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Primo piano e sfondo


Ecco un altro simpatico esercizio per uscire dal solco. Abbiamo visto in un articolo precedente come la nostra visione dualistica della realtà sia fuorviante, visto che quest’ultima è un tutt’uno inscindibile la cui comprensione richiede che si parta da una visione olistica e non da una suddivisione in parti.

Uno dei tanti criteri con cui siamo avvezzi ad applicare divisioni arbitrarie è quello di distinguere fra primo piano e sfondo: ciò appare intuitivo quando si parla di una fotografia o di un quadro, ma il concetto può essere esteso per andare ad abbracciare le situazioni più variegate: in un film, il protagonista fa parte del primo piano, le comparse dello sfondo; in un concerto, il cantante fa parte del primo piano, la band dello sfondo; ad una festa di teenager, il bel ragazzo fa parte del primo piano, i brufolosi dello sfondo; alla presentazione aziendale di un nuovo prodotto, il capo progetto fa parte del primo piano, i membri del team dello sfondo.

Voglio ora proporti una visione alternativa (si badi, non quella giusta, si tratta semplicemente di un cambio di prospettiva) per ribaltare la situazione: sforzati, quando interpreti il mondo che ti circonda, di invertire i ruoli; il primo piano diventa sfondo e viceversa. Questo non ti darà ovviamente una visione migliore, né più veritiera; ma la sensazione surreale che tutto questo produrrà ti avvicinerà maggiormente ad una percezione di insieme, meno polarizzata, più ricca.

Le occasioni in cui applicarti non mancheranno sicuramente, ma voglio fornirti un punto di partenza; primo piano e sfondo si ritrovano anche in musica, ad esempio in una canzone sono rappresentati dalla melodia e dall’arrangiamento. Ascolta il seguente giro di chitarra, estratto da una canzone, che ti ripropongo ripetuto per un certo periodo di tempo affinché tu lo possa interiorizzare:

Adesso ascolta la canzone completa, ma sforzati di non concentrare l’attenzione sulla melodia cantata, come normalmente accade; continua invece a seguire mentalmente solo il giro di accordi iniziale; a mano a mano che entrano gli altri strumenti ti renderai conto di quanto sia difficile non “perderlo d’udito” e ad un certo punto, col ritornello, avrai la sensazione di averlo smarrito, per poi ritrovarlo quando, terminato il primo ciclo della canzone, gli altri strumenti si placheranno e tornerà a galleggiare la chitarra.

Sebbene ad un ascolto superficiale potesse sembrare che la chitarra fosse presente solo nella fase iniziale del brano, eseguendo questo esercizio ti sarai reso conto che invece non cessa mai di suonare, è sempre presente e contribuisce a dare quel senso di completezza al pezzo, assieme ad altri strumenti che vanno a formare quello che chiamiamo normalmente arrangiamento; senza di questo, la sola melodia ci sembrerebbe incompleta, insoddisfacente.

L’arrangiamento aiuta la melodia a scalare la vetta della classifica, ma poi noi ci ricordiamo solo di quest’ultima. Non è sicuramente una percezione onesta della realtà, e non vale solo in musica…

Riferimenti bibliografici:

Douglas R. Hofstadter – Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante

Un’interessante storiella


A distanza di alcuni giorni dalla pubblicazione de “Le  oscillazioni della vita” ho letto in rete un bel racconto che mi ha colpito particolarmente (anche per la casuale concomitanza di tempi con cui mi è giunto) e ho pensato di riportarlo in questo nuovo articolo (che brilla decisamente di luce riflessa), perché mi sembra rappresenti il naturale completamento del precedente. La fonte da cui è stato tratto è la pagina Facebook dello scrittore Paulo Coehlo, anche se ho visto che in rete è piuttosto diffuso, non sono in grado di dirti la fonte originaria.

Ecco la storiella.

