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Un’interessante storiella


A distanza di alcuni giorni dalla pubblicazione de “Le  oscillazioni della vita” ho letto in rete un bel racconto che mi ha colpito particolarmente (anche per la casuale concomitanza di tempi con cui mi è giunto) e ho pensato di riportarlo in questo nuovo articolo (che brilla decisamente di luce riflessa), perché mi sembra rappresenti il naturale completamento del precedente. La fonte da cui è stato tratto è la pagina Facebook dello scrittore Paulo Coehlo, anche se ho visto che in rete è piuttosto diffuso, non sono in grado di dirti la fonte originaria.

Ecco la storiella.

L’asino e il contadino

Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, L’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.
Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso l’alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci condurrà verso l’uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se nessuno ci da una mano per aiutarci. 
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra. Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema.

asini

Il racconto ha secondo me molteplici livelli di interpretazione; uno è quello esplicito, evidenziato dalla morale finale; ne trovo almeno un secondo, un po’ più recondito, legato alla diffusa opinione che vuole associare all’asino i concetti di ignoranza e stupidità, laddove invece si tratta di animale particolarmente intelligente; trovo che anche chi ha il coraggio di affrontare la vita in un modo inedito sia visto dagli altri un po’ come uno sciocco che vive in un proprio mondo svincolato dalla realtà (leggasi: pensare comune), laddove invece si tratta di persona illuminata che si eleva al di sopra della mediocrità.

Per completare l’operazione di riciclo, riporto un piccolo enigma di pensiero laterale, anche questo piuttosto diffuso in rete, che riprende un po’ gli stessi argomenti.

Buon divertimento.

L’enigma dei sassi bianchi e dei sassi neri

Un mercante, che sta attraversando tempi duri, chiede un prestito ad un uomo molto ricco ma malvagio. Il mercante paga la prima rata del prestito ma il giorno successivo arriva il servitore del ricco signore per informarlo che deve pagare altri interessi. Gli interessi sono così alti che per il mercante è impossibile pagarli.
Dice al servitore di informare l’uomo ricco che egli non è in grado di pagare una somma così alta e offre il suo bestiame come forma di pagamento.
Il servitore torna con una controproposta : il mercante ha una figlia molto bella e molto intelligente, desiderata da tutti gli uomini del regno; se darà sua figlia come schiava il suo debito sarà cancellato.
L’alternativa sarebbe perdere tutto e morire di fame.
La figlia, di sua spontanea volontà, sceglie, malgrado la tristezza, di offrirsi al ricco signore.
Ora, il ricco signore non è solo malvagio ma anche sadico e molto astuto.
Un mese dopo convoca la famiglia della ragazza dicendo di avere una proposta per loro.
Quando la famiglia di contadini arriva sul posto trova il cortile del castello colmo di gente, in attesa di uno spettacolo.
Il cortile è ricoperto di sassi bianchi e neri.
Il ricco signore si fa largo tra la folla.
Arriva al centro e rivolgendosi al contadino:
“Ho qui una borsa nella quale metterò una pietra bianca e una nera raccolte da terra. Se tua figlia prenderà la pietra bianca sarà libera.
Se dovesse prendere la pietra nera, sarà mia prigioniera per sempre e non potrai più vederla”.
Il ricco signore raccoglie due pietre, mettendosi di spalle al pubblico, per non far vedere di aver preso due pietre nere.
La ragazza, invece, se ne accorge.
Sbigottita comincia a pensare ad un modo per salvarsi da una vita di schiavitù.
Come farà la ragazza ad uscire da questa brutta situazione?

Il gioco dei tre secchi (la formazione di un solco)


Nell’articolo precedente ho fatto notare come un successo vissuto in modo superficiale possa spingere verso il dannoso consolidamento di schemi comportamentali, quelli che ci hanno portato in cima al podio. Voglio adesso proporti un gioco per dimostrare come agisca questo meccanismo.

