Amo la mia famiglia, mi piace la mountain bike, odio il perbenismo, ricerco la libertà, detesto chi mi dice quel che devo fare, ignoro chi si crede migliore degli altri e predica la retta via.
Penso che per capire il mondo occorra abbandonare i punti di vista a cui si è abituati, liberandosi dai propri vincoli mentali.
Credo che ognuno di noi debba imparare ad adottare un'opinione che sia genuinamente propria, non presa a prestito da genitori, scuola, religione o società.
Una ustione di terzo grado a braccio e mano va in qualche modo celebrata, e ho pensato di farlo dedicando una canzone alla mia fisioterapista, una donna ironica e di spirito che accetterà senza dubbio di farsi un poco… canzonare.
Sol Re Mim Do La vita va affrontata con spirito Sol Re Do Sol gli osti sono maestri di vita!
Sol Questa rossa sbucciatura Re non mi fa certo paura Mim so cavarmela da solo Do ma siii!
Sol Col dolore cervicale Re non ci sto poi così male Mim lo sistemo col barolo Do ma siii!
Re Questa mano bruciacchiata Mim la lenisco con pomata Do e una brocca di etanolo Re ma siii!
Sol mi riabilito l’ustione Re con manuale autogestione Mim e un bel sorso di nebbiolo Do7 ma siii! Si7 Ma siii… Mim Ma nuuu!!!
Do7 Si7 Qui non posso far da solo Do7 Si7 e va beh, sarò pignolo Do7 Si7 ma io sento che ho bisogno di una
Mim Manu Do7 Si7 un’amica per la pelle Mim Manu Do7 Si7 io con lei vedo le stelle
Mim Manu Do7 Si7 sento i palpiti nel cuore Mim Manu Do7 Si7 quando stringe il mio tutore
Do7 Si7 mi cattura questo gioco Do7 Si7 Senza alcun dubbio, pressappoco Do7 Si7 ci metterei la Manu su fuoco
Mim Manu Do7 Si7 mi massaggia con poesia Mim Manu Do7 Si7 l’epiteliale ipertrofia
Mim Manu Do7 Si7 lei mi placa la fobia Mim Manu Do7 Si7 per la fisioterapia
Do7 Si7 le sue strisce colorate Do7 Si7 sulle mie braccia depilate Do7 Si7 meglio di quelle sniffate Do7 Si7 vado in crisi di astinenza per la
Dedicato a tutti quelli che ci tengono, alla propria immagine (a partire da me).
E’ facile fare i fighi ostentando ciò che piace, ma la vera partita si gioca nell’accettazione dei propri aspetti meno nobili, perché è anche grazie a loro se esistiamo.
Prova un po’ tu, Narciso, a farti bello con ciò che meno ti piace di te!
Parole e musica Marco Perasso, licenza Creative Commons.
