata, o che ci sono troppi pezzettoni.
Insomma, non ti saresti gustato la perticola in modo genuino, senza pregiudizi.
Certo, la perticola avrebbe anche potuto non piacerti, ma lo avresti valutato unicamente in base al gusto, senza che alcuna comparazione viziasse l’esperienza. Solo sensazioni, la mente non avrebbe avuto appigli.
Sai una cosa, ho deciso che voglio imparare a relazionarmi così anche con la mia vita.
Per troppo tempo ho cercato di darle un senso, uno scopo; col risultato di ritrovarmi in costante comparazione, nel tentativo di valutare se ciò che stavo realizzando era in linea con un percorso ideale.
E’ esattamente come appiccicare l’etichetta “marmellata” sopra questi vasetti. Non è marmellata, è perticola! E il nome l’ho deciso solo dopo che i vasetti erano pronti. Sai, non ci saranno altri vasetti di perticola in futuro, è una produzione unica nel suo genere.
Capisci la differenza?
Io non so dirti se ha il sapore della marmellata, però… però mi piace!
L’Algoritmo premia la determinazione di chi pubblica con costanza.
E’ così che funziona, è così che si fa: se voglio trovare nuovi clienti, devo dedicarmi assiduamente all’osservanza delle regole dell’Algoritmo, pubblicando nel social anche le mie incursioni liberatorie sul cesso, o valutando perlomeno l’opportunità di farlo.
Insomma, ogni mio gesto potrebbe valer la pena di diventare social, forse che sì, forse che no… in ogni caso questo pensiero valutante entra con invadenza in ogni attimo della mia vita, H24.
Praticamente sarei passato dall’asservirmi alle paturnie ciclo mestruali aperiodiche di un capo ufficio emotivamente instabile a quelle di un Algoritmo che non è neppure umano e della cui imparzialità dubito fortemente?
MAVAFFANCULOVA!
Mi dedico assiduamente al mio orto che ne guadagno in salute.