Supponi di trovarti in riva ad un lago ed avere a disposizione tre secchi: uno dalla capacità di 17 litri, uno di 37 e uno di 6; il tuo scopo è misurare 8 litri d’acqua effettuando il minor numero di travasi.

Prima di proseguire nella lettura, ti invito a trovare la soluzione del problema, tutto sommato non difficile per chi se la cava con addizioni e sottrazioni; cerca di non cedere alla tentazione di proseguire oltre se non hai prima risolto il quesito, altrimenti viene meno l’esperimento mentale che ti sto proponendo.

Fatto?

Bene, adesso ti sottopongo un secondo problema; hai sempre tre secchi, questa volta con 31, 61 e 4 litri. Devi misurare 22 litri di acqua.

Tutto OK? Ancora uno: i secchi sono da 10, 39 e 4 litri, devi misurare 21 litri.

Risolto? Bene, cominci a capire il meccanismo. Eccone un altro: i secchi sono da 23, 49 e 3 litri, devi misurarne 20.

Se hai brillantemente risolto tutti e quattro i quesiti, probabilmente ti sarai accorto di uno schema ricorrente nell’individuazione della soluzione: dopo le difficoltà incontrate col primo problema, per il quale hai definito partendo da zero una strategia risolutiva, hai realizzato che la stessa può essere riapplicata a quelli successivi, che adesso ti sembrano banali: il secondo problema ti avrà fatto suonare il campanello di allarme (“ma questo è di fatto come quell’altro!”), il terzo ti avrà confermato la validità del cliché, il quarto sarà stato risolto meccanicamente.

Questo è lo schema mentale più probabile:

  • problema 1: riempio il secchio da 37, da questo travaso acqua in quello da 17 fino a riempirlo (rimanendo con 20 litri), quindi riempio il secchio da 6 (rimanendo con 14 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 8 litri)
  • problema 2: riempio il secchio da 61, da questo travaso acqua in quello da 31 fino a riempirlo (rimanendo con 30 litri), quindi riempio il secchio da 4 (rimanendo con 26 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 22 litri)
  • problema 3: riempio il secchio da 39, da questo travaso acqua in quello da 10 fino a riempirlo (rimanendo con 29 litri), quindi riempio il secchio da 4 (rimanendo con 25 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 21 litri)
  • problema 4: riempio il secchio da 49, da questo travaso acqua in quello da 23 fino a riempirlo (rimanendo con 26 litri), quindi riempio il secchio da 3 (rimanendo con 23 litri), che svuoto e riempio nuovamente (rimanendo con 20 litri).

E qui casca l’asino. Perché l’ultimo problema ha due soluzioni e una di queste implica minori travasi, anche se molto probabilmente tu avrai applicato (senza pensare) quella meno efficiente.

La soluzione migliore è quella di riempire il secchio da 23 e travasare in quello da 3, rimanendo subito con 20 litri.

Il solco mentale che hai scavato si è rivelato utile nelle prime situazioni, ma una trappola nell’ultima, quando hai abbassato la guardia ed applicato il modello senza riflettere.

Nei casi peggiori, questo può portare alla mancata individuazione della soluzione; il concetto può essere meglio rappresentato con l’aiuto di un’infografica.

Supponiamo che la tua struttura cerebrale sia quella di seguito rappresentata: ogni nodo è associato ad un’idea, le idee sono fra loro connesse da linee di attivazione più o meno marcate (i solchi della mente); il loro spessore dipende da quante volte le connessioni si sono rivelate utili, alla luce della tua esperienza.

Immagina di essere alla ricerca di una soluzione ad un problema; l’idea che ti serve si trova in Z, ma per arrivarci devi passare di nodo in nodo (associazione di idee) seguendo i sentieri più marcati.

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Se il tuo ragionamento parte dall’idea rappresentata dal nodo A, seguendo ad ogni bivio la strada più marcata, rimarrai intrappolato in un circuito senza via di uscita; è la classica situazione in cui continui a girare attorno al problema senza trovare soluzioni.