Mim Do7 Si7 Mim Do7 Si7 Mim Do7 Si7
Mim Mi piacciono un sacco i miei occhi verdi Do7 lo sguardo profondo nel quale ti perdi Lam la mia ragnatela intessuta di sguardi Si7 ammanta in un velo di flebili accordi
Mim Mi piace un sacco il mio caldo sorriso Do7 eburneo dischiudersi, illumina il viso Lam disarma il nemico e lo lascia sorpreso Si7 avvolge il tuo cuore inerme indifeso
Mim Mi piace un sacco la mia pancia piatta Do7 ti attira sorniona con fare da gatta Lam la mia tartaruga non va mai di fretta Si7 se ci fai un giro ne esci distrutta
Mim Mi piacciono un sacco le mie mani decise Do7 che sanno aggirare le tue blande difese Lam la danza di gesti fra luci soffuse Si7 piccante ricerca di nuove sorprese
Do Mi piace un sacco, mi piace un sacco Sol questo tuo ardore che tengo in scacco Re perché il mio fascino non teme attacco Mim io mi piaccio un sacco
Do Mi piace un sacco, mi piace un sacco Sol quando distratta ti aggiusti il trucco Re poi di sfuggita mi guardi il pacco Mim io mi piaccio un sacco
Fa#m Mi piacciono un sacco le mie spalle larghe Re7 due bei paracarri per queste tue curve Sim che sensuali serpeggiano ardite e proterve Do#7 cullandosi avvolte dalle mie braccia lunghe
Fa#m Mi piace un sacco la mia forte schiena Re7 che adori esplorare nei tuoi dopocena Sim sei più disinvolta di una cortigiana Do#7 quando provi a sedurmi con la tua cucina
Re Mi piace un sacco, mi piace un sacco La la calma lucida del mio distacco Mi perché il mio fascino non teme attacco Fa#m io mi piaccio un sacco
Do7 Ma quella che mostro è la carrozzeria Fa di un’auto sportiva di cortesia Re7 lucente racchiude olio nero e ingranaggi Sol così indispensabili per i suoi viaggi
Do Questo mio bel corpo per poter funzionare Sol di oscuri processi si fa contenitore Re polpa di cadaveri da assimilare Mim e fluidi melmosi che bisogna evacuare
Fa#m perché la mia luce che nasce dall’ombra Re7 di questa si nutre, senza alcuna riserva Sim quindi non non sbulacchiamo Do#7 nel tirare la corda …però…
Re Mi piace un sacco, mi piace un sacco La e non importa che vinca o che perda Mi mi piace un sacco mi piace un sacco Fa#m la mia natura beffarda
Re Mi piace un sacco, mi piace un sacco La questa realtà stridente e balorda Mi mi piace un sacco anche se sono un sacco… Fa#m Mi un gran bel sacco di merda! Fa#m Mi
Un grazie a Federico Cimaroli che, col suo ultimo video, ha finalmente liberato le strofe di questa canzone, chiuse in me da tempo.
Parole e musica di Marco Perasso, Licenza Creative Commons.
Do Sol Io non sono questo nome a cui rispondo da decenni Lam Fa io non sono quel bambino che non ha conosciuto i nonni Rem Fa io non sono lo scolaro intimorito dai compagni Sol io non sono il bravo figlio che cullava i propri sogni
Do Sol Io non sono il genitore che accudisce figlio e figlia Lam Fa io non sono il buon marito onesto padre di famiglia Rem Fa io non sono l’infedele che tradisce la fiducia Sol io non sono lo sportivo che si allena con tenacia
Fa Do Quando cade l’illusione di poter esser qualcuno Sol Fa Lam resta solo questo mantra, io non sono, io non sono Sol quando lasci la prigione di dover esser qualcuno Fa Sol Lam resta solo la non strada, io non sono, io non sono Sol io non sono
Do Sol Io non sono lo scrittore che romanza la sua vita Lam Fa io non sono il cantautore che ora arpeggia con le dita Rem Fa io non sono l’impiegato che esce tardi dall’ufficio Sol io non sono lo sgobbone tutto impegno e sacrificio
Do Sol Io non sono il diplomato fantozziano ragioniere Lam Fa io non sono il laureato col futuro da banchiere Rem Fa io non sono chi ti ascolta se hai bisogno di un aiuto Sol io non sono quel ribelle che sbandiera il suo rifiuto
Fa Do Quando cade l’illusione di poter esser qualcuno Sol Fa Lam resta solo questo mantra, io non sono, io non sono Sol quando esci dal copione di dover esser qualcuno Fa Sol Lam resta solo il grande vuoto, io non sono, io non sono Sol ma io chi sono?
Do Sol Io non sono la paura che mi sveglia nella notte Lam Fa io non sono il mio dolore dopo avere fatto a botte Rem Fa io non sono le parole, i pensieri e le ragioni Sol io non sono la certezza delle mie convinzioni
Do Sol Io non sono ciò che penso che tu pensi che io sono Lam Fa io non sono ciò che penso che tu senta quando suono Rem Fa io non sono questa voce, ciò che mostro a questo mondo Sol io non sono il primo piano, puoi trovarmi nello sfondo
Fa Do Se gli togli tutto questo cosa resta ad un uomo Sol Fa Lam che ha di fronte la domanda io chi sono io chi sono Sol sono il foglio su cui traccio questi segni di passione Fa Sol Do o le pause fra le note di questa bella canzone
L’amore della vita per me è grande, ma a volte non ho la forza di sopportare sensazioni così forti.
