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Il simbolo dell’anima


Musica e parole Marco Perasso, licenza Creative Commons.

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Re La Do Sol
Re La
L’albero scuro e nodoso gli guardava le spalle
Do Sol
fiero custode del porto che dischiude il cammino
Re La
la terra fumante di sabbia sotto il sole che bruciava la pelle
Do Sol
mostrava che non era più tempo di sfuggire al destino
Mim Sol
la voce ammaliante nei sogni delle notti agitate
Re Mim
narrava di viaggi alla scoperta di terre incantate
Do Sol
Una vita intera votata ai fatui successi di una storia anonima
Re Mim
si era ritratta trovando nel sonno la passione più intima
Do Sol
l’eterea sirena incontrata in quel mare custodito dentro a una lacrima
Re Mim
suadente incitava a muoversi in cerca del simbolo dell’anima
Sol
Dai procedi senza sosta
Re
lungo quel cammino
La
cerca la risposta nutri la tua fede
Do
ogni pietra scura sposta
Re
per trovare la tua strada
Mim
in fondo basta l’orma del tuo piede
Re La
L’albero scuro e nodoso ormai era lontano
Do Sol
la gola assetata spegneva l’incerto coraggio
Re La
i sassi destati dal sonno nel giaciglio di quel vasto altopiano
Do Sol
sorniona memoria del sentiero tracciato dal viaggio
Mim Sol
la spinta interiore dal cuore pulsava insistente
Re Mim
per mettere un freno a paure avvinghiate alla mente
Do Sol
L’angoscia di muovere passi senza il caldo conforto di una traiettoria
Re Mim
attore in un dramma compiuto lontano dal fulgore di un palco
Do Sol
il suo fallimento in agguato nell’ombra di luci di una vuota vittoria
Re Mim
l’incerto futuro di un seme caduto lontano dal solco
Sol
Dai procedi senza sosta
Re
segui la tua pancia
La
spegni quella testa e nutri la tua fede
Do
ogni pietra scura sposta
Re
sotto troverai nascosta
Mim
la risposta che l’occhio non vede
Re La
Notti passate all’addiaccio dentro al vuoto stellato
Do Sol
nel silenzio innaturale che rendeva assordanti i pensieri
Re La
contrastante rimpianto del fuoco di quel cielo assolato
Do Sol
che di giorno accompagnava il domani nel ricordo di ieri
Mim Sol
la sete alimentava il timore di una sorte già scritta
Re Mim
presagio inquietante dello spettro di una dura sconfitta
Do Sol
Incedere oltre o tornare erano modi diversi per andare a morire
Re Mim
lasciare la vita oppure svuotarla di ogni significato
Do Sol
e poi lentamente quell’albero spuntava dal luogo che lo vide partire
Re Mim
testimone paterno del suo essere in salvo e di avere fallito
Sol Re La
Do Re Fa#m
Mi Si
Il vortice possente sollevato dall’enorme rapace
Re La
posatosi sul ramo ad osservarlo inginocchiato nel pianto
Mi Si
rompeva con crudele indifferenza il suo dolore ferace
Re La
sorpreso da quel figlio del cielo che ora stava al suo fianco
Fa#m La
il petto piumato tuonava senza emettere suono
Mi Fa#m
parole che entravano calde nella mente dell’uomo
Re La
L’invito a balzare sul dorso per guardare dall’alto ciò che si era compiuto
Mi Fa#m
lo sorprese a volare aggrappato al quel falco nello spazio infinito
Re La
e vide l’enorme disegno che il suo vagabondaggio aveva tracciato
Mi Fa#m
l’uccello di Nazca chiamato dai posteri ammirati geoglifo
La
Dai procedi senza sosta
Mi
traccia il tuo cammino
Si
senza avere una risposta, questa è fede
Re
vai avanti, questo basta
Mi
la tua vita ha già un senso
Fa#m
con la sola impronta del tuo piede
Mi
e non perdere tempo a progettare il successo
Fa#m
perché ogni cammino inizia da primo passo

Il Simbolo dell’Anima


Guaimas partì per affrontare il deserto.

Da mesi sentiva di voler dare una svolta alla propria vita, che fino ad allora gli era parsa sterile e priva di scopo, e questa sembrava essere finalmente l’occasione giusta.

Aveva molta paura, temeva per la sua stessa esistenza, temeva di soffrire, ma più di tutto temeva il fallimento: trovare il Simbolo dell’Anima era una missione tentata da molti, compiuta da nessuno.

Non aveva dubbi: preferiva la morte in quel deserto arido, piuttosto che trovarsi nuovamente di fronte al punto interrogativo di un’esistenza priva di direzioni.

L’albero secco dai nodosi rami attorcigliati, che aveva scelto come porto di imbarco per il suo viaggio di ricerca, si faceva sempre più piccolo alle sue spalle, mentre lui avanzava determinato, rimuovendo senza posa le pesanti pietre scure che trovava numerose lungo il cammino, quasi che il simbolo cercato si trovasse sotto una di queste.

Il sogno ricorrente che lo aveva condotto lì era chiaro: era giunto su questa terra per riportare alla luce il Simbolo dell’Anima, da lasciare in eredità per secoli alle generazioni future.

Non sapeva esattamente come, ma dentro di lui sentiva che ‘portare alla luce’ in qualche modo significava liberare il proprio cammino da tutti quei pesanti massi scuri: forse davvero, sotto uno di essi si celava ciò che stava cercando.

Non aveva una direzione precisa: talvolta procedeva in modo rettilineo, talvolta svoltava bruscamente, come guidato da una forza invisibile che non sapeva dominare.