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Se invece parti da un altro presupposto, che magari hai sempre ignorato perché ti sembrava assurdo o ridicolo, e cambi la prospettiva di ragionamento, ecco che la soluzione di appare improvvisamente sotto gli occhi, e magari ti domandi come hai fatto a non vederla prima…

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Tutto questo potrà sembrarti banale, eppure non immagini quante volte giornalmente, sul lavoro, in famiglia, nell’esprimere giudizi, opinioni, o anche nella semplice decisione di un acquisto, hai occasione di incappare in questa subdola trappola…

Riferimenti bibliografici:

Guy Claxton – Il cervello lepre e la mente tartaruga. Pensare di meno per capire di più

Dentro il labirinto


Ti trovi dentro un labirinto. Il muri attorno a te sono alti, imperscrutabili, opprimenti. Riesci a vedere solo un corridoio che termina con una biforcazione: destra o sinistra?

Labirinto

Se ti volti indietro, la situazione non cambia, stessa visuale. Tanto vale andare avanti, prendere una decisione. Andiamo a sinistra.

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No, a sinistra non c’è l’uscita, solo una svolta obbligata, questa volta a destra. La sensazione opprimente, claustrofobica, permane. Ti viene ansia, vorresti iniziare a correre per vedere cosa si trova dietro quell’angolo là in fondo. Probabilmente lo fai, inizi a muoverti fra quelle alte mura in modo frenetico, per la fretta di trovare l’uscita e trarti alla svelta da quella situazione di disagio.maze3

Vicolo cieco! Tutto da rifare, bisogna tornare indietro sui propri passi, magari solo fino all’ultimo bivio (qual’era? non ricordi bene, accidenti, avessi ragionato con più calma!) sperando che basti solo un’altra scelta azzeccata prima dell’uscita, anche se, a giudicare da quelle scrostature sul muro là in fondo, hai la sgradevole sensazione di essere già passato da queste parti…

Alla fine trovi l’uscita, ma non senza difficoltà; torni più volte sui tuoi passi, ti trovi più volte nello stesso vicolo cieco, perché nella fretta di risolvere il tuo problema non hai memorizzato le scelte sbagliate.

Sicuramente, non ti rimane un bel ricordo di questa esperienza.

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Adesso abbiamo una situazione simile, ma questa volta non sei nel labirinto. Devi sempre trovare l’uscita, ma hai una visione aerea della situazione, ti senti perfettamente a tuo agio ed all’altezza del compito. Non solo non provi oppressione, ma trovare la soluzione del problema è per te una sfida coinvolgente, divertente. Tutte le risorse mentali sono a disposizione, non hai fretta di arrivare in fondo, perché tutto sommato finire anzitempo il gioco ti dispiacerebbe.

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Ho detto gioco, perché di questo per te si tratta; è divertente analizzare le varie biforcazioni, vedere con distacco i vicoli ciechi da evitare, costruire una mappa mentale del percorso ottimale.

Alla fine trovi l’uscita, sei soddisfatto e carico di energie, che vorresti convogliare nella risoluzione di un nuovo problema, magari un po’ più difficile.

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Non so quante volte hai provato queste sensazioni nella vita quotidiana; a me capita spesso: ovviamente non vivo nel paese dei labirinti, si tratta di pura metafora, ma le emozioni in gioco sono le stesse. A volte mi trovo immerso nei miei problemi, in lavori immensi di cui non vedo la fine, in rompicapo insolubili. Altre volte invece vivo con distacco le situazioni, e proprio per questo sono più lucido e trovo con più facilità la soluzione, ma soprattutto senza ansie e preoccupazioni.

Il distacco: questo è il trucco. Vivere le situazioni come se non ci appartenessero, come se non fossero problemi nostri. Hai notato quanto sia facile risolvere i problemi degli altri, e quanto difficile risolvere i nostri? Non che noi siamo particolarmente sfigati e ci capitino i problemi più difficili: piuttosto, il solo fatto che ci riguardino, e che le conseguenze degli stessi ricadano su di noi, ci mette sotto pressione e ci toglie la calma necessaria per analizzare la situazione con la dovuta lucidità.