L’asino e il contadino

Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, L’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.
Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso l’alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci condurrà verso l’uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se nessuno ci da una mano per aiutarci. 
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra. Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema.

asini

Il racconto ha secondo me molteplici livelli di interpretazione; uno è quello esplicito, evidenziato dalla morale finale; ne trovo almeno un secondo, un po’ più recondito, legato alla diffusa opinione che vuole associare all’asino i concetti di ignoranza e stupidità, laddove invece si tratta di animale particolarmente intelligente; trovo che anche chi ha il coraggio di affrontare la vita in un modo inedito sia visto dagli altri un po’ come uno sciocco che vive in un proprio mondo svincolato dalla realtà (leggasi: pensare comune), laddove invece si tratta di persona illuminata che si eleva al di sopra della mediocrità.

Per completare l’operazione di riciclo, riporto un piccolo enigma di pensiero laterale, anche questo piuttosto diffuso in rete, che riprende un po’ gli stessi argomenti.

Buon divertimento.

L’enigma dei sassi bianchi e dei sassi neri

Un mercante, che sta attraversando tempi duri, chiede un prestito ad un uomo molto ricco ma malvagio. Il mercante paga la prima rata del prestito ma il giorno successivo arriva il servitore del ricco signore per informarlo che deve pagare altri interessi. Gli interessi sono così alti che per il mercante è impossibile pagarli.
Dice al servitore di informare l’uomo ricco che egli non è in grado di pagare una somma così alta e offre il suo bestiame come forma di pagamento.
Il servitore torna con una controproposta : il mercante ha una figlia molto bella e molto intelligente, desiderata da tutti gli uomini del regno; se darà sua figlia come schiava il suo debito sarà cancellato.
L’alternativa sarebbe perdere tutto e morire di fame.
La figlia, di sua spontanea volontà, sceglie, malgrado la tristezza, di offrirsi al ricco signore.
Ora, il ricco signore non è solo malvagio ma anche sadico e molto astuto.
Un mese dopo convoca la famiglia della ragazza dicendo di avere una proposta per loro.
Quando la famiglia di contadini arriva sul posto trova il cortile del castello colmo di gente, in attesa di uno spettacolo.
Il cortile è ricoperto di sassi bianchi e neri.
Il ricco signore si fa largo tra la folla.
Arriva al centro e rivolgendosi al contadino:
“Ho qui una borsa nella quale metterò una pietra bianca e una nera raccolte da terra. Se tua figlia prenderà la pietra bianca sarà libera.
Se dovesse prendere la pietra nera, sarà mia prigioniera per sempre e non potrai più vederla”.
Il ricco signore raccoglie due pietre, mettendosi di spalle al pubblico, per non far vedere di aver preso due pietre nere.
La ragazza, invece, se ne accorge.
Sbigottita comincia a pensare ad un modo per salvarsi da una vita di schiavitù.
Come farà la ragazza ad uscire da questa brutta situazione?

Tu hai paura?


Ieri ho ricevuto una newsletter dal sito ilmeteo.it dal seguente oggetto:

ALLARME ROSSO: NEVE tra pochi secondi, SEGNALA ADESSO

peraltro in linea con una collaudata strategia di allarmismo a cui questo portale non è nuovo.

Sia ben chiaro, consulto quotidianamente quel sito, le cui previsioni ritengo affidabili, e credo che ognuno debba perseguire i propri fini usando i mezzi ritenuti più opportuni, purché confinati nella liceità; questo fatto mi ha però stimolato una riflessione.

In cosa consiste esattamente questo disegno – diciamo – di marketing? Quante volte viene utilizzato nel mondo della comunicazione in cui ci troviamo immersi?

Ebbene, se ci rifletti, viene utilizzato molto più spesso di quanto non si creda; ti è mai capitato di leggere i giornali o ascoltare il telegiornale e osservare che si danno solo cattive notizie? Quanto spesso sul posto di lavoro viene fatto allarmismo ingiustificato circa stringenti scadenze da rispettare o concorrenti che ci stanno mettendo all’angolo? Quante volte si parla di perdite di posti di lavoro, di rincari della benzina, di aumento delle tasse?

