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La distruzione di Silvio


L’altro giorno ho visitato una mostra sulle opere di Leonardo Da Vinci e di fronte a tanta genialità non ho potuto fare a meno di misurare la distanza fra la sua e la mia persona; questo, invece di infondermi ottimismo sulle immense potenzialità dell’essere umano, ha generato in me tutta una serie di emozioni negative fondamentalmente derivanti dalla mia stupida presunzione, che ho poi analizzato più in dettaglio per capirne la natura; ho deciso di condividere la supposta diagnosi con te, con due scopi: da un lato diffondere la conoscenza di certi meccanismi della mente umana (potrà tornare utile per uscire dal solco), dall’altro puntare i riflettori su una delle mie (tante) personalità che lavorano nell’ombra a mio discapito, nella speranza che metterla alla berlina possa in qualche modo sottrarle energia vitale.

Partiamo dunque dall’esistenza di un io, di cui ero già a conoscenza ma che in quest’occasione si è delineato più nitidamente, che voglio assolutamente far fuori perché mi sta causando parecchi problemi. Te lo presento, tanto per tenere le distanze userò un nome di fantasia, lo chiamerò Silvio. Silvio è cresciuto in me grazie all’educazione, alla scuola, alle esperienze di vita. Mi piace pensare che quando sono nato Silvio non c’era: non è lapalissiano, intendo dire che non fa parte della mia essenza, è venuto dopo.

Silvio è un bambino che va molto bene a scuola, è uno di quei primi della classe che stanno antipatici a tutti ma che fa comodo avere per amici nel momento del bisogno. Quando non hai capito qualcosa sui compiti chiedi a lui, lui ti risolve il problema e si sente fiero. In classe è una star, fuori è nessuno. Lui ne è consapevole, infatti nel suo ambiente ostenta sicurezza, quasi è sbruffone, fuori invece si fa piccolo piccolo, non è mai protagonista, sta sempre sullo sfondo e spesso si sente una macchia che ne altera l’omogeneità. Una delle sue fantasie preferite, quando è fuori dalla scuola che aspetta il pulmino e osserva gli altri bambini giocare, è che arrivi un robot nemico da Vega e attacchi la terra, e lui si trasformi nel supereroe alla guida del robot buono e lo sconfigga fra lo stupore di tutti (per la cronaca ed i meno giovani: si tratta ovviamente di Goldrake).

La madre esalta queste sue doti di bravo studente con chiunque, lo porta in palmo di mano, quando Silvio ha cinque anni lei dimostra ad un conoscente, che domandava come mai Silvio non andasse all’asilo, che non ne ha bisogno, “perché, vede, sa già l’alfabeto”! E come prova Silvio lo recita tutto orgoglioso, invertendo la enne con la emme perché così gli è stato insegnato. Al di fuori di ciò che non è scuola (territorio che la madre non riesce a frequentare in quanto poco scolarizzata), Silvio viene invece protetto e aiutato, perché “è piccolo, non è capace”.

Silvio sviluppa poco a poco una dissociazione fra mondo della scuola (il mondo platonico delle forme dove tutto è perfetto, e per ogni problema c’è soluzione, che Silvio peraltro sa di non avere difficoltà a trovare) e mondo reale (imperfetto, spiacevole, pieno di domande a risposta multipla che a Silvio non piacciono).

In questo contesto, Silvio sogna di dimostrare un giorno a questo mondo che adesso lo ignora che lui è il migliore. E lo fa sviluppando il suo muscolo più pronunciato, quindi studia, legge, si accultura. All’università va alla grande, la sua vita sociale è al top, è un leader, un punto di riferimento!

Quando arriva l’età delle domande sul senso della vita si innamora della fisica, legge libri divulgativi sulla teoria della relatività, la teoria quantistica. Preferisce la matematica alle discipline umanistiche, perché in quel mondo astratto e perfetto fatto di dimostrazioni rigorose si sente al sicuro. Poi scopre l’informatica. Un algoritmo è la sublimazione della perfezione: nulla può uscire dai binari impostati, tutto funziona come un orologio svizzero, non sono ammesse eccezioni, è bello vedere la pulizia di un flusso di operazioni che si susseguono esattamente come hai pianificato! E’ bello avere un interlocutore che esegue alla lettera e senza discutere tutte le istruzioni che gli fornisci!