Parole e musica di Marco Perasso, Licenza Creative Commons.
Rem Do Rem Do
Rem Lacrima di sole sopra un viso di bambina do accendi il vuoto di parole della buia mia cantina Fa ti nascondi accoccolata, dolce micia nel fienile La e rischiari la mia vita con i tuoi raggi di aprile Sib che riscaldano il mio petto, quasi a farmelo scoppiare, Fa la fusione con il tutto Do non sai quanto può far male
Fa E allora lasciami stare, fammi dormire Do voglio solo riposare, rifugiarmi nel torpore Rem forse al limite soffrire, ogni trucco può andar bene La se mi riesce a riparare dalla furia del tuo amore
Fa Ti prego fammi allontanare, si lo so che mi vuoi bene Do ma ho bisogno di respirare, il tuo ardere sublime Rem mi impedisce di sentire, di pensare, di sbagliare La e ora l’unica difesa che è rimasta è vomitare
Sib Fa do troppa luce certe volte può impedire di vedere
Rem Buio che mi acceca come un’onda di rugiada do questa tua voce suadente mi fa perdere la strada Fa dammi un altro po’ di tempo per capire ciò che sono La al riparo dal tuo vento che mi avvolge come un tuono Sib dammi ancora l’illusione che io possa esser qualcuno Fa e poi abbracciami dolcemente Do e riportami nell’uno
Fa ma adesso lasciami andare, si lo so che mi vuoi bene Do ma ho bisogno di camminare, il tuo amore può aspettare Rem voglio ancora faticare, e cadere e risalire La solo allora potrò aprire la mia porta al tuo calore
Sib Fa do solo allora sarò pronto per lasciarmi addomesticare
Un tema di particolare attualità in questi mesi è quello dell’intelligenza artificiale che, seppure solo di sponda, tratto anche nel mio libro laddove descrivo il processo di formazione dei modelli mentali visto con l’occhio dell’informatico.
Sono in molti a pensare, a partire dagli studiosi del settore, che presto le macchine diventeranno più intelligenti degli esseri umani, ed è strisciante la preoccupazione che proprio per questo ci soppianteranno.
Il mio punto di vista, da umile programmatore per nulla esperto di questa nuova frontiera della tecnologia, è che si stia fortemente limitando il concetto di intelligenza, oltretutto non considerando ciò che a mio avviso è il vero nocciolo della questione.
Personalmente non mi preoccupo del fatto che le macchine diventino intelligenti come gli umani, ma che gli umani diventino stupidi come le macchine (quelle attuali).
Ci stanno infatti insegnando, e a noi peraltro viene molto comodo, a rinunciare al pensiero critico individuale in favore di soluzioni, procedure, protocolli comportamentali calati dall’alto.
In altri termini, ci stanno programmando e abituando a dimenticare il libero arbitrio.
Numerosi sono gli esempi: la certificazione ISOnovemilaquelchel’è in azienda prevede che i processi produttivi vengano standardizzati e formalmente codificati, perché solo così si possono garantire prodotti di qualità; non mi è chiaro che spazio rimane, in tutto questo, per la creatività e la libera iniziativa del singolo; sta di fatto che il collaboratore che si attiene pedissequamente alla procedura, senza porsi troppe domande, è per definizione nel giusto e nessuno gli potrà mai muovere un appunto.
Lo stesso dicasi, in campo medico, per il clinico che applica ciecamente il protocollo sanitario, in barba al giuramento di Ippocrate col quale si è impegnato ad “esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento”.
Per non parlare dei programmi ministeriali in campo educativo e della famigerata spada di Damocle degli algoritmici test INVALSI.