Lo sai perché accade questo? Perché vogliono spaventarti.

le-mie-paure-oggi-m-palazzo

La paura di per sé è un’emozione utile, ci aiuta a tirarci fuori dalle situazioni di emergenza, quindi non va demonizzata né ci si deve vergognare di essa. Si tratta di un meccanismo utile che tuttavia può essere strumentalizzato: quando hai paura tendi a perdere il controllo delle tue azioni, tendi a non riflettere, tendi ad aggrapparti alla prima mano che ti presta soccorso. Ma se la prima mano fosse quella sbagliata?

L’invito che ti faccio è quindi ancora una volta quello di riflettere, ragionare con la tua testa, prendere coscienza di questo inganno sottile; dopotutto, come si dice, il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.

Il diavolo. Come non averci pensato prima? Ti rendi conto che anche in questo caso ci troviamo di fronte allo stesso stratagemma? “Attenzione a quello che fai, segui i precetti che ti insegniamo, se non vuoi passare l’eternità fra mille tormenti!”…

Come vedi, da millenni questo meccanismo dimostra di funzionare.

Sei veramente convinto di non esserne schiavo?

I lavori socialmente utili


Qualche giorno fa i miei figli mi hanno chiesto perché devo andare a lavorare.

La prima risposta che mi è venuta in mente è stata qualcosa del tipo ‘lo stipendio ci serve per mangiare’; poi mi sono reso conto che sarebbe stata una non risposta, perché in linea di principio soggetta alla contro domanda: perché mai dovrebbero darti dei soldi per quello che fai?

Allora, con un colpo di genio, ho placato la loro sete di sapere dicendo che tutto quello che abbiamo, dal cibo al computer (per chiamare in causa qualche elemento a loro caro) lo possediamo in virtù del fatto che qualcuno ha lavorato o sta lavorando per mettercelo a disposizione. Se il contadino non lavorasse la terra, non avremmo la verdura, o il grano, che grazie a qualcun altro diventa farina e poi pasta.

Insomma, il senso del lavoro di ognuno è legato al fare qualcosa per gli altri, per ricevere direttamente o indirettamente qualcosa in cambio; l’introduzione della moneta ha poi semplificato questo meccanismo, forse al prezzo di snaturarlo un poco, ma il succo non cambia: noi lavoriamo per essere utili alla società al fine ultimo di trarne vantaggio.

-o-o-

Qualche tempo dopo, osservando alla fine della mia giornata lavorativa la collega delle pulizie che entrava nel mio ufficio, ho pensato che grazie a lei io posso lavorare in un ambiente confortevole e salutare, e mi sono riaffiorati alla memoria i discorsi fatti qualche tempo prima con i bambini.

In quel momento è maturata una riflessione: l’utilità sociale della collega delle pulizie è intrinsecamente legata al fatto che qualcun altro lavora; se gli uffici fossero vuoti, non ci sarebbe bisogno di pulire alcunché. La collega ha quindi sì un’utilità sociale, ma indiretta: non sta producendo qualcosa a beneficio del consumatore finale. Sta lavorando per chi lavora.

Non che io stia messo meglio: per inciso, faccio il programmatore, e sviluppo librerie di software, ossia ‘mattoncini’ che utilizzeranno poi altri programmatori. Quindi anche io non sto producendo nulla per il consumatore finale: lavoro per i lavoratori.

Bene, abbiamo già due (categorie di) lavoratori di cui al consumatore finale, per quella che è la percezione dei suoi bisogni, non potrebbe fregare di meno. Ma non finisce qui.

Il collega della stanza a fianco utilizza il prodotto della mia fatica per mettere insieme un’applicazione per la fatturazione. Anche lui sta lavorando per un altro lavoratore, ossia l’addetto all’ufficio vendite del grossista di libri che rifornisce, supponiamo, tutte le librerie della provincia.

Anche l’addetto dell’ufficio vendite lavora per un lavoratore, l’imprenditore grossista, il quale a sua volta lavora per il titolare del negozio di libri che hai sotto casa.

Dopo la lettura di questo mio articolo, decidi che forse è opportuno dedicarsi a qualcosa di meglio ed esci per comprare un libro.