Per Silvio non sono ammesse soluzioni sub ottimali; le sue azioni devono risolvere il problema in modo perfetto: non gli interessa avvicinarsi all’obiettivo, magari procedendo per approssimazioni successive; o lo centra subito o niente. Avvicinarsi soltanto rappresenta già una sconfitta. Silvio ha anche un’immagine da difendere: nel suo campo deve primeggiare; altrove non vale la pena di sbattersi, non gli interessa. E’ un territorio impuro, lui non si abbassa.

Quindi prima di intraprendere un’azione occorre pensarci bene, perché non si può fallire. E in effetti Silvio riesce quasi sempre nelle poche cose che fa.

Detto questo, va da sé che i punti di riferimento di Silvio non possono che essere figure d’eccellenza, quali appunto Leonardo; ma il suo benchmark preferito è sicuramente Einstein. Qualsiasi opera un uomo possa compiere è poca cosa di fronte a quello che questi uomini hanno fatto, e rappresenta un obiettivo non centrato. Qualsiasi impresa diversa da queste (e nel concreto per Silvio tutte ovviamente lo sono) non vale la pena. Ogni attività di Silvio quindi viene portata avanti senza quella convinzione e quell’energia che sarebbe necessaria, perché tanto è poca cosa… una goccia nel mare, simile a tante altre.

Ecco, in soldoni questo è Silvio: questo è il personaggio a cui ho deciso di dare battaglia, la dichiarazione di guerra formale è rappresentata da questo articolo.

Ti assicuro che è molto forte e subdolo, perché si infila senza farsi notare in ogni cosa che faccio e talvolta mi sprona (‘Dai, fai vedere chi sei! Dimostra a tutti come sei bravo’) talaltra mi frena (‘Per quanto ti impegni, non farai mai qualcosa che sia davvero grande! Riposati che non ne vale la pena’), sbattendomi da un lato all’altro dello spazio delle possibilità. Il suo principale aspetto negativo è che mette davanti a tutto la necessità di dimostrare i propri primati, impedendomi di affrancarmi dal bisogno del benevolo giudizio altrui.

Se sei genitore, fai il possibile per evitare che dentro ai tuoi figli crescano simili personaggi, altrimenti li costringerai a combattere da adulti dure battaglie (ammesso che si rendano conto della necessità di farlo, beninteso).

Per quanto mi riguarda, comunque, il nemico è individuato, adesso è ben visibile, pronto per essere colpito.

Dimostrerò a tutti quanto sono bravo a farlo fuori.

Il pendolo e le aspettative adattive


E’ da un po’ di tempo che osservo i miei stati d’umore altalenanti, alla ricerca delle loro cause e di un modo per averne maggior controllo.

Esistono in realtà varie spiegazioni del fenomeno, sulle quali non mi voglio qui soffermare; ho voluto invece trovare una mia risposta, per la formulazione della quale mi sono avvalso delle mie reminiscenze degli studi di economia, nella speranza che un probabile premio Nobel possa finalmente livellare la sinusoide delle mie energie psichiche.

No so se hai mai sentito parlare di aspettative adattive: in breve si tratta di un modo (o di una famiglia di modi) con cui si suppone gli operatori economici (produttori, consumatori) formulino le proprie opinioni circa un evento futuro. Dal punto di vista economico è molto importante capire questi meccanismi, perché da loro può ad esempio dipendere il successo di un nuovo prodotto commerciale o di una manovra finanziaria.

Ebbene, secondo questa teoria gli operatori (ma alla fine parliamo di esseri umani) formulerebbero le proprie attese circa gli eventi futuri basandosi sull’esperienza passata, il che è forse un po’ come scoprire l’acqua calda, ma lasciamo pure che anche gli economisti si guadagnino da vivere. Il punto è che, se oggi le cose mi sono andate bene, il mio umore è alle stelle e sono al massimo dei giri, e mi aspetto che domani continui così.