Insomma, è vero che umani e macchine si stanno sempre più assomigliando, ma in maggior parte a causa della crescente demenza umana.
Riconosco la comodità di vivere in un mondo privo di preoccupazioni e decisioni da prendere, un mondo in cui non serva trovare la forza per dire e sostenere un deciso “NO!”, all’occorrenza.
Ma questa è la strada che porta a diventare sostituibili da una macchina, da bravi esecutori di algoritmiche procedure. Come è peraltro già accaduto agli alienati operai nelle catene di montaggio.
Prendo spunto da uno dei temi trattati nel mio libro, in merito al fenomeno della generalizzazione, per affrontare un argomento di particolare attualità in questi ultimi anni: la scienza e il metodo scientifico.
Molti si abbandonano a una facile ironia scrivendo Scienzah con l’acca (come Deborah, ma questa è un’altra storia) per sottolineare il fatto che numerosi sedicenti scienziati, ben lungi dall’essere motivati da un sano desiderio di scoperta, siano invece asserviti ai poteri forti della finanza globale, producendo risultati tutt’altro che indipendenti dai soliti obiettivi di massimizzazione del profitto.
Ma non è questo il ginepraio in cui voglio addentrarmi con questo articolo, nel quale parlerò invece di scienza ‘pura’ e di scienziati in assoluta buona fede che applicano il metodo scientifico così come fu definito a suo tempo da Galileo.
In cosa consiste il metodo scientifico?
Detto in soldoni, non è sufficiente avanzare qualche ipotesi che descriva il mondo affinché questa sia vera, ma è necessario sottoporla a verifica sperimentale, ossia alla prova empirica dei fatti. Una delle condizioni essenziali è che le prove devono essere ripetibili, ed ecco il collegamento col tema della generalizzazione di cui sopra.
Esistono fenomeni che ben si prestano a questo tipo di approccio, essendo più o meno facilmente ‘riproducibili in laboratorio’, come la caduta di un grave, una reazione chimica, la dinamica di un fluido.
Ne esistono però molti altri che sono unici nella loro natura, pertanto non ripetibili e quindi non descrivibili col metodo scientifico. Ciò non toglie che questi fenomeni esistano, e direi che sono pure assai numerosi!
Un conto è credere nella scienza, altro conto è non credere a nulla al di fuori di ciò che la scienza riesce a descrivere e spiegare; il bisogno di struttura e di certezza porta invece spesso a cadere nell’approccio più conservativo arrivando a concludere: ciò che non posso descrivere attraverso una generalizzazione non è meritevole di attenzione e forse addirittura non esiste.
Questo atteggiamento è comprensibile, in quanto favorito da esigenze pratiche; se ogni mattina esco di casa per recarmi in ufficio è perché implicitamente faccio affidamento sulla ragionevole idea di trovarlo ancora là dove me lo aspetto, basandomi sulla generalizzazione: se c’è stato negli ultimi n-1 giorni, lo troverò anche l’n-esimo.
In assenza di queste assunzioni, non potrei assolutamente muovermi nel mondo circostante, ma ribadisco che un conto è dire: “li uso come strumenti”, ben altro è: “non esiste altro all’infuori di questo”.
L’esempio per me più lampante è quello dei figli: applicare le generalizzazioni del metodo scientifico con le relazioni umane, in particolare con un figlio, è oltremodo dannoso, e lo affermo per esperienza (ommaigosschhh… sto facendo una generalizzazione?!?).
Ogni individuo è speciale nella sua unicità, e la conoscenza maturata con n-1 figli serve assai poco con l’n-esimo, al di fuori di questioni eminentemente pratiche come il cambio di un pannolino.
Conclusione scoppiettante e vagamente fuori tema: genitori navigati che vi relazionate con future o neo puerpere, ricordatevi dell’undicesimo comandamento e fatevi una bella padellata di affari vostri!
Questo post è dedicato a te, che consideri con atteggiamento di sufficienza quegli indigeni che vivono ancora in capanne e praticano riti che definisci barbari, e ti senti superiore e al sicuro perché appartieni alla cosiddetta società civile.