Ed eccoti il libraio: è il primo lavoratore, fra i personaggi finora incontrati, che fatica direttamente per il consumatore finale,  l’unico ad avere la ragionevole certezza che qualcuno trarrà beneficio dal suo operato: nella fattispecie godendo di una – finalmente – buona lettura.

In quel libro confluiscono migliaia di ore, lavorate da migliaia di lavoratori diversi, che costituiscono la base di una piramide di cui tu sei il vertice. Vista al contrario, il mio lavoro si spalma su migliaia di persone che fanno parte di una piramide rovesciata di cui io rappresento con fatica la punta di appoggio inferiore; la maggior parte di loro non ha la più pallida idea della mia esistenza, né che anche un pezzettino del mio lavoro è finito in ciò che in quel momento sta consumando.

A questo punto mi sorgono una serie di domande.

  • A quanto ammonta il totale delle ore lavorate complessivamente in questa catena, e quante di queste si traducono effettivamente in un beneficio per il consumatore?
  • Quanto influisce la complessità di questo macchinario sulle inefficienze dello stesso?
  • Esiste al suo interno qualcuno che lavora ma di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno (si badi: non perché nullafacente, ma perché impegnato in un compito che non serve)?

lavoro per il lavoro

Al di là di situazioni da cortocircuito da cui il geniale messaggio dell’immagine sopra, che pure esistono, una cosa mi pare certa: quanto più è corta la distanza, misurata in termini di numero di intermediari, fra chi lavora e chi consuma, tanto più il lavoratore ha certezza che la sua fatica serva a qualcosa. E’ un po’ come comprare verdura a chilometro zero.

Non è un problema strettamente legato ad una attività: la collega delle pulizie, a parità di lavoro, se opera a casa propria o di un privato ha una misurabilità massima della propria utilità sociale, che diventa invece dubbia quando opera nel mio ufficio; se nel mio tempo libero miglioro, in veste di programmatore,  il sito dedicato alla mountain bike, ho la (per lo meno verificabile) certezza di apportare beneficio a qualcuno (gli amici che lo consultano); lo stesso non posso dire per ciò che faccio nelle otto ore passate in ufficio.

E qui so già che, vista l’enorme stima che nutri nei miei confronti, hai delle obiezioni: mi dirai che i miei colleghi traggono beneficio dal mio lavoro, senza il quale non potrebbero fare, o farebbero con più difficoltà, il proprio. Può darsi, ma i beneficiari in quanto lavoratori, in questo ragionamento non contano: contano solo i consumatori finali.

Se io lavoro per un lavoratore, ciò che faccio ha senso solo nella misura in cui il lavoro di quest’ultimo serve ad altri, e così via fino alla fine della catena al cui estremo si trova, per definizione, il consumatore finale, l’unico degno di attenzione, l’unico che fa nascere l’esigenza nativa di lavoro altrui.

Credo che ognuno di noi debba imparare a convivere quotidianamente con la domanda: ‘ma il mio lavoro a chi serve?’, ed applicarla a tutto ciò che fa nella propria vita; non per dare giudizi di valore, ma per avere una maggiore consapevolezza del proprio ruolo nella società, e magari anticipare situazioni drammatiche quali la perdita dell’impiego, capendo per tempo se ciò che sta facendo ha o meno un futuro.

Facciamo un esempio: in Italia si discute in continuazione dell’industria automobilistica, perché rappresenta, assieme all’indotto, una grossa fetta di posti di lavoro; ma alla persona sensata che osserva le città ingorgate o le situazioni da bollino rosso nei week end di agosto, non sorge il dubbio che forse ci sono troppe auto in circolazione e che chi lavora in quell’industria sta producendo qualcosa che, considerata in quei volumi, alla società non serve?