Ciò che mi accade oggi mi crea un’aspettativa su ciò che accadrà domani.

pendolo

Per esemplificare, supponiamo che il mio superiore giudichi positivamente un mio lavoro, mi elogi e proponga un premio produzione. Io sono contento, identifico questo giudizio sul mio lavoro con un giudizio sulla mia persona, e mi pongo mentalmente su un gradino più alto.

Il mio umore è al massimo, oggi è stata una grande giornata. Finalmente le mie capacità sono state valorizzate; chissà poi che dirà il capo quando vedrà questo nuovo progetto che sto portando a termine: lo stupirò ulteriormente, sento aria di promozione.

Ciò che è successo oggi mi crea aspettative per domani; e siccome non mi accontento, devo dare il massimo, per fare ancora meglio: so di essere sulla strada buona.

Passa una settimana, il nuovo lavoro è terminato e lo sottopongo al superiore, che lo accoglie tiepidamente; non lo denigra, mi dice che va bene, ma neppure lo esalta; suggerisce alcuni miglioramenti. Ma come, io ho dato il massimo! Perché non mi viene riconosciuto? Dove ho sbagliato?

Il mio umore inizia a declinare, la terra comincia a mancarmi sotto i piedi; oggi non è stata granché come giornata, e domani non sarà certo migliore.

In realtà si tratta puramente di costruzioni mentali che nulla hanno a che vedere con la realtà; la magagna sta tutta nell’aspettativa sul futuro: tolta quella, tolti i malesseri. Riflettendoci, non avevo alcuna ragione di pensare che anche il nuovo lavoro sarebbe stato accolto con bottiglie di champagne, solo perché ciò è accaduto col precedente; e forse anche il mio superiore si aspettava da me qualcosa di più solo perché avevo svolto bene il compito precedente, e questo ha senza dubbio contribuito ad alzare l’asticella.

Se il buon andamento di oggi mi suggerisce un buon andamento per domani e io me lo aspetto, le probabilità che domani sia percepito peggiore di oggi aumentano, anche solo per un mero fatto statistico e di prospettiva.

Non so come sia per te, ma per quanto mi riguarda tutto questo accade molto frequentemente; nonostante gli sforzi, ancora non riesco ad essere veramente libero da aspettative.

Ho ancora parecchio da lavorare sulla sinusoide.

Prima di mettere al mondo un figlio aspetto di diventare un buon genitore…


Ti sembra paradossale vero? In effetti lo è,  si tratta di una mera provocazione: purtroppo o per fortuna, al ruolo di padre o madre non è possibile prepararsi in anticipo; genitori non si nasce, si diventa, l’esperienza va fatta sul campo e non ci sono libri o maestri che ti possano aiutare, perché ogni bambino è diverso da qualunque altro, non ci sono pattern da applicare, se non quello di aprirsi alle indicazioni del proprio cuore.

Il ruolo del genitore è spesso fatto di paradossi, di contraddizioni, di non sensi; i figli ti cambiano il modo di vedere la vita, a patto che tu sia disposto ad imparare qualcosa dagli errori che sicuramente commetterai nel rapportarti a loro. Chi è genitore non avrà difficoltà ad essere d’accordo con me, quante volte si sente pronunciare la frase: “se non hai figli non puoi capire”…

Eppure non ci si rende conto di una cosa: il campo di applicazione di queste mie considerazioni è molto più vasto, non si limita al rapporto coi figli. In ogni attività della vita quello che alla fine veramente conta è l’esperienza, le dichiarazioni d’intenti o le considerazioni teoriche lasciano il tempo che trovano. L’unico modo che hai per imparare a fare una cosa, o per sapere se sarai mai in grado di riuscirci, è quello di farla!