Allora, l’esercizio che mi propongo e ti invito a fare per l’anno appena iniziato è proprio questo: eleviamoci al di sopra dei nostri labirinti mentali, distacchiamoci un poco da quella che ci sembra la realtà; non si tratta di una fuga dalla stessa, ma di inquadrarla in una diversa prospettiva: sono convinto che ne trarremo grosso beneficio.

Solchi della mente


Vorrei approfondire una argomento appena sfiorato in uno degli articoli precedenti; allo scopo ti propongo un altro esperimento mentale.

Immagina una grossa tavola di argilla, perfettamente levigata e posta in posizione quasi orizzontale, leggermente inclinata da un lato.

Adesso immagina una goccia d’acqua che cade dall’alto su questa superficie, in un punto a caso; poiché la pendenza non è molto accentuata, potrà succedere che la goccia rimanga nella sua posizione oppure inizi a scorrere verso il basso, fino ad uscire dal bordo inferiore della tavola. In ogni caso, la goccia avrà iniziato a scavare un minuscolo e impercettibile solco nell’argilla.

Supponiamo ora che cada un’altra goccia: magari si unisce alla prima che era rimasta ferma e insieme trovano la forza per proseguire il viaggio, magari scivola da sola lungo il piano inclinato, magari staziona. In ogni caso si produce un’ulteriore piccola deformazione della superficie originaria.

La scena si ripete per un numero molto elevato di volte, alcune gocce sono piccole, alcune grandi; all’inizio la direzione presa da ciascuna di esse sarà piuttosto casuale, ma via via che l’argilla viene scavata, i solchi prodotti influenzano il percorso delle successive: se una di queste cade in prossimità di un solco, sarà probabile che ne venga attratta, e segua quindi il percorso della precedente, contribuendo ad accentuarne la profondità ed aumentando pertanto la probabilità che altre gocce  seguano la stessa sorte.

Col passare del tempo, la superficie perde la sua forma originaria, ed inizia ad assumere una morfologia caratterizzata da valli, più o meno profonde, che si ramificano nella direzione della pendenza.

La tavola di argilla è una metafora della mente umana: alla nascita partiamo tutti con tavole levigate (o, più probabilmente, contraddistinte da piccoli solchi iniziali, diversi per ogni individuo, frutto dell’eredità genetica); ogni esperienza cognitiva è l’equivalente di una goccia, che va a modificare la geografia della mappa mentale; potrà trattarsi di un’esperienza di poco conto, e allora la goccia (piccola) modificherà di poco l’argilla, oppure di un’esperienza traumatica o particolarmente significativa, nel qual caso saremo di fronte ad una o più gocce di grandi dimensioni in grado di incidere solchi profondi; i solchi sono l’equivalente delle idee.

Non si tratta di una metafora campata per aria: le moderne teorie sul funzionamento del cervello riflettono questo genere di dinamica, anche se ovviamente i solchi sono di tipo logico e sono rappresentati da insiemi di neuroni che si stimolano reciprocamente.

Con l’invecchiamento le esperienze, soprattutto se ripetute nel tempo, arrivano a produrre solchi dai quali è difficile sfuggire, pertanto è difficile che un cervello anziano, se non particolarmente allenato a farlo, produca idee nuove, cambi opinione. La creatività con l’età diminuisce.

Per certi aspetti, questo meccanismo ha dei vantaggi: se mi scotto col fuoco è probabilmente utile che io non cambi più idea in merito ai benefici delle fiamme sulla mia epidermide; la memoria serve proprio a  questo: far tesoro delle esperienze.

Ma sotto altri aspetti il meccanismo è insidioso: le conclusioni a cui sei arrivato sono valide, e pertanto non vanno più messe in discussione, finché le condizioni di partenza che le hanno generate rimangono immutate; ma se qualcosa cambia a monte del tuo ragionamento, allora tutto va rivisto: il tragitto che da anni fai per recarti in ufficio è sicuramente quello più breve, ma l’apertura del nuovo ponte ha cambiato le carte in tavola, ora la strada più breve è un’altra, anche se probabilmente continuerai per un bel po’ a fare, per inerzia, sempre la solita.