Non ti rendi conto che quella stessa società ti ha reso praticamente inadatto alla sopravvivenza, se privato degli strumenti che ti mette a disposizione.
Non sei civilizzato: sei addomesticato, e totalmente dipendente da quegli strumenti, come un barboncino rasato ha bisogno del suo padrone, come un pollo ha bisogno del fattore.
Non hai pelliccia per proteggerti dal freddo, non hai unghie o denti aguzzi per combattere, la tua pelle delicata e la tua incapacità di sopportare dolore e fatica fanno di te una preda facile e un predatore risibile.
Se dall’oggi al domani ti togliessero giacca e cravatta, carta di credito, telefono, ogni altro tipo di gadget moderno e ti esiliassero in un bosco… che ne sarebbe di te? Pensi che il tuo grande cervello da sapiens sapiens sarebbe sufficiente a garantirti la sopravvivenza, abituato come sei a quella specializzazione che ti rende il migliore in un solo, unico, campo di nicchia?
Scendi dal piedistallo, e prega che chi ti sta sfruttando a tua insaputa come una mucca da latte continui a darti il sostentamento di cui tanto hai bisogno.
E magari guarda con un pizzico di stima e ammirazione chi vive ancora libero, nudo e armato di lancia in una remota selva dell’Amazzonia.
Nel colloquio di counseling c’è una domanda che è preferibile non utilizzare: “Perché?”
Questa domanda stimola un registro squisitamente mentale, invitando l’intelletto ad andare a trovare spiegazioni, cause, fattori scatenanti di una determinata situazione.
Cercare nel passato ciò che ha portato alla condizione attuale può inoltre far correre il rischio di convincersi dell’esistenza di uno stretto legame di causa effetto che rende immodificabile il presente.
Se ad esempio ho subito un trauma infantile e mi convinco che condizioni pesantemente il mio modo di relazionarmi con le persone, poiché ciò che è accaduto non è modificabile né eliminabile potrei giungere alla conclusione che non c’è più nulla da fare, che ‘io sono fatto così’.
Ma c’è un altro tipo di considerazione che merita di essere affrontata: il ragionamento precedente dà implicitamente per scontato che la causa sia nel passato e l’effetto nel futuro; se il bicchiere, in questo momento, cade per terra, è perché qualche istante prima qualcuno o qualcosa lo ha spinto oltre il bordo del tavolo.
Questo presuppone un tempo lineare unidirezionale in cui tutto ciò che si trova nel presente viene determinato da ciò che è accaduto in precedenza, arrivando ad annullare ogni possibilità di libero arbitrio, a ben riflettere.
La domanda provocatoria che ti voglio fare è questa: riesci ad immaginare un mondo in cui sia il futuro a condizionare il presente?
Potresti obiettare che non ci sono evidenze empiriche ad avvalorare questo tipo di strampalata ipotesi, eppure considera questo esempio: oggi, lunedì, prendi un giorno di ferie per il venerdì successivo, perché hai intenzione di fare un weekend lungo in una città europea. Sempre oggi, prenoti una camera d’albergo e un volo aereo.
Cosa ha provocato questi eventi? Non è ragionevole pensare che la causa di quanto accaduto oggi sia da collocarsi anche nel futuro?
E’ ben vero che si tratta di una causa solo ipotetica, non essendosi ancora verificata in concreto, ma è innegabile che produca degli effetti reali, e questo a mio avviso è sufficiente a rendere reale essa stessa.
Abbandonare l’unidirezionalità lineare del tempo e dei legami di causa-effetto amplia enormemente la visione del mondo, e ha la potenza di dare all’immaginazione l’opportunità di creare cause che producano un presente più gradevole e accettabile.
A me piace moltissimo questa idea, tu che ne pensi? E’ meglio continuare a rimanere legati al passato crogiolandosi nelle proprie sfighe, oppure immaginare un magnifico futuro che possa concretamente condizionare l’oggi che stiamo vivendo?