Concludo con una domanda provocatoria: chi è più utile alla società, colui che non lavora e consuma soltanto, magari grazie ai soldi del papi, oppure l’indefesso lavoratore che produce beni che nessuno userà? Il primo ha quantomeno il merito di dare un significato alla vita di altri, godendosi il frutto, opportunamente rimunerato, della loro fatica…

La carriera di Fantozzi


In questo articolo voglio esternare il mio disaccordo su una certa concezione del mondo del lavoro, ahimé ormai consolidata e ben vista dai più; per la quasi totalità delle persone, quello che vado ora a sollevare è un non problema, un’assurdità, quasi un delirio. Pazienza, lo faccio lo stesso.

Voglio parlare di crescita sul posto di lavoro.

Immagino che queste parole avranno richiamato in te il concetto di carriera. Suvvia, è piuttosto normale: entri in azienda, lavori bene, con impegno, ottieni dei buoni risultati: insomma meriti un premio. Se sono passati tre-quattro anni e non sei cresciuto di livello, inizi a porti delle domande, magari inizi a guardarti attorno, perché mica puoi arrivare ad una certa età ed essere rimasto al palo. D’altra parte, l’azienda usa come specchio per allodole l’incentivo della promozione per ottenere risultati dai propri dipendenti. Giusto.

carriera

Se ti prendi la briga di consultare un contratto nazionale dei lavoratori, vedrai che viene effettuata una stratificazione delle mansioni in livelli: in basso c’è il ragionier Fantozzi, appena appena in grado di intendere e di volere, in alto c’è il Mega Direttore Gran Lup. Mann., depositario della verità aziendale e oltre. Non ci sono altre dimensioni lungo le quali spostarsi, solo questa. Salire o scendere. Migliorare o peggiorare. Lo stipendio si muove più o meno di conseguenza.

Quindi se sono bravo a pulire piastrelle, e lavoro in un posto dove c’è meritocrazia, dopo qualche anno mi ritroverò a coordinare un gruppo di pulitori di piastrelle. Ma io sono bravo a pulirle, mica a farle pulire ad altri. Magari potrei dar loro dei consigli su come fare, questo si.

Comunque non ho scampo: se voglio crescere in azienda, devo per forza andare in quella direzione. Quindi, siccome ho lavorato bene, mi ritrovo a ricoprire un ruolo che non mi si confa, magari a lavorare di più, ad essere più stressato, meno motivato, a dedicare meno tempo ed energie mentali alle rimanenti cose della vita. Proprio un bel salto di qualità! Comincio a chiedermi se valeva la pena di sbattersi tanto per ottenere tutto questo.

Le regole comunque sono ferree: metti caso perdessi o volessi abbandonare il lavoro, non mi è permesso di ricominciare da capo, siccome ho quasi cinquant’anni non ho accesso all’apprendistato; vorrei tanto diventare cuoco, sarebbe per me un’iniezione di entusiasmo, un ritorno alla gioventù, ma con l’esperienza di pulitore di piastrelle che mi ritrovo questa è proprio un’assurdità! Lascia spazio ai giovani, mi dicono, lascia entrare anche loro in questo tunnel a senso unico.

Allora provo a manifestare il mio malumore con conoscenti, amici e parenti. Ovviamente mi prendono per un alieno, per usare un eufemismo. Mi dicono che sputo nel piatto dove mangio, che non ho idea di quanti altri vorrebbero essere al mio posto. Certo che sono proprio strano, buttare al vento simili occasioni.

Io però non ci sto, non riesco a smettere di sognare una realtà diversa; immagino un mondo in cui, quando sai di aver lavorato bene, puoi sentirti libero di andare dal tuo responsabile a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro, non un aumento di stipendio. Un mondo nel quale puoi vantarti con gli amici di non pulire più piastrelle perché sei stato promosso alla posizione di lucidatore di scaffali, ruolo che hai sempre sognato. Un mondo in cui alla carriera verticale (che non voglio demonizzare, beninteso, è perfettamente legittima) si affianca una carriera orizzontale.  Un mondo in cui uguaglianza significhi applicare regole identiche per tutti quelli che si trovano nelle stesse condizioni, non per tutti indiscriminatamente.