Poiché poi siamo dotati di auto consapevolezza, i solchi della mente possono anche rinforzarsi a prescindere da input esterni: se penso in continuazione di essere antipatico a Mario, non faccio che consolidare in me l’idea che questo sia vero, e probabilmente ogni esperienza verrà interpretata alla luce di questa convinzione; Mario mi incontra per strada e mi saluta freddamente? La goccia non cade nel solco del ‘Mario ha problemi col lavoro’, ma in quello del ‘Mario non mi può sopportare’; e scava…

In questo modo posso, anche a partire da esperienze insignificanti, costruire una mia realtà completamente immaginaria dalla quale difficilmente riuscirò ad affrancarmi; conosco da vicino persone affette da depressione e vi assicuro che il circolo vizioso nel quale sono cadute è proprio questo.

Questo meccanismo di polarizzazione delle idee è dunque un problema? Non credo, dopotutto è frutto di millenni di evoluzione, la natura ha avuto molto tempo per metterlo a punto ed eliminarlo nel caso fosse stato dannoso; è un problema ignorarlo, questo si… ma prima di cadere nella trappola perché non proviamo, per gioco, a dare almeno un’altra interpretazione ai fatti, diversa – magari diametralmente opposta – rispetto a quella che ci appare più evidente?

Riferimenti bibliografici:

Edward De Bono – Creatività e pensiero laterale

Guy Claxton – Il cervello lepre e la mente tartaruga. Pensare di meno per capire di più

Pensa!


Mi hanno detto che il primo post deve essere un po’ rappresentativo del blog, deve in qualche modo far capire al lettore dove si andrà a parare.

Ci ho pensato su, probabilmente hanno ragione, e allora ci proverò, ma tieni presente che per me è un po’ difficile sapere dove sto andando a parare… comunque: questo blog vuole essere un insieme di spunti di riflessione. O meglio, quando mi vengono dei pensieri che reputo degni di nota, li voglio sottoporre ai lettori di questo blog (mi son detto: nel mucchio qualcuno che li prenderà in considerazione lo troverò…); i commenti, positivi o negativi che siano, sono pertanto estremamente graditi.

Perché ‘Fuori dal solco’? Beh, fondamentalmente per due motivi.

In primo luogo per prevenire coloro che troveranno i miei articoli deliranti (so che ci saranno, se non fosse così resterei piuttosto deluso): caro lettore, se appartieni a questa categoria sappi che concordo con te: infatti la parola ‘delirare’ deriva dal latino ‘de lira‘, cioè, per l’appunto, ‘fuori dal solco’.

In secondo luogo, ma questo lo chiarirò meglio in uno dei post a venire, il solco rappresenta per me un vincolo, che ci mantiene fermi sulla nostra rotta e ci impedisce qualsiasi cambio di percorso. Più seguo la medesima strada, più il solco si fa profondo, più difficile è uscirne. Cosa significa uscire dal solco? Significa lasciar cadere le ipotesi: quello che prima era un postulato del mio ragionamento (in economia si direbbe una variabile esogena), adesso viene sottoposto a verifica, entra esso stesso nell’analisi del problema, magari trovando conferma, magari venendo invalidato. In ogni caso, alla fine mi ritrovo con un ragionamento migliore, che si basa su meno assunzioni, più completo: la mia consapevolezza è aumentata.

Mi piacerebbe molto che qualcuno dei miei futuri post, spesso volutamente esagerati e provocatori, aumentasse l’ampiezza di vedute di qualche lettore; non voglio aiutarvi a trovare delle risposte (non ci riuscirei), voglio solo che vi poniate più domande: allora, probabilmente, le risposte le darete voi a me con i vostri commenti!

Proviamoci. A presto.