La gola era secca, la polvere si impastava col sudore della fronte, rendeva difficoltoso il respiro, faceva lacrimare sciupando così altre preziose gocce di liquido corporeo.

Durante la notte si accampava nel nulla, aspettando il gelido buio che con dirompente vacuità spazzava via ogni ricordo dell’afa diurna, facendogli presto rimpiangere quel sole impietoso che l’aveva oppresso fino a poche ore prima.

Vagava da giorni, continuando ininterrottamente a cercare sotto i massi roventi, spostandoli di lato, incespicando, avanzando sempre più tremolante.

Le riserve di acqua e cibo iniziavano a scarseggiare e delle fonti che, a quanto si diceva, dovevano trovarsi lungo il cammino, non aveva trovato alcuna traccia.

Il materializzarsi del rischio concreto sfumava lentamente l’angoscia in paura, mentre quel continuare a spostare sassi che celavano il nulla mutava l’incertezza in frustrazione.

All’alba del quinto giorno si rimise in cammino dopo una notte popolata di incubi; sapeva che quel giorno sarebbe stato l’ultimo: era stremato, ormai non gli importava più di conoscere in che modo sarebbe finita, desiderava solo che cessasse tutta quella sofferenza.

Non dovette attendere molto: la monotonia dell’orizzonte infuocato fu presto interrotta da una sagoma in lontananza, che gli pareva familiare.

Non seppe più distinguere le sensazioni e le emozioni che alla rinfusa presero possesso di lui: sollievo, delusione, rabbia, incredulità, forse anche gioia.

Era salvo! Era tornato al punto di partenza, l’albero nodoso che aveva lasciato alle sue spalle ora era laggiù, accogliente, che lo aspettava.

Aveva fallito.

Lo raggiunse scorato, si inginocchiò davanti ad esso e iniziò a singhiozzare, dando così fondo alle ultime riserve idriche del suo corpo.

Poi il rumore alle sue spalle, come di un possente battito d’ali che repentino si avvicinava dall’alto.

Poi il ritmico spostamento d’aria che lo costrinse a voltarsi.

L’enorme uccello gli sfiorò il capo e si posò sull’albero.

“Bravo Guaimas!” disse la calda voce proveniente dal petto dell’animale.

Guaimas non ebbe la forza di chiedersi se ciò che stava sentendo fosse frutto della sua immaginazione, e sibilò un timido: “Chi sei?”

“I nomi allontanano dal vero, Guaimas! Sono qui per dirti che sei stato valoroso, hai concluso la tua missione, hai finalmente dato un senso alla tua vita.”

Udendo quelle parole restò incredulo: come poteva aver portato a termine la missione, se non aveva fatto altro che vagare in circolo senza una meta, tornando esattamente al punto di partenza? E fu proprio questo che chiese al misterioso Spirito Alato, il quale per tutta risposta fece un balzo di fronte a lui, voltandosi.

“Salta sulla mia schiena e reggiti forte, Guaimas!”

Guaimas obbedì, nonostante la paura; si strinse al collo del volatile, che si alzò in volo leggiadro guadagnando rapidamente quota.

E fu così che comprese. Comprese che la sua piccola mente non avrebbe mai potuto contenere la grandiosità della sua ricerca, né tanto meno indicargli dove cercare.

Vide dall’alto l’enorme colibrì che il suo percorso aveva tracciato sull’arido terreno dell’altopiano di Nazca: vide il Simbolo dell’Anima.

Ascolta il podcast.

Quello che (non?) ho capito delle donne


Se ti dicono “sì”… molto probabilmente intendono “no”. Se ti dicono “fai come credi” non sentirti tranquillo: il vero messaggio è “la pagherai in seguito”. Se ti comunicano la loro opinione, oggi, non scordarti di ricontrollarla, domani: potrebbe nel frattempo essere cambiata. Ed in ogni caso riusciranno a convincerti che avevi capito male.

Ecco come percepisco la maggior parte delle donne che mi trovo a frequentare: incostanti, lunatiche, contraddittorie, imprevedibili. Quello che ho capito di loro… è che non ho capito un bel niente. Beh, fin qui… decanto la scoperta dell’acqua calda.

Lettore di sesso maschile, ti sta chiedendo perché mai ci si dovrebbe affannare alla ricerca di una comprensione che probabilmente non arriverà mai? Ebbene, credo che un motivo valido ci sia… e, pur se mi riconosco affetto dal materialismo che spesso mi si attribuisce, non dipende da necessità legate a meccanismi chimici di complementarietà sessuale.

Più passa il tempo e si accavallano le esperienze, più mi fermo a riflettere, e più mi convinco che la Vita è esattamente come le donne; infinite volte mi sono sforzato di applicare la mia razionalità per trovarle un significato, senza cavare un ragno dal buco. Probabilmente perché l’approccio di tipo logico che ho adottato non è in grado di portare da nessuna parte, come ho già rimarcato in un altro articolo.

Leggere e Amare Low.jpg

Ed allora… mi sto lentamente convincendo che, proprio nella loro imperscrutabilità, le donne sono più vicine all’essenza delle cose, non fosse altro perché sono in grado di donarla, la Vita… e che abbandonare la mia razionalità e perseverare in questo apparentemente inutile sforzo, ma con diverso approccio metodologico, anzi… abbandonando ogni tipo di approccio metodologico, mi farà avvicinare ad una comprensione più vera, finalmente libera dai legacci della mente razionale: la comprensione delle donne e, di riflesso, del senso della Vita.

Beh dai non ho la pretesa di raggiungere appieno l’obiettivo, caso mai di avvicinarmici asintoticamente… accidenti… visto? Che ti dicevo? La mia razionalità è decisamente dura a morire…