A domani Low

Credo nell’importanza della scuola, certo, ma il ruolo prioritario che un tempo assegnavo alla teoria mi ha portato più volte fuori strada; vale più la pratica della grammatica, si dice, e credo sia vero. Per troppo tempo sono stato un teorico, uno che sapeva come si fanno le cose e che non sbagliava mai, certo, perché non metteva nulla in pratica: chi non fa non falla, questo è sicuro.

Ma col tempo mi sono convinto che è meglio commettere errori piuttosto che rimanere inerti, una scelta sbagliata è migliore dell’indecisione; è meglio fare che parlare. E allora, il mio suggerimento è questo: non aspettare di raggiungere l’onniscienza prima di lanciarti in un’impresa, è tutta un’illusione: informati sul tema, cerca di capire dove si va a parare, ma poi buttati; leggendo migliaia di libri non imparerai mai a nuotare o ad andare in bicicletta, la vita è questa, non temere gli errori, perché sarà grazie a loro, e non ai libri, che potrai diventare esperto!

E bada: quella di indugiare sulla preparazione teorica il più delle volte è solo una bugia che ti stai raccontando, il cui vero scopo è quello di procrastinare l’inizio dell’attività per paura del fallimento.

«Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.» (Mahatma Gandhi)

Un’interessante storiella


A distanza di alcuni giorni dalla pubblicazione de “Le  oscillazioni della vita” ho letto in rete un bel racconto che mi ha colpito particolarmente (anche per la casuale concomitanza di tempi con cui mi è giunto) e ho pensato di riportarlo in questo nuovo articolo (che brilla decisamente di luce riflessa), perché mi sembra rappresenti il naturale completamento del precedente. La fonte da cui è stato tratto è la pagina Facebook dello scrittore Paulo Coehlo, anche se ho visto che in rete è piuttosto diffuso, non sono in grado di dirti la fonte originaria.

Ecco la storiella.

L’asino e il contadino

Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, L’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.
Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso l’alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci condurrà verso l’uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se nessuno ci da una mano per aiutarci. 
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra. Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema.

asini

Il racconto ha secondo me molteplici livelli di interpretazione; uno è quello esplicito, evidenziato dalla morale finale; ne trovo almeno un secondo, un po’ più recondito, legato alla diffusa opinione che vuole associare all’asino i concetti di ignoranza e stupidità, laddove invece si tratta di animale particolarmente intelligente; trovo che anche chi ha il coraggio di affrontare la vita in un modo inedito sia visto dagli altri un po’ come uno sciocco che vive in un proprio mondo svincolato dalla realtà (leggasi: pensare comune), laddove invece si tratta di persona illuminata che si eleva al di sopra della mediocrità.

Per completare l’operazione di riciclo, riporto un piccolo enigma di pensiero laterale, anche questo piuttosto diffuso in rete, che riprende un po’ gli stessi argomenti.

Buon divertimento.

L’enigma dei sassi bianchi e dei sassi neri

Un mercante, che sta attraversando tempi duri, chiede un prestito ad un uomo molto ricco ma malvagio. Il mercante paga la prima rata del prestito ma il giorno successivo arriva il servitore del ricco signore per informarlo che deve pagare altri interessi. Gli interessi sono così alti che per il mercante è impossibile pagarli.
Dice al servitore di informare l’uomo ricco che egli non è in grado di pagare una somma così alta e offre il suo bestiame come forma di pagamento.
Il servitore torna con una controproposta : il mercante ha una figlia molto bella e molto intelligente, desiderata da tutti gli uomini del regno; se darà sua figlia come schiava il suo debito sarà cancellato.
L’alternativa sarebbe perdere tutto e morire di fame.
La figlia, di sua spontanea volontà, sceglie, malgrado la tristezza, di offrirsi al ricco signore.
Ora, il ricco signore non è solo malvagio ma anche sadico e molto astuto.
Un mese dopo convoca la famiglia della ragazza dicendo di avere una proposta per loro.
Quando la famiglia di contadini arriva sul posto trova il cortile del castello colmo di gente, in attesa di uno spettacolo.
Il cortile è ricoperto di sassi bianchi e neri.
Il ricco signore si fa largo tra la folla.
Arriva al centro e rivolgendosi al contadino:
“Ho qui una borsa nella quale metterò una pietra bianca e una nera raccolte da terra. Se tua figlia prenderà la pietra bianca sarà libera.
Se dovesse prendere la pietra nera, sarà mia prigioniera per sempre e non potrai più vederla”.
Il ricco signore raccoglie due pietre, mettendosi di spalle al pubblico, per non far vedere di aver preso due pietre nere.
La ragazza, invece, se ne accorge.
Sbigottita comincia a pensare ad un modo per salvarsi da una vita di schiavitù.
Come farà la ragazza ad uscire da questa brutta situazione?