Insomma, non sarebbe più meritocratico un insieme di meccanismi che dispensino premi mirati sul singolo invece che su un’astrazione ideale uguale per tutti? Ma attenzione, non è un problema di condotta aziendale quello che io qui sollevo, perché il fenomeno ha portata più generale; il problema è culturale: è la società tutta, insomma siamo noi che ci basiamo su paradigmi mentali troppo rigidi, non rispettando l’essenza dell’individuo, dando per scontata una sola possibile scala di valori.

Anche in questo dovremmo uscire dal solco, la qualità delle nostre vite migliorerebbe sensibilmente, e non ci sarebbero forse più le tragedie da lunedì mattina.

Lo spauracchio della prova costume


Credo di non dire nulla di stravagante quando affermo che la mancanza di comportamento etico da parte dell’italiano medio è uno dei principali problemi della società in cui viviamo; lo riscontriamo in particolare in chi sta alla guida del Paese, ma la classe politica non è che il riflesso dell’elettorato che l’ha prodotta, anche se nel tempo ha imparato a distaccarsene e a vivere di vita propria.

Il ‘furbo’ (e le virgolette sono d’obbligo perché per me di vera furbizia non si tratta) è sempre presente ai vari livelli, e non esiste meccanismo che impedisca di fare una legge senza che si trovi l’inganno; come si può uscire da questa impasse? Mettiamo poliziotti ad ogni angolo! Controlliamo di più! Eleviamo multe, ampliamo la caccia agli evasori, combattiamo il lavoro nero con sanzioni severe! Guerra a chi inquina!

Praticamente occorrerebbe un esercito di controllori, purché provenienti da altri Paesi, altrimenti come ci possiamo fidare di loro?

Facciamo un esempio pratico, parliamo dei meccanismi per combattere i nullafacenti negli uffici. Introdurre tornelli o sistemi di timbratura è un sistema medievale, tipico di una società arretrata, basato sul presupposto che la presenza fisica in ufficio corrisponda a lavoro (e l’assenza a non lavoro): se mai vogliamo fare dei controlli, facciamoli su ciò che è stato prodotto (quanto e come…); ovvio che questo non si può applicare a tutti i tipi di lavoro, però ci vantiamo tanto di essere nell’era del WEB 2.0 e poi dobbiamo percorrere chilometri per accedere ad un computer e produrre contenuti digitali… Perché questa ritrosia verso il telelavoro? Perché non ci si fida: si pensa che il fiato sul collo sproni il lavoratore (e in una buona parte è anche vero, ed il comportamento dei molti furbi ha contribuito a rafforzare l’idea), ma questo crea i presupposti per un ambiente stressante, disseminato di fucili puntati.

La leva per un comportamento etico (qualsiasi cosa questo voglia dire) non deve provenire da fuori, ma da dentro ogni individuo: solo così possiamo evitarci un esercito di cani da guardia. Dobbiamo imparare sviluppare quel controllore che è dentro ognuno di noi, con la convinzione che questo sia vantaggioso per noi stessi, e che fare i furbi alla lunga sia controproducente. Se ci comportassimo tutti onestamente sul posto di lavoro, i dirigenti aziendali non guarderebbero con sospetto il telelavoro. Se il ragazzino si dimostra meritevole della tua fiducia, lo lasci libero di uscire da solo.

Questo si può ottenere solo investendo nell’educazione, non c’è altra strada; quando il solco dell’opportunismo è scavato nelle nostre menti è difficile rimuoverlo; ed il deterrente secondo me più efficace ed economico è uno: la disapprovazione sociale.

Non so se hai presente l’ansia di molte persone quando si avvicina l’estate: alcuni iniziano una dieta a tempo per diminuire i rotoli addominali, altri fanno lampade abbronzanti, perché non vorrai mica arrivare in spiaggia a fine maggio bianco come una formaggetta di capra? Mi sono chiesto: cosa origina quest’ansia? Ci sono vigili in spiaggia? No, c’è la spada di Damocle del giudizio altrui (conoscenti e non)!