Le oscillazioni della vita


La nostra economia sta attraversando un periodo di crisi, non c’è media che si stanchi di ricordarcelo. Mi chiedo, ma cos’è esattamente questa crisi? E soprattutto, se adesso stiamo peggio di prima, vuol dire che un tempo stavamo meglio, eppure non ricordo alcuna notizia che dicesse: “l’economia sta attraversando un periodo di abbondanza”; ne deduco che dev’essere parecchio tempo che le cose non fanno che peggiorare… o forse la vera risposta è in questo articolo.

Sicuramente ci rendiamo più conto dei peggioramenti che dei miglioramenti… in ogni caso, è innegabile che la crisi riguardi anche le nostre vite: ti sarà certamente capitato di affrontare dei periodi negativi, in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato…

Ebbene, con questo articolo vorrei dare una lettura fuori dal solco del fenomeno, chiamandolo col suo vero nome: opportunità.

Partiamo da qui: secondo te, data una situazione di equilibrio è possibile raggiungerne una migliore? La risposta è si, ma ad un prezzo: rompere l’equilibrio, e passare di conseguenza attraverso una fase di crisi.

Un esempio? La tua casa è mal disposta, dovresti buttar giù quel muro e aprire una porta in quell’altro. Chi ha vissuto questa esperienza non avrà esitazioni a chiamarla ‘periodo di crisi’, soprattutto se si è occupato di rimuovere la polvere lasciata in giro dai muratori. Eppure è stata una crisi necessaria, vissuta con fastidio sì, ma con la prospettiva di un futuro migliore, perché finalmente ci si è potuti comprare quella cucina che ci piaceva tanto.

Un altro esempio: sono stanco dell’attuale posto di lavoro, decido di cambiare; dovrò passare iniziali momenti di difficoltà, in cui mi trovo ad essere l’ultimo arrivato, a dovermi ambientare, privo di punti di riferimento; ma dopo qualche mese, quando sarò entrato a far parte degli ingranaggi della nuova macchina, sarò ripagato di tutti gli sforzi.

Ogni fase di assestamento deve passare per un brutto periodo, e la mia lettura vuole che sia vero anche il viceversa: ogni brutto periodo deve significare una transizione verso un equilibrio migliore.

Ecco come la vedo io:

crisi

Come vedi, nella figura sono rappresentati gli alti e i bassi della vita, ma con un’importante caratteristica: ogni punto di massimo è più alto di quello precedente; potrai obiettare che potrebbe anche essere il contrario, cioè che sia più basso, ma io ribatto che questo è quello che accade a chi insiste a riempirsi la bocca con la parola crisi e a piangersi addosso invece di cogliere le opportunità.

Credo fermamente che le persone che hanno raggiunto il successo (qualsiasi cosa significhi questa parola, raccomandati esclusi) abbiano ragionato così.

A chi è sportivo, questa figura ricorderà anche il meccanismo della super compensazione: a seguito di uno sforzo prolungato, le energie del corpo si abbassano raggiungendo una soglia minima. Segue poi una fase di recupero in cui si riacquistano le forze, che è fondamentale nell’allenamento: in questa fase, il corpo non ritorna esattamente ai livelli potenziali in cui si trovava prima, ma un po’ al di sopra: è per questo che periodi di sforzo opportunamente intervallati da periodi di riposo producono un miglioramento della risposta fisica.