Ci piaccia o no, siamo animali sociali, ed essere integrati in un gruppo ci fa stare bene (anni di evoluzione hanno probabilmente sancito il vantaggio di una collaborazione rispetto all’isolamento). Se comportamenti dannosi come l’evasione fiscale, l’inquinamento, la nullafacenza sul posto di lavoro fossero messi alla berlina dalla società, a poco a poco diverrebbero fenomeni residuali. Invece sono esaltati: l’evasore è un furbo, che non si fa fregare dallo Stato; l’amico si vanta perché ha trovato un buon posto dove si lavora poco e nessuno ti controlla. Capito? Si vanta, la considera cosa da ostentare! Abbiamo truppe di deputati e senatori indagati per i più svariati misfatti, ma non mostrano la benché minima vergogna di tutto ciò, anzi ne fanno campagna elettorale autoproclamandosi vittime. Vuoi fare successo? Violenta la tua collega, fai in modo che ti licenzino per questo e passa qualche mese in prigione, magari prima assicurati la protezione di un avvocato di grido. Occhio però, la cosa non deve passare inosservata, premurati che tutti ne parlino. Tranquillo, vedilo come un investimento: fra un anno sarai ospite di numerose trasmissioni televisive e verrai ricoperto di soldi. Magari, mentre sei in galera, approfittane per scrivere un libro dichiarandoti vittima delle circostanze… fa sempre effetto.

Pensa invece ad un mondo in cui il teenager che getta la cartaccia per terra viene considerato uno sfigato dai coetanei; un mondo in cui per essere considerato ‘ad un certo livello’ non devi indossare le Hogan ma recarti al lavoro coi mezzi pubblici; un mondo in cui, se trovi un portafogli per terra e lo restituisci, sei invitato a tutti i talk show della prima serata; un mondo in cui se timbri il cartellino ed esci a fare la spesa, alla pausa caffè ti ritrovi da solo.

Utopia? Per ora sì, ma come tutte le cose, forse è solo una questione di massa critica…

Pensa!


Mi hanno detto che il primo post deve essere un po’ rappresentativo del blog, deve in qualche modo far capire al lettore dove si andrà a parare.

Ci ho pensato su, probabilmente hanno ragione, e allora ci proverò, ma tieni presente che per me è un po’ difficile sapere dove sto andando a parare… comunque: questo blog vuole essere un insieme di spunti di riflessione. O meglio, quando mi vengono dei pensieri che reputo degni di nota, li voglio sottoporre ai lettori di questo blog (mi son detto: nel mucchio qualcuno che li prenderà in considerazione lo troverò…); i commenti, positivi o negativi che siano, sono pertanto estremamente graditi.

Perché ‘Fuori dal solco’? Beh, fondamentalmente per due motivi.

In primo luogo per prevenire coloro che troveranno i miei articoli deliranti (so che ci saranno, se non fosse così resterei piuttosto deluso): caro lettore, se appartieni a questa categoria sappi che concordo con te: infatti la parola ‘delirare’ deriva dal latino ‘de lira‘, cioè, per l’appunto, ‘fuori dal solco’.

In secondo luogo, ma questo lo chiarirò meglio in uno dei post a venire, il solco rappresenta per me un vincolo, che ci mantiene fermi sulla nostra rotta e ci impedisce qualsiasi cambio di percorso. Più seguo la medesima strada, più il solco si fa profondo, più difficile è uscirne. Cosa significa uscire dal solco? Significa lasciar cadere le ipotesi: quello che prima era un postulato del mio ragionamento (in economia si direbbe una variabile esogena), adesso viene sottoposto a verifica, entra esso stesso nell’analisi del problema, magari trovando conferma, magari venendo invalidato. In ogni caso, alla fine mi ritrovo con un ragionamento migliore, che si basa su meno assunzioni, più completo: la mia consapevolezza è aumentata.

Mi piacerebbe molto che qualcuno dei miei futuri post, spesso volutamente esagerati e provocatori, aumentasse l’ampiezza di vedute di qualche lettore; non voglio aiutarvi a trovare delle risposte (non ci riuscirei), voglio solo che vi poniate più domande: allora, probabilmente, le risposte le darete voi a me con i vostri commenti!

Proviamoci. A presto.