E se questo vale per il corpo, perché mai non dovrebbe applicarsi al cervello, o alle dinamiche della vita? Il corpo umano non è che un’applicazione di principi di funzionamento universali su cui poggia ogni fenomeno fisico.

Illazioni, certo, speculazioni. Mica ho le prove scientifiche di ciò che dico.

Ma se poi funzionasse?

Cosa metti in bacheca?


Non sto parlando di quella di Facebook, ma di quella tradizionale, dove sempre tradizionalmente si mettono i trofei; nel collezionarli non ci trovo ovviamente nulla di male: mettere in bella mostra i propri successi fa bene all’autostima, anche se può attirare qualche antipatia o invidia.

Con questo articolo voglio però suggerirti di fare altrettanto con gli insuccessi: potrà sembrare un paradosso, ma se ci pensi bene gli errori possono essere molto utili; quando eseguo alla perfezione un compito, ho fatto qualcosa di positivo nell’ambiente che mi circonda, ma dentro di me poco è cambiato, a parte l’appagante sensazione di aver centrato il bersaglio; anzi, si rafforza in me l’idea che il comportamento adottato sia quello giusto, l’unico giusto: il solco diventa più profondo.

L’errore invece è un maestro, ci evidenzia le lacune, ci offre possibilità di crescita che il successo non dà; al pari del dolore fisico, che in sé è utile in quanto ci segnala situazioni di malfunzionamento, l’insuccesso ci offre la possibilità di migliorarci, a patto che si impari ad osservarlo con occhio neutro e lo si tenga sempre in bella vista.

errareumano

Ovviamente la tendenza comune è quella di rimuovere lo scivolone dalla nostra memoria, perché non ci piace l’idea di aver sbagliato, e dalla pubblica piazza, perché teniamo al giudizio altrui; ma analizziamo entrambe le questioni, e vediamo quanto solide siano le basi su cui poggiano.

Il disagio che ci porta l’aver commesso uno sbaglio non dipende dall’errore in sé, ma da come noi ci rapportiamo ad esso: razionalmente sappiamo che errare è umano, ma emotivamente tendiamo a confondere i livelli: identifichiamo la nostra persona col comportamento erroneo, arrivando alla conclusione di essere noi stessi ad avere qualcosa di sbagliato. E’ questa confusione di livelli che ci logora e ci fa vivere malamente gli insuccessi: in realtà non siamo noi, in quanto individui, ad essere messi sotto accusa, ma un nostro comportamento; non è la stessa cosa!

Se riusciamo ad essere più impersonali, ad uscire dal problema, possiamo analizzare con distacco quanto è andato storto, e applicare dei correttivi evitando di ricascarci in futuro, il tutto senza sensazioni di malessere. A questa precisazione tengo particolarmente, perché non si confondano i miei suggerimenti con istigazioni al vittimismo: guardare con serenità ai propri errori non può che apportare dei benefici, così come può farlo la lucida individuazione del dente dolorante senza per questo essere dei masochisti.

Non si tratta di vivere in uno stato di perenne autoaccusa, senza mai essere soddisfatti di sé e sottolineando sempre e solo gli aspetti negativi; tutto è questione di misura: semplicemente quando qualcosa va storto bisogna avere il coraggio di capire quel che è accaduto, guardare in faccia il problema senza fronzoli o giustificativi e applicare i dovuti correttivi.

Per quanto riguarda il giudizio altrui, invece, dobbiamo distinguere due casistiche.

Se stiamo parlando di persone intelligenti, non ci si deve preoccupare di nascondere loro un fallimento per paura di perdere posti in graduatoria: prendiamoci pure gioco di noi stessi, scherziamoci sopra, enfatizziamolo quasi: è un ottimo modo per esorcizzarlo, e non potremo che guadagnare punti ai loro occhi.

Se viceversa si tratta di persone che non brillano per acume… beh, in questo caso, perché mai preoccuparsi del loro giudizio?